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giovedì 4 settembre 2014

Lettere: da Guido Gozzano a Amalia Guglielminetti





Ma come fare per dirle che i suoi versi mi sono piaciuti? Si dice così anche quando non è vero. Come fare per dirle che di molti suoi sonetti sono innamorato? Lei non sa, Egregia, che cosa significhi per me l’essere innamorato d’una poesia? Significa questo: averne la presenza nel cervello, con una dolcezza quasi importuna, sentirne pulsare il ritmo di continuo nelle cose più diverse e più bizzarre: nel mare, nel treno, nel ticchettio dell’orologio, nel soffiare del vento fra i palmizi, nel contare le goccie di creosoto, nel tinnire delle posate, nel gridio de’ bimbi… Proprio! E molti dei suoi sonetti mi perseguitano. Mi balza alla mente una quartina, due: mi abbandono a quella dolcezza: la memoria ad un tratto s’arresta e il piacere del sogno si stronca a metà.

Lettera di Guido Gozzano a Amalia Guglielminetti

 

sabato 26 novembre 2011

AMICI - VINICIUS DE MORAES

venerdì, 01 luglio 2011
 
C'è bisogno di commento, o forse basta aggiungere che Vinicus ha anticipato i miei pensieri?
Dedicato agli amici di sempre.






Amici...

Ho amici che non sanno quanto sono miei amici.
Non percepiscono tutto l'amore che sento per loro né quanto siano necessari per me.
L'amicizia è un sentimento più nobile dell'amore. Questo fa sì che il suo oggetto si divida tra altri affetti, mentre l'amore è imprescindibile dalla gelosia, che non ammette rivalità.
Potrei sopportare, anche se non senza dolore, la morte di tutti i miei amori, ma impazzirei se morissero tutti i miei amici!
Anche quelli che non capiscono quanto siano miei amici e quanto la mia vita dipenda dalla loro esistenza...
Non cerco alcuni di loro, mi basta sapere che esistono. Questa semplice condizione mi incoraggia a proseguire la mia vita. Ma, proprio perché non li cerco con assiduità, non posso dir loro quanto io li ami. Loro non mi crederebbero.
Molti di loro, leggendo adesso questa "crônica" non sanno di essere inclusi nella sacra lista dei miei amici. Ma è delizioso che io sappia e senta che li amo, anche se non lo dichiaro e non li cerco.
E a volte, quando li cerco, noto che loro non hanno la benché minima nozione di quanto mi siano necessari, di quanto siano indispensabili al mio equilibrio vitale, perché loro fanno parte del mondo che io faticosamente ho costruito, e sono divenuti i pilastri del mio incanto per la vita.
Se uno di loro morisse io diventerei storto.
Se tutti morissero io crollerei.
E' per questo che, a loro insaputa, io prego per la loro vita.
E mi vergogno perché questa mia preghiera è in fondo rivolta al mio proprio benessere. Essa è forse il frutto del mio egoismo.
A volte mi ritrovo a pensare intensamente a qualcuno di loro. Quando viaggio e sono di fronte a posti meravigliosi, mi cade una lacrima perché non sono con me a condividere quel piacere...
Se qualcosa mi consuma e mi invecchia è perché la furibonda ruota della vita non mi permette di avere sempre con me, mentre parlo, mentre cammino, vivendo, tutti i miei amici, e soprattutto quelli che solo sospettano o forse non sapranno mai che sono miei amici.
Un amico non si fa, si riconosce.




domenica 20 novembre 2011

LETTERE AD UN GIOVANE POETA - RAINER MARIA RILKE

sabato, 09 aprile 2011
LETTERE AD UN GIOVANE POETA - RAINER MARIA RILKE

Altro frammento di pensiero. Talvolta sono concetti che abbiamo dentro di noi, ma confusi, persi tra innumerevoli altri.
E' utile ricopiare le larole, anche se la tecnologia ci priva del piacere della scrittura calligrafica. Serve ad imprimere parole, frasi, idee.

http://mayraglouis.blog.kataweb.it/files/mayra_g_louis/images/2007/05/17/momentos.jpg

























LETTERE AD UN GIOVANE POETA
Viareggio (Italia) 23 aprile 1903

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Le opere d'arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica. Solo l'amore le può afferrare e tenere e può essere giusto verso di loro. Dia ogni volta ragione a se stesso e al suo sentimento, contro ognuno di quei dibattiti, commenti o introduzioni; e se pure dovesse avere torto, la naturale crescita della sua vita interiore la guiderà a poco a poco e col tempo verso altre intuizioni. Lasci ai suoi giudizi il loro quieto e indisturbato sviluppo, che, come ogni progresso, deve venire dal profondo, e non può essere in alcun modo incalzato o affrettato. Tutto è condurre a termine e poi partorire. Lasciare che ogni impressione e ogni germe di un sentimento si compia tutto dentro, nell'ombra, nell'indicibile e inconscio e inattingibile alla propria ragione, e con profonda umiltà e pazienza attendere l'ora della nascita di una nuova chiarezza: questo solo significa vivere da artista: nel comprendere come nel creare.
Qui non serve misurare con il tempo, a nulla vale un anno, e dieci anni non son nulla. Essere artisti significa: non calcolare o contare; maturare come l'albero, che non incalza i suoi succhi e fiducioso sta nelle tempeste di primavera, senza l'ansia che dopo possa non giungere l'estate. L'estate giunge. Ma giunge solo a chi è paziente e vive come se l'eternità gli stesse innanzi, così sereno e spensierato e vasto. Lo imparo ogni giorno, lo imparo a prezzo di dolori ai quali sono grato: la pazienza è tutto!
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Conversazioni: Le domande che non ti ho fatto...

giovedì, 17 marzo 2011

Libreria Arion, Palazzo delle Esposizioni, via Milano 15-17, Roma





A questo incontro ho pensato per molto tempo.
Ogni volta variava l'ambientazione (Genova, Roma), e con quella l'idea di quello che poteva essere il timbro della tua voce, ogni volta che finivo una nuova lettura, immaginandola leggere con accento perfetto il risultato della traduzione delle tue poesie.
Come variavano le domande che ti avrebbero rivolto e che  non sarebbero state quelle che avri voluto farti io.
Adesso, che comunque molte mie curiosità sono state soddisfatte, perchè i poeti hanno il dono di dire tanto con tante poche parole, mi restano ancora in mano le stampe dei miei post che non ho avuto il coraggio di darti ed un'unica domanda, molto semplice, a cui sabbe stato semplice per te, dare una risposta, se fossi riuscita a dargli voce. La lascio cadere qua, per mio promemoria, per una poco probabile prossima volta:

In che lingua sogni, Mark? 


And also, by the way of your words, I beg  you: Don't stop writing poems, please.

Carla

CHAIM - 14 ANNI - EBREO

mercoledì, 26 gennaio 2011
CHAIM - 14 ANNI - EBREO
 
« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. »

Articolo 1, Legge 211 del 20 Luglio 2000, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 177 del 31 luglio 2000





Miei cari genitori,
se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me.
Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe... Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra (ci hanno portato via anche i nostri mantelli).
Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno e il mio corpo è pieno di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia.
L'altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato... Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui. Dico addio a tutti, cara mamma, caro papà, mie sorelle e miei fratelli, e piango...



Lettera scritta in yiddish da CHAIM, un ragazzo di 14 anni nel campo di concentramento di Pustkow (Galizia) e affidata a un giovane contadino della zona che la recapitò ai suoi genitori.

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LETTERE AD UN GIOVANE POETA - RAINER MARIA RILKE

lunedì, 01 novembre 2010
LETTERE AD UN GIOVANE POETA - RAINER MARIA RILKE
 
Particolarmente interessante il passaggio in cui Reiner parla di solitudine interiore, di guardarsi dentro.
E' dificile farlo, molto spesso ci gettiamo solo un'occhiata frettolosa e distratta.
E non si tratta di mancanza di tempo, ma di volontà di farlo, di farlo in modo leale con noi stessi, almeno.
Ingannare noi stessi non credo sia possibile, non a lungo almeno.
Guardarsi dentro significa imparare a conoscersi nelle proprie debolezze, nei propri difetti, e anche nei pregi se ve ne sono. Accettarne la presenza, porvi un rimedio, se possibile e perdonarsi (o assolversi almeno).
Un frammento di pensiero, uno dei tanti che può concepire un uomo durante la sua vita, ma che questo uomo ha creduto di condividere con un altro uomo.
E ancora una volta mi trovo a riflettere su cosa sarebbe oggi l'uomo se non avesse condiviso se stesso.



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LETTERE AD UN GIOVANE POETA
Roma, 23 dicembre 1993
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Necessaria è una cosa sola: solitudine, grande solitudine interiore.
Volgere lo sguardo dentro sé e per ore non incontrare nessuno; questo bisogna saper ottenere. Essere soli come eravamo soli da bambini, quando gli adulti andavano e venivano, compresi di cose che parevano importanti e grandi perché i grandi sembravano tanto affaccendati, e perché del loro agire non capivamo nulla.

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sabato 19 novembre 2011

LETTERE AD UN GIOVANE POETA - RAINER MARIA RILKE

domenica, 06 dicembre 2009
LETTERE AD UN GIOVANE POETA - RAINER MARIA RILKE

Inizia da qui la riflessione: mi faccio intanto forte di una autorevole voce.

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Lettere ad un giovane poeta – Parte I
Da Parigi, 17 febbraio 1903
Lei mi domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste.
Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni, rifiutano le sue prove.
Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.
Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere;
verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere?
Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta.
E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice “io devo” questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza.
Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde.
Non scriva poesia d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poichè serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime.
Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo.
E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi.
Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita.
Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. E’ questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’é.
E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare.
La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato ad essere artista.
Allora prenda su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno.
Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.