Visualizzazione post con etichetta autori inglesi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta autori inglesi. Mostra tutti i post

domenica 16 giugno 2013

E SCEGLIERE DI ANDARSENE. PER SEMPRE. - VIRGINIA WOLF








Caro Amore,
guardare in faccia la vita, guardarla attentamente e capirla al fine unico di comprenderla, amarla, e scegliere di metterla da parte, scegliere di lasciarla alla sua bellezza universale e andarsene insieme agli anni vissuti e trascorsi insieme. Ai giorni. All’amore.
Andarsene via insieme a tutto quello che la vita stessa unita alla consapevolezza della morte e al desiderio intrinseco di quest’ultima ci hanno regalato. E poi attimi. Istanti eterni…
Lasciarsi guidare in un mondo che volevo ma che non hai voluto tu. Fa che sul mio viso non scompaia mai il tuo sorriso, il tuo amarmi e il mio non voler… cosa? Farmi amare, forse. Farti soffrire, probabilmente. Mostrarti parti di me che spaventano persino me stessa, sicuramente. Me ne andrò dalla tua vita, per non farci ulteriormente del male, per non urtarci con i nostri ricatti morali, con il nostro troppo e il nostro troppo poco. Quando verrà la tua assenza mi sentirò impreparata, ancora legata a te. E tu?
Che cosa farai?
Ed io, su quale cuscino scioglierò i miei capelli?
Dove porterò quel sorriso e la mia valigia piena di vestiti che conosci?
Una frenesia nel cuore, un dubbio atroce: è finito tutto oppure non è cominciato? Fuori tutto il mondo ed ogni cosa stanno al suo posto, gli orologi girano le ore e tutto quanto il resto.
Amore mio fermami, da questi pensieri troppo fragili, da queste fiale troppo complici, dai sorrisi troppo ironici, dalla troppa solitudine.
Guardare la vita, guardarla attentamente e tentare di comprenderla al fine di amarla e scegliere di metterla da parte. Di andarsene insieme a quello che ci ha legati. Alle parole. L’amore. L’oblio.
Insieme alle ore. Quelle ore che non avranno più sorelle. E scegliere di andarsene.
Per sempre.

Virginia Woolf

lunedì 17 dicembre 2012

FEBBRE - SARAH KANE

 
In Italia il testo da cui è tratto questo frammento è stato pubblicato in "Tutto il teatro di Sarah Kane" edito da Einaudi e tradotto da Barbara Nativi. Inizialmente aveva il titolo di Febbre, poi quello definitivo di Fame ed è la storia di quattro personaggi: A (author, abusator, Alexander, nome dell'attore che inizialmente dove interpretare il personaggio), B (boy), C (child), M (mother), quattro personaggi disperati, rassegnati, la cui loro vita non ha più senso. 
Come i testi controversi precedenti, anche questo è destinato ad un pubblico adulto e aggiungerei consapevole di quello che si accinge a leggere.
 
 
 
 
Sarah Kane nasce a Brentwood, Essex, il 3 febbraio 1971. Scrittrice di teatro, col suo dramma d'esordio, Blasted (Dannati), presentato nel 1995 al Royal Court Upstairs suscitò un grosso scandalo e infinite polemiche per i temi trattati (stupro, cannibalismo e malattie). Tra i difensori della sua opera, Pinter e Edward Bond, impressionato, quest'ultimo, dall'umanità dell'opera. I testi successivi, Phaedra's Love (1996), Cleansed (1998) e la sceneggiatura di Skin (1995, diretto da Vincent O'Connell) confermano le premesse di Blasted, ma è solo dopo la sua quarta opera, Crave (Febbre) del 1998, inizialmente pubblicata con lo pseudonimo di Marie Kelvedon per farla valutare dalla critica senza i pregiudizi verso la sua autrice, che Sarah Kane si impone all'attenzione generale come capofila della new angry generation inglese.
La Kane ha lotatto contro la depressione per molti anni, facendosi ricoverare per ben due volte al Maudsley Hospital di Londra. Sono state queste sue condizioni psichiche, impietosamente descritte in 4:48 Psycosis (completata poco prima della sua morte e messo in scena  nel 2001) probabilmente a farla abusare dei farmaci che le avevano prescritto e, una volta ricoverata al King's College Hospital di Londra  a suicidarsi impiccandosi coi lacci delle sue scarpe nel bagno il 20 febbraio 1999. Aveva da poco compiuto 28 anni.
In Italia il testo è stato pubblicato in "Tutto il teatro di Sarah Kane" edito da Einaudi e tradotto da Barbara Nativi inizialmente con il titolo di Febbre, poi con quello definitivo di Fame. 
 
 
 
 
 
A: E voglio giocare a nascondino e darti i miei vestiti e dirti che mi piacciono le tue scarpe e sedermi sugli scalini mentre fai il bagno e massaggiarti il collo e baciarti i piedi e tenerti la mano e andare a cena fuori e non farci caso se mangi dal mio piatto e incontrarti da Rudy e parlare della giornata e battere a macchina le tue lettere e portare le tue scatole e ridere della tua paranoia e darti nastri che non ascolti e guardare film bellissimi e guardare film orribili e lamentarmi della radio e fotografarti mentre dormi e svegliarmi per portarti caffè brioches e ciambella e andare da Florent e bere caffè a mezzanotte e farmi rubare tutte le sigarette e non trovare mai un fiammifero e dirti quali programmi ho visto in tv la notte prima e portarti a far vedere l’occhio e non ridere delle tue barzellette e desiderarti di mattina ma lasciarti dormire ancora un po’ e baciarti la schiena e carezzarti la pelle e dirti quanto amo i tuoi capelli i tuoi occhi le tue labbra il tuocollo i tuoi seni il tuo culo il tuo...
e sedermi a fumare sulle scale finché il tuo vicino non torna a casa e sedermi a fumare sulle scale finché tu non torni a casa e preoccuparmi se fai tardi e meravigliarmi se torni presto e portarti girasoli e andare alla tua festa e ballare fino a diventare nero e essere mortificato quando sbaglio e felice quando mi perdoni e guardare le tue foto e desiderare di averti sempre conosciuta e sentire la tua voce nell’orecchio e sentire la tua pelle sulla mia pelle e spaventarmi quando sei arrabbiata e hai un occhio che è diventato rosso e l'altro blu e i capelli tutti a sinistra e la faccia orientale e dirti che sei splendida e abbracciarti se sei angosciata e stringerti se stai male e aver voglia di te se sento il tuo odore e darti fastidio quando ti tocco e lamentarmi quando sono con te e lamentarmi quando non sono con te e sbavare dietro ai tuoi seni e coprirti la notte e avere freddo quando prendi tutta la coperta e caldo quando non lo fai e sciogliermi quando sorridi e dissolvermi quando ridi e non capire perché credi che ti rifiuti visto che non ti rifiuto e domandarmi come hai fatto a pensare che ti avessi rifiutato e chiedermi chi sei ma accettarti chiunque tu sia e raccontarti dell’angelo dell’albero il bambino della foresta incantata che attraversò volando gli oceani per amor tuo e scrivere poesie per te e chiedermi perché non mi credi e provare un sentimento così profondo da non trovare le parole per esprimerlo e aver voglia di comperarti un gattino di cui diventerei subito geloso perché riceverebbe più attenzioni di me e tenerti a letto quando devi andare via e piangere come un bambino quando te ne vai e schiacciare gli scarafaggi e comprarti regali che non vuoi e riportarmeli via e chiederti di sposarmi e dopo che mi hai detto ancora una volta di no continuare a chiedertelo perché anche se credi che non lo voglia davvero io lo voglio veramente sin dalla prima volta che te l’ho chiesto e andare in giro per la città pensando che è vuota senza di te e volere quello che vuoi tu e pensare che mi sto perdendo ma sapere che con te sono al sicuro e raccontarti il peggio di me e cercare di darti il meglio perché è questo che meriti e rispondere alle tue domande anche quando potrei non farlo e cercare di essere onesto perché so che preferisci così e sapere che è finita ma restare ancora dieci minuti prima che tu mi cacci per sempre dalla tua vita e dimenticare chi sono e cercare di esserti vicino perché è bello imparare a conoscerti e ne vale di sicuro la pena e parlarti in un pessimo tedesco e in un ebraico ancora peggiore e far l’amore con te alle tre di mattina e non so come non so come non so come comunicarti qualcosa dell’assoluto eterno indomabile incondizionato inarrestabile irrazionale razionalissimo costante infinito amore che ho per te.
 
 
 
A: And I want to play hide-and-seek and give you my clothes and tell you I like your shoes and sit on the steps while you take a bath and massage your neck and kiss your feet and hold your hand and go for a meal and not mind when you eat my food and meet you at Rudy's and talk about the day and type up your letters and carry your boxes and laugh at your paranoia and give you tapes you don't listen to and watch great films and watch terrible films and complain about the radio and take pictures of you when you're sleeping and get up to fetch you coffee and bagels and Danish and go to Florent and drink coffee at midnight and have you steal my cigarettes and never be able to find a match and tell you about the tv programme I saw the night before and take you to the eye hospital and not laugh at your jokes and want you in the morning but let you sleep for a while and kiss your back and stroke your skin and tell you how much I love your hair your eyes your lips your neck your breasts your arse your..

and sit on the steps smoking till your neighbour comes home and sit on the steps smoking till you come home and worry when you're late and be amazed when you're early and give you sunflowers and go to your party and dance till I'm black and be sorry when I'm wrong and happy when you forgive me and look at your photos and wish I'd known you forever and hear your voice in my ear and feel your skin on my skin and get scared when you're angry and your eye has gone red and the other eye blue and your hair to the left and your face oriental and tell you you're gorgeous and hug you when you're anxious and hold you when you hurt and want you when I smell you and offend you when I touch you and whimper when I'm next to you and whimper when I'm not and dribble on your breast and smother you in the night and get cold when you take the blanket and hot when you don't and melt when you smile and dissolve when you laugh and not understand why you think I'm rejecting you when I'm not rejecting you and wonder how you could think I'd ever reject you and wonder who you are but accept you anyway and tell you about the tree angel enchanted forest boy who flew across the ocean because he loved you and write poems for you and wonder why you don't believe me and have a feeling so deep I can't find words for it and want to buy you a kitten I'd get jealous of because it would get more attention than me and keep you in bed when you have to go and cry like a baby when you finally do and get rid of the roaches and buy you presents you don't want and take them away again and ask you to marry me and you say no again but keep on asking because though you think I don't mean it I do always have from the first time I asked you and wander the city thinking it's empty without you and want what you want and think I'm losing myself but know I'm safe with you and tell you the worst of me and try to give you the best of me because you don't deserve any less and answer your questions when I'd rather not and tell you the truth when I really don't want to and try to be honest because I know you prefer it and think it's all over but hang on in for just ten more minutes before you throw me out of your life and forget who I am and try to get closer to you because it's beautiful learning to know you and well worth the effort and speak German to you badly and Hebrew to you worse and make love with you at three in the morning and somehow somehow somehow communicate some of the overwhelming undying overpowering unconditional all-encompassing heart-enriching mind-expanding on-going never-ending love I have for you.”  



sabato 26 novembre 2011

Proposta di traduzione: COLLINA DANESE - HAROLD PINTER

domenica, 30 ottobre 2011
Proposta di traduzione: COLLINA DANESE - HAROLD PINTER
 
I Nobel della letteratura I
Recentemente a Milano sono capitata a "Il Piccolo" sempre aperto, dove era un corso un concerto a due di pianoforte. Entrando, sul lato sinistro c'è una mini-libreria con una vasta scelta di testi taetrali. Ho dato una scorsa ai titoli e - possibile? - ho trovato un testo di poesia.
L'edizione di Einaudi, quella della serie bianca, con una delle poesie dell'autore, o almeno con una manciata di versi significativi, ci fa capire subito se il volumetto che hai in mano è uno di quelli che rimpiangerai di non aver comprato.
Le poesie sono introdotte da una breve ma suggestiva prefazione (un piccolo stralcio è riportato qui sotto, con il nome del suo autore); non posso dire di essere rimasta soddisfatta della traduzione. Chiedo perdono a tutti: editore, traduttrice e a chi leggerà più sotto. Forte del testo originale a fronte, ho trovato assonanze diverse che mi tornavano indietro con sonorità e musicalità diverse.
In fondo è proprio quello che dice  il curatore del libro:
"La lettura di questi versi richiede una particolare disposizione a sentire, poichè molto spesso ciò che comunicano è una vera e propria vibrazione musicale piuttosto che un'affermazione esplicita".
Questa piccola composizione ci propone già un accaduto che è lasciato libero alla nostra interpretazione, come se fossimo arrivati in ritardo, solo al secondo atto di una rappresentazione.
Quel "Bene" sembra voler porre fine ad una discussione mai iniziata, a dei rimorsi che iniziano ad affacciarsi.
Oppure potrebbe essere voler consegnare una persona cara al ricordo, senza cederla al rimpianto, dal momento che sarà comunque "là".
E probabilmente voi troverete almeno un centinaio di altre interpretazioni.
Non è quello che ci aspetta da una poesia questo?


Harold nacque a Hackney, Londra il 10 ottobre 1930 e studiò alla Hackney Downs Grammar school.
Fu principalmente un drammaturgo, uno scrittore teatrale; la sua poesia è "una stanza in cui bisogna voler entrare, la porta non ha serratura e la luce non si accende premendo un interruttore: si fa un passo  e si accede all'interno di uno spazio privo di punti di riferimento ma altresì saturo di suggestioni" (Edy Quaggio)
Poesia è stata il primo amore di Pinter, poi scoprì il fascino del palcoscenico, recitando in teatro col nome d'arte di David Baron. La sua prima commedia, The Room, fu rappresentata per la prima volta dagli studenti dell'università di Bristol nel 1957.
The Birthday Party (rappresentato nel 1958) fu inizialmente un fiasco, nonostante la recensione positiva sul Sunday Times fattagli dal critico teatrale Harold Hobson ma il successo del suo lavoro successivo, The Caretaker (1960), la riportò in auge e questa volta riscosse successo. Queste commedie ed altri dei suoi primi lavori, come The Homecoming (1964), sono a volte etichettate come "commedia della minaccia". Di solito cominciano con una situazione apparentemente innocente che diventa assurda e minacciosa poiché gli attori si comportano in modo inspiegabile sia per il pubblico che, a volte, per gli altri personaggi. Questo stile ha ispirato l'aggettivo "Pinteresque".
Dagli anni settanta si dedicò alla regia;  i suoi lavori si fanno più attenti alla politica mondiale ed ai temi dei diritti umani e della oppressione.
Nel 1985 Pinter si recò in Turchia con il commediografo statunitense Arthur Miller dove incontrò molte vittime dell'oppressione politica. Durante una cerimonia all'ambasciata statunitense in onore di Miller, invece dei convenevoli, Pinter parlò delle persone torturate con scosse elettriche ai genitali e per questo venne cacciato (Miller, per sostenerlo, lasciò l'ambasciata con lui).
Fu fortemente critico nei confronti dell'invasione americana dell'Afganistan e dell'Iraq.
E' stato insignito del CBE (Ordine dell'Impero Britannico) nel 1966 e proclamato Companion of Honour nel 2002, dopo aver precedentemente rifiutato la carica di cavaliere.
Nell'ottobre 2005 l'Accademia di Svezia annunciò che Pinter era il vincitore del premio Nobel 2005 per la letteratura con la seguente motivazione: "nelle sue commedie [egli] scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell'oppressione".
Nel 2006 gli viene invece conferito il Premio Europa per il Teatro.
Nel gennaio 2007 il primo ministro francese Dominique de Villepin gli ha assegnato la Legion d'onore.
Muore la vigilia di Natale, mercoledì 24 dicembre 2008 all'età di 78 anni.



COLLINA  DANESE


Bene, perlomeno sei là,
e quando entrerò nella stanza,
ti alzerai, le mani intrecciate
e sorriderai
oppure, se addormentata,
ti sveglierai.








DENMARK  HILL


Well, al least you're there,
and when I come into the room,
You'll stand, your hands linked,
and smile,
or, if asleep,
wake.


September 1977


Leggi i vecchi commenti


ULTIMA LETTERA - TED HUGHES

giovedì, 06 ottobre 2011
ULTIMA LETTERA - TED HUGHES
 
Vi lascio una lettura lunga ed importante per molti versi.
Anche se si prova una istintiva diffidenza nei conffronti dell'uomo, del marito di quella Sylvia Plath suicida, ispiratore di tante sue poesie. Il Ted infedele, distruttore di gran parte dei suoi diari  e , forse di un'ultima lettera. Leggendo la biografia di Sylvia, a lui va tutta la nostra antipatia.
Ma la vita è complessa e complicata ed il ruolo del cattivo soggetto non si addice ad un poeta  e Ted è stato uno dei Poeti Laureati d'Inghilterra,  e allora?
Allora vale la pena, io credo, di scavare dentro la sua vita, perchè se si è in due, gli errori si compiono in due; inconsapevolmente, inconsciamente per mancanza di dialogo, per non saper esternare i propri bisogni proprio con la persona che dovrebbe capire di più.
E la lettera - ci dice - fu Sylvia stessa a distruggerla,  forse sorpresa da una sua visita improvvisa. Ma aleggiano quelle parole non lette, tanto da fargli scrivere un testo dentro cui legare il suo dolore, forse anche per il suicidio della donna con cui si era legato dopo Sylvia.
Il testo è stato ritrovato da poco, tra le sue carte. Sono rimasta perplessa nel leggere questo verso:
La mia Susan dellarobbia.
Ho pensato ad un errore nella traduzione, ma poi in rete ho trovato questa spiegazione:
"Non è facile capire cosa intenda; presumibilmente è un riferimento ad un lavoro di Luca o Andrea della Robbia, scultori del Rinascimento fiorentino, e questo implica che Susan era una figura di dolcezza e calma in confronto a Sylvia e Assia, che la poesia paragona a "due aghi pazzo" ricamare "il loro tatuaggio sanguinosa / Da qualche parte dietro il mio ombelico ... che attraversano i loro punti di sutura, / Selezione tra i miei nervi / per i loro colori. "




Edward James Hughes, conosciuto come Ted, naque a Mytholmroyd, Yorkshire, il 17 agosto del 1930, è condiserato uno dei maggiori poeti della sua generazione, uno dei "poeti di Cambridge", gruppo legato alla rivista Delta, ed è stato Poeta Laureato d'Inghilterra dal 1984 fino alla sua morte, avvenuta a Devon il 28 ottobre 1998.
Crebbe tra le fattorie e le colline dello Yorkshire, sempre assieme a suo fratello maggiore  Gerald, grande affabulatore che, come sua madre, gli raccontava delle storie avventurose e di caccia.
Ma nel 1937 la famiglia si trasferisce a Mexborought  per gestire una edicola con rivendita di tabacchi che il padre acquista grazie ad una piccola somma ereditata dalla moglie. Il fratello resta a lavorare come guardiacaccia nel Devon e successivamente, sposandosi, si trasferirà in Australia.
Questo distacco sarà motivo di dolore per il piccolo Ted. Nella cittadina di Mexborought, Ted inizia la sua avventura scolastica, dimostrando una passione per la lettura.  Nella biblioteca della scuola trova molti racconti di avventura, molto simili a quelli del fratello, che inizia a scriverne lui stesso.
Proseguendo negli studi,  ha la fortuna di incontrare ottimi insegnanti, che riescono a potenziare le sue doti. Sua sorella Olwyn, maggiore di due anni ma con un gusto poetico molto affinato, lo inizierà alla poesia.
La madre condivide la passione dei figli, ed acquista diversi libri di poesie di autori inglesi; è così che Ted legge le poesie di quel Kipling di cui aveva letto con entusiasmo il Libro della Giungla.  In questo periodo la poesia per Ted diventa più importante delle altre  sua passioni ed inizia a scrivere dei poemi sul giornalino della scuola, venendo a contatto anche con lal poesia di Yeats, di Eliot, di Dylan Thomas, di Lawrence.
Nel 1948 sarà ammesso al Pembroke College di Cambridge  dove studia Letteratura inglese, ma è deluso dai programmi e dai metodi di studio, quindi abbandona il corso di letteratura, per iscriversi ad antropologia e archeologia e, dopo due anni di leva militare sotto la RAF nell' East Yorkshire, potrà iniziare l'Università.
Dopo aver conseguito la laurea, Ted non ha ancora nessun progetto per il suo futuro; desidera solo continuare a scrivere poesie ed impegnarsi in una qualche attività che lo avvicini alla natura.
Si trasferisce a Londra, presso un amico dove svolgerà diversi tipi di lavori per potersi mantenere . Frequenta le riunioni di un gruppo di poeti, ma continua a recarsi nella biblioteca di Cambridge per studiare e ritrovare i suoi vecchi amici che frequentano il vecchio ritrovo dell'"Anchor". Qui incontra il poeta americano Lucas Myers che gli farà conoscere gli scritti di altri poeti americani contemporanei.
Il suo incontro con Sylvia Plath sarà nel febbraio del 1956, e dopo soli quattro mesi, impulsivamente e con la presenza della sola madre della donna, si sposarono in una piccola chiesetta a Bloomsbury.
L'anno successivo Sylvia lo spinge a partecipare ad un concorso di poesia.  Ottiene i  primi consensi e da qui inizierà a costruire la sua carriera.
Il loro matrimonio non durerà; Sylvia già sopravvissuta a due tentativi di suicidio prima del loro incontro, non riesce a sopportare la vita monotona della campagna dove si erano trasferiti e la gelosia nei confronti del marito - che si era invaghito della moglie del poeta canadese  e vicino di casa David Wevill e con la quale aveva iniziato una relazione  - lo caccia di casa, tornando a Londra dove, dopo un intenso periodo poetico, si suicida.
Dopo un analogo periodo di convivenza, anche Assia si suicida, convolgendo in questa follia la piccola Shura di quattro anni, loro figlia.
Nell'agosto del 1970, Hughes sposò Carol Orchard, un'infermiera. Rimasero insieme fino alla morte di lui, avvenuta il 28 ottobre 1998. Ricevette l'Order of Merit dalla regina Elisabetta II del Regno Unito poco prima della sua morte.
Io credo che di qualunque peccato sia sia macchiato, Ted ha pagato ampiamente qui, in terra.


Lettera Ultimo Ted Hughes 'a Sylvia Plath ha pubblicato per la prima volta

ULTIMA LETTERA



Che cosa successe quella notte? La tua ultima notte.
Doppia, tripla esposizione
A tutto. Nel tardo pomeriggio, venerdì,
Ti vidi viva per l'ultima volta.
Mentre bruciavi la lettera che mi avevi scritto, nel portacenere,
Con quel sorriso strano. Se avessi rovinato il tuo piano?
Se mi avesse sorpreso prima di quando tu ti proponevi?
Se fossi corso da te troppo presto?
Un'ora dopo – saresti andata
Dove non avrei potuto più raggiungerti.
Mi sarei allontanato dalla tua porta rossa chiusa
Che nessuno avrebbe aperto
Con ancora in mano la tua lettera,
Un fulmine che non poteva scaricarsi a terra.
Quella sarebbe stata una cura di elettroshock
Per me.
Ripetuta più e più volte, per tutto il weekend
Ogni volta che la leggevo, o ci pensavo.
Avrebbe cambiato il mio cervello, e la mia vita.
La cura che avevi programmato aveva bisogno di tempo.
Non riesco a immaginare
Come avrei vissuto quel weekend.
Non riesco a immaginare. Avevi previsto tutto?
La tua nota mi ha raggiunto troppo presto - lo stesso giorno,
Venerdì pomeriggio, spedita al mattino.
Demoni potenti l'hanno accelerata.
Questo è stato un altro dettaglio sfortunato
Tratto contro di te da parte dell'Ufficio Postale
E aggiunto al tuo carico. Mi sono mosso velocemente,
Attraverso il crepuscolo di Londra, azzurrino di neve a febbraio.
Ho pianto di sollievo quando hai aperto la porta.
Una folla di enigmi risolti. Lacrime precoci
Che non hanno saputo spiegarmi, non hanno saputo divulgare
La loro importanza reale. Ma che cosa hai detto
Sui resti fumanti di quella lettera
Annientata così accuratamente, così tranquillamente,
Per fare in modo che io ti liberassi, e ti lasciassi
A soffiar via le sue ceneri dal tuo piano – via dal portacenere
Che avresti usato per farmi leggere
Il numero di telefono del dottore.
La mia fuga
Era diventata una cosa così maledetta
Insonne, senza speranza, tutti i suoi sogni esausti,
Volevo solo essere catturato di nuovo, volevo
Solo cadere, dal suo vuoto.
Due giorni di nulla sospeso. Due giorni gratis.
Due giorni in nessun calendario, ma rubati
A nessun mondo,
Al di là della realtà, del sentimento, o di un nome.
La mia vita amorosa ci si è afferrata.
La mia intorpidita vita amorosa
Con i suoi due aghi pazzi,
Intenti a ricamare le loro rose, bucando e tirando
I loro nastri, il loro sanguinoso tatuaggio
Da qualche parte dietro al mio ombelico,
Ricamando un intrico di blasoni,
Due aghi pazzi, incrociano i loro punti,
Scegliendo i loro colori
Tra i miei nervi, mi ridisegnano
Dentro la mia pelle, ognuno ridisegna l'altro
Con le loro auto-caricature,
Il loro ossessivo dentro e fuori. Due donne
Ciascuna con il suo ago.
Quella notte
La mia Susan dellarobbia. Mi mossi
Con la circospezione
Della fiamma sulla miccia. Tutta la mia furia
Era un tentativo abbandonato di far saltare
Il vecchio globo in cui ombre si chinavano
Sulle mie tracce di cenere, rivelatrici. Sono corso
Via, rivolto all'indietro, un film al contrario,
Verso cosa? Siamo andati a Rugby
Street
Dove io e te ci siamo messi insieme.
Perché siamo andati lì? Tra tutti i posti
Perché siamo andati lì? Perversità
Nell'arte del nostro destino
Raffinatamente calibrata per te, per me
E per Susan. Il solitario
Giocato dal Minotauro
di quel labirinto
Includeva anche Helen, nell'appartamento al piano terra.
L'avevi notata - la ragazza per una storia.
Non l'hai mai incontrata. Pochi la incontravano,
Tranne che tramite le orecchie e la maschera delirante
Del suo alsaziano. Non l'hai nemmeno intravista.
Eri solo indietreggiata
Quando il suo animale impazzito si schiantava di peso
Contro la porta, mentre passavamo lungo il corridoio;
E l'hai sentito soffocare di un infinito odio tedesco.
Quella domenica notte è stata più socievole, si è aperta
Per i pochi centimetri a lei consentiti.
Susan salutò gli occhi neri, l'infelice
Sovrappeso, bel viso, che spuntavano
Attraverso la piccola catena. La porta si chiuse.
L'abbiamo sentita consolare il suo carceriere
Nella sua cella, la sua cuccia, dove, giorni dopo,
Ha gassato il suo kapo feroce, e se stessa.
Susan e io passammo quella notte
Nel nostro letto di nozze. Non lo vedevo
Da quando ci giacemmo il giorno del nostro matrimonio.
Non l'ho riportata nel mio letto.
Ho pensato, finito il tuo weekend,
Saresti potuta apparire - una visita a sorpresa.
Sei apparsa, bussando alla mia finestra buia?
Così sono rimasto con Susan, nascondendomi da te,
Nel nostro letto nuziale - lo stessa da cui
Tre anni dopo l'avrebbero portata alla sua morte
In questo stesso ospedale in cui, dodici ore dopo,
Ti avrei trovata morta.
Lunedì mattina
L'ho accompagnata al lavoro, nella City,
Poi ho parcheggiato a nord di Euston Road
E sono tornato dove il mio telefono attendeva.
Ciò che successe quella notte, nelle tue ore,
È ignoto, come se non fosse mai accaduto.
Che accumulazione di tutta la tua vita,
Come uno sforzo inconscio, come una nascita
Spingendo lentamente attraverso la membrana di ogni secondo
Verso il successivo, sia accaduta
Solo come se non potesse accadere,
Come se non stesse accadendo. Quante volte
Squillò il telefono nella mia stanza vuota,
Hai sentito lo squillo nel ricevitore -
Alle due estremità la memoria che svanisce
Di un telefono che squilla, in un cervello
Come già morto. Conto
Quante volte avrai camminato fino alla cabina telefonica
In fondo alla terrazza di Saint George.
Sei lì ogni volta che ci guardo, svolti l'angolo
Di Fitzroy Road, attraversi
Tra i mucchi di zucchero sporco.
Nel tuo lungo cappotto nero,
Con la treccia arrotolata dietro la testa
Cammini incapace di muoverti, o svegliarti, e sei
Già nessuno che cammina
Che cammina lungo le ringhiere di Primrose Hill
Verso la cabina telefonica che non può mai essere raggiunta.
Prima di mezzanotte. Dopo mezzanotte. Ancora.
Ancora. Ancora. E, verso l'alba, ancora.
A quale posizione delle lancette sul mio orologio
Il tuo ultimo tentativo,
Già ben oltre
La mia possibilità di udirlo, scosse il cuscino
Di quel letto vuoto? Un ultimo
Tocco leggero ai miei libri, e alle mie carte?
Quando arrivai lì, il mio telefono era addormentato.
Il cuscino innocente. La mia stanza dormiva,
Già sfiorata dalla luce innevata del mattino.
Ho acceso il fuoco. Ho tirato fuori le mie carte.
E avevo iniziato a scrivere quando il telefono
Sobbalzò, suonando allarmato,
Ricordando tutto. Si riprese nella mia mano.
Poi una voce come un'arma di precisione
Oppure un'iniezione misurata,
Consegnò freddamente le sue quattro parole
Al fondo del mio orecchio: 'Sua moglie è morta.'







Last Letter



What happened that night? Your final night.
Double, treble exposure
Over everything. Late afternoon, Friday,
My last sight of you alive.
Burning your letter to me, in the ashtray,
With that strange smile. Had I bungled your plan?
Had it surprised me sooner than you purposed?
Had I rushed it back to you too promptly?
One hour later--- you would have been gone
Where I could not have traced you.
I would have turned from your locked red door
That nobody would open
Still holding your letter,
A thunderbolt that could not earth itself.
That would have been electric shock treatment
For me.
Repeated over and over, all weekend.
As often as I read it, or thought of it.
That would have remade my brains, and my life.
The treatment that you planned needed some time.
I cannot imagine
How I would have got through that weekend.
I cannot imagine. Had you plotted it all?

Your note reached me too soon---that same day,
Friday afternoon, posted in the morning.
The prevalent devils expedited it.
That was one more stroke of ill-luck
Drawn against you by the Post Office
And added to your load. I moved fast,
Through the snow-blue, February, London twilight.
Wept with relief when you opened the door.
A huddle of riddles in solution. Precocious tears
That failed to interpret to me, failed to divulge
Their real import. But what did you say
Over the smoking shards of that letter
So carefully annihilated, so calmly,
That let me release you, and leave you
To blow its ashes off your plan---off the ashtray
Against which you would lean for me to read
The Doctor’s phone number.
My escape
Had become such a hunted thing
Sleepless, hopeless, all its dreams exhausted,
Only wanting to be recaptured, only
Wanting to drop out of its vacuum.
Two days of dangling nothing. Two days gratis.
Two days in no calendar, but stolen
From no world.Beyond actuality, feeling, or name.

My love-life grabbed it.
My numbered love-life
With its mad needles,
Embroidering their rose, piercing and tugging
At their tapestry, their bloody tattoo
Somewhere behind my navel.
Treading that morass of emblazon
Two mad needles, criss-crossing their stitches,
Selecting among my nerves
For their colours, refashioning me
Inside my own skin, each refashioning the other
With their self-caricatures.

Their obsessed in and out. Two women
Each with her needle.

That night
My dellarobbia Susan. I moved
With the circumspection
Of a flame in a fuse. My whole fury
Was an abandoned effort to blow up
The old globe where shadows bent over
My telltale track of ashes, I raced
From and from, face backwards, a film reversed,
Towards what? We went to Rugby St
Where you and I began.
Why did we go there? Of all places
Why did we go there? Perversity
In the artistry of our fate
Adjusted its refinements for you, for me
And for Susan. Solitaire
Played by the Minotaur of that maze
Even included Helen, in the ground-floor flat.
You had noted her---a girl for a story.
You never met her.Few ever met her,
Except across the ears and raving mask
Of her Alsatian. You had not even glimpsed her.
You had only recoiled
When her demented animal crashed its weight
Against her door, as we slipped through the hallway;
And heard it choking on infinite German hatred.

That Sunday night she eased her door open
Its few permitted inches.
Susan greeted the black eyes, the unhappy
Overweight, lovely face, that peeped out
Across the little chain. The door closed.
We heard her consoling her jailor
Inside its cell, its kennel, where, days later,
She gassed her ferocious kupo, and herself.

Susan and I spent that night
In our wedding bed. I had not seen it
Since we lay there on our wedding day.
I did not take her back to my own bed.
It had occurred to me, your weekend over,
You might appear---a surprise visitation.
Did you appear, to tap at my dark window?
So I stayed with Susan, hiding from you,
In our own wedding bed---the same from which
Within three years she would be taken to die
In that same hospital where, within twelve hours,
I would find you dead.

Monday morning
I drove her to work, in the City,
Then I parked my van North of Euston Road
And returned to where my telephone waited.

What happened that night, inside your hours,
Is as unknown as if it never happened.
What accumulation of your whole life,
Like effort unconscious, like birth
Pushing through the membrane of each slow second
Into the next, happened
Only as if it could not happen.
As if it was not happening. How often
Did the phone ring there in my empty room,
You hearing the ring in your receiver---
At both ends the fading memory
Of a ringing telephone, in a brain
As if already dead. I count
How often you walked to the phone-booth
At the bottom of St George’s terrace.
You are there whenever I look, just turning
Out of Fitzroy Road, crossing over
Between the heaped up banks of dirty sugar.
In your long black coat,
With your plait coiled up at the back of your hair
You walk unable to move, or wake, and are
Already nobody walking.
Walking by the railings under Primrose Hill
Towards the phone booth that can never be reached.
Before midnight. After midnight. Again.
Again. Again. And, near dawn, again.

At what position of the hands on my watch-face
Did your last attempt,
Already deeply past
My being able to hear it, shake the pillow
Of that empty bed? A last time
Lightly touch at my books, and my papers?
By the time I got there my phone was asleep.
The pillow innocent. My room slept,
Already filled with the snowlit morning light.
I lit my fire. I had got out my papers.
And I had started to write when the telephone
Jerked awake, in a jabbering alarm,
Remembering everything. It recovered in my hand.
Then a voice like a selected weapon
Or a measured injection,
Coolly delivered its four words
Deep into my ear: ‘Your wife is dead.’


SOLITUDINE - JOHN KEATS

lunedì, 29 agosto 2011
SOLITUDINE - JOHN KEATS
 
Non posso fare a meno di notare il parallelismo  tra l'incipit di John e quello di Julio.
Ve lo ripropongo qui:
"Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento" (Cortazar)

"Solitudine, se vivere devo con te,
sia almeno lontano dal mucchio confuso"
(Keats)
Presupposti (quasi) simili, per risultati opposti. Julio parla della fine di un amore, John solo (?) della solitudine, almeno apparentemente. Li divide un abisso di tempo: John è un poeta dello scorso secolo ed è portato al cosiddetto Fuori montaliano, con emozioni descritte dal verso; Julio - nato a distanza di quasi un secolo dalla sua morte -  invece crede nel Dentro. Nelle sue poesie  le emozioni sono solo vibrazioni lasciate tra un verso ed il successivo, tra una parola e l'altra.




John Keats nacque a Londra il 31 ottobre 1795. Crebbe nella tenuta del nonno paterno, che il padre amministrava, ma della sua infanzia non si sa molto. Geloso della madre e protettivo nei confronti del fratello Tom, anche se aveva anche altri tre fratelli, a quattordici anni era già orfano di entrambi i genitori; il padre per una caduta da cavallo (1804), la madre per tisi (1810). Proprio dopo la morte di questa ultima, abbandonò i suoi studi per lavorare come apprendista farmacista. Riprenderà più tardi gli studi in medicina, indirizzatovi dal tutore che nel frattempo la nonna aveva nominato per amministrare il patrimonio della sua famiglia, tale Richard Abbey. Purtroppo con la sua disonestà – o incapacità - costrinse i ragazzi e John in particolare, a vivere in ristrettezze economiche fino alla fine dei suoi giorni.
L'intera eredità fu restituita poi ai due fratelli superstiti, George e Fanny, dopo la morte di Abbey.
Nonostante le ristrettezze economiche, nel 1816 John abbandona la medicina per la poesia; incontrerà Leigh Hunt che gli pubblica sulla rivista Examiner, di cui era direttore, la poesia “O solitudine” e l'altro grande poeta Shelley. L'anno successivo uscirà il suo primo libro che ricevette critiche negative, come pure il successivo volume, pubblicato nel successivo 1818. Dovra prendersi cura del piccolo Tom, ammalato anche lui di tisi che morirà in quell'anno.
Ma nonostante il disprezzo della critica e le scarse vendite, in questo periodo John stringe amicizie importanti, tra cui Joseph Severn che lo assisterà fino alla fine e Richard Woodhouse, custode delle sue poesie, lettere e aneddoti sul poeta, scriverà quelle odi che ce lo consegneranno come uno dei più grandi poeti e coronerà il suo amore per Fanny Brawne con un fidanzamento ufficiale.
Purtroppo nel successivo febbraio 1820 iniziano i primi attacchi di tubercolosi, malattia che John conosce bene e che non gli lascia grandi speranze.
Nel settembre si trasferirà in Italia, per il clima mite, accompagnato da Severn.
Il 30 novembre già scrive a Brown: "Ho la sensazione continua che la mia vita reale sia già passata, e di star quindi conducendo un'esistenza postuma...".
Il 23 febbraio 1821 John muore, rivolgendo a Severn le sue ultime parole:
"Severn, sollevami perché sto morendo - morirò facilmente - non spaventarti - grazie a Dio è arrivata".
Viene sepolto nel Cimitero Protestante di Roma. Sulla sua tomba non c'è nessun nome, solo la scritta:
« Questa tomba contiene i resti mortali di un GIOVANE POETA INGLESE che, sul letto di morte, nell’amarezza del suo cuore, di fronte al potere maligno dei suoi nemici, volle che fossero incise queste parole sulla sua lapide: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto con l'acqua”  »
Sulla lapide venne incisa una lira greca con quattro delle otto corde spezzate “per mostrare il suo Genio Classico spezzato dalla morte prematura”, secondo l’interpretazione data più tardi da Severn.






SOLITUDINE

Solitudine, se vivere devo con te,
sia almeno lontano dal mucchio confuso
delle case buie; con me vieni in alto,
dove la natura si svela, e la valle,
il fiorito pendio, la piena cristallina
del fiume appaiono in miniatura;
veglia con me, dove i rami fanno dimore,
e il cervo veloce, balzando, fuga
dal calice del fiore l'ape selvaggia.
Qui sarei felice anche con te. Ma la dolce
conversazione d'una mente innocente, quando le parole
sono immagini di pensieri squisiti, è il piacere
dell'animo mio. E' quasi come un dio l'uomo
quando con uno spirito affine abita in te.






O Solitude! If I must with thee dwell

O Solitude! If I must with thee dwell,
Let it not be among the jumbled heap
Of murky buildings; climb with me the steep, -
Nature's observatory - whence the dell,
Its flowery slopes, it's river's crystal swell,
May seem a span; let me thy vigils keep
'Mongst boughs pavillion'd, where the deer's swift leap
Startles the wild bee from the fox-glove bell.
But though I'll gladly trace these scenes with thee,
Yet the sweet converse of an innocent mind,
Whose words are images of thoughts refin'd,
Is my soul's pleasure; ad it sure must be
Almost the highest bliss of human-kind,
When to thy haunts two kindered spirits flee




EMOZIONI: da LE ONDE di VIRGINIA WOOLF

sabato, 27 agosto 2011
EMOZIONI: da LE ONDE di VIRGINIA WOOLF
 
Due parole soltanto su questo post che inaugura le "Emozioni" , cioè dei passaggi di non-poesia, altamente poetici, almeno secondo il mio metro, il mio momento ed il libro che sto leggendo.
Non ci sarà nessun mio scritto a corredo. Quel che riporto, dovrebbe essere in grado di scuotere chi legge, oppure no. Ma le mie parole non faranno la differenza.






<< Ma quando ci sediamo accanto, vicini, - disse Bernard, - ci dissolviamo l’uno nelle frasi dell’altro. Una nebbia ci avvolge. Si crea un mondo immateriale>>.
<<Vedo il maggiolino, - disse Susan.- E’ nero, lo vedo; no, è verde, io mi attacco a ogni parola. Tu invece con le parole e con le frasi divaghi, scivoli via, ti sollevi sempre più in alto>>.


Virginia Woolf – Le Onde - Einaudi


Leggi i vecchi commenti


domenica 20 novembre 2011

VIRGINIA WOOLF su: UOMINI E DONNE

giovedì, 28 aprile 2011
VIRGINIA WOOLF su: UOMINI E DONNE


http://digilander.libero.it/Le.parole.di.un.uomo/ricordare.jpg


"Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Senza quel potere la terra forse sarebbe ancora tutta giungla e paludi. Le glorie di tutte le nostre guerre sarebbero sconosciute. Staremmo ancora a graffiare la sagoma di un cervo sui resti di ossa di montone e a barattare selci con pelli di pecora o con qualsiasi semplice ornamento attraesse il nostro gusto non sofisticato. Non sarebbero mai esistiti Superuomini o Figli del Destino. Lo Zar o il Kaiser non avrebbero mai portato corone sul capo né le avrebbero perdute. Quale che sia l’uso che se ne fa nelle società civili, gli specchi sono indispensabili ad ogni azione violenta od eroica. E’ questa la ragione per la quale sia Napoleone che Mussolini insistono con tanta enfasi sulla inferiorità delle donne, perché, se queste non fossero inferiori, verrebbe meno la loro capacità di ingrandire. Ciò serve a spiegare in parte la necessità che tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare perché gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da una donna; e come sia impossibile per una donna dire loro questo libro è brutto, questo dipinto è debole, o qualunque altra cosa, senza procurargli molto più dolore e suscitare molta più rabbia di quanta non ne susciterebbe un uomo che facesse la stessa critica.Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; la capacità maschile di adattarsi alla vita viene sminuita. Come farebbe lui a continuare ad emettere giudizi, a civilizzare indigeni, a promulgare leggi, a scrivere libri, a vestirsi elegante e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedere se stesso, a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la stessa taglia? A questo pensavo, mentre riducevo il pane in briciole e giravo il caffè e di tanto in tanto guardavo la gente che passava per strada."


VIRGINIA WOOLF, Una stanza tutta per sé (Saggio basato su due conferenze tenute dall’autrice presso la Arts Society di Newnham e la Odtaa di Girton nell’ottobre del 1928)

Un grazie alla disponibilità di Ipazia del Blog Ottantanovenuvole più una.
  
  Leggi i vecchi commenti

UNA COMPAGNIA DI AMICI - ELISABETH JENNINGS

domenica, 27 marzo 2011
UNA COMPAGNIA DI AMICI - ELISABETH JENNINGS

Vedete come torna spesso nella vita dei poeti il riunirsi in Circoli, Gruppi poetici, Movimenti letterari?
In fondo, poi non è necessario aver attraversato indenne, o quasi,  una qualche personale traversia.
Si può fare poesia anche con cose di poco conto, basta avere la mente serena per leggere dentro di sè le parole giuste.
Questa di Elisabeth mi ha colpito particolarmente, perchè ho provato e provo ogni volta, quelle stesse emozioni che lei ci propone, quando mi ritrovo con i vecchi amici di scuola, quando mi trovo con quelli nuovi di poesia e nonostante la buona volontà, non si riesce mai a parlare con tutti per tutto il tempo che vorremmo, così, a malincuore.....
"Non ci siamo accorti che il tempo
era breve come ogni fiamma di candela.

Ci restituimmo il tempo l'un l'altro quando
Con calda stretta di mano ci demmo la Buona Notte"

E che dire dell'angolo dal quale osserva la festa, quasi incredula e malinconica nel ricordo che sia esistito quel tempo?


Elizabeth Jennings è stata una poetessa inglese, poco conosciuta in italia.
Nata il 20 luglio 1926 nel Lincolnshire, la sua famiglia si trasferisce ad Oxford quando aveva sei anni e dove studia al St Anne's College. Dopo la laurea divenne bibliotecaria.
Come poeta non fu una innovatrice; le sue poesie sono semplici, ispirate dalle sue esperienze di vita, ma non autobiografiche, come ha lei stessa voluto sottolineare.
Il suo nome è accostato ai poeti Philip Larkin , Kingsley Amis e Thom Gunn , tutti membri del gruppo poetico Movement di cui Elizabeth era l'unico esponente femminile, che però con il tempo si disperde ed ognuno intraprende un proprio percorso personale.
Nei primi anni '60 viene colta dalla depressione e questa esperienza la porta ad analizzare con lucidità e crudezza l'esperienza del ricovero.
La sua produzione letteraria è vasta e le sono stati attribuiti il Somerset Maugham Award per A Way of Looking nel 1986, il WH Smith Literary Award per Collected Poems, nel 1987 ed il CBE nel 1992.
Morì il 25 ottobre 2001 ed è sepolta nel cimitero di Wolvercote, Oxford, città a cui rimase legata tutta la vita, anche se stabilì un legame forte con l'Italia.


http://www.ilbrigante.it/wp-content/uploads/2010/03/locandina1.jpg


UNA COMPAGNIA DI AMICI

Eravamo tutti amici quella sera,
seduti attorno a una cena da tiratardi.
Candele ci illuminavano e la timidezza era scomparsa.
Qualche terreno dorato sicuramente ci sosteneva.
Potevamo comprendere gli incidenti d'amore,
i figli adolescenti e il suono dei loro problemi.
Lì, vicini a un fiume e a una città
dove lo studio è da tempo un'abitudine,
si potevano accettare le sue implicanze.
Ieri sera potevamo condividere il valore dell'arte
e di promesse mantenute fino a quell'ora.
Lì c'era vita in abbondanza e la grazia
splendeva come un felice tornare a casa.
Non ci siamo accorti che il tempo
era breve come ogni fiamma di candela.
Ci restituimmo il tempo l'un l'altro quando
Con calda stretta di mano ci demmo la Buona Notte.
Ora è l'indomani di ieri sera e io ripasso quella festa
come un film davanti agli occhi
e illumino la mia lunga stanza
con quell' argento e quel vetro e mi esalto nella scena.



A COMPANY OF FRIENDS
We were all friends that night and sitting round
A lateish dinner. Candles lit us and
Shyness disappeared. Some golden ground
Surely held us. We could understand
Love's mishaps, teenage children and the sound
Of their troubles. Here,
Close to a river and a city where
Learning's been current long, you could accept
Its implications. Last night we could share
The worth of art and promises well kept
Until that hour. Here was a world of care
And I think we all slept
Better for our words of joy and grief.
We ate, we drank, ideas seemed to come
So easily. Here was abundant life
And grace shone like a happy coming home.
We did not notice that the time was brief
As every candle flame.
We gave time back to one another as
We shook warm hands and called a clear Good Night.
Now it's last night's tomorrow and I pass
That feast like film before my eyes and light
My long room with that silver and that glass
And glory in the sight.


Testimonianze: Andrew Motion e le letture

sabato, 05 marzo 2011
Testimonianze: Andrew Motion e le letture



............

“Gli attori, forse, leggono meglio le poesie ma i poeti sono gli unici ad avere il diritto di leggere i loro lavori, e hanno l'interesse di donarci il loro idioma, il tono delle parole e l'enfasi. Solo loro, in modi diversi, rendono valida l'intenzione degli archivi di preservare il mistero della poesia ma soprattutto ciò scaccia lontano il pregiudizio che sostiene che la poesia sia difficile o distante dalla vita comune”.

sabato 19 novembre 2011

QUANDO IO SONO MORTA , MIO CARISSIMO - CHRISTINA ROSSETTI

martedì, 06 aprile 2010
QUANDO IO SONO MORTA , MIO CARISSIMO - CHRISTINA ROSSETTI

Come dicevo nel post precedentemente dedicato a Christina Rossetti, anche in questa poesia domina un senso di pacata rassegnazione, di amore altre la morte, di dedizione, di appartenenza all'altro oltre ogni ragionevole logica.
Bei sentimenti di un tempo ormai andato, lontano da quelli che ci agitano oggi.
Ma ne siamo proprio sicuri?
E quanto li rimpiangiamo, o almeno rimpiangiamo poterli dichiarare apertamente, senza essere additati e derisi per questo e provarne vergogna?

.............



QUANDO IO SONO MORTA , MIO CARISSIMO


Quando io sono morta, mio carissimo,
non cantare canzoni tristi per me;
non piantare rose alla mia testa
nè ombroso albero di cipresso:
sia la verde erba su di me
con acquazzoni e gocce di rugiada umida;
e se tu vuoi, ricorda
e se tu vuoi, dimentica.
Io non vedrò le ombre,
non sentirò la pioggia;
non udirò l'usignolo
cantare come se fosse addolorato:
e sognando durante il il crepuscolo
che nè sorge nè tramonta,
per caso possa ricordare
e per caso possa dimenticare.




When I am dead, my dearest

When I am dead, my dearest,
Sing no sad songs for me;
Plant thou no roses at my head,
Nor shady cypress tree:
Be the green grass above me
With showers and dewdrops wet;
And if thou wilt, remember,
And if thou wilt, forget.

I shall not see the shadows,
I shall not feel the rain;
I shall not hear the nightingale
Sing on, as if in pain:
And dreaming through the twilight
That doth not rise nor set,
Haply I may remember,
And haply may forget. 


NON DA' SOLLIEVO IL TEMPO - EDNA ST VINCENT MILLAY

lunedì, 05 aprile 2010
NON DA' SOLLIEVO IL TEMPO - EDNA ST VINCENT MILLAY

Una nuova poesia di Edna St Vincent Millay.
So che a qualcuno dei tanti che passano piacerà moltissimo.
Certo è indubbiamente uno stile di scrittura d'altri tempi, ma io la trovo ancora una piacevole lettura.

.................http://retroguardia2.files.wordpress.com/2008/03/marea.jpg






NON DA' SOLLIEVO IL TEMPO

Non dà sollievo il tempo; mentivate
dicendo che sarebbe stata breve
la mia pena. Lo sento nella pioggia
che piange, alla marea che si ritira;
sciolte le vecchie nevi ad ogni picco,
le foglie dell'altr'anno son fumo sui sentieri;
non cosí per l'amaro della morte,
che resta, opprime il cuore, abita in me.
Ho paura di andare in troppi luoghi
che traboccano della sua memoria.
E se respiro in qualche quieta stanza
ignota al passo e al volto luminoso,
dico "non c'è memoria, qui, di lui"
e resto frastornata a ricordarlo.


Leggi i vecchi commenti


IL MIO CUORE ED IO - ELISABETH BARRET BROWNING

venerdì, 26 marzo 2010
IL MIO CUORE ED IO - ELISABETH BARRET BROWNING
 
Sarà vero che questa sia stata la sua ultima poesia?
In ogni caso è un addio alla vita estramemente sobrio e dignitoso.
Un compendio di quanto vissuto, una consapevolezza di quanto sia trascorso e di quanto poco ne resti, un congedo, insomma, dalla vita stessa.






IL MIO CUORE ED IO

Basta! Siamo stanchi, ormai, il mio cuore ed io.
Presso questa lapida sepolcrale io seggo,
e vorrei che quel nome per me fosse inciso....
Si sono scritti dei libri, negli uomini abbiamo confidato,
e la penna nel nostro sangue intinta,
come se un tal colore morire non potesse....
Troppo dritti camminiamo per arrivare
alla fortuna, troppo sinceramente amammo
per serbare un amico....
Come siamo stanchi, il mio cuore ed io!
Indifferente resta il mondo alle nostre
illanguidite fantasie; la nostra voce,
così penetrante un giorno, solo dormire
oggi vi farebbe.... Oh, che cosa ci facciamo ancora qui,
il mio cuore ed io?


(traduzione di Francesca Santucci)
tratto dal suo sito


SUL TAVOLO - ANDREW MOTION

martedì, 09 marzo 2010
SUL TAVOLO - ANDREW MOTION

Chiedo scusa per non aver nessuna notizia di carattere biografico.
Sono pronta a integrare qualora trovassi qualche notizia. Se avete qualche riferimento, ve ne sarò grata.


http://www.radley.org.uk/OR/Lusimus/Lus4/images/Andrew-Motion.jpg


Dopo avere trascorso nove anni come «poeta laureato» britannico, Andrew Motion si sfoga in una intervista sull'«Independent»: «Le pressioni di questo incarico hanno avuto un effetto destabilizzante», confessa Motion che a maggio cederà finalmente il posto al suo successore. Un sollievo, dato che il povero poeta, schiacciato dalle sue responsabilità, ha smesso di comporre: «Potrei parlare di un vero blocco dello scrittore. Se si conduce una vita pubblica e si diventa il "portavoce" della poesia, la mente razionale prende il sopravvento, con effetti disastrosi per la miscela vitale necessaria per scrivere versi».
Si, perchè in Inghilterra esiste la figura del "Poeta laureato" (ma anche negli Stati Uniti  esiste questa figura) ed è recentemente passata dalle mani di Andrew Motion (il ventiduesimo) a quelle della poetessa Carol Ann Duffy.
E durante gli anni del suo incarico il poeta di corte ha prodondamente trasformato l’incarico che gli era stato conferito, trovando  il tempo non solo di scrivere, ma anche di organizzare un archivio della poesia moderna inglese (dove sono raccolti non i testi dei poemi, ma la registrazione delle recitazioni fatte dai poeti stessi), di realizzare numerosi programmi televisivi (servizi speciali per la BBC e documentari) di girare scuole e centri culturali per promuovere la poesia.
Il risultato e’ che in questi ultimi anni c’e’ stato in Gran Bretagna un ritorno di interesse per la poesia, con libri che hanno raggiunto livelli di vendite inaspettati, eventi culturali che hanno fatto il tutto esaurito, scuole costrette a raddoppiare l’offerta di workshop, nuovi premi istituiti dalle autorita’ locali e migliaia di giovani che si cimentano nello scrivere e nel declamare versi.
Andrew Motion pensa che la poesia, come forma artistica, sia semplicemente molto adeguata alla realtà di internet. Questo perché la rete permette alle persone di ascoltare le poesie più volte: “Il suono prodotto dai versi è importante per la poesia tanto quanto il significato delle parole scritte nella pagina.” ha spiegato. “ è senza dubbio una forma artistica orale e il suo carattere dipende dalla sua lettura ad alta voce”.

Ecco che è nato il sito web Poetry Archive, con l’aiuto di un’associazione guidata dal poeta Jean Sprackland, con i fondi del governo, delle associazioni artistiche e dei benefattori.
Questo Archivio della Poesia, sviluppato a partire dal 1999, è stato fortemente voluto dal poeta  e da Richard Carrington, un tecnico del suono specializzato nella registrazione di voci.
E possibile così  ascoltare poeti come TS Eliot e Allen Ginsberg mentre leggono le loro opere,  stanno godendo un momento di inaudito successo.
Nell’introduzione al sito Andrew Motion spiega: "le letture sono al tempo stesso immediate nella loro attrattiva e durature nel loro impatto".
“Quando un poeta muore senza lasciare una registrazione, una risorsa preziosa è perduta per sempre e, con il passare del tempo, tale perdita si avverte sempre più acutamente”, ha aggiunto Motion.
Il solo  Poetry Archive  riceve 135.000 visitatori al mese e un milione di page hit. Il suo sorprendente successo ha portato alla conclusione che il problema della crisi della poesia non era una “questione di appetito, ma di trasmissione del messaggio”.

Naturalmente tutto questo mi trova assolutamente d'accordo. E' di sicuro impatto emozionale ascoltare la voce di un poeta che si ama, mentre legge una delle sue poesie, ma è altrettanto forte ed urgente la lettura - o l'ascolto - di una poesia che si ama, se chi legge lo fa nel rispetto della poesia.
Questo non significa leggerla correttamente, senza saltare nessuna parola, ma interpretarla con l'emozione dell'autore, non declamarla con l'enfasi del teatrante, cosa, credetemi non così infrequente.


http://www.mauriliocatalano.com/allegati_galleria/135_foto_IMG_1299.jpg



                 SUL TAVOLO


Ci terrei a precisare che ho comprato
questa tovaglia
con il suo semplice disegno ripetitivo
di fiori viola scuro non menzionati
da alcun botanico
perché mi ricorda quel vestito stampato
che indossavi
l’estate che ci siamo conosciuti (un vestito
– hai sempre sostenuto –
che non ti ho mai detto che mi piaceva).
Be’, mi piaceva, sai. Mi piaceva.
Mi piaceva un sacco, che ci fossi tu dentro
oppure no.

Come è potuto uscirsene così in silenzio
dalla nostra vita?
Detesto (proprio detesto) l’idea di qualche
altro sedere
che faccia svolazzare a sinistra e a destra
quelle pesanti corolle.
Detesto ancor più immaginarmelo sgretolarsi
in una discarica
o fatto a brandelli – un pezzo qui che pulisce
un’astina dell’olio
un pezzo là intorno a una crepa in un tubo
di piombo.

È passato tanto tempo ormai, amore mio,
tanto tempo,
ma stanotte proprio come la nostra prima
notte sono qua,
la testa leggera tra le mani e il bicchiere
pieno,
che fisso i grossi petali sonnolenti fino
a quando si mettono in moto,
amandoli ma con il desiderio di sollevarli,
di schiuderli,
persino di farli a pezzi, se questo è quanto
ci vuole per arrivare
alla tua bellissima pelle, desiderosa,
calda, candida come la luna.

 

Traduzione di Helena Sanson
dal sito di POESIA


RICORDAMI - CHRISTINA ROSSETTI

domenica, 28 febbraio 2010
RICORDAMI - CHRISTINA ROSSETTI
 
Talvolta, leggendo delle poesie pubblicate nei diversi siti che accolgono gli scritti di chi famoso non è ( o non lo è ancora ) mi capita di leggere temi come quello di questa poesia.
Molto spesso sono declamatorie e contengono toni fin troppo evocativi.
Al contrario, qui domina un senso di pacata rassegnazione e quale sia il punto d'origine, il pretesto - o forse è più esatto dire l'urgenza - di Christina, troviamo il suo sentimento ben reso, con ancora integro il senso di protezione nei confronti dell'amato espresso nelle due strofe finali.
Poesia che richiama, nel tema, un'altra della stessa autrice: Quando io sono morta ma per questa c'è da aspettare un prossimo post.



http://frted.files.wordpress.com/2009/10/christina_rossetti.jpg





Christina Georgina Rossetti nacque a Londra il 5 dicembre 1830 e vi morì il 29 dicembre 1894).
Poetessa britannica, sorella di Dante Gabriel Rossetti, celebre pittore inglese dell'800, ideatore di quella corrente pittorica che va sotto il nome di Preraffaelliti, di William Michael Rossetti, scrittore anch'egli e divulgatore delle sue poesie e Maria Francesca Rossetti.
Il padre, Gabriele Rossetti, era un poeta italiano in esilio a Londra e grande studioso di Dante. La madre, Frances Polidori, era la sorella di un amico di Lord Byron, John William Polidori.
Fu educata in casa dalla questa ultima. Intorno al 1840 la famiglia ebbe grosse difficoltà economiche dovute al peggioramento della salute fisica e mentale di suo padre.
A 14 anni Christina soffrì di una crisi nervosa che fu seguita dalla depressione. In questo periodo lei, la madre e la sorella si interessarono al movimento anglo-cattolico, che era parte della Chiesa anglicana. La devozione religiosa giocò un ruolo importante nella vita di Christina: appena diciottenne si impegnò sentimentalmente con il pittore James Collinson, ma la relazione finì perché quest'ultimo tornò ad essere cattolico. In seguito si legò al linguista Charles Cayley ma non lo sposò, nuovamente per motivi religiosi.
Morì di cancro nel 1894 e venne seppellita nell'Highgate Cemetery. All'inizio del Novecento, con il modernismo, la sua popolarità venne offuscata, come anche quella di molti altri scrittori dell'epoca vittoriana. Christina Rossetti rimase a lungo dimenticata fino a quando negli anni settanta venne riscoperta da studiose femministe.



http://ilnuovomondodigalatea.files.wordpress.com/2010/01/rovine.jpg


RICORDAMI


Tu ricordami quando sarò andata
lontano, nella terra del silenzio,
né più per mano mi potrai tenere,
né io potrò il saluto ricambiare.

Ricordami anche quando non potrai

giorno per giorno dirmi dei tuoi sogni:
ricorda e basta, perché a me, lo sai,
non giungerà parola né preghiera.

Pure se un po' dovessi tu scordarmi

e dopo ricordare, non dolerti:
perché se tenebra e rovina lasciano
tracce dei miei pensieri del passato,
meglio per te sorridere e scordare
che dal ricordo essere tormentato.




La risposta che ho dato ad Anonimo, mi ha dato la possibilità di appurare che la traduzione  che ho riportato è di Silvio Raffo.



REMEMBER


Remember me when I am gone away,
         Gone far away into the silent land;
         When you can no more hold me by the hand,
Nor I half turn to go yet turning stay.
Remember me when no more day by day
         You tell me of our future that you plann'd:
         Only remember me; you understand
It will be late to counsel then or pray.
Yet if you should forget me for a while
         And afterwards remember, do not grieve:
         For if the darkness and corruption leave
         A vestige of the thoughts that once I had,
Better by far you should forget and smile
         Than that you should remember and be sad.

COME TI AMO? - ELISABETH BARRETT BROWNING

sabato, 13 febbraio 2010
COME TI AMO? - ELISABETH BARRETT BROWNING
 
Chi si ricorda che nel film "Chi ha incastrato Roger Rabbit", viene accen
nato l'incipit di questa poesia proprio dal coniglio, dedicandola alla sua adorata Jessica?
Ripassate, gente, ripassate.....



Poetessa inglese (Coxohoe Hall, Durham 1806 - Firenze 1861). Nata in una famiglia abbiente che doveva la propria ricchezza al lavoro degli schiavi nelle piantagioni della Giamaica, Elizabeth è educata da precettori privati nella sua casa di Hope End (Hertfordshire), appassionandosi soprattutto alla poesia classica e alle teorie estetiche. Prestissimo si rende padrona delle sue materie di studio: greco, latino, filosofia, scienze.
Le sue prime composizioni poetiche  sono pubblicate dal padre e grande apprezzamento riscosse la sua traduzione (1833) del Prometeo incatenato di Eschilo, ma successivamente la poetessa lo giudicherà freddo e monotono eseguendone una seconda versione (1850).
Il 1838 inaugura per lei un decennio di sofferenza sia fisica, dovuta alle conseguenze di una lesione alla colonna vertebrale subita nell'infanzia e di una malattia polmonare, sia spirituale in seguito dell'annegamento del fratello maggiore (1840). Elizabeth, tuttavia, trova la forza di continuare a scrivere e, nel 1844, esce un suo volume di poesie con un'introduzione di E.A. Poe nell'edizione americana. Il volume comprende Lady Geraldine's Courtship, uno dei primi tentativi della Barrett di fondere la struttura della poesia e quella del romanzo. L'apprezzamento riscosso da questi versi è tale che nel 1850, alla morte di William Wordsworth, è fatto il suo nome, quale poetessa ufficiale d'Inghilterra.
Il successo che riscuote dopo la pubblicazione delle sue opere ispirate alle sofferenze degli operai nelle fabbriche e al dramma dell'esilio,  è motivo, nel 1845, dell'inizio di una corrispondenza fra la Barrett e il poeta Robert Browning, che nutre grande ammirazione per lei. L'amore che nasce fra i due, osteggiato fortemente dal di lei padre, ha suscitato un'attenzione ed una curiosità che hanno messo in ombra la valutazione critica della poetica della Barrett. Nel 1846 ella fugge con il marito a Firenze e, all'età di 43 anni, riacquista la salute e dà alla luce un figlio. Nel 1850 escono i Sonetti dal Portoghese, dedicati al marito e scritti in segreto prima del matrimonio. La serie, che comprende 44 sonetti e si ispira al Petrarca, coniuga una forma arcaica di poesie d'amore con un'ambientazione contemporanea.
Profondamente interessata alla causa dell'unificazione e dell'indipendenza italiana, la scrittrice esprime questi sentimenti nelle raccolte di poesie Casa Guidi Windows (1851) e Poems Before Congress (1860), con una presa di posizione che è giudicata irragionevole e disdicevole per una donna. La sua opera più ampia ed ambiziosa Aurora Leight (1857) della quale si hanno, in breve periodo, due edizioni, è una sorta di romanzo in blank verse, ed è in primo luogo la storia dello sviluppo artistico di una letterata a dispetto delle convinzioni che le donne non possano capire "l'angoscia universale", dalla quale scaturisce la vera poesia.
Il canto della Barrett Browning è considerato profondo, permeato di malinconica sensibilità, ravvivata da un'energia che sa manifestarsi pienamente quando si unisce al movimento del romanticismo italiano al quale si deve appunto il poema Casa Guidi Windows.
Elizabeth Barrett Browning muore a casa Guidi ed è sepolta nel cimitero protestante di Firenze. Fu il marito a completare la stampa della raccolta Last Poems (1861). La recente critica femminista ha sottolineato oltre all'alone sentimentale la grandezza della Barrett come artista.
Da www.url.it/Donnestoria







COME TI AMO?


Come ti amo? – Come ti amo?
Lascia che ti annoveri i modi.
Ti amo fino agli estremi di profondità,
di altura e di estensione che l'anima mia
può raggiungere, quando al di là del corporeo
tocco i confini dell'Essere
e della Grazia Ideale.
Ti amo entro la sfera
delle necessità quotidiane,
alla luce del giorno
e al lume di candela.


Ti amo liberamente, come gli uomini
che lottano per la Giustizia;
Ti amo con la stessa purezza con cui essi
rifuggono dalla lode;
Ti amo con la passione
delle trascorse sofferenze
e quella che fanciulla
mettevo nella fede;
Ti amo con quell'amore
che credevo aver smarrito
coi miei santi perduti,
– ti amo col respiro,
i sorrisi, le lacrime
dell'intera mia vita! – e,
se Dio vuole, ancor meglio
t'amerò dopo la morte.




VIAGGIO CON UN FANTASMA - THOMAS HARDY

domenica, 24 gennaio 2010
VIAGGIO CON UN FANTASMA - THOMAS HARDY
 
Trovo intrigante questa poesia, ma per stabilire caratteristiche è poco il materiale a mia disposizione a cui attingere e la biografia poco aiuta a comprenderlo meglio.
Spero di trovare qualcosa di meglio per il prossimo post  a lui dedicato.

http://barunroy.files.wordpress.com/2008/09/thomas-hardy.jpg


Thomas Hardy (1840-1928) è l’ultimo dei grandi romanzieri vittoriani e al tempo stesso uno dei primi nella cui opera si senta il nascere del movimento modernista. Via dalla pazza folla (1874), Ritorno al paese (1878), Il sindaco di Casterbridge (1886) sono tra i suoi romanzi di grande successo, in cui l’attenzione alla vita delle comunità rurali e la creazione della regione immaginaria del Wessex, dal nome dell’antico regno anglosassone dove naque e crebbe, costituiscono il tema di fondo per una serie infinita di variazioni. Con Tess dei d’Urberville, romanzo fortemente innovativo, Hardy anticipa le istanze del modernismo, ancora più evidenti in Jude l’oscuro e L’amata, quest’ultimo dichiaratamente sperimentale. Deluso dalla cattiva accoglienza che ricevette la sua narrativa più impegnata, negli ultimi anni si dedicò interamente alla poesia.
Dopo il matrimionio con Emma Gifford nel 1974 si stabilì in una casa di campagna, Max Gate, presso Dorchester.
Nel 1914, due anni dopo la scomparsa di Emma, si sposò una seconda volta con Florence Emily Dugdale che sarà la sua biografa.
La sua intera vita trascorse senza alcun evento degno di rilievo.



http://digilander.libero.it/cateviola/rami%20spogli.jpg



VIAGGIO CON UN FANTASMA
Viaggio con un fantasma adesso
perchè la gente non vuole vedere
in carne ed ossa un ramo così spoglio
come la natura fa di me.

E così visito incorporee
strane cupe famiglie spesso in dissidio
e mi chiedo se la coscienza umana
sia uno degli errori di Dio.

E dopo incontro te e mi calmo
e penso che se fosse un errore
come alcuni han detto, sarebbe allora
uno di quelli che riesco a tollerare.

venerdì 18 novembre 2011

LA FAME - LAURENCE BINYON

domenica, 29 novembre 2009
LA FAME - LAURENCE BINYON

".....il primo e l'ultimo istinto dei viventi....."
Speriamo che faccia anche da monito contro queste guerre assurde che ancora si combattono e che prima o poi non nasca più nessuno che non abbia il necessario per vivere serenamente la sua vita.






Laurence Binyon nacque a Lancaster il 10 agosto1869.
Alla Università di Oxford nel 1891 vinse il premio Newdigate per la poesia.
Influenzato dalle opere di William Wordsworth, ha pubblicato due principali volumi di poesie: Lyric Poems nel 1894 e Odes nel 1901.
Nel 1914 il TIMES pubblicò la sua poesia The Fallen in un articolo ralativo allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. La poesia fu scritta quando ancora lavorava al British Museum; non andò in guerra sino al 1916 con l'organizzarione della Croce Rossa
Dopo l'armistizio tornò al suo vecchio lavoro, dedicandosi all'arte dell'estremo oriente.
Fu nominato Norton professor di poesia nel 1933 ad Harvard. Tra i suoi ultimi lavori la traduzione della Divina Commedia di Dante.
Morì il 10 marzo 1943 a Reading, Berkshire.


http://www.nonviolenza.com/fc2004/fonti/Fame%20nel%20mondo%20-%20Problema%20urgentissimo%20ma%20risolvibile%20-%20Saggio%20di%20Jeremy%20Rifkin%20contro%20la%20fame%20nel%20mondo_file/bambino_denutrito.jpeg



LA FAME


Io scendo tra le genti come un'ombra,
Io siedo accanto a ciascuno.

Nessuno mi vede, ma tutti si guardano in faccia,
E sanno ch'io sono lì.

Il mio silenzio è simile al silenzio della marea
Che sommerge il campo di gioco dei bimbi,

Simile all'inasprirsi del gelo nelle lente ore notturne,
Quando gli uccelli al mattino sono morti.

Gli eserciti travolgono, invadono, distruggono,
Con tuono di cannoni dalla terra e dall'aria.

Io Sono più tremenda degli eserciti,
Io sono più temuta del cannone.

Re e cancellieri dànno ordini;
lo non dò ordini a nessuno;

Ma sono più ascoltata dei re
E più che non i fervidi oratori.

lo disdico parole, disfo azioni.
Le creature ignude mi conoscono...

Io sono il primo e l'ultimo istinto dei viventi...
Sono la Fame.