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martedì 1 maggio 2012

IL TEMPO PERSO - JACQUES PREVERT


In un tempo come il nostro, in cui il lavoro è qualcosa di così prezioso e raro, definirlo tempo perso è forse un anacronismo.
Adesso è il tempo di rimboccarsi le maniche e di lavorare, disposti a fare di tutto ma senza per questo rinunziare alla nostra dignità ed il rispetto che ci compete: tanto per quanto diamo. 
Le risposte non ce le darà chi adesso sta seduto sulle poltrone del parlamento, o sulle sedie comode, troppo comode, dei sindacalisti, con tutte le ore di riunioni che utilizzano forse anche utilmente; sicuramente pagate con il lavoro di coloro che rappresentano.
Io credo che adesso dovranno essere le nostre mani a tirarci fuori da questo periodo. Lavorando e contestando quella classe politica e meritocratica che non ha mai provato che cosa sia il lavoro nelle fabbriche, nei campi. Che non sa come sia sopportare un padrone (un datore di lavoro) che pretende e ti umilia rubando su quanto ti spetta ma che devi ringraziare per quello che resta. 
Mettersi nei panni di un altro, letteralmente e ciclicamente, sarebbe forse la politica più sana.






IL TEMPO PERSO


Sulla porta dell'officina
d'improvviso si ferma l'operaio
la bella giornata l'ha tirato per la giacca
e non appena volta lo sguardo
per osservare il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo
fa l'occhiolino
familiarmente
Dimmi dunque compagno Sole
davvero non ti sembra
che sia un po’ da coglione
regalare una giornata come questa
ad un padrone? 




LE TEMPS PERDU


Devant la porte de l'usine
le travailleur soudain s'arrête
le beau temps l'a tiré par la veste
et comme il se retourne
et regarde le soleil
tout rouge tout rond
souriant dans son ciel de plomb
il cligne de l'oeil
familièrement
Dis donc camarade Soleil
tu ne trouves pas
que c´est plutot con
de donner une journée pareille
à un patron ?



lunedì 26 dicembre 2011

CONSIGLI AL POETA - PHILIPPE SOUPAULT

Non appartiene certamente al  periodo surrealista di Philippe questa poesia, ma se uno scrittore si consacra in uno dei suoi scritti, necessariamente questo deve essere frutto di scelte consapevoli, di prove e di scarti.
Quanti dei versi che ha scritto avrà strappato, e quanti non saranno neppure stati deposti su un foglio?

Dovremmo pensarci quando nei nostri inizi, invochiamo la presenza di una penna e di un pezzo di carta qualsiasi, per poi dare subito in pasto agli amici lettori il risultato della nostra emozione in caduta libera, senza applicare nessun filtro, nessuna riflessione, nessun conteggio di sillabe.






E' stato uno scrittore ed un saggista francese. Nato a Chaville il 2 agosto 1897, entrò in contatto con Apollinaire e fu tra i fondatori della rivista Littérature (1919); aderì dapprima al dadaismo e poi al surrealismo, le cui origini possono ricercarsi nei suoi esperimenti di scrittura automatica  compresi nella raccolta I Campi Magnetici del 1920, raccolta di poesie e prosa scritta  in collaborazione con Andrè Breton. Le sue opere divergevano già dalle tematiche del gruppo quando se ne distaccò completamente, contestando l'adesione di Breton al PCF. Si dedicò al giornalismo, compiendo numerosi viaggi, lavorando per la radio e  l'UNESCO; arrestato e imprigionato a Tunisi durante la seconda guerra mondiale, riprese in seguito la sua attività di giornalista. Scrisse poesie, romanzi, saggi e testi teatrali. Morì a Parigi il 12 marzo 1990.




 CONSIGLI AL POETA


Sii come l'acqua
quella della sorgente e delle nuvole
puoi essere iridato o incolore
ma che nulla ti fermi
neanche il tempo
Non ci sono strade troppo lunghe
né mari troppo lontani
Non temere né il vento
né ancor meno il caldo o il freddo
Impara a cantare
senza stancarti mai
mormora e insìnuati
o strappa e travolgi
Balza o zampilla

Sii l'acqua che dorme
che corre che gioca
l'acqua che purifica
l'acqua dolce e pura
perché essa è la purificazione
perché essa è la vita per i vivi
e la morte per i naufraghi


Trad. Valerio Magrelli


CONSEILS AU POETE

Sois comme l'eau
celle de la source et celle des nuages
tu peut être irisé ou même incolore
mais que rien ne t'arrête
pas même le temps
II n'y a pas de chemins trop longs
ni de mers trop lointaines
Ne crains ni le vent
ni encore moins le chaud ou le froid
Apprends à chanter
sans jamais te lasser
murmure et glisse-toi
ou arrache et bouscule
Bondis ou jaillis

Sois l'eau qui dort
qui court qui joue
l'eau qui purifie
l'eau douce et pure
puisqu'elle est la purification
puisqu'eEe est la vie pour les vivants
et la mort pour les naufragés.




lunedì 21 novembre 2011

LE MANI DI ELSA - LOUIS ARAGON

venerdì, 03 giugno 2011
 
Di contenuto analogo alla poesia di Josip del precedente post, anche in questa poesia troviamo i verbi imperativi, anche se il verso è più lungo, meno angoscioso. Se Josip scrive per sé, per un bisogno proprio e spezza il verso con ripetuti embajement, sottolineando la sua angoscia, Louis invece si distende nel verso, si stupisce del suo turbamento, del suo trasalire.
E' un canto, nella sua accezione etimologica di elevazione ed inflessione ritmica della voce umana, dedicato alla donna che lo ispirò grandemente, sua moglie Elsa. Ricco di anafore, di maiuscole ad inizio verso, impastato della passionalità degli autori francesi della sua epoca, che idealizzando un pò la loro donna, la elevano a dea, sistemandola su di un piedistallo, rimanendone in adorazione.






LE MANI DI ELSA
Dammi le tue mani per l'inquietudine 
Dammi le tue mani di cui tanto ho sognato 
Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine 
Dammi le tue mani perch'io venga salvato. 
Quando le prendo nella mia povera stretta 
Di palmo e di paura di turbamento e fretta 
Quando le prendo come neve disfatta 
Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita. 
Potrai mai sapere ciò che mi trapassa 
Ciò che mi sconvolge e che m'invade 
Potrai mai sapere ciò che mi trafigge 
E che ho tradito col mio trasalire. 
Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo 
Questo muto parlare dei sensi animali 
Senza bocca e senz'occhi specchio senza immagine 
Questo fremito d'amore che non dice parole 
Potrai mai sapere ciò che le dita pensano 
D'una preda tra esse per un istante tenuta 
Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio 
Un lampo avrà d'insaputo saputo. 
Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi 
Taccia il mondo per un attimo almeno 
Dammi le tue mani ché la mia anima vi s'addormenti 
Ché la mia anima vi s'addormenti per l'eternità. 




LES MAINS D’ELSA


Donne-moi tes mains pour l’inquiétude
Donne-moi tes mains dont j’ai tant rêvé
Dont j’ai tant rêvé dans ma solitude
Donne-moi tes mains que je sois sauvé 
Lorsque je les prends à mon propre piège
De paume et de peur de hâte et d’émoi
Lorsque je les prends comme une eau de neige
Qui fuit de partout dans mes mains à moi 
Sauras-tu jamais ce qui me traverse
Qui me bouleverse et qui m’envahit
Sauras-tu jamais ce qui me transperce
Ce que j’ai trahi quand j’ai tressailli 
Ce que dit ainsi le profond langage
Ce parler muet de sens animaux
Sans bouche et sans yeux miroir sans image
Ce frémir d’aimer qui n’a pas de mots 
Sauras-tu jamais ce que les doigts pensent
D’une proie entre eux un instant tenue
Sauras-tu jamais ce que leur silence
Un éclair aura connu d’inconnu 
Donne-moi tes mains que mon coeur s’y forme
S’y taise le monde au moins un moment
Donne-moi tes mains que mon âme y dorme
Que mon âme y dorme éternellement.. 
 
 
 
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domenica 20 novembre 2011

CREDO - LOUIS ARAGON

mercoledì, 09 febbraio 2011

La poesia di Louis sembra essere costellata di anafore, ma non come in questa.
Molti si sentono lontani da questo modo di fare poesia; io sono d'accordo con un amico poeta che sentenziò in calce ad una poesia scritta con questa forma:
"Un'anafora è un'anafora. L'hanno inventata e qualcuno dovrà pur usarla".
Delizioso aforisma.




Louis Aragon è stato uno scrittore francese, poeta e saggista. Leader dei movimenti letterarari francesi del Dadaismo e del Surrealismo.
Era nato a Parigi il 3 ottobre 1897.  Durante i primi anni della sua carriera ha scritto un certo numero di opere sperimentali, inclusa la raccolta di poesie Feu de joie (Bonfire, 1920), che riflette l'anarchia di Dada e il lirismo e l'immaginazione del Surrealismo.  Con André Breton e Philippe Soupault, ha anche fondato la Littérature revisione surrealista (1919) e con il suo Traité du style del 1928, ha attaccato i valori stabiliti della società francese.
La sua poesia fu ampiamente ispirata, dopo gli anni '40, all'amore per sua moglie, Elsa Triolet (1896-1970), di origini russe, anch'ella poetessa, da lui incontrata nel 1928 e sposata nel 1939, sorella della Lilya Brik amata da Majakovskij. La sua opera riporta inoltre il dolore per non essere stato riconosciuto da suo padre, Louis Andrieux, diplomatico e prefetto, di trent'anni più anziano di sua madre. Quest'ultima, per preservare l'onore della sua famiglia e del suo amante, fece passare Aragon per il figlio adottivo di sua madre e Andrieux per il suo padrino.
Fu con Robert Desnos, Paul Éluard, Jean Prévost, Jean-Pierre Rosnay e alcuni altri, tra i poeti che si scherarono risolutamente, durante la Seconda guerra mondiale, a favore della resistenza contro il nazismo tedesco e dopo la guerra ha curato un giornale comunista.
Dopo la morte della moglie avvenuta nel 1970, Aragon ostenterà le sue preferenze omosessuali.
Muore il 24 dicembre 1982, vegliato dal suo amico Jean Ristat. Sepolto nel parco del Moulin de Villeneuve, di sua proprietà a Saint-Arnoult-en-Yvelines, giace al fianco della sua compagna Elsa.




CREDO

Credo in te come al profumo
Come al cantar d'uccello nelle tenebre
Credo in te come al mare
Credo in te come alla rosa schiusa a mezzanotte
Credo in te nel frastuono e nel silenzio
Credo in te nel dolore
Credo in te come alla prova di esistere
Come alla lacerazione dell'addio
Credo in te più che alla mia stessa ombra
Credo in te come l'acqua nera dai riflessi d'oro
Come la polvere al piede nudo
Credo in te come il deserto alla pioggia
Come la solitudine all'abbraccio
Come all'orecchio crede il grido.


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AFORISMI: CHARLES BAUDELAIRE

sabato, 01 gennaio 2011






"Ogni uomo in buona salute può fare a meno di mangiare per due giorni; della poesia, mai."



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HO SEMPRE AVUTO L'IMPRESSIONE - MICHEL HOUELLEBECQ

sabato, 30 ottobre 2010
HO SEMPRE AVUTO L'IMPRESSIONE - MICHEL HOUELLEBECQ
 
Questa poesia sembra essere spaccata: due momenti diversi con due diversi stati d'animo.
Nella prima parte c'è  un senso di comunione intensa, una attesa del giorno (ma quale giorno?), quello che ci porta una assenza, la consapevolezza che da qualche parte lei esiste,  vive la propria quotidianità, ha la stessa percezione  delle cose (il tuono, l'angoscia, la notte e le nuove prospettive con la luce).
Nella seconda c'è una inaspettata desolazione, persino stupore in quei capelli che "non sono tuoi"; uno stupore ingenuo e disarmente, che culmina nella stupefacente chiusa.





Nasce il 26 febbraio 1958 a La Réunion. Suo padre, guida alpina, e sua madre, medico anestesista, si disinteressano presto della sua esistenza. Una sorellastra nasce quattro anni dopo di lui. A sei anni, viene affidato alla nonna paterna, da  cui prenderà il cognome come pseudonimo.
Vive a Dicy (Yonne), poi a Crécy-la-Chapelle. Per sette anni è interno al liceo di Meaux.
Segue i corsi di preparazione intensiva ai concorsi per le migliori università. Sua nonna muore nel 1978. Nel 1980 ottiene la laurea in agraria e sposa la sorella di un suo collega. Comincia allora per lui un periodo di disoccupazione. Nel 1981 nasce suo figlio Etienne. Divorzia. Una depressione lo conduce spesso in clinica psichiatrica.
La sua carriera letteraria comincia a vent’anni, frequenta circoli di poeti. Nel 1985, incontra Michel Bulteau, direttore de la Nouvelle Revue de Paris, che, per primo, pubblica le sue poesie. E’ l’inizio di una solida amicizia. Quest’ultimo gli propone di partecipare alla collettiva degli Infrequentabili che ha creato per le edizioni del Rocher. E pubblica così nel 1991: Lovecraft, contre le monde, contre la vie. Entra all’Assemblea Nazionale come segretario amministrativo.
Lo stesso anno viene pubblicato Rester vivant, méthode per le edizioni de la Différence, poi per lo stesso editore, nel 1992, la prima raccolta di poesie: La Poursuite du bonheur, che ottiene il premio Tristan Tzara.
Nel 1998 vince il Grand Prix nationale des Lettres Jeunes Talents per l’insieme dei suoi scritti.
Nel 1999, il romanzo Le particelle elementari è premiato come migliore libro dell’anno dalla rivista francese Lire. Interventions, raccolta testi critici e cronache, e Le Particelle elementari, suo secondo romanzo, tradotto in più di 25 paesi, premio Novembre, appaiono contemporanemante.
Nella primavera 2000 ha pubblicato un album in cui le sue poesie, registrate da lui stesso, sono musicate da Bertrand Burgalat.
Attualmente abita in Irlanda, vicino Cork,e sta scrivendo il suo terzo romanzo.







HO SEMPRE AVUTO L'IMPRESSIONE

Ho sempre avuto l'impressione
che fossimo vicini, come due frutti
usciti dallo stesso ramo.
Il giorno si leva mentre ti scrivo,
il tuono brontola dolcemente,
la giornata sarà piovosa.
Ti immagino mentre ti raddrizzi
sul tuo letto.
Questa angoscia che senti, io la sento
allo stesso modo.
La notte ci abbandona
la luce delimita
di nuovo le persone
Le persone piccolissime.

Steso sulla moquette osservo
con rassegnazione l'alzarsi della luce.
Vedo dei capelli sulla moquette,
questi capelli non sono tuoi.
Un insetto solitario scala i fili di lana.
La mia testa ricade,
si solleva, ho voglia di chiudere
veramente gli occhi.
Non dormo da tre giorni, non lavoro
da tre mesi, penso a te.



dal libro "Il senso della lotta"  Bompiani Editore, 2000




NEL MIO DOLORE NULLA E' IN MOVIMENTO - PAUL ELUARD

sabato, 17 luglio 2010
NEL MIO DOLORE NULLA E' IN MOVIMENTO - PAUL ELUARD
 
Sempre a proposito del dolore, argomento di pochi post fa, ripropongo un autore la cui lettura significa ogni volta prendermi un momento di pausa, per poterne assorbire - e sopportare - l'intensità del contenuto.
Penso questa poesia successiva alla sua  Abbiamo passato la notte, ancora dedicata alla figura della sua donna ed ancora la circonda, per un'ultima volta, del suo amore.







NEL MIO DOLORE NULLA E' IN MOVIMENTO


Nel mio dolore nulla è in movimento
Di quello che io stesso sono stato
Attendo, nessuno verrà
Né di giorno né di notte né mai più.


I miei occhi si sono separati dai tuoi occhi
Perdono fiducia perdono la luce
La mia bocca si è separata dalla tua bocca
La mia bocca si è separata dal piacere
E dal senso dell'amore e dal senso della vita
Le mie mani si sono separate della tue mani
Le mie mani lasciano sfuggire tutto
I miei piedi si sono separati dai tuoi piedi
Non avanzeranno più non ci sono più strade
Non conosceranno più né il peso né il riposo
Mi è concesso di veder finire la mia vita
Con la tua
La mia vita è in tuo potere
che ho creduto infinita


E l'avvenire la mia sola speranza è il mio sepolcro
Identico al tuo circondato da un mondo indifferente


Ero così vicino a te che ho freddo vicino agli altri.


Derniers poèmes d'amour - 1963

(Traduzione di Vincenzo Accame)


Ma morte vivante

Dans mon chagrin rien n’est en mouvement
J’attends personne ne viendra
Ni de jour ni de nuit
Ni jamais plus de ce qui fut moi-même

Mes yeux se sont séparés de tes yeux
Ils perdent leur confiance ils perdent leur lumière
Ma bouche s’est séparée de ta bouche
Ma bouche s’est séparée du plaisir
Et du sens de l’amour et du sens de la vie
Mes mains se sont séparées de tes mains
Mes mains laissent tout échapper
Mes pieds se sont séparés de tes pieds
Ils n’avanceront plus il n’y a plus de routes
Ils ne connaîtront plus mon poids ni le repos
Il m’est donné de voir ma vie finir
Avec la tienne
Ma vie en ton pouvoir
Que j’ai crue infinie

Et l’avenir mon seul espoir c’est mon tombeau
Pareil au tien cerné d’un monde indifférent

J’étais si près de toi que j’ai froid près des autres.
















I RICORDI - HENRY BATAILLE

sabato, 17 luglio 2010
I RICORDI - HENRY BATAILLE
 
Legendo quà e là, ho trovato tra l'altro scritto che talvolta i suoi lavori "approdano ad un lirismo falso" (Treccani).
Forse perchè scriveva sempre sullo stesso argomento?
Essere eclettici, scrivere sempre di argomenti diversi, sorprendere il lettore, in breve è  uno dei requisiti essenziali di un buon scrittore, a mio avviso.
Ma io mi occupo eccezionalmente di prosa e solo se questa mi sorprende per il suo contenuto originale o poetico.
Trovo questa poesia di Henry estremamente attuale nella sua forma; tende al prosastico, ma entro i limiti di una lirica introspettiva che non si chiude dentro il confine del suo autore, ma che, al contrario, viene offerta al lettore.
Ed il risultato è una particolarissima e commovente commemorazione del ricordo.
Ognuno di noi ne ha di cari, di segreti e segretamente nascosti e, per questo, nessuno può non apprezzarla.






Nato a Nimes il 4 aprile 1872 da una famiglia borghese, (suo padre svolse l'attività di magistrato alla corte d'appello di Parigi) perse sia il padre sia la madre quando era ancora in giovane età.
Frequentò la Scuola di Belle Arti per studiare pittura, ma contemporaneamente si occupò di letteratura e scrisse precocemente poemi e lavori teatrali.
I suoi primi lavori furono le raccolte liriche La chambre blanche e Le beau voyage, e già nel  1894 il suo primo progetto teatrale venne rappresentato nei teatri: La belle au bois dormant, una sorta di féerie in versi adattata ad un accompagnamento musicale.
Con la sua seconda opera teatrale, La Lépreuse del 1896, ottenne un tale successo da indurlo di proseguire con questa attività.
I suoi personaggi, sia della prosa che della poesia, sono umani e simbolici tanto appassionati di amore quanto irrimediabilmente delusi: una donna di una certa età che si innamora del giovane figlio di un amico (Maman Colibrì); un'altra donna dell'alta società che si innamora di un semplice e giovane insegnante di musica (La marche nuptiale); un pittore di scarsa qualità coglie il successo grazie al ritratto della modella divenuta sua moglie (La femme neu) ed altri, tra cui anche una variazione sul tema di Don Giovanni.
Ebbe una notevole influenza su drammaturghi successivi, quali Jean-Jacques Bernard e la sua "scuola del silenzio".
Muore a Parigi il 2 marzo 1922.




I RICORDI

I ricordi sono camere senza serratura,
camere vuote in cui non si osa più entrare
perché un tempo vi morirono vecchi parenti.
Si vive nella casa di queste camere chiuse…
Si sa che ci sono, com’è loro costume; si tratta
della camera azzurra, e poi della camera rosa…
La casa si riempie così di solitudine
e continuiamo a viverci sorridendo…
Quando vuole lo accolgo, il ricordo che passa,
gli dico: "Mettiti lì… tornerò a vederti…"
Lo so definitivamente che è ben sistemato,
ma talvolta dimentico di tornare a vederlo.
Ce n’è molti così, nella vecchia dimora.
Ormai son rassegnati a essere dimenticati,
e se non vengo stasera, oppure adesso,non siate
esigenti con il mio cuore come con la vita…
So che dormono là, dietro le pareti,
andare a riconoscerli, più non mi serve;
vedo le loro piccole finestre dalla strada,
e sarà così fino a che ne morremo.
Tuttavia sento talvolta, nell’ombre quotidiane,
non so qual fredda angoscia, un certo brivido,
e non capisco donde vengano, questi dolori,
e procedo…
Orbene, ogni volta, un lutto succede.
Un turbamento è un segreto venuto ad avvertirci
che è morto un ricordo, oppur che se n’è andato…
Non si distingue bene quale sia, quel ricordo,
perché si è tanto vecchi, non ci si ricorda affatto…

Eppure sento palpebre che si chiudono in me.



sabato 19 novembre 2011

ABBIAMO PASSATO LA NOTTE - PAUL ELUARD

domenica, 02 maggio 2010

ABBIAMO PASSATO LA NOTTE - PAUL ELUARD

Imperdonabile, direi, non aver inserito nessun altra poesia di questo autore dopo il primo post di presentazione.
Qui ci viene proposta una nuova visione di donna; simile a quella di Hesse.
Come lui ha uno stile di scrittura colloquiale, come lui ci dice di un pezzetto della sua esperienza.
Ma questa donna è schietta e bisognosa, una donna da proteggere, non dalla quale essere protetti.
Entrambe affascinano, per opposti motivi ad opposte personalità.







ABBIAMO PASSATO LA NOTTE

Abbiamo passato la notte, ti tengo la mano, io veglio
ti sostengo con tutte le mie forze
incido su una pietra la stella delle tue forze
solchi profondi dove scaturirà la bontà del tuo corpo.
Ascolto in me la tua intima voce, la tua voce per gli
altri
e rido ancora di quell'orgogliosa 

che tratti come una mendicante,
dei folli che rispetti, degli ingenui in cui credi
e nella mia testa che a notte dolcemente si accorda con la tua.
Mi meraviglio della sconosciuta che diventi,
una sconosciuta che ti assomiglia e assomiglia a tutto ciò che amo,
che sempre si rinnova.


- 1936 - 



Nous avons fait la nuit


Nous avons fait la nuit je tiens ta main je veille
Je te soutiens de toutes mes forces
Je grave sur un roc l'étoile de tes forces
Sillons profonds où la bonté de ton corps germera
Je me répète ta voix cachée ta voix publique
Je ris encore de l'orgueilleuse
que tu traites comme une mendiante
Des fous que tu respectes des simples où tu te baignes
Et dans ma tête qui se met doucement d'accord avec la tienne avec la nuit
Je m'émerveille de l'inconnue  que tu deviens
Une inconnue semblable à toi, semblable à tout ce que j'aime
Qui est toujours nouveau.


- 1936 -

CIRCOSPEZIONE - PAUL VERLAINE

giovedì, 15 aprile 2010
CIRCOSPEZIONE - PAUL VERLAINE

Proprio quando disperavo di trovare un'altra poesia di Verlaine, ecco che trovo un piccolo gioiello.
Una poesia che invoglia alla lettura ad alta voce.
A quel "...trattieni il respiro..." la voce si dovrebbe smorzare, quasi morire.
E poi quel "...chiniamo lo sguardo sulle ginocchia"...
Non li vedete seduti sotto l'albero, chinare la testa, in segno di sconfitta, di sconforto?
E poi c'è quel "Dimentichiamo di sperare." altra perla in questa composizione, già così ricca di immagini, e di metafore: rafforza la sconfitta della strofa che lo precede.
Anche la chiusa è ben modulata. E' come un chiudersi rapido della mano di un direttore d'orchestra a cui segue il silenzio.
A noi non resta che applaudire.

Un grazie ENORME all'amico che me ne ha fornito una traduzione - a mio parere - migliore di quella in mio possesso ed all'altro che mi ha costruito l'immagine, dopo che avevo espresso la frustrazione per non aver trovato tutto quello che desideravo nella stessa illustrazione.



UOMO SOTTO ALBERO



CIRCOSPEZIONE

Dammi la mano, trattieni il respiro, sediamoci
sotto quest'albero gigante dove la brezza muore
in sospiri ineguali sotto le grige fronde
che il pallido e dolce chiaro di luna carezza.

Immobili, chiniamo lo sguardo sulle ginocchia.
Più non pensiamo, sognamo. Lasciamoli perdere,
la felicità in fuga e l'amore che si consuma,
e i nostri capelli sfiorati dall'ala dei gufi.

Dimentichiamo di sperare. Discreta e contenuta,
l'anima d'ognuno di noi due prolunghi
questa calma e questa morte serena del sole.

Restiamo silenziosi nella pace notturna:
non è bene disturbare nel suo sonno
la natura, questo dio feroce e taciturno.



STAVO ZITTA - ANNE ELISABETH DE NOAILLES

sabato, 06 marzo 2010
STAVO ZITTA - ANNE ELISABETH DE NOAILLES
 
Ecco un'altra bella voce. Nonostante la distanza di tempo che ci separa da lei, i suoi versi suonano freschi, come quelli delle autrici russe, bulgare, svedesi. Penso alla Blaga, alla Boye, allla Acmatova, eppure le loro date di nascita spaziano tra la  fine del 1800 e la metà del 1900.
Ma la sensibilità della donna, le situazioni che si trova ad affrontare, non sono forse simili e ricorrenti, almeo in quel periodo storico?
Quindi le risposte e quindi le poesie che producono non possono che essere simili per contenuto, quasi fossero un racconto che inizia con una bocca (poetica) e finisce con un'altra.




Ritratto d'Anna-Elisabeth, contessa de Noailles, di Jean-Louis Forain - 1914


Anne-Elisabeth nasce nel 1876 a Parigi, discendente da un illustre famiglia di principi rumeni, nel 1897 sposa il conte Noailles e da allora si divide tra Parigi e la Svizzera. Protagonista della Belle Epoque, donna di grande fascino brilla per la sua arte di ricevere gli ospiti nei suoi salotti. E' molto ammirata dagli scrittori, dagli uomini politici e da persone del mondo della cultura per il suo genio poetico. Anna de Noailles si dedica fin da giovane allo scrivere versi subendo di volta in volta l’influenza di diversi poeti francesi ma soprattutto di Victor Hugo dal cui genio è ammaliata. Le sue opere non contano meno di diciotto titoli, di cui otto opere sono in versi, e tre romanzi a tendenza autobiografica. La contessa de Noailles fu la prima donna a ricevere la « Cravate de commandeur de la légion d’honneur ». Fu anche la prima donna ad essere ricevuta nell’Accademia Reale di Lingua e Letteratura del Belgio. Inoltre nel 1904, con altre due donne celebri, creò il premio "Vie Heureuse", che diventerà nel corso degli anni il prix Fémina, la cui giuria, esclusivamente femminile, premia ogni anno la migliore opera francese, scritta in prosa o in versi. Muore a Parigi nel 1933.
Tratto dal sito Biancheggiando






                 
                          STAVO ZITTA


Stavo zitta, avevo fatto voto
di non rimproverarti mai
il tuo spirito squadrato, vuoto, negato
a ogni slancio, a ogni sfogo;
ma questa sera che il cielo d'autunno
sfoglia un sole struggente,
lascia che la mia voce si abbandoni
a tradire i segreti del sangue:
- Lo sai tu, caro cuore senza dolcezza,
cara anima insensibile e ostinata,
in questo giorno che io ti confesso
la mia nativa e fiera tristezza,
quante volte mi sono ammazzata?



COLAZIONE DEL MATTINO - JACQUES PREVERT

mercoledì, 24 febbraio 2010
COLAZIONE DEL MATTINO - JACQUES PREVERT
 
Prevert in questa poesia usa un verso breve, come nella poesia PRIMO GIORNO e parla in terza persona.
Quando io ho usato questa forma è stato per allontanare da me una situazione, per dire "non io, lui  (loro) lo fanno (o lo dicono), io no."
Qui sembra che invece sia stata usata perchè il poeta ci mettesse di fronte ad una situazione, fotogramma dopo fotogramma, ci volesse far vedere quello che lui ha visto, per farci arrivare alla sensazione sua ultima finale, quello scoramento che sfocia in disperazione ed in pianto.
La lentezza esasperante dei gesti così come descritti, il non guardare chi si ha davanti, sono più degradanti di uno sguardo di odio, più brucianti di uno schiaffo, ma sembrano non turbare il nostro protagonista, che accendendosi quella sigaretta gioca persino col fumo, ostentando disprezzo.
Mi chiedo se farlo uscire con la pioggia non sia stato un tentativo di redimerlo, di purificarlo ed infine perdonarlo.








COLAZIONE DEL MATTINO



Ha messo il caffè
Nella tazza
Ha messo il latte
Nella tazza di caffè
Ha messo lo zucchero
Nel caffè latte
Con il cucchiaino
Ha girato
Ha bevuto il caffè latte
Senza parlarmi
Si è acceso
Una sigaretta
Ha fatto dei cerchi
Con il fumo
Ha messo la cenere
Nel portacenere
Senza parlarmi
Senza guardarmi
Si è alzato
Ha messo
Il suo cappello sulla testa
Ha messo
Il suo impermeabile
Perché pioveva
E' parti
sotto la pioggia
Senza una parola
Senza guardarmi
E io io ho preso
la mia testa nella mano
E ho pianto.
 


Déjeuner du matin

Il a mis le café
Dans la tasse
Il a mis le lait
Dans la tasse de café
Il a mis le sucre
Dans le café au lait
Avec la petite cuiller
Il a tourné
Il a bu le café au lait
Et il a reposé la tasse
Sans me parler

Il a allumé
Une cigarette
Il a fait des ronds
Avec la fumée
Il a mis les cendres
Dans le cendrier
Sans me parler
Sans me regarder

Il s'est levé
Il a mis
Son chapeau sur sa tête
Il a mis son manteau de pluie
Parce qu'il pleuvait
Et il est parti
Sous la pluie
Sans une parole
Sans me regarder

Et moi j'ai pris
Ma tête dans ma main
Et j'ai pleuré.





CIO' CHE POSSO - VICTOR HUGO

lunedì, 25 gennaio 2010
CIO' CHE POSSO - VICTOR HUGO
 
Grosso personaggio questo, uno dei pilastri della letteratura francese, conosciuto,ad onor del vero più come romanziere che come poeta.
Come sempre, mi viene da ricordare la maratona che facemmo l'ultimo anno delle superiori (indirizzo tecnico), quando l'insegnante passava le ore delle sue lezioni a dettarci dei sunti delle correnti poetiche, della vita e della poetica dei vari autori che "probabilmente" sarebbero stati soggetto del tema di letteratura dell'esame di stato.
Conservo ancora quei quaderni come delle reliquie (una delle mie manie a proposito del passato).
Anche se fece un ottimo lavoro, considerando il ritardo con cui venne assegnata alla nostra classe e gli scioperi che a quei tempi erano anche più frequenti di quelli di oggi (ed è tutto dire) lamento la mancata lettura di piccoli brani che avrebbero stimolato la nostra curiosità di piccoli "ragionatori" e "classificatori" di numeri (forse??).
Un pò come quello che propone un amico nel suo blog, ma questo, ragazzi, è materiale per  un altro post.





Victor Marie Hugo nasce in Francia, a Besançon, nel 1802. Figlio di un ufficiale di carriera, viene incoraggiato dalla madre  a coltivare le sue inclinazioni letterarie, come "enfant prodige" alla corte dei Borboni.
Prima del compimento dei suoi diciott'anni diviene famoso nei circoli intellettuali francesi, per aver vinto un concorso di poesia di livello nazionale. Questa sua fama gli permette di ricevere direttamente dalla famiglia reale una rendita per i versi che compone in occasioni ufficiali.
A ventitré anni viene investito della Legion d'Onore. Successivamente compone la raccolta poetica "Odi e ballate" (1826) nella quale, per la prima volta, viene evocata la figura di Napoleone. In ambito teatrale scrive il dramma "Cromwell" (1827), nella cui prefazione Hugo propone l'abbandono delle unità di tempo e di luogo, e sostiene con forza l'ambientazione storica dell'azione scenica. Questa prefazione diviene una sorta di manifesto letterario per i francesi contemporanei e dichiarazione, da parte dell'autore, di un'assoluta fede romantica.
Nel 1823 intanto si sposa con Adele Foucher, che gli dà quattro figli, ma che in seguito viene scoperta in flagranza d'adulterio. Victor, che fino a quel momento è stato fedelissimo, inizia una vita di libertinaggio amoroso che si interrompe, o forse si dovrebbe dire si riduce, con la nascita di una relazione con Juliette Drouet, che rimane sua compagna per cinquant'anni, e alla quale dedica un consistente epistolario sentimentale.
Nel 1830 viene rappresentata per la prima volta l'opera teatrale "Hernani". Durante lo spettacolo teatrale si verifica un violento scontro tra la fazione dei sostenitori di Hugo e quella dei detrattori, che costringe all'interruzione della rappresentazione nella sala della Comedie Française. L'anno successivo viene dato alle stampe "Notre-Dame de Paris". A partire da questo momento Hugo si dedica al teatro romantico.
Due avvenimenti nel 1843 interrompono per un decennio tutta la sua attività letteraria: la morte di sua figlia Léopoldine e l'insuccesso del dramma "I Burgravi", che sancisce la sua definitiva rinuncia al teatro.
Nello stesso periodo inizia l'ascesa politica di Victor Hugo. Nel 1845 viene nominato da Luigi Filippo Pari di Francia, nel 1848 deputato all'Assemblea Costituente, dove diviene uno dei più fieri avversari del presidente Luigi Bonaparte.
Il colpo di stato del '51 segna per lui l'inizio dell'esilio, che dura fino al 4 settembre 1870. Quando si trasferisce sull'isola di Guernesay, vicino a Jersey, è considerato "padre della Patria" in esilio.
E tuttavia gli anni dell'esilio sono molto fecondi: nel '53 pubblica "Le punizioni", aspra satira contro Napoleone III, nel '56 "Le contemplazioni", nel '59 la prima serie della "Leggenda dei secoli" (le successive escono nel ' 77 e nell'83), nel 1862 pubblica "i Miserabili".
La morte della compagna Adele lo addolora moltissimo, anche se pone fine a un tormento che perdurava da molti anni. Nel 1871 muore anche Charles, il primo figlio avuto dalla Foucher.
Rientra a Parigi dopo il crollo del III Impero, ed entra nel Senato nel 1876.
Muore il 22 maggio 1884. I suoi funerali sono una vera e propria celebrazione: la sua salma viene lasciata per una notte sotto l'Arco di Trionfo dei Campi Elisi, vegliata da dodici poeti.

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CIO' CHE POSSO



Faccio tutto ciò che posso
perché il mio amore
non ti disturbi,
ti guardo di nascosto,
ti sorrido quando non mi vedi.
Poso il mio sguardo
e la mia anima ovunque
vorrei posare i miei baci:
sui tuoi capelli,
sulla tua fronte,
sui tuoi occhi,
sulle tue labbra,
ovunque le carezze
abbiano libero accesso.


venerdì 18 novembre 2011

PARLAVAMO DEL PIU' E DEL MENO - PAUL VERLAINE

domenica, 22 novembre 2009
PARLAVAMO DEL PIU' E DEL MENO - PAUL VERLAINE



http://img390.imageshack.us/img390/8573/160622pciulmdrscwq9.jpg


PARLAVAMO DEL PIU' E DEL MENO



Parlavamo del più e del meno, ieri
ieri i miei occhi cercavano i tuoi,

tu pure andavi in cerca del mio sguardo
intanto che il discorso continuava.

Sotto il senso banale delle frasi
il mio amore seguiva i tuoi pensieri,

e quando tu parlavi mi fingevo
distratto ed ascoltavo il tuo segreto:

poiché la voce e gli occhi di Colei
che ti fa triste e gioioso rivelano,

malgrado ogni sforzo mesto e allegro,
l'essere interiore illuminandolo.

Ieri dunque son partito inebriato:
il mio cuore spera vanamente,

ha una speranza vana, falsa e dolce?
No, è vero? Non è vero che no? 


giovedì 17 novembre 2011

FRAMMENTI: DALLA POESIA "IL VIAGGIO" DI CHARLES BAUDELAIRE

sabato, 31 ottobre 2009
FRAMMENTI: DALLA POESIA "IL VIAGGIO" DI CHARLES BAUDELAIRE

Ho inserito una nuova Categoria: FRAMMENTI e volevo spiegarvene la ragione.
Se leggi un autore che ha una sua poetica che non riesce ad entrare nel tuo modo di vedere, sentire o vivere la poesia, vuoi per un differente modo di concepirla, vuoi per la distanza che ci separa in termini di tempo (ed uso questo modo di dire perché ci sono autori che pur essendo vissuti nel secolo scorso o prima, sono così attuali da sembrare ancora vivi) ma ha scritto un verso, formulato un concetto in una forma che ti ha conquistato, perché correre il rischio di dimenticarlo?

Quindi i miei FRAMMENTI vorrebbero rappresentare per voi che leggete questo mio pensiero:
“Questo autore ha scritto questa poesia in una forma che mi allontana, ma guardate qui cosa ha saputo esprimere!”
E sarà anche per voi uno spunto di lettura, un incoraggiamento a cercare altro dell'autore, perché non è detto che il mio modo di vedere, sentire o vivere la poesia sia uguale al vostro.
Terrei a precisare che i miei FRAMMENTI saranno solo e rigorosamente D'AUTORE.

Il primo FRAMMENTO è di Baudelaire, e volevo raccontarvi come l'ho trovato, perché è una cosa buffissima ed insieme caldamente incoraggiante, sul propagarsi della Poesia nella vita di tutti i giorni.
L'ho letto - così come vi propongo, come una sorta di Spot pubblicitario - sulla fiancata di un autobus utilizzato da società che organizzano viaggi, con uno spazio più grande del nome della società stessa!
Francamente io quando l'ho visto, mi sono messa a ridere.







Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!




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LA DISPERAZIONE E' SEDUTA SU UNA PANCHINA - JACQUES PREVERT

mercoledì, 28 ottobre 2009


Immobilità, impossibilità a fare alcunchè, quando si dà ascolto alla disperazione.
Un post  simile al precedente proprio per un senso di impotenza,  per quel lasciarsi andare senza reagire.




Wilhem Lehmbruck
Giovane uomo seduto (1916-1917) Bronzo
Lehmbruck Museum - Duisburg


LA DISPERAZIONE E' SEDUTA SU UNA PANCHINA



In un giardinetto su una panchina
C'è un tale che vi chiama se passate
Ha un paio d'occhialini un vecchio abito grigio
Fuma un piccolo sigaro è seduto
E vi chiama se passate
O più timidamente vi fa un cenno
Non bisogna guardarlo
Non bisogna ascoltarlo
Ma tirar dritto
Fingere di non vederlo
Fingere di non averlo neppure sentito
Passare via frettolosi
Perchè se lo guardate
O se gli date retta
Vi fa un suo cenno e niente nessuno
Vi può impedire di sedergli accanto
Allora vi guarda in faccia vi sorride
Facendovi soffrire atrocemente
E lui continua il suo sorriso
E voi stessi sorridete esattamente
Di quel sorriso
Più sorridete e più soffrite
Atrocemente
E più soffrite più sorridete
Irrimediabilmente
Restando fissi là
Come congelati
Sorridendo sulla panchina
Bambini giocano a due passi da voi
Passanti passano
Tranquillamente
Uccelli volano
Volano via da un albero
Si posano su un altro
E voi restate là
Sulla panchina
E già sapete bene
Che non potrete più
Giocare come quei bambini
Sapete che non potrete più
Passare come quei passanti
Tranquillamente
Né che mai più potrete volar via
Lasciando un albero per l'altro
Come quegli uccelli.




LE DÉSESPOIR EST ASSIS SUR UN BANC


Dans un square sur un banc
Il y a un homme qui vous appelle quand on passe
Il a des binocles un vieux costume gris
Il fume un petit ninas il est assis
Et il vous appelle quand on passe
Ou simplement il vous fait signe
Il ne faut pas le regarder
Il ne faut pas l'écouter
Il faut passer
Faire comme si on ne le voyait pas
Comme si on ne l'entendait pas
Il faut passer et presser le pas
Si vous le regardez
Si vous l'écoutez
Il vous fait signe et rien personne
Ne peut vous empêcher d'aller vous asseoir près de lui
Alors il vous regarde et sourit
Et vous souffrez attrocement
Et l'homme continue de sourire
Et vous souriez du même sourire
Exactement
Plus vous souriez plus vous souffrez
Atrocement
Plus vous souffrez plus vous souriez
Irrémédiablement
Et vous restez là
Assis figé
Souriant sur le banc
Des enfants jouent tout près de vous
Des passants passent
Tranquillement
Des oiseaux s'envolent
Quittant un arbre
Pour un autre
Et vous restez là
Sur le banc
Et vous savez vous savez
Que jamais plus vous ne jouerez
Comme ces enfants
Vous savez que jamais plus vous ne passerez
Tranquillement
Comme ces passants
Que jamais plus vous ne vous envolerez
Quittant un arbre pour un autre
Comme ces oiseaux.




PIU' NON DAVA PRESA - MARC KOBER

sabato, 12 settembre 2009
PIU' NON DAVA PRESA - MARC KOBER


Quello che vi propongo oggi è una specie di "caccia al tesoro", un "chi lo conosce".
Ho trovato tre belle poesie di questo autore, sulla rivista "Margo"  del Giugno 1992.
Il Direttore responsabile, da me contattato, non ha saputo darmi nessuna notizia dell'autore; anche per la redazione fu un mistero l'identità di questo personaggio, tanto da dubitare che questo nome fosse stato uno pseudonimo: nessun recapito, nessuna nota.
Basandomi solo sul nome e sul fatto oggettivo che Marc scrive poesie e che è  francese - o almeno le sue poesie erano proposte anche in quella lingua - ho provato a cercare e seguire le tracce dei suoi passi, ma le uniche notizie che ho strappato quà e là sono che dovrebbe (condizionale d'obbligo) :
- essere stato direttore della rivista parigina La Revoltes des Chutes;
- essere attualmente docente all'Università di Parigi e curatore con altri di Superior Inconnus, rivista culrurale neosurrealistica;
- aver pubblicato con l'Editore Liberty House il libro Deposition-Deposizione
- far parte del movimento dei Futuristi contemporanei.
Altro non saprei davvero dire, se non che, come di consueto mi capita per gli autori che pubblico, mi sono innamorata di questa sua poesia.
Spero che qualcuno mi sappia far avere sue notizie, integrare questo scarno post o fargli pervenire questo messaggio:

"Signor Kober, qualora ritenga inopportuno questo mio post o inadeguata la sede per la sua poesia, la pregherei di segnalarmelo così da provvedere alla immediata rimozione."

Cosa altro? Ah, si. Il titolo non c'è nella poesia originale, è solo una mia convenzione per esigenze di blog.



http://www.francoma.it/mostre/aietaospiti/pangaro03web.jpg



PIU' NON DAVA PRESA IL TUO CORPO



Più non dava presa il tuo corpo
il viso soltanto i lineamenti
scomposti di pallore d'estrema
debolezza
il tuo modo di dire di no
era quello di sparire in frammenti
nel grande spazio

il peso appena delle tue scarpe
a trattenerti




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mercoledì 16 novembre 2011

A UNA PASSANTE- CHARLES BAUDELAIRE

domenica, 19 aprile 2009

Una bella sfida illustrare questa poesia di Baudelaire.
Ma ne valeva la pena.






A UNA PASSANTE

La via assordante strepitava intorno a me.
Una donna alta, sottile, a lutto, in un dolore
immenso, passò sollevando e agitando
con mano fastosa il pizzo e l'orlo della gonna,

agile e nobile con la sua gamba di statua.
Ed io, proteso come folle, bevevo
la dolcezza affascinante e il piacere che uccide
nel suo occhio, livido cielo dove cova l'uragano.

Un lampo... poi la notte! - Bellezza fuggitiva
dallo sguardo che m'ha fatto subito rinascere,
ti rivedrò solo nell'eternità?

Altrove, assai lontano di qui! Troppo tardi! Forse mai!
Perché ignoro dove fuggi, né tu sai dove vado,
tu che avrei amata, tu che lo sapevi!


Trad. Claudio Rendina


À une passante

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil,
douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;


Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,


La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.
Un éclair... puis la nuit! - Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?


Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard!
jamais peut-être!
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais!




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SE DOVESSI SCEGLIERE - MADELEINE DELBREL

sabato, 11 aprile 2009
SE DOVESSI SCEGLIERE - MADELEINE DELBREL


 




Nata nel 1904 a Mussidan (Francia) ed educata in ambiente scristianizzato, a quindici anni
Madeleine si dichiara atea e pessimista: "Il mondo è un assurdo. La vita un non-senso". Dopo gli studi di filosofia a Parigi, verso i vent'anni, conclude che nessuna sapienza umana è in grado di soddisfare i suoi tragici perché sul dolore, sulla malattia, sulla guerra, sulla vecchiaia, sulla morte.
Incontrò alcuni cristiani e con onestà mentale si interrogò sui loro comportamenti.
Si innamorò di uno di loro, Jean Meydieu e mentre tutti li credevano legati pubblicamente, lui la lasciò per entrare nell'ordine dei frati domenicani.
Distrutta da questa separazione che la fa ammalare, si converte, pensando di chiudersi nel convento delle Carmelitane. La ostacola la cecità del padre, tuttavia con l'aiuto del suo padre spirituale, decide che la sua strada sarà un’altra: il mondo diventerà il suo monastero. In un’epoca in cui l’unica scelta per Dio era all’interno di un’istituzione religiosa, la scelta di Madeleine appare coraggiosa e non facile da comprendere.
Nel 1933, assieme ad un gruppo di ragazze, parte per Ivry, sobborgo parigino operaio e marxista, con l’intento di vivere assieme mettendo tutto in comune, nella povertà, nella testimonianza del Vangelo, in mezzo ai poveri. All’epoca Ivry è la capitale del partito comunista francese, una città tappezzata da manifesti di propaganda sovietica, in cui ci saluta con il pugno alzato e dove i bambini del quartiere prendono a sassate i preti che incrociano. E’ una città divisa in due: da una parte un pugno di cattolici, soprattutto anziani e benestanti, e dall’altra una moltitudine di militanti comunisti, poveri e lontani dalla Chiesa.
Tra queste due parti l’ostilità è fortissima, in ambito cattolico si discute molto su quale dovesse essere il rapporto fra cristiani e marxisti. Madeleine risolve la questione in base ad un principio molto semplice: “Dio non ha mai detto : Amerai il prossimo tuo come te stesso eccetto i comunisti”. Lei e le sue compagne, spinte dal Vangelo, vanno in mezzo alla gente, parlano con tutti, rispettano, amano. Questo piccolo gruppo di donne si conquista ben presto i cuori di tanti comunisti.
La loro è una comunità di donne totalmente laiche, senza abito religioso o difese istituzionali, che fa della strada la sua terra di missione. La loro casa è un porto di mare, la loro porta è sempre aperta ad ogni incontro, ad ogni dialogo, ad ogni sostegno. La scelta di Madeleine è quella di vivere come tutti - ognuna di loro ha un proprio lavoro civile- ”gomito a gomito” con la gente del mondo ma è allo stesso tempo quella di tuffarsi in Dio con la stessa forza con cui ci si immerge nel mondo.
Madeleine Delbrêl muore nel 1964 sul suo tavolo di lavoro, lasciando una gran quantità di scritti, poesie e testi. Tali scritti stampati in migliaia di copie, hanno accompagnato la ricerca spirituale di intere generazioni. Il Cardinal Carlo Maria Martini l’ ha definita “una delle più grandi mistiche del XX secolo”. Compagne di Madeleine Delbrel sono ancora presenti a Parigi e Amiens. Un comitato di “Amici di Madeleine Delbrêl” raccoglie un gruppo di oltre 500 persone e, in Francia ed altrove, continua a diffondere la sua spiritualità. Il suo processo di beatificazione è attualmente in corso.
(ampiamente tratto dal  sito www.madeleine-delbrel.net/italien/index.php )










SE DOVESSI SCEGLIERE



Se dovessi scegliere 
una reliquia della tua Passione, 
prenderei proprio quel catino 
colmo d'acqua sporca. 
Girerei il mondo con quel recipiente 
e ad ogni piede 
cingermi dell'asciugatoio 
e curvarmi giù in basso, 
non alzando mai la testa oltre il polpaccio 
per non distinguere 
i nemici dagli amici, 
e lavare i piedi del vagabondo, 
dell'ateo, del drogato, 
del carcerato, dell'omicida, 
di chi non mi saluta più, 
di quel compagno per cui non prego mai, 
in silenzio 
finché tutti abbiano capito nel mio 
il tuo amore.

 


VA' CANZONE, RAPIDA - PAUL VERLAINE

venerdì, 03 aprile 2009
 

Altro Poeta Maledetto, Verlaine.
Riporto la sua biografia, ampiamente tratta da "Wikipedia"

 http://files.splinder.com/7daa16a8e90b942ea9be5b71bc1403f8.jpeg




Paul-Marie Verlaine nasce a Metz il 30 marzo 1844. La famiglia di Verlaine apparteneva alla piccola borghesia: il padre, come quello di Rimbaud, era capitano nell'esercito. Sua madre conserverà per molto tempo sopra il camino i vasi con i feti dei suoi precedenti aborti.
Nel 1950 Verlaine si trasferisce con la famiglia a Parigi e dove studia senza ottenere eccellenti risultati scolastici ma lo mettono in contatto con la letteratura che lo affascina.
Nel 1862, dopo aver conseguito il baccalaureato in lettere si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, ma ben presto dovrà abbandonare, trovando un impiego al comune. Frequenta i caffè e i salotti letterari parigini, nel 1866 le sue poesie sono inserite nel primo Parnasse contemporain (e pubblica i suoi Poèmes saturniens. Vi si sente l'influenza di Baudelaire che, come lui, segue il movimento decadentista con la celebre poesia spleen ed elevazione, mentre vi si annuncia già lo "sforzo verso l'Espressione, verso la Sensazione raffigurata" (dalla lettera a Stéphane Mallarmé dello stesso anno) che caratterizza la sua migliore poesia. Nel 1870 sposa Mathilde Mauté, per la quale pubblica La Bonne Chanson, nella quale canta, illuso, l'equilibrio e la pace raggiunti con l'amore ed il matrimonio.  Nel 1871 partecipa alla Comune di Parigi perdendo perciò l'impiego.
L'anno successivo compare nella sua vita il diciassettenne Artur Rimbaud, che va a turbare gli agi borghesi nei quali il poeta si era adagiato. Chiamato da Verlaine a cui ha inviato qualche lirica, Rimbaud comincia con lui una relazione fortemente intima e una vita di vagabondaggio. Verlaine lascia la moglie e il figlio Georges (nato il 28 ottobre 1871), per seguire il giovane poeta in Inghilterra e in Belgio. Durante questi viaggi Verlaine scrive Romances sans paroles.
Questa relazione tumultuosa termina dolorosamente: nel 1873, i due poeti sono a Londra. Verlaine abbandona tutto d'un tratto Rimbaud, affermando di voler tornare dalla moglie, deciso, se ella non lo riaccettasse, a spararsi. Trasloca in un albergo a Bruxelles. Rimbaud lo raggiunge, persuaso che Verlaine non avrebbe avuto il coraggio di mettere fine ai suoi giorni. Nel momento in cui Rimbaud lo vuole lasciare, Verlaine, ubriaco, gli spara due colpi di pistola, ferendolo leggermente ad una mano. Verlaine viene così incarcerato a Mons e condannato a due anni di prigione, fatto che spinge la moglie a chiedere e ottenere la separazione.
Nel 1885 divorzia dalla moglie, e sempre più schiavo dell'alcol tenta di strangolare la madre finendo nuovamente in carcere. A partire dal 1887, mentre s'accresce la sua fama, Verlaine cade nella miseria più nera.
In questo periodo Verlaine divide il suo tempo tra il caffè e l'ospedale.
Nel 1894 viene incoronato "principe dei poeti" e gli viene elargita una pensione. Il 7 gennaio 1896 il poeta si confessa, il giorno seguente, prematuramente consumatosi, muore a Parigi (a 52 anni). All'indomani del suo funerale, numerosi quotidiani riportano un curioso avvenimento: la notte seguente delle esequie, la statua della Poesia, in cima all'Opéra, ha perso un braccio che si è schiantato, con la lira che sosteneva, nel luogo dove il carro funebre di Verlaine era da poco passato.


http://www.animaliitaliani.com/schede//img_pictures/admin.allodola.jpg

Và, canzone, rapida

Và, canzone, rapida
davanti a Lei e dille
che, nel mio cuor fedele,
gioioso ha fatto luce
un raggio, dissipando,
santo lume, le tenebre
dell'amore: paura,
diffidenza e incertezza.
Ed ecco il grande giorno!
Rimasta a lungo muta
e pavida - la senti? -
l'allegria ha cantato
come una viva allodola
nel cielo rischiarato.
Vola, canzone ingenua,
e sia la benvenuta
senza rimpianti vani
colei che infine torna.