Francesco, con la limitatezza di quantità dei libri che esistevano all'epoca, ha potuto scrivere un aforisma ancora valido per noi oggi. Questa è la differenza tra uno che scrive e uno scrittore, arriverei a dire poeta, anche se qui non usa nessuna rima e credo si possa usare lo stesso paragone anche per la poesia, prendendola non come libro unico, ma come unico testo.
"Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me
cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà
ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui
chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v'è chi con
festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il
riso sulle mie labbra; altri m'insegnano a sopportar tutto, a non
desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra,
d'agricoltura, d'eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando
sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella
felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron
veloci e che la vita fugge. E di tanti doni, piccolo è il premio che mi
chiedono: di aver libero accesso alla mia casa e di viver con me, dacché
la nemica fortuna ha lasciato loro nel mondo rari rifugi e pochi e
pavidi amici. "
da Rime, trionfi, e poesie latine - a cura di Ferdinando Neri, Ricciardi, 1951
