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domenica 20 novembre 2011

MORTE DI UNA STAGIONE - ANTONIA POZZI

sabato, 25 settembre 2010
MORTE DI UNA STAGIONE - ANTONIA POZZI
 
E' sorprendente la stesura di questa poesia.
Lo stile  è fresco, moderno; la resa poetica asciutta e piena di significati.
Certo, ognuno adatta la poesia al proprio vissuto: questo è uno degli indicatori del gradimento o meno di una lettura.
Ma c'è anche l'interpretazione dei versi.
Penso di aver già espresso questa mia (innocua) convinzione e mi scuserete se mi ripeto.
Ma ha un senso leggere passivamente una poesia? Leggerla per il solo gusto di ascoltare come suonano bene insieme  le parole come per esempio
"entro un tuonare lugubre di pietre"
senza chiedersi quali pietre tuonano lugubramente?
E' solo un esempio, naturalmente, ma se faccio finta di essere Antonia ed indosso la sua vita, quali motivi mi spingono a scrivere quei versi?
Le memorie dell'estate rappresentano un suo amore forse non proprio finito, ma ostacolato, proprio per via di quel verso di cui dicevo prima (sembra quasi voler descrivere una frana) e quell'esplorare nel buio il "pericolo dei ponti", è forse la paura che questi crollino, che si interrompano i contatti.
Tornando ad una calma relativa, metaforicamente all'alba, troviamo le rondini, simbolo di primavera, ma che migrano ai primi accenni dell'autunno, ancore incerte se andare o restare, messe a simbolo, forse, dell'indecisione dell'autrice stessa.
Guardati  da questa angolazione, i versi  hanno  un nuovo sapore.





MORTE DI UNA STAGIONE


Piovve tutta la notte
sulle memorie dell'estate.
Al buio uscimmo
entro un tuonare lugubre di pietre,
fermi sull'argine reggemmo lanterne
a esplorare il pericolo dei ponti.
All'alba pallidi vedemmo le rondini
sui fili fradice immote
spiare cenni arcani di partenza
e le specchiavano sulla terra
le fontane dai volti disfatti.





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venerdì 18 novembre 2011

PREGHIERA ALLA POESIA - ANTONIA POZZI

giovedì, 26 novembre 2009
PREGHIERA ALLA POESIA - ANTONIA POZZI

Leggere la sua biografia mi ha messo addosso molta tristezza, più della sua poesia.






Quando Antonia Pozzi nasce è martedì, 13 febbraio 1912: bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non farcela a durare sulla scena del mondo; ma la vita ha le sue rivincite e Antonia cresce: è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie, dalle quali sembra trasudare tutto l’amore e la gioia dei genitori, l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola, proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo. Il 3 marzo la piccola viene battezzata in San Babila ed eredita il nome del nonno, primo di una serie di nomi parentali (Rosa, Elisa, Maria,Giovanna, Emma), che indicherà per sempre la sua identità. Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato: il padre avvocato, già noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala, dove poi la seguirà anche Antonia; ha mani particolarmente abili al disegno e al ricamo. Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa. Bisogna, poi, aggiungere la zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; le tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza tra l’infanzia e la prima adolescenza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina.
Sono gli anni del liceo che segnano per sempre la vita di Antonia: in questi anni stringe intense e profonde relazioni amicali con Lucia Bozzi ed Elvira Gandini, le sorelle elettive, già in terza liceo quando lei si affaccia alla prima; incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore.
Instaurò una relazione molto profonda con il suo professore di latino e greco, che divenne senza dubbio il grande amore della sua vita. La forte opposizione della sua famiglia sempre alla relazione, però, le impedì di sposarsi. La perdita dell'amato, e la conseguente impossibilità di avere un figlio da lui, segnarono per sempre la vita della scrittrice.
Nel 1930, Antonia si iscrisse all'Università di Milano, dove studiò filologia moderna. Li aumentò la sua passione per la filosofia, la letteratura ed il linguaggio. In seguito viaggiò molto in tutta Europa, e nell'estate del '38 scrisse alla nonna, comunicandole la sua intenzione di scrivere un romanzo storico sulla Lombardia. Le lettere di questo periodo, lasciano trasparire un forte entusiasmo per il progetto, che si prolungò fino all'autunno di quell'anno. In una lettera datata 23 ottobre, invece, lo stato di Antonia apparve radicalmente cambiato. Le leggi razziali contro gli ebrei, avevano causato la partenza di alcuni dei suoi amici più cari, e la ragazza, allora ventiseienne, fu sinceramente sconvolta dall'evolversi degli eventi.
Il 2 dicembre, Antoniasi recò regolarmente all'Istituto tecnico Schiaparelli di Milano, in zona Sempione, ove insegnava e, nel corso della mattinata, chiese di uscire anticipatamente dalla scuola dicendo di non stare bene.
Si diresse verso l'abbazia di Chiaravalle, forse in bicicletta (o forse con un tram). Raggiuntala, si sdraiò su un prato vicino alla Certosa e ingerì molte pastiglie di barbiturico. Nel gelo di quella giornata di dicembre attese la morte.
Un contadino nel pomeriggio di quello stesso giorno la scorse e dopo un'iniziale titubanza chiamò un'ambulanza che la trasportò al Policlinico di Milano, ove, intorno alle 19 del giorno seguente (3 dicembre 1938), Antonia Pozzi morì.
Nel suo ultimo biglietto, non citò i suoi scritti, ma parlò di "disperazione mortale". Le sue opere, poesie e diari, furono tutte pubblicate postume.
La famiglia negherà la circostanza «scandalosa» del suicidio, attribuendo la morte a polmonite; il suo testamento fu però distrutto dal padre, che manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite; la storia d'amore con il Cervi sarà falsamente descritta come una relazione platonica.
È sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo: il monumento funebre, un bellissimo Cristo in bronzo, è opera dello scultore Giannino Castiglioni.
Dal web



http://www.naturamediterraneo.com/Public/data6/akiller/17Apr07-Allodola.jpg_20079269117_17Apr07-Allodola.jpg




PREGHIERA ALLA POESIA


Oh, tu bene mi pesi
l’anima, poesia:
tu sai se io manco e mi perdo,
tu che allora ti neghi
e taci.
Poesia, mi confesso con te
che sei la mia voce profonda:
tu lo sai,
tu lo sai che ho tradito,
ho camminato sul prato d’oro
che fu mio cuore,
ho rotto l’erba,
rovinata la terra –
poesia – quella terra
dove tu mi dicesti il più dolce
di tutti i tuoi canti,
dove un mattino per la prima volta
vidi volar nel sereno l’allodola
e con gli occhi cercai di salire –
Poesia, poesia che rimani
il mio profondo rimorso,
oh aiutami tu a ritrovare
il mio alto paese abbandonato –
Poesia che ti doni soltanto
a chi con occhi di pianto
si cerca –
oh rifammi tu degna di te,
poesia che mi guardi.


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