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sabato 29 settembre 2012

IL LAVORO DI VESTIRSI - MARIA MERCEDES CARRANZA


Normalmente non inserisco mai due post consecutivi dello stesso autore; mi sembra di averlo fatto una sola volta prima di adesso ed anche allora, il motivo era simile a quello di oggi: non si può rimandare la lettura di questa poesia.
Non si può neppure aspettare che venga tradotta, per questo ve ne offro una mia. 
Per alcuni aspetti, mi ricorda la poesia di Juan, La stanza vuota: stesso afflato e costruzione simile; quando lì si descrive il gioco, qui si elencano le azioni quotidiane. 





IL LAVORO DI VESTIRSI


Improvvisamente
quando mi sveglio la mattina
mi ricordo di me,
cautamente apro gli occhi
e inizio a vestimi.
Prima sistemo il mio gesto
di persona per bene.
Poi metto le buone
maniere, l'amore
filiale, il decoro, la morale,
la fedeltà coniugale:
ed alla fine lascio i ricordi.
Lavo accuratamente
il mio viso di buona cittadina
vista la mia deteriorata speranza,
mi metto in bocca le parole
spazzolo la bontà
e la indosso come un sombrero
e negli occhi
quello sguardo così affabile.




El oficio de vestirse

De repente
cuando me despierto en la mañana
me acuerdo de mí,
con sigilo abro los ojos
y procedo a vestirme.
Lo primero es colocarme mi gesto
de persona decente.
En seguida me pongo las buenas
costumbres, el amor
filial, el decoro, la moral,
la fidelidad conyugal:
para el final dejo los recuerdos.
Lavo con primor
mi cara de buena ciudadana
visto mi tan deteriorada esperanza,
me meto entre la boca las palabras
cepillo la bondad
y me la pongo de sombrero
y en los ojos
esa mirada tan amable.



PAROLE SUPERFLUE - MARIA MERCEDES CARRANZA

Non riesco a immaginare parole migliori di quelle che ho trovato assieme al testo originale di questa poesia. E' un articolo a firma di Carlos Vidales, ed è datato 1 agosto 2003, un mese esatto dalla morte della Carranza. Alla poesia non servono commenti. Di seguito la mia traduzione, ma QUI potete leggere il testo originale.


Il primo giovedì di Luglio del 2003, la poeta colombiana María Mercedes Carranza si tolse la vita nel suo appartamento di Bogotà. Aveva svolto, con la sua abituale puntualità, la sua giornata di lavoro come direttrice della Casa di Poesia Silva, istituzione unica nel mondo, che lei stessa aveva fondato e tramite la quale tanto aveva fatto per la poesia ed i poeti.
Quella stessa sera con un gruppo dei suoi amici più cari, aveva condiviso poesia, come sempre. Parlarono anche del dramma della Colombia, un paese sommesso all'orrore di varie guerre civili sovrapposte. María Mercedes ripetè la frase che era già in lei come una litania: "Questo paese ci sta ammazzando!", ma nessuno dei suoi amici notò in lei nessun segno dell'imminente suicidio.
María Mercedes aveva sofferto sulla propria pelle carne le conseguenze della violenza colombiana. Diversi tra i suoi migliori amici morirono assassinati, nel corso degli ultimi dieci anni. Due delle sue amiche più strette avevano perso la vita a causa della situazione del paese. Persino suo fratello Ramiro era stato sequestrato anno e mezzo prima ed i sequestratori non si siano degnati neppure di dare notizie sul suo stato di salute, mentre le autorità erano completamente disinteressate di questo rapimento, per loro scomodo. Gli sforzi angosciosi di María Mercedes per riuscire ad avere un qualche contatto coi sequestratori fallirono tutti. L'intellighenzia colombiana non fece altro che formulare frasi gentili di commiserazione. Alcuni, più onesti, si limitarono a non firmare gli appelli per la libertà del rapito, per paura delle rappresaglie dei sequestratori. Altri, più vigliacchi, smisero di parlare con María. Così, il poeta che organizzava congressi di poesia per la pace, la scrittrice che era stato membro dell'Assemblea Costituente in 1991, la giornalista che si era battuta più di una volta per la vita e la libertà di altri compatrioti, rimase sola col dramma del fratello rapito, forse morto, sola col silenzio e l'incertezza, con la scoperta desolante di vivere in un paese di poeti che cantano belle metafore sulla vita e diritti umani, ma che non rischiano un atomo della loro tranquillità per difendere concretamente la vita ed i diritti umani del prossimo in carne ed ossa, sull'orlo del sacrificio. Solamente un piccolo gruppo di intellettuali si mantenne vicina a María Mercedes in questa fase terribile. Lo so perché parlai con lei per telefono varie volte da quando fu sequestrato suo fratello. So che sentimenti di sorpresa, rabbia e impotenza l'invasero subito, constatando che la solidarietà era solo una parola di uso retorico nella bocca di tanta gente nella quale ella aveva riposto fiducia ed affetto e negli ultimi mesi della sua vita la desolazione si era impadronita di lei.
Il suicidio di María Mercedes è una lezione terribile. Poco prima della sua morte scrisse questa poesia che contiene le chiavi dal suo dramma, cioè, le chiavi del dramma colombiano.
di Carlos Vidales





Maria Mercedes Carranza, poeta e giornalista colombiana nacque a Bogotà il 24 maggio 1945 e morì il 11 luglio 2003. Per la sua poesia, racconti, saggi e attivismo culturale, è stata una figura imponente della letteratura colombiana della seconda metà del XX secolo.
Figlia del poeta e diplomatico Eduardo Carranza, viaggiò per Europa al seguito del padre, fermandosi in Spagna e Francia come addetto culturale. Così María Mercedes rimase sotto l'influenza del padre e della zia materna, la poetessa Elisa Mujica ed ebbe l'opportunità di incontrare e interagire con alcuni dei poeti più famosi dell'epoca. Tornò in Colombia nel 1958 concludendo i suoi studi presso l'Università delle Ande con una laurea in Filosofie e Lettere dove si laureò con una tesi sul lavoro di suo padre. Lavorò come giornalista per quotidiani come El siglo di Bogotà e El Pueblo de Cali, dove diresse le pagine letterarie Estravagario e Vanguardia. Per tredici anni fu redattrice della rivista Nueva Frontera e negli anni precedenti la sua morte fu responsabile della sezione di critica letteraria della rivista Semana. Nel 1986 divenne direttore della Casa della Poesia Silva Bogotà. A un livello più personale, la situazione del paese la toccò personalmente quando suo fratello Ramiro Carranza fu rapito dal FARC. Per questo motivo, fino a poco prima della sua morte condusse una campagna per la pace in favore della liberazione degli ostaggi.
Dopo un lungo periodo di depressione, si tolse la vita il 11 luglio 2003 nel suo appartamento a Bogotà prendendo una dose eccessiva di pillole antidepressive. In suo onore, il presidente del tempo, Alvaro Uribe Vélez, ha dichiarato un minuto di silenzio. Sul suo letto di morte c'era una poesia di suo padre che diceva: "Tutto ciò che cade, sparisce, dice addio, e sto dicendo addio a me." Aveva 58 anni quando è morta.



Lector: Usted va a ser mi amigo, casí íntimo, por el tiempo que dure su lectura de estos poemas. Por eso me creo en la obligación de decirle que cada verso fue escrito para usted, con el ánimo de entregarle unas palabras que, de alguna manera, le ayuden a vivir así sea por estos minutos, lo lleven a alentar vicisitudes y sopechas y a ver y sentir zonas mal iluminadas de su realidad. Para algo de todo eso me sirvió a mí escribirlas. Sin embargo, debo aclarar que, así como para poder ver los objetos que me rodean necesito del cristal de las gafas, esta comunicación con usted se ha hecho a través de una persona que en determinado momento me sirvió para ver el mundo: una risa, todas las risas; un cuerpo, todos los cuerpos. A usted y a esa persona entrego estos versos.
María Mercedes Carranza De su libro "Hola, soledad"










                                                  PAROLE SUPERFLUE



A tradimento ho deciso oggi,
martedì 24 giugno,
di assassinare alcune parole
Amicizia è condannata
al rogo, per eresia;
la forca spetta
ad Amore perché illeggibile;
non sarebbe male il vile randello,
per apostasia, per Solidarietà;
la ghigliottina come un lampo,
deve fulminare Fratellanza;
Libertà morirà
lentamente e con dolore;
la tortura è il suo destino;
Uguaglianza merita la forca
per essersi prostituita
nel peggior bordello;
Speranza è già morta;
Fede soffrirà la camera a gas;
il supplizio di Tantalo, perché disumana,
se lo prende la parola Dio.
Fucilerò senza pietà Civiltà
per la sua barbarie;
berrà la cicuta Felicità.
Resta la parola Io. Per essa,
per la tristezza, per la sua atroce solitudine,
decreto la peggiore delle pene:
vivrà con me fino
alla fine.




Sobran las palabras


Por traidoras decidí hoy,
martes 24 de junio,
asesinar algunas palabras.
Amistad queda condenada
a la hoguera, por hereje;
la horca conviene
a Amor por ilegible;
no estaría mal el garrote vil,
por apóstata, para Solidaridad;
la guillotina como el rayo,
debe fulminar a Fraternidad;
Libertad morirá
lentamente y con dolor;
la tortura es su destino;
Igualdad merece la horca
por ser prostituta
del peor burdel;
Esperanza ha muerto ya;
Fe padecerá la cámara de gas;
el suplicio de Tántalo, por inhumana,
se lo dejo a la palabra Dios.
Fusilaré sin piedad a Civilización
por su barbarie;
cicuta beberá Felicidad.
Queda la palabra Yo. Para esa,
por triste, por su atroz soledad,
decreto la peor de las penas:
vivirá conmigo hasta
el final.