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domenica 9 aprile 2017

Presentazione libro TEOREMI E NOSTALGIE di Umberto Crocetti






A distanza di tre anni, Umberto Crocetti torna nelle librerie con una nuova raccolta dal titolo TEOREMI E NOSTALGIE edito da Manni.
Con questo nuovo lavoro mostra ancora una volta il suo rispetto profondo per la parola poetica e da poeta consumato, la usa per costruire versi di notevole efficacia. Il risultato finale è quella sua poesia che conosciamo bene: malinconica e forte, riflessiva e visiva, che ricorda certi autori dell'Est nonostante viva di vita propria  e conservi un suo timbro, unico e riconoscibile in mezzo ad altri testi, proprio com'è riconoscibile una voce che ascolti sempre.
Questa volta l'autore ci introduce in un nuovo mondo, una vecchia casa tra "corridoi inesplorati / e stanze, dove la vita riposava /" (da Di Luoghi abbandonati). Qui fa degli incontri "Eri nel cuore di ogni cosa" (da Errori), si guarda indietro e dentro "Il mio tempo ha un disordine nuovo" (da Pensieri su un divano), e noi siamo lì accanto a vedere con lui, ad ascoltare i suoi silenzi.
E soffermandoci sugli accostamenti insoliti dei testi, ed a patto di interrogarci sul perché di quelle scelte, facendo insomma una lettura attiva, possiamo davvero incontrare l'autore, trovare il significato più profondo del suo discorso poetico.
Prendete per esempio da quei primi versi citati sopra, tratti dalla prima poesia del libro, quel "la vita riposava". Suscitano subito un forte senso di nostalgia e di contrasto con il vissuto di tutti i giorni. Ma entrando tra le mura di quella casa, il poeta si lascia alle spalle tutto, anche il tempo: tutto si annulla, una sensazione che si prova entrando in qualche santuario, o in un monastero, luogo inserito in un'altra commovente poesia  presente nel volume: la casa stessa diventa sacra. Naturalmente è una mia visione; l'autore con la pubblicazione ci consegna le sue poesie e ne "sopporta" le interpretazioni, ma vedete per due semplici parole quante ne sarebbero necessarie per doversele spiegare? Eppure siamo bravissimi ad afferrarle in modo irrazionale anzi, diciamolo pure: col cuore e questo per merito dell'autore. Si può approvarle incondizionatamente oppure preferire parole alternative (però permettetemi di dubitare) ma in ogni caso, dopo la lettura, non saremo gli stessi perchè questi versi non si dimenticano; continuiamo a trattenerli come a volerli fare nostri. D'altronde e citando lo stesso Crocetti, "Come si può dimenticare la bellezza?"
E poi - indovinate un po'? - anche questa volta sono state tante le volte in cui ho cambiato idea sul testo da  proporre. Ho finito per fermarmi su di una che credo rappresentativa di gran parte della sua poetica. Composta da due strofe, in questa poesia l'autore incontra se stesso e quel silenzio che la spezza dà modo al lettore di prepararsi alla resa davanti all'intensità dei versi finali da cui resta sopraffatto. E' un effetto che ho osservato anche in altri lettori, amanti della poesia e non, mentre leggevano i testi di Crocetti.
Adesso lasciatemi postare il tutto, ché altrimenti cambio idea (di nuovo).








LE FIGURINE DI UN BAMBINO LONTANO

Quanto ti ho amato,
bambino dai calzoni corti
e dagli occhi profondi come il tuo futuro.
In piedi, vicino a scuola
in un vicolo dietro piazza Roma,
nel posto in cui strappavi le tue figurine
punendoti per quella imperfezione...

Quanto ho pianto per te
negli anni della gloria,
quanto a lungo ho cercato le tue mani,
avrei voluto stringerle al mio petto
e dirti: "non lo fare, non lo fare".









domenica 13 novembre 2016

FRAMMENTO - STEFANO PERESSINI

E' con un deplorevole ritardo, di cui l'autore mi perdonerà sicuramente, che inserisco questo testo di Stefano Peressini, tratto dal libro Non ho perduto nulla, edito con la Youcanprint Self-Publishing, con una bella prefazione di Franco Pezzica e due paginine scarse di appunti di viaggio, ma dense di quella che è la sua visione della poesia.
E' ultimo testo del libro, una proposizione in versi di quello che sono i suoi "viaggi di carta" in cui Peressini intinge "il pennino delle insolite scoperte, mentre l'aria si muove e trasuda del brusio di pensieri a stento trattenuti".
A stento trattenuti, a sottolineare l'urgenza del dire, non del cercare di scrivere.
E di cosa scrive? "del lento fluire degli inquieti ricordi" trovati "scavando nel freddo dei momenti fermati in un dolore [...]
schegge piccole di vetro che tagliano la voce delle frasi appena nate ".
Peressini cura la forma perché, come dice bene Pezzica, "trovare il verso giusto è la fatica, dolce del poeta" come leggere una raccolta di poesie è anche conoscere un po' il suo autore. 
In Frammento i versi sono brevi, a volte anche di una sola parola, come buttata o incatenata, lasciate sole per riflettere, per un istante congelato, come un grido.  






FRAMMENTO

Non scrivo
per me stesso
ma per il tempo
che nasce
da una parola
buttata
a casaccio
sul foglio 
e nutrita dei segni 
d'altre parole
incatenata
in qualche frammento
di poesia 
o simile delirio.



domenica 29 giugno 2014

IL DONO - RAYMOND CARVER


Inserisco una nuova poesia di Carver, una poesia introspettiva, per gli amanti della catalogazione.
Volendo entrare nello specifico della poesia, non è molto importante l'episodio della neve con cui si apre la poesia.
Ma Raymond è così, inizia le sue poesie piano piano, scrive senza darsi molta importanza né modo di accorgerti di cosa stai leggendo; qui c'è la neve, altrove un crepuscolo, un posto vuoto a tavola oppure un balcone, e sono tutti indolenti incipit a poesie piene e corpose per sentimento e fruizione.
Nello scrivere Raymond sintonizza la parola con l'immagine e il pensiero. In questo sta la forza delle sue poesie e dei suoi racconti e tra questi Cattedrale ne è un esempio.








IL DONO


Stamattina c’è neve dovunque. Ci facciamo sopra dei commenti.
Mi dici che non hai dormito bene. Dico che
neanche io. Tu hai avuto una nottata terribile. “Anch’io”.
Siamo straordinariamente calmi e teneri l’uno con l’altra,
come se ognuno di noi percepisse la fragilità mentale dell’altro.
Come se sapessimo cosa l’altro prova. Non è così,
naturalmente. Non è mai così. Non importa.
È della tenerezza che m’importa. Questo è il dono
che stamattina mi commuove e sostiene.
Al pari di ogni mattina.




THE GIFT

This morning there’s snow everywhere. We remark on it.
You tell me you didn’t sleep well. I say
I didn’t either. You had a terrible night. “Me too.”
We’re extraordinarily calm and tender with each other
as if sensing the other’s rickety state of mind.
As if we knew what the other was feeling. We don’t,
of course. We never do. No matter.
It’s the tenderness I care about. That’s the gift
this morning that moves and holds me.
Same as every morning.



lunedì 27 gennaio 2014

27 GENNAIO - IL GIORNO DELLA MEMORIA


27 GENNAIO - RICORDIAMO


Dal sito SPIEGEL-ONLINE


Nel 1947 venne ritrovata da un ex internato e miracolosamente intatta, una bottiglia contenente 22 disegni dentro una baracca vicino ai forni crematori del lager di Auschwitz-Birkenau.
Ogni disegno rappresenta un momento della vita del campo, dall'arrivo dai treni, alla separazione delle famiglie, alla conta dei prigionieri, all'attività dei forni crematori, i cadaveri, le violenze delle SS.
Sono disegni fatti a matita da uno sconosciuto, sicuramente eseguiti di nascosto, curati nei dettagli, con rari particolari colorati. 
Adesso sono stati riuniti in un libro: The Sketchbook from Auschwitz.





Monumento alle vittime di Terezin (Theresienstadt in tedesco)


Terezin (Theresienstadt in tedesco) si trova a sessanta km. verso nord da Praga, nella attuale Repubblica Ceca. Voluta dall'imperatore d'Austria Giuseppe II d'Asburgo Lorena e nata come città-fortezza, è stata costruita negli anni che vanno dal 1780 al 1790. In  entrambe le  Grandi Guerre mondiali, Terezin fu utilizzata come Campo di Concentramento; nell'ultima in particolare fu quasi un passaggio obbligato verso Auschwitz per gli ebrei che riuscivano a sopravvivere alle condizioni disumane in cui erano costretti (verso la fine della guerra anche un'epidemia di tifo esantematico).
Anche qui furono ritrovati perchè nascosti nelle pareti delle case, i disegni e le poesie dei tanti bambini - si parla di oltre 15.000 - che transitarono nel campo. Solo in 100 si salvarono. 




 
Uno di questi fu PAVEL SONNENSCHEIN, figlio di Hugo - un medico specialista in malattie mentali e nervose -  e di Trude (Gertrude) Sonnenscheinova (Mayer), nato il 9 aprile del 1931, prelevato con la famiglia l'8 aprile del 1942 dalla sua casa di Piazza Malinovského n° 5 di Brno e portato a Terezin per poi essere trasferito il 23 ottobre del 1944 ad Auschwitz. Morì quello stesso giorno. 
(Stessa sorte toccò al resto della famiglia. Il fratello Otto, anche lui trasferito assieme a Pavel ad ai genitori, forse perchè più grande - aveva 17 anni - fu spostato a Buchenwald e fu l'unico a sopravvivere all'olocausto, anche se morì nel 1945.)


Della piccola Eva invece in rete non si trova che la stessa identica frase un po' dappertutto:  
"Eva Pickova nata a Nymburk il 15 maggio 1929, deportata a Terezin il 16 aprile 1942, morta ad Auschwitz il 18 dicembre 1943" come se questa manciata di dati potesse raccontare tutti i sogni e le speranze di una bambina. Un po' poco quello che c'è rimasto, a parte la voglia di vivere rimasta dentro la sua poesia:


La paura

Di nuovo l'orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia un altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.

I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.

Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.

Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore:
Vogliamo fare qualcosa. E' vietato morire!









Edito dalla Fandango Edizioni, è dello scorso anno  il libro  “16.10.1943. Li hanno portati via ”. Raccoglie lettere foto, immagini di vita familiare e frustranti tentativi di ricerca da parte di genitori, zii e nonni di quei bambini ebrei portati via in ottobre e uccisi nelle camere a gas. 
Grazie al Progetto Storia e memoria della Presidenza della Provincia di Roma, il materiale è stato portato a Roma . Lodevole progetto, ma ci sono altri morti di altre etnie, meno coese della ebraica, meno "desiderabili", di cui non conosciamo neppure qualche nome, o almeno sono in pochi a conoscerli.  
Penso ai Rom, ai Sinti che si stimano aver avuto almeno 500.000 vittime. Anche loro avevano una parola per quello che stava accadendo: Porrajmos («grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio»). Ebbero anche il privilegio di essere uccisi in camere a gas mobili, montate su furgoni nel centro di sterminio di Chelmo, in Polonia, oltre ai Campi storici di sterminio.
Penso agli omosessuali (almeno in 10.000 portavano il Triangolo rosa simbolo della loro "colpa") anche se alcuni dei loro nomi restano nella storia: per una forma contorta di giustizia (l'omosessualità era considerata un reato minore), passarono dai campi di concentramento nazisti alle prigioni. 
Anche per loro, come per le vittime ebraiche  e quelle Rom-Sinti, esiste un monumento per ricordarle a  Berlino. 






domenica 5 gennaio 2014

AI DEMONI BIANCHI - CLAUDE McKAY

Estate 1919.
La prima guerra mondiale era finita, ma negli Stati Uniti le cose non andavano bene. I prezzi dei prodotti agricoli e i salari diminuivano, mentre i profitti degli industriali crescevano notevolmente. Le aziende, sopravvalutate dalla borsa, invogliano i piccoli risparmiatori a indebitarsi per tentare il guadagno facile.  Ma la borsa crolla improvvisamente nel 1929. Lo stato agisce prontamente e il recupero è rapido dappertutto. Solo l'occupazione rimane precaria fino a tutto il 1940.
Non voglio fare una lezione di storia; non sarebbe esauriente nè troppo precisa. Da 5 e mezzo, a voler essere buoni, ma volevo introdurvi nel clima in cui ebbe origine questa poesia.
Dicevamo dunque che che la disoccupazione era alta e nelle fabbiche del nord preferivano assumere lavoratori neri perchè venivano pagati  meno di quelli bianchi.
Questi ultimi, senza lavoro e spesso senza cibo per i propri figli, presero in odio sia chi gli "portava via il lavoro", sia chi propugnava uguaglianza razziale e diritti dei lavoratori. Le teste più calde organizzavano linciaggi, ma per la prima volta, quell'estate a Brisbane il reparto del 10° cavalleria dell'esercito (composto da uomini di colore) furono attaccati da alcuni poliziotti bianchi e risposero al fuoco e a Chicago fu aggredito un ragazzo nero senza che la polizia intervenisse. Questo scatenò violenti scontri che in 13 giorni causarono molte morti tra entrambi i fronti. A Omaha (Nebrasca) una folla inferocita assaltò il tribunale, linciò e diede alle fiamme un giovane nero, Will Brown, accusato di aver aggredito una donna bianca, prima di essere dispersa dalle forze dell'ordine. In Arkansas, un giovane di colore che fuggì per non essere arrestato, diede il via ad una caccia all'uomo da parte dei tirapiedi dei proprietari terrieri locali, che finì dopo il massacro di circa 100 (chi dice 200) neri.
Ed ecco nascere questa poesia: una esortazione a resistere, a non lasciarsi sfruttare o emarginare, a rivendicare i propri diritti di uguaglianza come qualsiasi altra persona che nasce, che vive, che lavora e che muore per un paese (e mi sembra che anche qui da noi si stiano preparando momenti come quelli e non solo per gli uomini  di colore: pensiamoci...).
La traduzione è stata difficile e facile. Difficile per certi termini arcaici, per i quali ho avuto il prezioso aiuto di mia figlia, facile perchè quando un tema è condivisibile, è semplice trovare il termine che si incastra perfettamente nel verso.
Una ultima nota sulla foto a corredo della poesia: trovata in rete, è la foto originale dell'epilogo dei fatti del Nebrasca. 
Tutti in primo piano per una foto ricordo!! IO C'ERO !! 
Che schifo!!





Festus Claudius McKay, più conosciuto come Claude McKay, nasce a Sunny Ville, Jamaica, il 15 settembre 1889. Ultimo di 11 figli di Thomas McKay, un agricoltore con abbastanza terra da poter votare, è stato educato all'orgoglio razziale e con un grande senso di eredità africana. Il suo interesse principale però era la poesia inglese e sotto la guida del fratello Uriah Teofilo McKay e un vicino inglese, Walter Jekyll, ne studiò i grandi autori e gli ultimi filosofi Romantici europei come Arthur Schopenhauer che Jekill stava traducendo dal tedesco e che lui tradusse in dialetto giamaicano.
A diciassette anno lascia Sunny Ville per andare a lavorare come apprendista falegname nella città di Brown, ma ci resta solo poco tempo. Si trasferisce a Kingston dove lavora come poliziotto. Nella capitale Claude vive per la prima volta il problema del razzismo. La sua Sunny Ville era popolata in prevalenza da neri ma a Kingston i bianchi considerano i neri persone inferiori e capaci solo di svolgere compiti umili. Prova un disgusto crescente per quella mentalità bigotta e nel giro di un anno torna a casa.
Qui su incoraggiamento di Jekyll, pubblica due libri di quelle poesie che non ha mai smesso di scrivere; in Songs of Jamaica ci offre un ritratto della vita contadina, affronta temi come la morte serena della madre e i legami del popolo giamaicano verso gli uomini di colore, mentre in Constab Ballads ci presenta la condizione desolante dei neri giamaicani e contiene diverse poesie molto caustiche sulla vita a Kingston.
Per il primo dei due libri, riceve un premio e una borsa di studio dall'Istituto giamaicano delle arti e Scienze, premio che usa per recarsi in America. Così nel 1912 arriva in South Carolina; si sposta in Alabama dove riprende gli studi, ma dopo due anni li lascia, raggiunge in Giappone e sposa la fidanzatina di gioventù, Eulalie Lewars e successivamente si stabilisce a New York, dove svolge lavori umili e dove ritrova lo stesso razzismo di Kinhston, continuando a scrivere poesie. Nel '17 ne pubblica due sotto lo pseudonimo di Eli Edwards. I suoi versi vengono apprezzati dal critico Frank Hattis  che li include, assieme ad altre sue poesie, nel Pearson's Magazine. In questo periodo è stata scritta "To the White Fiends" e pochi anni dopo, la più celebre "If We Must Die", con cui intende esprimere la volontà di resistenza dei neri americani, ma che diviene fonte di ispirazione per le persone perseguitate di tutto il mondo. Nel 1919 inizia a viaggiare: Olanda, Belgio e Londra, soggiornandovi.
Rientra negli Stati Uniti nel 1921, impegnandosi in varie cause sociali e diviene un membro di spicco del movimento letterario Harlem Renaissance, e raddoppia i suoi sforzi a favore dei neri e degli operai. Visita l'Unione sovietica scoprendo che il comunismo era troppo rigido e limitante.
A Parigi sviluppò una grave infezione alle vie respiratorie e si mantiene facendo saltuariamente il modello per un'artista. Qui incontra, tra gli altri, Edna St. Vincent Millay.
Dopo aver recuperato la salute, riprende a viaggiare, girando per undici anni in Europa e nel Nord Africa, continuando a scrivere e pubblicare romanzi. Torna negli Stati Uniti a metà degli anni '30, ma la sua reputazione è in calo. Si trasferisce a Chicago dove insegna in una organizzazione cattolica. A metà degli anni '40 La sua salute peggiora. Si ammala frequentemente e alla fine morì per un infarto il 22 maggio 1948. 
 

 (Fotografia del corpo bruciato di Will Brown)



AI DEMONI BIANCHI



Pensi che non sappia essere anche feroce e violento?
Pensi che non saprei impugnare una pistola?
E stendere dieci come te per ognuno
dei miei fratelli neri uccisi, bruciati da te?
Non illudererti, per ogni tua azione
io potrei uguagliarti – superarti: non sono un figlio d'Africa,
nero di quella terra nera dove neri fatti sono accaduti?

Ma l'Onnnipotente tirò la mia anima
nell'oscurità e disse: Anche tu sarai un raggio di luce
per un pò brucerai sulla terra oscurata.
Metto la tua faccia scura tra le bianche
perchè tu dimostri quanto vali;
prima che il mondo sia inghiottito dalla notte,
per mostrare la tua piccola luce: vai avanti, vai avanti!


TO THE WHITE FIENDS

Think you I am not fiend and savage too?
Think you I could not arm me with a gun
And shoot down ten of you for every one
Of my black brothers murdered, burnt by you?
Be not deceived, for every deed you do
I could match -- out-match: am I not Africa's son,
Black of that black land where black deeds are done?

But the Almighty from the darkness drew
My soul and said: Even thou shaft be a light
Awhile to burn on the benighted earth,
Thy dusky face I set among the white
For thee to prove thyself of highest worth;
Before the world is swallowed up in night,
To show thy little lamp: go forth, go forth!


domenica 27 ottobre 2013

LA CASA DEL TEMPO PERDUTO - CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE


Senza dubbio, il tempo perduto non può più appartenerci, ma è possibile tornare sui nostri passi e agguantare ancora una manciata di giorni, di ore o di minuti? La logica ci dice che anche se torniamo indietro subito, si possono limitare i danni di una scelta sbagliata, ma il tempo in cui abbiamo maturato la scelta è andato per sempre. Il pensiero di Carlos sembra volerci portare in quella direzione, però descrive la casa come "coperta di edera per metà e l'altra sono ceneri", dove l'edera è ancora vita, e la cenere morte. Forse non proprio tutto è perduto se la casa è solo "condannata" e, appunto non ancora morta.









Carlos Drummond de Andrade nasce a Itabira, nello stato di Minas Gerais, Brasile il 31 ottobre 1902 nono figlio di una famiglia di proprietari terrieri in decadenza. Inizia gli studi nella città di Belo Horizonte e nel collegio gesuita di Anchieta da dove fu espulso per "insubordinazione mentale"dopo un incidente con il professore di portoghese. Su insistenza della famiglia, si laurea in Farmacia nel 1925, ma è una carriera che non intraprenderà mai.
Nello stesso anno sposa Dolores Dutra de Morais, la prima o la seconda donna a lavorare come impiegata a Belo Horizonte. Insegna Geografia e Portoghese nel Ginnasio sud-americano di Itabira, ma viene chiamato da Alberto Campos a lavorare come redattore capo del Diario de Minas. Nel 1927 diventa padre per la prima volta, ma il figlio sopravvive solo poche ore. L'anno successivo nasce invece Maria Julieta, che sarà la grande compagna della sua vita.
E' solo di pochi anni prima (1922) l'inaugurazione della
"Semana de Arte Moderna" o "Settimana 22" tenutasi a San Paolo nel Teatro Comunale di San Paolo dal 11 al 18 di febbraio. Fu l'avvio del movimento Modernista che, ispirato al futurismo di Marinetti,  si riproponeva  il rinnovamento delle arti e delle lettere. Tra i suoi esponenti vi erano Oswald de Andrade, Manuel Bandeira e Mario de Andrade; (con questi ultimi poeti intratterrà una fitta corrispondenza) e Carlos aderisce a questo movimento fondando con altri poeti e scrittori di Minas Gerais "A Revista", l'unico organo di divulgazione del Modernismo della regione che però ebbe breve vita.
Nel 1934 si trasferisce a Rio de Janeiro, divenendo capo di gabinetto di Gustavo Capanema, Ministro dell'Educazione
, che conobbe nel collegio di Belo Horizonte. Con lui rimase fino al 1945 per prendere servizio al Patrimonio Storico e Artiscito  Nazionale e ritirandosi nel 1962.
Numerosi i libri pubblicati e le traduzioni. Muore il 17 agosto 1987 a Rio de Janeiro per l'aggravarsi dei suoi problemi cardiaci, a distanza di soli dodici giorni dalla morte dell'amata figlia, vittima di cancro e verranno sepolti nella stessa tomba al Cimitero São João Batista di Rio de Janeiro.
E' considerato uno dei più grandi poeti brasiliani del Novecento.







LA CASA DEL TEMPO PERDUTO

Ho battuto al portone del tempo perduto, nessuno ha risposto.
Ho battuto una seconda volta e un'altra volta e ancora un'altra.
Nessuna risposta.
La casa del tempo perduto è coperta di edera
per metà; l'altra metà sono ceneri.


Casa dove non abita nessuno, e io battendo e chiamando
per il dolore di chiamare e non essere udito.
Semplilcemente battere. L'eco restituisce
la mia ansia di socchiudere questi palazzi gelati.
La notte e il giorno si confondono nell'attendere,
nel battere e battere.


Il tempo perduto certamente non esiste.
È la gran casa vuota e condannata.




A CASA DO TEMPO PERDIDO

Bati no portão do tempo perdido, ninguém atendeu.
Bati segunda vez e mais outra e mais outra.
Resposta nenhuma.
A casa do tempo perdido está coberta de hera
pela metade; a outra metade são cinzas.

Casa onde não mora ninguém, e eu batendo e chamando
pela dor de chamar e não ser escutado.
Simplesmente bater. O eco devolve
minha ânsia de entreabrir esses paços gelados.
A noite e o dia se confundem no esperar,
no bater e bater.

O tempo perdido certamente não existe.
É o casarão vazio e condenado.




 





sabato 21 gennaio 2012

IL FUTURO - JULIO CORTAZAR

venerdì, 29 agosto 2008
JULIO CORTAZAR - IL FUTURO
 
Un poeta che a me affascina.
L'ho conosciuto tramite un commento di un poeta su uno dei siti che frequento.
E' stato amore a prima..."lettura", tanto che adesso potrei declamarla senza leggerla.
Ve la propongo come una cosa preziosa: leggetela lentamente, assaporatela nella sua interezza.






IL FUTURO

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce 

il "tutto completo" delle sotterranee,
nei libri prestati 

e nell'arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale 

delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti

di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, 

e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all'angolo della strada mi fermerò,
a quell'angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere 

dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade 

e di ponti.
Non ci sarai per niente, 

non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, 

penserò un pensiero
che oscuramente 

cerca di ricordarsi di te.

(Le ragioni della collera)


EL FUTURO



Y sé muy bien que no estarás.
No estarás en la calle,
en el murmullo que brota de noche
de los postes de alumbrado,
ni en el gesto de elegir el menú,
ni en la sonrisa que alivia
los completos de los subtes,
ni en los libros prestados
ni en el hasta mañana.

No estarás en mis sueños,
en el destino original
de mis palabras,
ni en una cifra telefónica estarás
o en el color de un par de guantes
o una blusa.
Me enojaré amor mío,
sin que sea por ti,
y compraré bombones
pero no para ti,
me pararé en la esquina
a la que no vendrás,
y diré las palabras que se dicen
y comeré las cosas que se comen
y soñaré las cosas que se sueñan
y sé muy bien que no estarás,
ni aquí adentro, la cárcel
donde aún te retengo,
ni allí fuera, este río de calles
y de puentes.
No estarás para nada,
no serás ni recuerdo,
y cuando piense en ti
pensaré un pensamiento
que oscuramente
trata de acordarse de ti.



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