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mercoledì 28 gennaio 2015

CORTILE - JORGE REIS-SA

Dal sito di Parco poesia e in attesa di pubblicazione da parte della Edizioni Kolibris, una poesia di quella che è considerata una  delle più importanti voci della giovane poesia portoghese. Sono dei versi dedicati al padre. Un tema di difficile svolgimento ma che dimostra quanto Jorge sappia imbrigliare l'emozione per renderla in modo apparentemente semplice e quanto sia meritata la considerazione di cui gode.
Ma in verità tutti i versi dedicatigli sono pieni di un amore sconfinato, tanto da farmi sentire un poco in colpa per non avere avuto dentro la stessa calda preoccupazione,  il pensiero costante negli anni, la percezione quotidiana di una presenza. Certo, ognuno vive e risolve i suoi lutti in modo personale e fa, nella contingenza della malattia, quello che fa. E' che il suo modo, così come è raccontato, sembra così puro, ineccepibile e logico...
Queste sono considerazioni di cuore me ne rendo conto, ma sono motivate e sostenute senza dubbio dalla accessibilità dell'emozione, offerta senza pudore e sviscerata fino al sanguinamento e in fondo la poesia è prima di ogni altra cosa sentimento tradotto, o tradito se preferite, con parole cucite assieme da quell'insieme di figure retoriche in continua evoluzione.
Mai come questa volta credo in un autore e se è vero come dicono, che riesco a distinguere tra verso e Verso, Jorge avrà un cammino felice, costellato di molti riconoscimenti.




 Jorge Reis-Sá è nato a Vila Nova de Famalicão, una piccola città nel Nord del Portogallo, il 9 aprile 1977. Tra il 1994 e il 2000 ha studiato Astronomia e Biologia presso la facoltà di Scienze alla Università di Porto, resta come tirocinante di Patologia Molecolare e Immunologia studiando la genetica delle popolazioni. Interrompe per fondare la  Quasi Edições, che ha diretto dal 1999 al 2009, anno della chiusura ed è stato direttore editoriale di Babel dal 2010 al 2013. Ha curato numerose antologie, tra cui ricordiamo Poemas portugueses, la più completa antologia di poesia pubblicata in Portogallo. La sua opera poetica è racchiusa nel volume Instituto de Antropologia. Ha inoltre pubblicato i romanzi Todos os dias e O Dom, e i libri di racconti, Por ser preciso e Terra. È assiduo collaboratore di vari giornali e riviste portoghesi, come “Público”, “LER” e “Sábado”, tra gli altri. I suoi due romanzi sono stati pubblicati in Brasile dalla Record e suoi testi sono stati tradotti in italiano, spagnolo, inglese e lituano. Ha appena terminato il suo terzo romanzo. Vive a Lisbona con la moglie e il figlio.





CORTILE


Avevo giurato di scordare i tuoi gesti in mezzo ai miei
versi, lo sai bene. Mi aveva detto che era ora di parlare
di farfalle; di Joana, la piccola che si nasconde nell’orto
della nonna. Ma ci sei, come tutti i giorni, talvolta un breve
ricordo, altre un dardo nel punto in cui dicono io abbia

un cuore. Oggi è stato un giorno tanto triste. Il tuo nome
sulla targa d’argento che il signor Albino dell’oreficeria
fece più di quindici anni fa. Era necessario dare alle
auto il nome del proprietario e tu, diligente, scrivesti
sulla Rover il tuo, inciso in argento e verità. Ci sei

perché oggi abbiamo venduto la tua auto. È sparito un altro
pezzo di te e ha fatto tanto male. Non bastavano il corpo e la
memoria con gli anni – papà, se un giorno ti scorderò per il
dolore, mi perdonerai? – anche le cose che ti davano
uno status si vanno perdendo a una a una. Gli abiti, dentro
l’armadio dell’ingresso, che mamma, quasi in silenzio, disse
d’aver dato via perché i vermi che ti smangiano la carne
inondano il tessuto che per anni la protesse. L’auto.Venduta,

che svaniva nella curva della strada. La vidi l’ultima volta
quando la portai fuori dal garage e piansi. Era te che stavo
perdendo un’altra volta. Restò il pezzo d’argento dove giace
il tuo nome e che custodisco come fa un figlio orfano con

la memoria del padre. Con il tuo corpo smangiato sotto al
marmo e il nostro pianto, mamma ha comprato un piccolo
baule per custodirti. C’è un pacchetto di tabacco, l’ultimo
che fumasti e che finì per ucciderti; i tuoi occhiali; la
tua vita in miniatura. Manca la tua fede che porto

al dito e che un giorno metterò là. (Papà, se un
giorno ti scorderò per il dolore, mi perdonerai?)


Trad. Chiara De Luca



QUINTAL


Eu tinha jurado esquecer os teus gestos no meio dos meus
versos, bem sabes. Tinha-me dito que era altura de falar
de borboletas; da Joana, a pequena que late no quintal
da avó. Mas aqui estás, como todos os dias, às vezes uma
curta recordação, outras um dardo no sítio onde dizem que

tenho um coração. Hoje foi um dia tão triste. O teu nome
na placa de prata que o senhor Albino da ourivesaria
fez há mais de quinze anos. Era necessário chamar aos
carros o nome do seu dono e tu, diligente, escreveste
no Rover o teu, gravado em prata e verdade. Estás aqui

porque hoje vendemos o teu carro. Desapareceu mais
um bocado de ti e dói tanto. Já não bastava o corpo e a
memória com os anos – pai, se um dia te esquecer pela
doença, perdoar-me-ás? – também as coisas que te davam
circunstância se vão gastando uma a uma. A roupa, no
armário da entrada, que a mãe, quase em silêncio, disse ter
dado porque os vermes que tragam a tua carne inundaram 
o tecido que tantos anos a protegeu. O carro. Vendido,

desaparecendo na curva da estrada. Olhei-o uma última
vez quando o tirei da garagem e chorei. Eras tu quem eu
perdia uma vez mais. Sobrou o bocado de prata onde jaz
o teu nome e que guardo como um filho órfão guarda

a memória de um pai. Com o teu corpo tragado debaixo
do mármore e do nosso choro, a mãe comprou um pequeno
baú para te guardar. Tem um maço de tabaco, o último que
fumaste e que te acabou por matar; tem os teus óculos; tem
a tua vida em ponto pequeno. Falta a tua aliança que trago

no dedo e que um dia lá colocarei. (Pai, se um
dia te esquecer pela doença, perdoar-me-ás?)






sabato 3 gennaio 2015

L'ULTIMO DESIDERIO DI JOSE' SARAMAGO

 18 GIUGNO 2010 - 18 GIUGNO 2011





Ad un anno dalla scomparsa dello scrittore e egiornalista portoghese José Saramago, sua moglie Pilar Del Rio ha reso possibile l'ultimo desiderio dell'artista e cioè che le sue ceneri fossero sepolte sotto un albero di olivo.
La singolare cerimonia ha avuto luogo nel Campo Das Cebolas, vicino al fiume Tago. L'ulivo si trova dove ha sede la fondazione Saramago. Alla cerimonia hanno partecipato circa 300 persone, tra amici, familiari, seguaci, giornalisti e il sindaco della città Antonio Costa ha deposto sull'urna coi resti, della terra portata da Lanzarote dove lo scrittore visse gli ultimi anni della sua vita in compagnia di sua moglie.
Pilar Del Rio in questa occasione ha annunciato ai media che durante i mesi successivi la capitale portoghese sarebbe stata piena di esposizioni, conferenze ed eventi sulla figura dello scrittore.
Fonte: TN.com



domenica 31 agosto 2014

A UN TE CHE IO INVENTAI - ANTONIO GEDEAO

Nella poesia di Antonio c'è una simbiosi perfetta tra le parole del suo quotidiano. In questa poesia usa solo bilancia, ma in altre poesie, come Lacrima di negra lo fa in modo massivo:
"Mi feci portare gli acidi,/le basi e i sali,/le droghe usate/in casi tali./Provai a freddo,/sperimentai a caldo,/e tutte le volte/mi diede ciò che è normale"
Un modo insolito di mischiare le due sue inclinazioni, quella di scienziato apprezzatissimo e celebrato e quella di poeta altrettanto pubblicamente riconosciuto e altrettanto insolito usare uno pseudonimo (non un eteronimo come quello che usò Pessoa), per tenerle distinte.
Una scelta razionale, meditata: una nascita, come scrive lui stesso. 
"E allora anch'io volli nascere, / nascere per me stesso, per mio espresso volere, / senza padre né madre, / senza preparazione d'amore, / senza baci né carezze di nessuno, / solo, solo e soltanto per mia libera volontà." (da Poema de me chamar António)


(Testo autografo dell'autore conservato alla Biblioteca Nazionale del Portogallo)


Per quanto riguarda la poesia proposta, l'incipit è dichiarativo, come lo sono quelli di Pavese (ma forse dovrei cambiare poeta di paragone, dato che non è stato il solo) quasi fosse un tema prefissato da svolgere e tuttavia anche qui - perchè ricordo di averlo già scritto - non si ha l'impressione di essere di fronte ad un testo costruito, piuttosto uno svolgersi di pensiero e, come poche altre volte, da gustare senza analizzarlo troppo per non perdere di vista la bellezza del suo insieme.
Due parole sull'immagine a corredo della poesia: cosa vi sembra? Un disegno o un manufatto?
In effetti è un'opera dello scultore Martin Senn che utilizzando fil di ferro, ricrea oggetti di uso quotidiano, ma anche disegni fantasiosi e non meno belli.  In calce all'immagine troverete il collegamento al suo sito.




Rómulo de Carvalho Vasco da Gama nasce a Lisbona , il 24 novembre del 1906 nella Via do Arco do Limeiro (attualmente  Via Augusto Rosa) 7, 4º piano dove è cresciuto assieme alle sorelle. 
Figlio di un impiegato delle poste e di una casalinga, è la figura di quest'ultima che lo ha influenzato fortemente.  Pur avendo una istruzione minima, trasmise al figlio la passione per la letteratura. "Mia madre non ha scritto poesie, almeno non apertamente, ma so che in fondo lei lo ha fatto". Bambino precoce, a cinque anni scrisse le prime 10 poesie e decide di completare "Os Lusiadas" di Camões
Quando frequentò il liceo Gil Vicente, venne a contatto con la scienza che catturò il suo interesse. Nel 1931 si laureò in Scienze fisico-chimiche  all'Università di Porto e l'anno successivo in Scienze Pedagogiche alla Facoltà di Lettere. Nel 1936 nasce suo figlio Federico, nel 1945 si sposa con Maria Natália Paiva Nunes (scrittrice) e nel 1949 nasce la sua secondogenita Maria Cristina.
Dunque fu un chimico e professore di chimico-fisica alla scuola secondaria del Liceo Pedro Nunes e  al Liceo Camões, educatore  di storia della scienza in Portogallo, e... poeta sotto il pseudonimo di António Gedeão. Pietra Filosofale e Lacrima di Negra sono due delle sue più famose poesie. La sua data di nascita è stata adottata in Portogallo dal 1996 come Giornata Nazionale della Cultura Scientifica. Per i suoi 90 anni è stato insignito della Gran Croce dell'Ordine di Santiago de Espada.
Dei suoi due figli, Federico sarà un chimico e  Cristina  scrittrice (anche i figli hanno rispettato la dualità del suo essere - ndr).
"Morirò esattamente innocente come sono nato" e lo fa due volte:  la prima come António Gideon, nel 1984 quando pubblica Novos Poemas Póstumos e decide di smettere di scrivere poesie.  "Quando ho capito che non valeva la pena di scrivere, soprattutto perché cadrebbe l'abitudine di ripetermi. Ho pensato che fosse meglio rimanere a quel punto per questo non accada a me. Il Anthony Gideon è morto. Pace alla sua anima." La seconda quando il professor Rómulo de Carvalho muore a Lisbona il 19 febbraio del 1997, alle ore 21,30 nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale di S. Maria a Lisbona.
"Io continuerò a scrivere poesia fino all'ultimo sospiro. Suppongo che l'ultimo sospiro sarà un verso."  
(Mi dispiace, ma non sono riuscita a trovare nessuna notizia a supporto di questa sua affermazione. ndr)







A UN TE CHE IO INVENTAI

 

Pensare a te è cosa delicata.
È un diluire di colore denso e pieno
e il passarlo in acquarello finissimo
con un pennello di martora.

Un pesare chicchi di nulla in bilancia minima,
un intrecciare fili di ferro cauto e attento,
un proteggere la fiamma contro il vento,
un pettinare chiome di bambini.

Un districare fili da cucito,
un correre su lana, ché nessuno senta o sappia,
un planare di gabbiano come un labbro sorridente.

Penso a te con tanta tenerezza
come se fossi vetro o velo di porcellana
che al solo pensarti ti potresti spezzare.



(Trad. Anna Miniucchi)



A um ti que eu inventei

Pensar em ti é coisa delicada.
É um diluir de tinta espessa e farta
e o passá-la em finíssima aguada
com um pincel de marta.

Um pesar grãos de nada em mínima balança,
um armar de arames cauteloso e atento,
um proteger a chama contra o vento,
pentear cabelinhos de criança.

Um desembaraçar de linhas de costura,
um correr sobre lã que ninguém saiba e oiça,
um planar de gaivota como um lábio a sorrir.

Penso em ti com tamanha ternura
como se fosses vidro ou película de loiça
que apenas com o pensar te pudesses partir.



mercoledì 25 dicembre 2013

NATALE 2013


Lo scorso anno in occasione del post di Natale, parlavo di speranza , di difficoltà dei tempi attuali e di quelli che si preparavano.
Oggi sembra che le cose stiano peggiorando un po' dappertutto. Molte aziende chiudono (e non parlo per statistica, ma lo tocco con mano mese per mese) e in pochi hanno le risorse per aprirne di nuove, dato che le banche sembrano non fare il loro lavoro di raccolta del risparmio e contemporaneo investimento in attività nel territorio. Ma non è mia intenzione lanciare accuse verso chi avrebbe la possibilità di smuovere l'economia e invece sta arroccato sulle proprie posizioni, a scapito di noi tutti, tutto sommato; non è questa la sede.
Volevo solo constatare che, se da questa parte del mondo c'è chi combatte per un posto di lavoro e chi approfitta di questo stato di cose per ottenere del personale con costi sempre più bassi, o più semplicemente combatte per avere in tavola del cibo anche gli ultimi due giorni del mese (e vi risparmio quanto e come), in altre parti del mondo c'è chi deve aggiungere a queste nostre amene preoccupazioni, il cercare di rimanere vivo.
E' il caso di ieri, ma potrebbe capitare anche domani, o dopo, ed è già capitato nei giorni e mesi scorsi in territori e con motivazioni differenti. Un carro armato spara contro una abitazione privata di una cittadina della striscia di Gaza, e delle persone muoiono. Dei bambini muoiono. Questa volta si tratta di una piccola di tre anni, ma quanti prima di lei? E domani ci ricorderemo questo nome, Hala? E per quanto lo ricorderemo? Farà parte della Storia? E se i suoi tre anni non sono stati abbastanza importanti da lasciare poco più di un ritratto insanguinato, a che scopo averla fatta nascere e crescere se il suo sorriso non avrebbe potuto cambiare il mondo? 
Pensate anche a questo, questo Natale.




 J. Busquets - Facciata della Natività (particolare) - Sagrada Familia - Barcellona


L'interno della grotta era buio, l'indebolita luce esterna si fermava all'ingresso, ma in poco tempo, avvicinando una manciata di paglia alle braci e soffiando, con le fascine la schiava fece un falò che sembrava un'aurora. Poi accese il lume che era già lì, appeso ad una sporgenza della parete, e dopo aver aiutato Maria a sdraiarsi, andò a prendere un po' d'acqua ai pozzi di Salomone, proprio nei pressi. Di ritorno, trovò Giuseppe fuori di sé, non sapeva che cosa fare, e non dobbiamo biasimarlo, perché agli uomini non insegnano a rendersi utili in simili occasioni, loro non vogliono saperne, al massimo saranno capaci di tenere la mano alla moglie sofferente, restandosene ad aspettare che tutto vada per il meglio. Maria, però è sola, il mondo morirebbe di sgomento se un ebreo di questo tempo osasse compiere quel minimo. Entrò la schiava, rivolse una parola di sostegno, Coraggio, poi si inginocchiò fra le gambe aperte di Maria, proprio nella posizione in cui devono stare le gambe delle donne per ciò che entra e ciò che esce, ormai Zelomi aveva perso il conto dei bimbi che aveva visto nascere, e il patimento di questa poverina è tale e quale a quello di tutte le altre donne, come ha deciso il Signore Iddio quando Eva commise il peccato di disobbedienza, Moltiplicherò le sofferenza della tua gravidanza, i tuoi figli nasceranno nel dolore, e oggi, trascorsi ormai tanti secoli, accumulato tanto dolore, ancora Dio non si dà per soddisfatto, e l'agonia continua. Giuseppe non è più lì, e neppure all'ingresso della grotta. E' scappato via per non sentire le urla, ma le urla lo seguono, è come se urlasse la terra, tanto che tre pastori, che si trovavano nei pressi con le loro greggi di pecore, si avvicinarono a Giuseppe e gli domandarono, Che cos'è, sembra che la terra stia urlando, e lui rispose, E' mia moglie, sta partorendo laggiù in quella grotta, e quelli dissero, Non sei di queste parti, non ti conosciamo, Siamo venuti da Nazareth in Galilea per il censimento, appena arrivati le sono aumentati i dolori, e adesso sta nascendo. Il crepuscolo lasciava intravedere a stento i visi dei quattro uomini, ben presto i lineamenti sarebbero svaniti, ma le voci proseguivano, Hai da mangiare, domandò uno dei pastori, Poco, rispose Giuseppe, e la stessa voce, Quando tutto sarà finito, avvertimi e ti porterò un po' di latte delle mie pecore, e poi si udì la seconda voce, E io ti darò un po' di formaggio. Poi ci fu un lungo e inesplicabile silenzio, prima che il terzo pastore parlasse. Infine, con una voce che sembrava provenire anch'essa da sottoterra, disse, E io vi porterò del pane.
Come tutti i figli degli uomini, il figlio di Giuseppe e Maria nacque sporco del sangue di sua madre, vischioso delle sue mucosità e soffrendo in silenzio. Pianse perché lo fecero piangere, e avrebbe pianto per quest'unico e solo motivo. Avvolto nelle fasce, riposa nella mangiatoia, non lontano dall'asino, ma non c'è pericolo di morsi, che la bestia l'hanno legata corta, Zelomi è andata fuori a sotterrare la placenta, mentre Giuseppe si sta avvicinando. Lei aspetta che lui entri e si ferma a respirare l'aria fresca dell'imbrunire, stanca come se avesse partorito lei stessa, nell'immaginazione, perché figli non ne ha mai avuti.
Scendendo dal pendio, tre uomini di avvicinano. Sono i pastori. Entrano insieme nella caverna. Maria è sdraiata e tiene gli occhi chiusi. Giuseppe, seduto sopra un sasso, ha il braccio posato sulla mangiatoia e sembra guardare il figlio. Si fece avanti il primo pastore e disse, Con queste mani ho munto le mie pecore e ho raccolto il loro latte. Maria, aprendo gli occhi sorrise. Avanzò il secondo pastore e disse, Con queste mani ho lavorato il latte e ho fatto il formaggio. Maria accennò col capo e sorrise di nuovo. Poi si avvicinò il terzo pastore, per un istante parve riempire la grotta con la sua statura e disse, senza guardare né il padre, né la madre del bimbo appena nato, Con queste mani ho impastato il pane che ti offro, col fuoco che esiste solo dentro la terra io l'ho cotto. E Maria seppe chi era. 

(Josè Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo)



giovedì 24 gennaio 2013

LEGGI, SONO QUESTI I NOMI DELLE COSE... - MARIA DO ROSARIO PEDREIRA

Non ricordo con esattezza quando e come ho incontrato la prima poesia di Maria, ma di sicuro so quando ho letto la seconda: lo stesso giorno, cercando altri suoi scritti, e come tutte le altre sue poesie, era dolce, malinconica e disarmante.
Mettendo da parte l'empatia verso i suoi scritti, e ripensando a quanto ho letto fino ad oggi, credo che le poesie di Maria abbiano un poco d
ella magia di Pedro Salinas, del suo costituirsi apertamente all'altro, una concretezza che manca nei versi altrettanto forti ma ipotetici di Homero Aridijs, un desiderio di stabilità che genera quel suo smarrimento che troviamo in Miguel Hernandez, in Nazim Hikmet (il poeta d'amore per definizione) ed un filo di pazzia amorosa che riempie i versi delle poesie d'amore di Jairo Annibal Bambino.  La poesia che ho scelto è, per me, idealmente legata al Futuro di Cortàzar.
In entrambe è presente il tema dell'amore e del dolore per una assenza. Le uniche differenze sono la perdita piuttosto dell'abbandono e la sensibilità diversa che deriva dall'appartenere a due generi - quello maschile e quello femminile - diversissimi tra loro.
In rete esistono molte poesie di Maria, a dimostrazione del fatto - inconfutabile - che nonostante esista un solo suo libro tradotto (La casa e l'odore dei libri, Lìbrati editore, 2008) e qualche altra poesia nell'antologia Nuove poesie d’amore edita da Crocetti (2009), è un autore molto amato. 
E devo dire che come per pochi altri poeti, sono imbarazzatissima nella scelta di una sua poesia da proporvi: vorrei potervele leggere tutte (mi manca moltissimo poterle leggere a voce alta, dare vita - a modo mio - a questi versi) ma per quanto abbia cercato un modo, ancora non sembra possibile. Eppure sono versi che mi bruciano in bocca, per la loro purezza e per averli pronti da tanto tempo.
Benvenuta Maria. 






Maria do Rosario Pedreira nasce a Lisbona nel 1959. Si laurea in Lingue e letteratura straniera, presso l'Università di quella stessa città nel 1982, che le ha permesso di insegnare Portoghese e Francese.
Ha seguito anche il corso di lingua dell'Istituto Italiano di Cultura in Portogallo e, con una borsa di studio del governo Italiano, ha frequentato un corso estivo presso l'università di Perugia. Ha frequentato per quattro anni il Goethe Institut, ha tradotto, tenuto conferenze e dal 1987 ha intrapreso la carriera editoriale.



 Il cuscino rosso Opera di Francine Van Hove (Parigi 1942)




LEGGI, SONO QUESTI I NOMI DELLE COSE...

Leggi, sono questi i nomi delle cose che
lasciasti – me, libri, il tuo profumo
sparso per la stanza; sogni una metà e dolori il doppio, baci per
tutto il corpo come tagli profondi
che non si rimargineranno mai; e libri, nostalgia,
la chiave di una casa che non è mai stata la
nostra, una vestaglia di flanella blu che
indosso, quando faccio questo elenco:

libri, risa che non riesco a mettere in ordine,
e rabbia – un vaso di orchidee che
amavi tanto senza che io sapessi perché e
che forse per questo non tornai ad innaffiare; e
libri, il letto disfatto per tanti giorni,

una lettera sul tuo cuscino e tanta
afflizione, tanta solitudine; e in un cassetto
due biglietti per un film d'amore che
non hai visto con me, e altri libri, e anche
una camicia sbiadita con la quale dormo
di notte per stare più vicino a te; e, da

tutte le parti, libri, tanti libri, tante
parole che mai mi hai detto prima della
lettera che scrivesti quella mattina, e io,
io che ancora credo che tornerai, che
ritorni, sia pure solo per i tuoi libri
da "Nessun nome dopo", Gótica, Lisbona, 2004
Traduzione di Mirella Abriani


Lê, são estes os nomes… 

Lê, são estes os nomes das coisas que
deixaste – eu, livros, o teu perfume
espalhado pelo quarto; sonhos pela
metade e dor em dobro, beijos por
todo o corpo como cortes profundos
que nunca vão sarar; e livros, saudade,
a chave de uma casa que nunca foi a
nossa, um roupão de flanela azul que
tenho vestido enquanto faço esta lista:

livros, risos que não consigo arrumar,
e raiva – um vaso de orquídeas que
amavas tanto sem eu saber porquê e
que talvez por isso não voltei a regar; e
livros, a cama desfeita por tantos dias,
uma carta sobre a tua almofada e tanto
desgosto, tanta solidão; e numa gaveta
dois bilhetes para um filme de amor que
não viste comigo, e mais livros, e também
uma camisa desbotada com que durmo
de noite para estar mais perto de ti; e, por

todo o lado, livros, tantos livros, tantas
palavras que nunca me disseste antes da
carta que escreveste nessa manhã, e eu,
eu que ainda acredito que vais voltar, que
voltas, mesmo que seja só pelos teus livros.
 
de "Nenbum Nome Depois", Gótica, Lisboa, 2004
 
 

domenica 23 settembre 2012

da: MANUALE DI LETTURA E CALLIGRAFIA - JOSE' SARAMAGO








“Amore mio”. Meu amor. Ripetere queste due parole per dieci pagine, scriverle ininterrottamente, senza sosta, senza spazi bianchi, prima lentamente, lettera dopo lettera, disegnando le tre colline della M manoscritta, l’anello tenue della E simile a braccia che riposano, il letto profondo di un fiume che si scava nella U, e poi lo sgomento o il grido della A sulle onde del mare, eccole, dell’altra M, e la O che non può essere se non quest’unico nostro sole, e infine la R divenuta casa, o tetto, o baldacchino.
E subito dopo trasformare questo lento disegno in un unico filo tremolante, la traccia di un sismografo, perché le membra rabbrividiscono e si turbano, il mare bianco della pagina, una distesa di luce o un lenzuolo levigato.
“Meu amor, “amore mio” hai detto, e l’ho detto anch’io, spalancandoti la mia porta, e tu sei entrata. Tenevi gli occhi bene aperti venendomi incontro, per vedermi meglio o più di me, e hai posato la borsa per terra. E, prima che ti baciassi, per poterlo dire serenamente, hai detto: “Stanotte rimango con te”.

(Collana Universale Economica - Feltrinelli Editore)

lunedì 17 settembre 2012

sul TRADURRE - JOSE' SARAMAGO




Avete mai provato a cercare un testo che avete ricevuto e letto, disperso tra le mails ricevute? E nella convinzione di metterlo al sicuro, averlo archiviato ma non trovarlo più?
A me è capitato con un brano di Saramago tratto da un suo libro (che allunga la lista di quelli che dovrò acquistare, conquistando uno dei primi posti della mia urgenza). Dopo essermi concentrata sulle mail dell'ultimo mese, ho attaccato una ricerca sul web. Ma è grande ed insidioso e si finisce dove i motori di ricerca vogliono farti naufragare. E anche se non vogliamo essere maligni, non possiamo pretendere che siano intelligenti; rispondono a impulsi di caratteri e numeri. Però questa volta la ricerca mi ha portato sul blog ufficialmente tradotto da Massimo Lafronza di José: IL QUADERNO DI SARAMAGO. Confesso di essermici imbattuta più volte, ma nella mia stringa di ricerca questa volta c'era una parolina magica: scrivere.
Ed ecco apparire questo pensiero sul tradurre, atto che da qualche tempo sta contagiando anche me.
Il mio grazie a Massimo per aver consentito alla riproduzione.




José Saramago / Tradurre, Traduzir

 

"Scrivere è tradurre. Lo sarà sempre. Anche quando stiamo utilizzando la stessa lingua. Trasformiamo quello che vediamo e che sentiamo (supponendo che il vedere e il sentire, come li intendiamo in generale, siano qualcosa di più che le parole con cui ci è relativamente possibile esprimere il visto e il sentito…) in un codice convenzionale di segni, la scrittura, e lasciamo alle circostanze e alle casualità della comunicazione la responsabilità di far arrivare all’intelligenza del lettore, non la totalità dell’esperienza che ci siamo riproposti di tradurre (inevitabilmente frammentaria se rapportata alla realtà di cui si era alimentata), ma almeno un’ombra di quello che nel profondo del nostro spirito sappiamo essere intraducibile, per esempio, l’emozione pura di un incontro, la meraviglia di una scoperta, quell’istante fugace di silenzio precedente alla parola e che rimarrà nella memoria così come il resto del sogno che il tempo non cancellerà interamente. Il lavoro di chi traduce sarà quindi quello di portare in un’altra lingua (all’inizio, la sua stessa) quello che nell’opera e nell’idioma originale era già stato “traduzione”, cioè, una determinata percezione di una realtà sociale, storica, ideologica e culturale che non è quella del traduttore, nutrita, questa percezione, da un intreccio linguistico e semantico anch’esso non suo. Il testo originale rappresenta appena una delle “traduzioni” possibili dell’esperienza della realtà dell’autore, essendo poi il traduttore costretto a convertire il “testo-traduzione” in “traduzione-testo”, inevitabilmente ambivalente, visto che, dopo aver cominciato isolando l’esperienza della realtà oggetto della sua attenzione, il traduttore realizza il lavoro più grande di trasportarla intatta nell’intreccio linguistico e semantico della realtà (altra) in cui è incaricato di tradurre, rispettando, allo stesso tempo, il luogo da cui viene e il luogo verso cui va. Per il traduttore, l’istante di silenzio anteriore alle parole è quindi come l’inizio di un passaggio “alchemico” in cui quello che è deve trasformarsi in un’altra cosa per continuare a essere quello che era stato. Il dialogo tra autore e traduttore, sulla relazione tra il testo che è e il testo che sarà, non è soltanto una relazione tra due personalità particolari che devono completarsi è soprattutto un incontro tra due culture collettive che devono riconoscersi."

traduzione  di Massimo Lafronza  


domenica 6 maggio 2012

TERRORE - JOAQUIM CORREA DA SILVA

Ecco il caso di una poesia che ad una prima lettura risulta essere poco comprensibile, o almeno poco condivisibile, ma che con la conoscenza dell'autore, della vita, anche se di Joaquim è davvero scarna, anche cercando notizie nei blog in lingua portoghese.
Il sito Nuova Cidadania infatti lamenta:

Joaquim Paco d'Arcos è stato dimenticato, troppo dimenticato in un paese che frequentemente trascura la cultura dei propri valori. Da notare che l'insegnamento delle nostre scuole e università non aiuta.

Il senso di angoscia è reso perfettamente, se non bastassero le parole, da quel cotinuo ripetersi di negazioni, della congiunzione e che assume un significato diverso da quella ermetica, in incipit, di Ungaretti. 
Là ci aspettava lo svolgimento di una idea, qui delle puntualizzazioni che colpiscono e feriscono qualora, dentro chi legge, vi siano quelle stesse paure.




 


Belford Joaquim Correia da Silva (Paco d'Arcos) nacque a Lisbona il 14 giugno 1908, stessa città dove morì il 10 giugno 1979. Scrittore di racconti e romanzi, autore teatrale, nipote del primo conte di Paco d'Arcos e fratello di Enrico Belfors Correa da Silva, secondo conte di Caxias, anch'egli scrittore, ha vissuto in Mozambico Macao, al seguito del padre che era Governatore coloniale. Successivamente impiegato come giornalista in Brasile tra il 1928 ed 1930 e sei anni più tardi responsabile del servizio stampa del Ministero degli Affari esteri, fino a tutto il 1960.
Poeta più volte premiato, è stato molto popolare negli anni '40 e '50 e uno degli scrittori portoghesi del Novecento più tradotti all'estero.
Tuttavia, con la sua morte è stato praticamente dimenticato.
Le sue poesie sono ricomprese nel libro Poemas Imperfeitos (1952).


 



TERRORE



Terrore non è la paura dei Pirati sul Rio Giallo,
Né dei tifoni in mare.
Non è il timore delle schioppettate nella notte,
Nel fiume gremito di giunche e d'inganni;
Né lo spavento degli inforcati,
Al biancore lunare,
Nei rami dei manghi della Sabbia Nera.
Terrore non è l'orrore della guerra,
        né della fame, né della peste,
Né delle piaghe dei lebbrosi
        nell'isola di S. Giovanni;
Non è sospetto
Della morte che aspetta
Continuamente,
E ci prenderà.

Non è terrore il contagio della tristezza
Quando la sera irrompe
E insanguina l'orizzonte
Il mare di acqua melmosa,
Le terre e il cielo,
Finché l'isole son portate via dall'ombra
E le montagne dallo scuro,
E niente più resta se non il buio,
E i gridi che attraversano la notte,
Giungono non sai donde,
E vanno chissà dove.

Non è paura degli agguati
Né dei pugnali,
Né dei baci rossi che ingannano
E succhiano la vita...

Terrore è questo pensiero che tu parta
E mi lasci solo.



MEDO


Medo não é temor dos piratas no Rio de Oeste
nem dos tufões no mar.

Não é receio dos tiros, pela noite,
No rio povoado de lorchas e traições;
nem o susto dos enforcados,
Ao luar branco,
No mangal da Areia Preta.

Medo não é terror da guerra,
nem da fome, nem do cólera,
Nem das chagas dos leprosos
na Ilha de S. João:
Não é suspeita
De que a morte espreita,
Continuadamente,
E nos levará.

Medo não é contágio da tristeza
Quando a tarde tomba
E o ocaso ensaguenta
O mar de água barrenta,
As terras e o céu,
Até as ilhas serem tragadas pelo negrume
E as montanhas pelo escuro,
E nada restar senão a treva
E os gritos que atravessam a noite,
Vindos não sei donde,
Para não sei onde.

Medo não é temor das ciladas
Nem dos punhais,
Nem dos beijos vermelhos que enganam
e sorvem lentamente as vidas …

Medo é este pavor de que tu partas
E me deixes só






domenica 18 marzo 2012

LA COMPAGNA - SEBASTAO DA GAMA


Si rincorrono e ripetono per ben tre volte il Sole, la mattina d'oggi, il fiore gracile e la fonte.
Senza essere anafore, il poeta le esprime per significare quello che è stato (“da quando sono nato...”), quello che è (“anche oggi il sole è venuto....”) nell'inciso e per sottolineare quanto tutto questo sia così normale, naturale. Quell'incontrarsi doveva accadere (“..non avevo cercato né richiesto.) bastava aspettare, bastava aspettarla.
Un canto d'amore potente e semplice. Un modo davvero speciale di esternarlo.





Sebastião Artur Cardoso da Gama è stato un poeta ed educatore portoghese. Nato a Vila Nogueira de Azeitão, Setúbal, il 10 aprile 1924, ultimo figlio di una domestica ed un commerciante, a 14 anni gli viene diagnosticata una tubercolosi ossea che gli costerà poi, la vita. Su consiglio del medico si trasferì con la madre nella Serra da Arrabida, scenario da sogno e primo amore della sua poesia di cui non si stancherà mai di cantare. Altra cosa che incanta Sebastiao è il mare, i pescatori ed il loro linguaggio.
Questo gli valse un rimprovero quando discutendo la sua tesi di laurea in Filologia romanza, usò dei termini propri dei contadini e degli uomini di mare.
Dopo gli studi iniziò ad insegnare alla Scuola Commerciale e Industriale Joao Vaz per un anno, ma gli studenti furono segnati dalla sua personalità comunicativa, aperta al dialogo e dalla sua poesia.
Trasferito a Lisbona, nella Scuola Beirao Veiga, inizia il Diario: una relazione dulla sua esperienza pedagogica e sui metodi – innovativi per quella epoca – che utilizzava per relazionarsi coi suoi alunni. A 21 anni si converte al cattolicesimo.
Gli anni 50 sembrano essere promettenti per il poeta: nel 1951 si sposa con l'amica di sempre Joana Luisa e pubblica il suo quarto libro di poesie Campo Aperto. Tuttavia l'anno seguente, sette mesi dopo il matrimonio ed a 27 anni di età, la sua salute si aggrava e muore per una meningite renale. Era il 7 febbraio 1952.
Dopo la sua morte, la moglie fece pubblicare i suoi scitti ancora inediti.
La sua poesia è caratterizzata da toni intimi e personali, intensa e sensibile, sobria nello stile e da un alternanza di forme tradizionali e moderne. 







LA  COMPAGNA


Non ti ho cercata, non ti ho chiesta: sei venuta
e da quando sono nato mille cose ci son state
che ai miei occhi si son date con uguale
semplicità: il Sole, la mattina d'oggi,
questo fiore così gracile che non lo voglio,
il miracolo delle fonti nella calura...
Sei venuta (anche oggi il sole è venuto, e il fiore,
la mattina d'oggi, e le acque...). Allegria
ma allegria tacita, serena
intesa pura, incontro
naturale, naturale come l'arrivo
del Sole, del fiore, delle acque, del mattino,
di te che non avevo cercato né richiesto.
E l'Amore? E l'Amore? E l'Amore?
-  Sei venuta.


da "Campo aperto" (1950), trad. di L. Stegagno Picchio



Companheira
 Não te busquei, não te pedi: vieste.
E desde que eu nasci houve mil coisas
que a meus olhos se deram com igual
simplicidade: o Sol, a manhã de hoje,
essa flor que é tão grácil que a não quero, o milagre
das fontes pelo Estio …
Vieste (O Sol veio também, a flor,
a manhã de hoje, as águas … ). Alegria,
mas calada alegria, mas serena,
entendimento puro, natural
encontro, natural como a chegada
do Sol, da flor, das águas, da manhã,
de ti, que eu não buscara nem pedira.
E o Amor? E o Amor? E o Amor?
-Vieste.


RIASSUNTO - PEDRO TAMEN

Dare un frutto ad un'altra bocca. 
Questo passaggio della poesia mi ricorda Eva che dette la mela ad Adamo e la successiva loro cacciata dal Paradiso Terrestre. Iniziò così il tempo, parola che prima di allora non aveva un senso. Sempre che si voglia dare credito alla Bibbia ma la visione del mondo di Pedro è cattolica.




Pedro Mário Alles Tamen è nato il 1° Dicembre del 1934 a Lisbona dove, nel 1957 ha conseguito la laurea in giurisprudenza. Tra il 1958 ed il 1975 è stato direttore delle Edizioni Moraes e alla data del suo ritiro dall'attività professionale, amministratore della Fondazione Calouste Gulbenkian.
E' stato insegnante di liceo, vice direttore della rivista “Flama” dove ha dato vita a una delle più note collane di poesia, "Círculo de Poesia" ed ha pubblicato dei testi di critica letteraria sul settimanale “Expresso”.
Si sposa per la prima volta nel 1959 e dal quel matrimonio nasceranno quattro figli. Si separerà nel 1973, per poi risposarsi nel 1975
Oltre a ricoprire la carica di Presidente del Pen Club Portoghese dal 1988 al 1991, è stato membro del Consiglio dell'Assemblea Generale dell'Associazione Portoghese degli scrittori.
La sua poesia è stata tradotta in quasi tutte le lingue europee: inglese, francese, tedesco, spagnolo, italiano, ungherese, ceco, bulgaro, lettone, irlandese.
E' traduttore a sua volta, soprattutto testi di autori francesi e latinoamericani (si ricorda la versione integrale de “A la recherche du temps perdu” di Marcel Proust; per questo suo impegno nel 1990 viene gratificato con il Gran Premio per la traduzione, per la sua traduzione di “Come usare la vita di George Perec per il quale è finalista nello stesso anno al Premio Europeo per la Traduzione (lo sarà anche l'anno successivo per “Bouvard e Pécuchet di Flaubert).
Numerosi i riconoscimenti e le onorificenze, sia da parte del Portogallo, sia dalla Spagna che dalla Francia.
In Italia ha partecipato lo scorso anno (2011) al Parma Poesia Festival assieme a Wendy Cope e Lars Gustafsson, per citare gli autori qui presentati.



La mano di Dio - Auguste Roden


RIASSUNTO


Consegno il giorno di oggi a quello di domani
come chi dà un frutto a un'altra bocca:
così, di giorno in giorno, si fa il giorno
- tranquillo, universale, indifferito.

Solo che non è il fiume che mi lava,

ma acqua definita, al suo posto.



RESUMO

Entrego o dia de hoje ao de amanhã
como quem dá um fruto a outra boca:
assim, de dia em dia, faz-se o dia
- tranquilo, universal, inadiado.

Só que não é o rio que me lava,
mas água definida, em seu lugar.




sabato 21 gennaio 2012

IDENTITA' - MIA COUTO

giovedì, 08 gennaio 2009

Antonio Emilio Leite Couto, meglio noto come Mia Couto è considerato uno dei maggiori scrittori contemporanei in lingua portoghese. Nato a Beira in Mozambico, famosa per le frequenti inondazioni (da qui lo scrittore afferma di non avere una "terra madre", ma un'"acqua madre". Intraprende la carriera di giornalista e scrittore, mentre si laurea in biologia, dedicandosi ai problemi della difesa dell'ambiente.




Il debutto letterario di Couto avviene con la pubblicazione di alcune poesie nell'antologia Sobre literatura moçambicana ("Sulla letteratura mozambicana") realizzato nel 1980 da un altro grande poeta del Mozambico, Orlando Mendes Nel 1983 Couto pubblica la prima raccolta personale intitolata Raiz de orvalho ("Radice di rugiada"). Successivamente la sua produzione letteraria si volge ai contos (racconti).
Nella prefazione all'ultimo libro pubblicato in Italia, Terra sonnambula, Luis Sepùlveda scrive che è "un romanzo pensato e scritto come un lungo poema epico da un poeta capace di fare della storia del suo paese una grande metafora: la metafora della speranza e della magia come antagonista di una realtà sinistra".








IDENTITA'


DEVO ESSERE UN ALTRO
PER ESSERE ME STESSO
SONO BRICIOLA DI ROCCIA
SONO IL VENTO CHE LA CONSUMA
SONO POLLINE SENZA INSETTO
SONO SABBIA CHE SOSTIENE
IL SESSO DEGLI ALBERI
ESISTO DOVE MI DISCONOSCONO
ASPETTANDO IL MIO PASSATO
ANELANDO ALLA SPERANZA DEL FUTURO
NEL MONDO CHE COMBATTO
MUOIO
NEL MONDO PER CUI LOTTO
NASCO



lunedì 26 dicembre 2011

UN PROFUMO DI NARDO - MANUEL ALEGRE

Questa poesia ha un incipit molto presuntuoso:

In verità ti dico:.....

la stessa frase con cui Gesù inizia i suoi insegnamenti secondo quello che ci dicono i  Vangeli e tuttavia il tono è dimesso, quasi in contrapposizione al suo inizio.
Però continua a costruire la trama della sua poesia con parallelismi e temi religiosi: eternità e morte;  il respiro della terra: forse un motivo vero per vivere, un amore come quello di Maria che lavò i piedi di Gesù e che li unse con un profumo di Nardo, forse neppure inteso nel senso stretto del termine, quanto di fede nella sua persona.


(Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.)  
Giovanni, 12, 8







Manuel Alegre de Melo Duarte è un poeta, scrittore e politico portoghese, membro del Partito Socialista e candidato indipendente alle elezioni presidenziali portoghesi del 2006 e del 2011.
Nacque ad Águeda il 12 maggio 1936, figlio di José de Faria de Sousa de Melo Ferreira Duarte e de Maria Manuela Alegre de Melo Duarte. La sua famiglia è sempre stata nel  mondo della politica e dello sport: il trisavolo paterno Francisco da Silva Melo Soares de Freitas, fondatore deidelle ferrovie del Barreiro e primo Visconte di quella località, partecipò alle rivolte contro D. Miguel I, e fu per questo decapitato; il nonno materno, Manuel Ribeiro Alegre, fece parte della Carbonária e fu deputato nell'Assemblea Costituente nel 1911, come Governatore Civile del Santarém; il bisnonno paterno, Carlos de Faria e Melo, 1º barone di Cadoro, fu amministratore del Concilio di Aveiro; il nonno paterno, Mário Ferreira Duarte, introdusse, insieme a Guilherme Pinto Basto, molte pratiche sportive in Portogallo, e diede il suo nome al vecchio stadio di calcio di Aveiro; il padre, Francisco José de Faria e Melo Ferreira Duarte, ha giocato nella squadra di calcio dell'Académica e fu campione di atletica e lo stesso Manuel Alegre si laureò campione nazionale di nuoto e partecipò a gare internazionali con l'università di Coimbra.
Dopo i primi studi svolti ad Águeda, Manuel frequentò il primo anno del liceo a Passos Manuel, a Lisbona. Il secondo anno lo passò tre mesi nel collegio Almeida Garrett, a Cartaxo, sei mesi nel collegio Castilho, a São João da Madeira, poi si trasferì a Porto, concludendo i suoi studi secondari al liceo Alexandre Herculano e dove fondò, con José Augusto Seabra, il giornale Prelúdio. Nel 1956 entrò nella facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Coimbra e poco dopo inizia il suo percorso politico, nei gruppi studenteschi di opposizione al Salazarismo. Si iscrive e diventa militante del Partito Comunista Portoghese nel 1957, divenendo membro della commissione dell'Accademia. L'anno successivo appoggia la candidatura di Humberto Delgado alla presidenza della repubblica. La sua attività culturale è già molto rilevante: partecipa alla fondazione del Circolo di Iniziazione Teatrale dell'Accademia di Coimbra ed è attore del Teatro degli Studenti dell'Università di Coimbra, recitando anche in città estere come Bruxelles (1958), Capo Verde (1959) e Bristol (1960).
Nel 1960 pubblica le sue prime poesie nella rivista Briosa (che poi dirigerà), Vértice e Via Latina, participando inoltre alla raccolta A Poesia Útil e Poemas Livres, insieme a Rui Namorado, Fernando Assis Pacheco e José Carlos Vasconcelos.
Nel 1961 viene richiamato a compiere il servizio militare. Svolge l'addestramento alla Scuola Pratica di Fanteria a Mafra, e poco dopo viene mandato all'isola di São Miguel. Lì, fonda il movimento d'insieme di Azione Patrottica degli Studenti, costituito da militari e civili, arrivando a progettare, con Melo Antunes e altri, un piano per prendere possesso dell'isola, che però non si concretizzerà. Nel 1962 viene mobilitato per l'Angola, dove viene arrestato dalla PIDE e condannato a sei mesi di reclusione nella Fortezza di S. Paulo, a Luanda, con l'accusa di tentativo di rivolta militare contro la guerra di Oltremare. In prigione conosce scrittori angolani come Luandino Vieira, António Jacinto e António Cardoso. Torna in Portogallo nel 1964 ma la minaccia di una nuova detenzione e di un processo del Tribunale Militare per sospetto tradimento lo spingono a partire clandestimente e rifugiarsi in esilio, grazie anche all'aiuto del poeta João José Cochofel, che lo fa nascondere nel nord del paese. Nel luglio del 1964 arriva a Parigi. Là partecipa alla Terza Conferenza ed è eletto nella direzione del Fronte Patriottico di Liberazione Nazionale, presieduta da Humberto Delgado. Questo gli dà l'opportunità di deporre sulla sua esperienza angolana davanti alle Nazioni Unite come rappresentante di questa organizzazione, e di prendere contatto con i leaders dei movimenti africani di liberazione, come Agostinho Neto, Eduardo Mondlane, Samora Machel, Amílcar Cabral, Mário Pinto de Andrade e Aquino de Bragança. Nel 1964 va in esilio per una decade ad Argel, dove è speaker della stazione radio A Voz da Liberdade. In questa stazione diffonde contenuti destinati alla lotta contro il Salazarismo, dichiarando il suo appoggio ai movimenti di guerriglia dell'Oltremare, che lottavano contro le forza armate portoghesi. Nello stesso periodo i suoi primi due libri circolavano clandestinamente mentre le sue poesie, cantate da Zeca Afonso e Adriano Correia de Oliveira, diventando emblemi della chiamata alla resistenza. Nel 1968 entra in rottura col Partito Comunista Portoghese, a seguito dei fatti della Primavera di Praga e dell'invasione delle forze armate del Patto di Varsavia in quel paese.
Torna in Portogallo solo il 2 maggio 1974. Entra nei quadri della radiodiffusione portoghese come direttore dei servizi ricreativi e culturali continuando il suo impegno civile e politico candidandosi come deputato all'Assemblea Costuente. Viene eletto deputato all'Assemblea della Repubblica nel 1976, facendo parte anche del primo Governo Costituzionale (di Mário Soares), prima come Ministro della Comunicazione Sociale, poi come viceministro agli Affari Politici. Nel 2004 si candida per il posto di segretario generale del Partito Socialista, ma è sconfitto da José Sócrates. Nel 2006 si candida come indipendente alle elezioni presidenziali, ottenendo più voti del candidato ufficiale del Partito Socialista Mário Soares. A seguito di queste elezioni fonda il Movimento di Intervento e Cittadinanza, di cui è il coordinatore. Nel 2009 finisce il suo ultimo mandato come deputato all'Assemblea della Repubblica, dopo 34 anni in parlamento. Nel 2010 annuncia la sua candidatura per le elezioni presidenziali del 2011, appoggiato da PS, BE e PDA, oltre che dai dirigenti del Movimento di Intervento e Cittadinanza ed attualmente lavora come membro del Consiglio di Stato e degli Ordini Onorifici del Portogallo.
Per l'insieme delle sue opere letterarie ha ricevuto, tra le altre riconoscenze, il premio Pessoa (1999) e il Gran Premio di Poesia dell'Associazione Portoghese degli Scrittori (1998) ed i suoi scritti sono conosciuti anche fuori del Portogallo. Nel mese di aprile 2010 l'Università di Padova ha inaugurato la cattedra Manuel Alegre, destinata allo studio della lingua, letteratura e cultura portoghese.






UN PROFUMO DI NARDO


In verità ti dico: Non
mi aspetto l’eternità. E so
che nessun verso vince la morte.

Cerco appena un segno
un ritmo che mi ridia
l’impercettibile respiro della terra.

Forse i capelli di Maria
sorella di Marta
che m’asciugano i piedi.

Perché tutte le poesie sono mortali
e quel che resta è forse
un profumo di nardo. E niente più.







Um perfume de nardo


Em verdade te digo: Não
espero a eternidade. E sei
que nenhum verso vence a morte.

Procuro apenas um sinal
um ritmo que me restitua
a imperceptível respiração da terra.

Talvez os cabelos de Maria
irmã de Marta
a enxugar-me os pés.

Porque todos os poemas são mortais
e o que fica é talvez
um perfume de nardo. E nada mais.

domenica 20 novembre 2011

VENGANO INFINE - JOSE' SARAMAGO

sabato, 14 agosto 2010
VENGANO INFINE - JOSE' SARAMAGO
 
Si ha voglia di abbandonarci, a volte.
Andare alla deriva, capiti quello che capiti, non faremo nulla per cambiare le cose, alzare una vela, catturare il vento.
E' questo il sentimento che leggo in questa poesia di Josè; struggente come solo una Voce così grande poteva concepire.





VENGANO INFINE


Vengano infine le alte allegrie,
le ardenti aurore, le notti calme,
venga la pace agognata, le armonie,
e il riscatto del frutto, e il fiore delle anime.
Che vengano, amor mio, perché questi giorni
son di stanchezza mortale,
di rabbia e agonia
e nulla.




IL VIAGGIO NON FINISCE MAI - JOSE' SARAMAGO

domenica, 25 luglio 2010
IL VIAGGIO NON FINISCE MAI - JOSE' SARAMAGO



"Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito."


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