Estate 1919.
La prima guerra
mondiale era finita, ma negli Stati Uniti le cose non andavano bene. I
prezzi dei prodotti agricoli e i salari diminuivano, mentre i profitti
degli industriali crescevano notevolmente. Le aziende, sopravvalutate dalla borsa, invogliano i piccoli risparmiatori a
indebitarsi per tentare il guadagno facile. Ma la borsa crolla
improvvisamente nel 1929. Lo stato agisce prontamente e il recupero è
rapido dappertutto. Solo l'occupazione rimane precaria fino a tutto il
1940.
Non voglio fare una lezione di storia; non sarebbe esauriente
nè troppo precisa. Da 5 e mezzo, a voler essere buoni, ma volevo
introdurvi nel clima in cui ebbe origine questa poesia.
Dicevamo
dunque che che la disoccupazione era alta e nelle fabbiche del nord
preferivano assumere lavoratori neri perchè venivano pagati meno di
quelli bianchi.
Questi ultimi, senza lavoro e spesso senza cibo per i
propri figli, presero in odio sia chi gli "portava via il lavoro", sia
chi propugnava uguaglianza razziale e diritti dei lavoratori. Le teste
più calde organizzavano linciaggi, ma per la prima volta, quell'estate a
Brisbane il reparto del 10° cavalleria dell'esercito (composto da
uomini di colore) furono attaccati da alcuni poliziotti bianchi e
risposero al fuoco e a Chicago fu aggredito un ragazzo nero senza che la
polizia intervenisse. Questo scatenò violenti scontri che in 13 giorni causarono molte morti tra entrambi i
fronti.
A Omaha (Nebrasca) una folla inferocita assaltò il tribunale, linciò e diede alle fiamme un giovane nero, Will Brown,
accusato di aver aggredito una donna bianca, prima di essere dispersa
dalle forze dell'ordine. In Arkansas, un giovane di colore che fuggì per
non essere arrestato, diede il via ad una caccia all'uomo da parte dei
tirapiedi dei proprietari terrieri locali, che finì dopo il massacro di
circa 100 (chi dice 200) neri.
Ed ecco nascere questa poesia: una
esortazione a resistere, a non lasciarsi sfruttare o emarginare, a
rivendicare i propri diritti di uguaglianza come qualsiasi altra persona
che nasce, che vive, che lavora e che muore per un paese (e mi sembra
che anche qui da noi si stiano preparando momenti come quelli e non solo per gli uomini di colore:
pensiamoci...).
La traduzione è stata difficile e facile. Difficile
per certi termini arcaici, per i quali ho avuto il prezioso aiuto di mia
figlia, facile perchè quando un tema è condivisibile, è semplice
trovare il termine che si incastra perfettamente nel verso.
Una
ultima nota sulla foto a corredo della poesia: trovata in rete, è la
foto originale dell'epilogo dei fatti del Nebrasca.
Tutti in primo piano
per una foto ricordo!! IO C'ERO !!
Che schifo!!

Festus
Claudius McKay, più conosciuto come Claude McKay, nasce a Sunny Ville,
Jamaica, il 15 settembre 1889. Ultimo di 11 figli di Thomas McKay, un
agricoltore con abbastanza terra da poter votare, è stato educato
all'orgoglio razziale e con un grande senso di eredità africana. Il suo
interesse principale però era la poesia inglese e sotto la guida del
fratello Uriah Teofilo McKay e un vicino inglese, Walter Jekyll, ne
studiò i grandi autori e gli ultimi filosofi Romantici europei come
Arthur Schopenhauer che Jekill stava traducendo dal tedesco e che lui
tradusse in dialetto giamaicano.
A diciassette anno lascia Sunny
Ville per andare a lavorare come apprendista falegname nella città di
Brown, ma ci resta solo poco tempo. Si trasferisce a Kingston dove
lavora come poliziotto. Nella capitale Claude vive per la prima volta il
problema del razzismo. La sua Sunny Ville era popolata in prevalenza da
neri ma a Kingston i bianchi considerano i neri persone inferiori e
capaci solo di svolgere compiti umili. Prova un disgusto crescente per
quella mentalità bigotta e nel giro di un anno torna a casa.
Qui su
incoraggiamento di Jekyll, pubblica due libri di quelle poesie che non
ha mai smesso di scrivere; in Songs of Jamaica ci offre un ritratto
della vita contadina, affronta temi come la morte serena della madre e i
legami del popolo giamaicano verso gli uomini di colore, mentre in
Constab Ballads ci presenta la condizione desolante dei neri giamaicani e
contiene diverse poesie molto caustiche sulla vita a Kingston.
Per
il primo dei due libri, riceve un premio e una borsa di studio
dall'Istituto giamaicano delle arti e Scienze, premio che usa per
recarsi in America. Così nel 1912 arriva in South Carolina; si sposta in
Alabama dove riprende gli studi, ma dopo due anni li lascia, raggiunge
in Giappone e sposa la fidanzatina di gioventù, Eulalie Lewars e
successivamente si stabilisce a New York, dove svolge lavori umili e
dove ritrova lo stesso razzismo di Kinhston, continuando a scrivere
poesie. Nel '17 ne pubblica due sotto lo pseudonimo di Eli Edwards. I
suoi versi vengono apprezzati dal critico Frank Hattis che li include,
assieme ad altre sue poesie, nel Pearson's Magazine. In questo periodo è
stata scritta "To the White Fiends" e pochi anni dopo, la più celebre
"If We Must Die", con cui intende esprimere la volontà di resistenza dei
neri americani, ma che diviene fonte di ispirazione per le persone
perseguitate di tutto il mondo. Nel 1919 inizia a viaggiare: Olanda,
Belgio e Londra, soggiornandovi.
Rientra negli Stati Uniti nel 1921,
impegnandosi in varie cause sociali e diviene un membro di spicco del
movimento letterario Harlem Renaissance, e raddoppia i suoi sforzi a
favore dei neri e degli operai. Visita l'Unione sovietica scoprendo che
il comunismo era troppo rigido e limitante.
A Parigi sviluppò una
grave infezione alle vie respiratorie e si mantiene facendo
saltuariamente il modello per un'artista. Qui incontra, tra gli altri,
Edna St. Vincent Millay.
Dopo
aver recuperato la salute, riprende a viaggiare, girando per undici
anni in Europa e nel Nord Africa, continuando a scrivere e pubblicare
romanzi. Torna negli Stati Uniti a metà degli anni '30, ma la sua
reputazione è in calo. Si trasferisce a Chicago dove insegna in una
organizzazione cattolica. A metà degli anni '40 La sua salute peggiora.
Si ammala frequentemente e alla fine morì per un infarto il 22 maggio
1948.
(Fotografia del corpo bruciato di Will Brown)
AI DEMONI BIANCHI
Pensi che non sappia
essere anche feroce e violento?
Pensi che non saprei
impugnare una pistola?
E stendere dieci come
te per ognuno
dei miei fratelli neri
uccisi, bruciati da te?
Non illudererti, per
ogni tua azione
io potrei uguagliarti –
superarti: non sono un figlio d'Africa,
nero di quella terra
nera dove neri fatti sono accaduti?
Ma l'Onnnipotente tirò
la mia anima
nell'oscurità e disse:
Anche tu sarai un raggio di luce
per un pò brucerai
sulla terra oscurata.
Metto la tua faccia
scura tra le bianche
perchè tu dimostri
quanto vali;
prima che il mondo sia
inghiottito dalla notte,
per mostrare la tua
piccola luce: vai avanti, vai avanti!
TO THE WHITE FIENDS
Think you I am not fiend and savage too?
Think you I could not arm me with a gun
And shoot down ten of you for every one
Of my black brothers murdered, burnt by you?
Be not deceived, for every deed you do
I could match -- out-match: am I not Africa's son,
Black of that black land where black deeds are done?
But the Almighty from the darkness drew
My soul and said: Even thou shaft be a light
Awhile to burn on the benighted earth,
Thy dusky face I set among the white
For thee to prove thyself of highest worth;
Before the world is swallowed up in night,
To show thy little lamp: go forth, go forth!