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domenica 3 marzo 2013

CITAZIONI: CESARE PAVESE







Ogni poeta s'è angosciato, meravigliato e ha goduto. L'ammirazione per un gran passo di poesia non va mai alla sua stupefacente abilità ma alla novità della scoperta che contiene. Anche se proviamo un palpito di gioia a trovare un aggettivo accoppiato con riuscita a un sostantivo, che mai si videro insieme, non è stupore all'eleganza della cosa, alla promessa dell'ingegno, all'abilità tecnica del poeta che ci tocca, ma meraviglia alla nuova realtà portata in luce.

(Cesare Pavese - Il mestiere di Vivere - 9 ottobre 1935)




domenica 20 novembre 2011

CASA IN COSTRUZIONE - CESARE PAVESE

domenica, 15 maggio 2011
CASA IN COSTRUZIONE - CESARE PAVESE
 
Anche se parla di case, Cesare ha quel suo incipit che ce lo fa riconoscere immediatamente.
Una poesia oziosa, nel senso che l'autore sembra essere in attesa di qualcosa. A noi lascia solo suggestioni che si fondono, si duplicano, si organizzano, e frugano tra i nostri ricordi.
Non posso fare a meno di notare della poesia quanto sia lungo il verso, doppio o più rispetto ad esempio, alla sua
I GATTI LO SAPRANNO, dove i versi sono solo sette-ottonari.






CASA IN COSTRUZIONE


Coi canneti è scomparsa anche l'ombra.
Già il sole, di sghembo,
attraversa le arcate e si sfoga per i vuoti
che saranno finestre: lavorano un po’ i muratori,
fin che dura il mattino. Ogni tanto rimpiangono
quando qui ci frusciavano ancora le canne,
e un passante accaldato poteva gettarsi sull'erba.

I ragazzi cominciano a giungere a sole più alto.
Non lo temono il caldo. I pilastri isolati del cielo
sono un campo di gioco migliore che gli alberi
o la solita strada. I mattoni scoperti
si riempion d'azzurro, per quando le volte
saran chiuse, e ai ragazzi è una gioia vedersi dal fondo
sopra il capo i riquadri di cielo. Peccato il sereno,
che un rovescio di pioggia lassù da quei vuoti
piacerebbe ai ragazzi. Sarebbe un lavare la casa.


Dopo un po’ i muratori si buttano all'ombra.
é il momento che il sole ha investito ogni cosa
e un mattone a toccarlo ci scotta le mani.
S'è già visto una biscia piombare fuggendo
nella pozza di calce: è il momento che il caldo
fa impazzire perfino le bestie. Si beve una volta
e si vedono le altre colline ogn'intorno, bruciare,
tremolare nel sole.



da Lavorare stanca Einaudi, Torino 1943


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RISVEGLIO - CESARE PAVESE

lunedì, 01 novembre 2010
RISVEGLIO - CESARE PAVESE
 
Ci sono dei momenti che sono irripetibili. Ci possiamo provare a riviverli; possiamo ricreare un ambiente o recarci nel solito magico posto dove li abbiamo vissuti, ma non li troveremo mai più.
Ce ne troveremo altri, se saremo fortunati, se sapremo coglierli in quanto nuovi, accettando l'idea che quello sguardo non sarà più lo stesso, perchè noi non saremo più gli stessi.
I nostri pensieri saranno più tesi al ricordo piuttosto che ad assaporare quel nuovo momento, ancora unico, ancora irripetibile.
Ma sapete, bisogna essere in due a volerlo, altrimenti non vale la pena neppure iniziare a cercare.
Cesare sa  cogliere una fine. Non so in quanto  tempo matura questa sua consapevolezza, (le sue poesie hanno sempre una nota molto malinconica, un tono pacato e di addio) ma stavolta in lui c'è la consapevolezza che "l'aria torna a vivere", che dopo la notte arriva la luce del giorno.
Percepisce un nuovo momento, "un nuovo vigore" da vivere; un segnale di positività, uno dei pochi che riconosco in questo autore.






RISVEGLIO

Lo ripete anche l'aria che quel giorno non torna.
La finestra deserta s'imbeve di freddo
e di cielo. Non serve riaprire la gola
all'antico respiro, come chi si ritrovi
sbigottito ma vivo. E' finita la notte
dei rimpianti e dei sogni. Ma quel giorno non torna.

Torna a vivere l'aria, con vigore inaudito,
l'aria immobile e fredda. La massa di piante
infuocata nell'oro dell'estate trascorsa
sbigottisce alla giovane forza del cielo.
Si dissolve al respiro dell'aria ogni forma
dell'estate e l'orrore notturno è svanito.
Nel ricordo notturno l'estate era un giorno
dolorante. Quel giorno è svanito, per noi.

Torna a vivere l'aria e la gola la beve
nella vaga ansietà di un sapore goduto
che non torna. E nemmeno non torna il rimpianto
ch'era nato stanotte. La breve finestra
beve il freddo sapore che ha dissolta l'estate.
Un vigore ci attende, sotto il cielo deserto.



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sabato 19 novembre 2011

I GATTI LO SAPRANNO - CESARE PAVESE

domenica, 31 gennaio 2010
I GATTI LO SAPRANNO - CESARE PAVESE
 
Un'altra bella poesia musicale di Cesare Pavese.
Pochi soni i poeti che hanno lo stesso senso del verso, del ritmo e della musicalità.
Penso a Pedro Salinas de Il tuo modo di amare, allo Jodorowsky di Poco a Poco, a Fiume di Scrivo a te donna, e qui mi fermo ma  non per mancanza di nomi, tra autori qui postati e non.
E' che alcune considerazioni le tengo per me per dei post successivi.


http://www.sartoriateatrale.com/wp-content/gallery/costumi/dorato.jpg



I GATTI LO SAPRANNO


Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l'alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
si saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.
Risponderai parole
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l'alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.

Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffieremo nell'alba,
viso di primavera.




ANCHE LA NOTTE TI SOMIGLIA - CESARE PAVESE

venerdì, 18 dicembre 2009
ANCHE LA NOTTE TI SOMIGLIA - CESARE PAVESE

Penso sia di chiara interpretazione questa poesia.
E l'autore ne è il protagonista assoluto, vestendo i panni ora della notte, ora del cuore; di chi implora  e di chi, febbricitante, aspetta l'alba, probabilmente di una nuova vita, quella che, alla fine, non ha avuto.
Le poesie di Pavese hanno un tono così pacato ed amorevole, che penso sia stato impossibile vederlo anche solo inquieto.
Un altro autore a cui far posto sullo scaffale della libreria.


http://www.torinoblog.it/files/2009/10/febbre.jpg




ANCHE LA NOTTE TI SOMIGLIA


Anche la notte ti somiglia,
la notte remota che piange
muta, dentro il cuore profondo,
e le stelle passano stanche.
Una guancia tocca una guancia
è un brivido freddo, qualcuno
si dibatte e t'implora, solo,
sperduto in te, nella tua febbre.

La notte soffre e anela l'alba,
povero cuore che sussulti.
O viso chiuso, buia angoscia,
febbre che rattristi le stelle,
c'è chi come te attende l'alba
scrutando il tuo viso in silenzio.
Sei distesa sotto la notte
come un chiuso orizzonte morto.
Povero cuore che sussulti,
un giorno lontano eri l'alba.


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venerdì 18 novembre 2011

VERRA' LA MORTE E AVRA' I TUOI OCCHI - CESARE PAVESE

venerdì, 27 novembre 2009
VERRA' LA MORTE E AVRA' I TUOI OCCHI - CESARE PAVESE
 
Saranno stati della Pivano gli occhi a cui pensava Pavese?
Se avesse vissuto sempre accanto al rimorso di qualcosa di non detto, nel vizio di un desiderio irrealizzabile?
Non suonerebbero allora gli ultimi versi rivelatori di quello a cui meditava?


http://www2.melitoonline.it/wp-content/uploads/2009/04/cesare-pavese.jpg



Cesare Pavese nasce a S.Stefano Belbo il 9 Settembre 1908: qui il padre, cancelliere di tribunale a Torino, ha un piccolo podere che per tutta l'infanzia sarà per lo scrittore la sede delle sue vacanze estive, mitizzata e sempre nei suoi scritti.
Pavese si rivela un ragazzo timido, amante dei libri, della natura e sempre pronto ad isolarsi dagli altri, a nascondersi, a inseguire farfalle e uccelli, a sondare il mistero dei boschi.
Si laurea a Torino, con una tesi sulla poesia di Walt Withman.
Insegna saltuariamente in vari istituti medi statali, ma, poiché non è iscritto al partito fascista, deve ripiegare sugli istituti privati.
Nel 1933 comincia a lavorare, insieme a Carlo Levi, Massimo Mila, Leone Ginzburg e altri, alla casa editrice Einaudi, ma nel 1935 viene arrestato perché coinvolto in attività antifasciste.
Condannato al confino a Brancaleone, in Calabria, vi resta fino al Marzo del '36.
Nel 1940 l'Italia  entra in guerra: Pavese è coinvolto in una nuova avventura sentimentale con una giovane universitaria che era stata sua allieva al liceo D'Azeglio e che gli aveva presentato Norberto Bobbio. La ragazza, giovane e ricca di interessi culturali, si chiamava Fernanda Pivano e colpì lo scrittore a tal punto che il 26 luglio le propose il matrimonio; malgrado il rifiuto della giovane, l'amicizia continuò. Alla Pivano Pavese dedicò alcune poesie, tra le quali "Mattino", "Estate" e "Notturno" che inserì nella nuova edizione di Lavorare stanca. Lajolo scrive che " Per cinque anni Fernanda fu la sua confidente, ed è in lei che Pavese tornò a sperare per avere una casa ed un amore. Ma anche quella esperienza - così diversa - si concluse per lui con un fallimento e per questo sfiora il suicidio. Sul frontespizio di Feria d'agosto sono segnate due date: 26 luglio '40, 10 luglio '45, che ricordano le due domande di matrimonio fatte a Fernanda e le due croci rappresentano il significato delle risposte" 
In seguito scrive: "Lavorare stanca", "Paesi tuoi" "Feria d'agosto".
Dopo la caduta del fascismo si rifugia con la famiglia nel Monferrato e continua la sua produzione con " Dialoghi con Leucò", "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", "Il compagno" (premio Salento 1938), "Prima che il gallo canti", "La bella estate", "La luna e i falò".
Nello 1949 vince il Premio Strega con il volume "La bella estate".
Il 27 Agosto 1950 muore suicida in una camera al secondo piano dell'hôtel Roma a Torino lasciando solo un'annotazione, sulla prima pagina dei "Dialoghi con Leucò", sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.».
Dai siti WindoWeb e Wikipedia



https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjndugmSlb_MpCxgs7msRK1MfH2DZ2w6ZyRNPyrnzDkf4gDf4P-rgL1hEvQYPWz2q8kWXhGu6_Q7nnzZzBKATsKQR3SZzP8B4PCqn1p1XEaA5PHgBMvywXX9fDFHOBwx0qKTtPXCsIxmuHz/s400/Fernanda-Pivano.jpg





VERRA'  LA MORTE E AVRA'  I TUOI  OCCHI



Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.