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domenica 17 maggio 2015

AL MIO POSTO - RAINER MALKOWSKI

Una poesia che si inserisce in modo perfetto nella vita del nostro poeta, perché si ha un bel dire che il valore di una poesia si trova nella poesia stessa, ma se questa non è inserita nel contesto vivo di una vita, nella gamma delle emozioni vissute e offerte al lettore attraverso il filtro della sensibilità dell'autore, a che è servito averla scritta?
L'autore sa. L'autore ricorda ogni frase, ogni riflessione, le persone e i pensieri all'origine di ogni sua poesia e perdendola, potrebbe riscriverla dopo anni, essenzialmente identica, perchè i versi gli appartengono come può dire di poche altre cose. Lo hanno fatto i Campana, gli Ana e tutti quelli rinchiusi nelle carceri dei vari regimi totalitaristi.
In questo testo trovo una sintesi di quello che potrebbe essere la propria poetica, il senso di ribellione verso chi vorrebbe leggerlo diversamente, secondo i propri canoni: originalità, piuttosto che semplicità, vocaboli aulici contro quelli quotidiani. E quindi quel "vivere me stesso" nell'ultima quartina, Vorrebbe sottintendere che "vita" è "poesia".
Un'idea interessante e non nuova: più una conferma, l'ennesima, direi.





Rainer Malkowski nasce a Berlino - Tempelhof il 26 dicembre 1939. La sua infanzia è segnata dalla guerra, trascorsa tra allarmi aerei, case in fiamme, pernottamenti in rifugi e scantinati dove ascolta le conversazioni e le speranze degli adulti. Già a 16 anni si pensa poeta e mentre frequenta il Liceo di Askanische scrive versi durante le ore di fisica e chimica, mentre gli altri erano impegnati con gli esperimenti. Inizia a lavorare nel settore pubblicitario: "Volevo avere successo, di essere come tutti. Il mio bisogno era impellente". A poco meno di 30 anni è il comproprietario di una delle più grandi agenzie pubblicitarie d'europa, ma la sensazione di condurre una vita alienata, era più forte della prospettiva di riconoscimento sociale. Così nel 1972 lascia Berlino e la pubblicità per trasferisi a Brannenburg, un piccolo paese delle alpi al confine con l'Austria e si dedica esclusivamente alla poesia, pubblicando ogni tre o quattro anni complessivamente nove volumi di poesia.
La sua prima raccolta Was für ein Morgen (Che mattino) del 1975 incontra il favore di pubblico e critica e lui stesso viene definito "un poeta fondamentale per la letteratura tedesca del dopo Sessantotto". Nel 1997 gli si manifesta una grave patologia oculare: cancro e dopo sei anni ne  muore il 1 settembre 2003.






AL MIO POSTO

Lo so
che tutto è già stato descritto:
l’amore, l’odio, l’ira e il dolore.
Lo so.


Lo so
che ogni parola ha infiniti padroni:
morti e vivi, sinceri e falsi.
Lo so.


Ma so anche
che a nessun altro è dato di vivere me stesso.
Ecco perché a nessuno concedo
di parlare al mio posto.



Für mich

Es ist mir bekannt,
daß alles schon einmal beschrieben wurde:
die Liebe, der Haß, der Zorn und die Trauer.
Es ist mir bekannt.

Es ist mir bekannt,
daß jedes Wort unzählige Herren hat:
Tote und Lebende, Ehrliche und Lügner.
Es ist mir bekannt.

Aber ich weiß auch,
daß niemand mir abnimmt, mich zu erleben.
Also gestatte ich keinem,
für mich zu sprechen.


lunedì 26 gennaio 2015

NOI EBREI - GERTRUD KOLMAR

Della Kolmar sono sono andate disperse molte poesie, soprattutto le ultime ma nonostante questo ne sono rimaste  450, delle quali pochissime tradotte in italiano. Un primo volume risale al 1990, Il canto del gallo nero, edito da Essedue Edizioni, un secondo molto più piccolo è del 2008, Metamorfosi e altre liriche edito dalla solita Via del Vento Edizioni.
In  Germania è raro trovarla nelle enciclopedie e il suo nome è quasi sconosciuto all'estero.
La sua storia ricorda molto quella di Antonia Pozzi, entrambe avevano una relazione osteggiata dai genitori, entrambe scelgono il suicidio come via di fuga, ma Gertrud trova poi il coraggio di vivere la scelta consapevole di restare, non la fuga come altri. Mi viene il dubbio che sia stato un modo per espiare una colpa che si sentiva addosso.
Le verrà reso onore postumo con l'apposizione  di una lapide a ricordo il 24 febbraio 1993 nella  Haus Ahornallee 37  a Charlottenburg, un sobborgo di Berlino e nella stessa città, una strada porta il suo nome  (ma quanti autori non hanno avuto nessuno a sopravvivergli, a raccogliere  i loro versi?).
Le poesie scritte tra il 1933 e il 1943 sono solenni  "La città è per me un vino colorato / in un levigato calice di pietra / che sta e brilla davanti alla mia bocca / e specchia la mia immagine nella sua cavità. / (La straniera) accusatoria "Vieni dunque e uccidi! / Per te posso essere solo un disgustoso animale: / io sono il rospo / e porto il gioiello. (Il rospo), dura e senza incertezze "Si affaticano come dementi, grigi, devastati, / separati dall’umanità variopinta, / irrigiditi, timbrati e marcati, / come bestiame da macello che aspetta il beccaio / e non conosce che il fetido truogolo e il recinto." (Nei lager).  Per molti versi ricorda la Acmatova davanti al carcere di Leningrado nel rispondere "Posso" alla domanda " Ma questo lei può descriverlo?" 
Diverse per intensità e calore sono invece le poesie dedicate all'amante, ma di quelle vi dirò in un prossimo post.






Gertrud Kolmar è lo pseudonimo scelto dalla scrittrice per sostituire il cognome di origine polacca e di difficile pronuncia: Chodziesner, che deriva da Chodziesen in Posnania, città da cui proviene la famiglia paterna. Di origini ebraiche, nasce a Berlino il 10 dicembre del 1984. Il padre Ludwig è avvocato penalista, la madre Elise una pianista. Ha tre fratelli, Margot Georg e Hilde. Frequenta la scuola secondaria a Berlino ed un corso di economia domestica ad Arvedshof, nei pressi di Lipsia e si dedica allo studio delle lingue, ottenendo un diploma per l’insegnamento del Francese, Inglese e Russo.  Intorno al 1916 ha una relazione con Karl Jodel, un ufficiale tedesco e sposato; resta incinta, ma la sua famiglia per la "convenienza" e la "buona reputazione" le fa pressione per abortire e chiudere il rapporto con Karl. Questa maternità negata produce in Gertrud un trauma da cui non si riprenderà mai, tentando il suicidio. Il padre per farle superare il dolore ottiene da un editore la pubblicazione di una sua raccolta di poesie, che esce nel 1917. Per lei si prodigheranno anche il cugino Walter Benjamin, filosofo e scrittore che intuisce subito il valore delle sue poesie, e Nelly Sachs conosciuta nelle serate di lettura della Lega della cultura ebraica.
Dal 1919 al 1927 lavora come istitutrice in Francia. Ritorna a Berlino nel 1928 per curare la madre ammalatasi di cancro e vi resta anche dopo la sua morte, quasi relegata nel giardino della sua casa assieme al padre anzano e malato.
Con le vicende storiche occorse in Germania, la famiglia è fortemente indebitata. Nonostante la nomina di Hitler a Cancelliere nel 1933, il crescente antisemitismo e l'applicazione delle leggi razziali, il padre resta convinto - come tantissimi altri ebrei in quello stesso periodo - che non possa succedere nulla alla sua famiglia in quanto tedesca e pienamente integrata.  Ma nel 1939 sono costretti a vendere la loro casa per trasferirsi presso la "casa degli ebrei".  Gertrud si dedica allo studio dell'ebraico:  
"Ieri, 14 maggio, dopo la quinta lezione, ho “combinato” la mia prima poesia in ebraico. Prima o poi te la farò sentire, forse è ancora imperfetta, però ne sono orgogliosa come lo sarà Sabine quando avrà scritto la sua prima “vera”parola." Lettera scritta alla sorella Hilda e datata 15 maggio 1940. 
Nel 1942 il padre viene deportato a Theresienstadt dove muore un anno dopo, mentre lei lavora come forzata nelle fabbriche di Berlino, scampando più volte alla deportazione perché giudicata una forza lavoro indispensabile, fino al 27 febbraio 1943  quando, durante la cosiddetta “Azione nelle fabbriche” viene arrestata assieme agli altri lavoratori forzati ebrei di
Berlino e condotta in un campo di smistamento. Il 2 marzo del 1943, sale sul treno del "Trentaduesimo trasporto dall'Est" verso Auschwitz, dove muore.









NOI EBREI


Solo la notte è in ascolto: ti amo, ti amo popolo mio,
voglio abbracciarti forte,
come una donna fa col suo compagno alla gogna, nella fossa,
la madre non lascia il suo figlio ingiuriato precipitare da solo.

E se un bavaglio ti soffoca in gola il grido straziato,
e - crudeli - ti legano le braccia tremanti,
lasciami essere la voce che cade nell’abisso dell’eternità,
la mano che si tende a toccare Dio in cielo.

Dalle rocce delle montagne il Greco trascinò giù i suoi pallidi dei,
e Roma lanciò sulla terra uno scudo di ferro,
un turbinio vorticoso dal cuore dell’Asia, orde di mongoli si sollevarono,
gli imperatori da Aquisgrana seguivano il sud con lo sguardo.

E la Germania e la Francia portano un libro e una spada fiammeggiante,
sulle navi l’Inghilterra percorre un sentiero d’argento e d’azzurro,
e la Russia è un’ombra che incombe, una fiamma arde sul suo focolare,
e noi, noi siamo nati dal patibolo e dalla forca!

Questo cuore che scoppia, trasudare di morte, senza lacrime gli occhi,
e al palo della tortura il gemito eterno che il vento, ululando, consuma,
e la mano scarna - le vene come vipere verdi - la povera mano
che lotta contro la morte fra roghi e capestri.

L’inferno ha bruciato la barba canuta, gli artigli del diavolo l’han fatta a brandelli,
l’orecchio mutilato, le ciglia strappate; gli occhi, velati, si offuscano:
Oh, voi ‘ Quando giunge l’ora fatale, qui ed ora, io voglio alzarmi,
voglio essere il vostro arco trionfale attraverso il quale passano le pene e i tormenti!

Non bacerò la mano che agita il turgido scettro dei pieni poteri,
non bacerò il ginocchio di bronzo, ne il piede d’argilla del dio d’un tempo crudele;
Oh, potessi - io, fiaccola ardente - levare la voce
nell’oscuro deserto del mondo: giustizia! giustizia! giustizia!

Caviglie. Ho trascinato catene, risuona il mio passo di prigioniero.
Labbra. Serrate, sigillate da cera incandescente.
Cuore. Una rondine in gabbia che supplica di volare.
E sento la mano che trascina su un mucchio di cenere il mio viso piangente.

Solo la notte è in ascolto: ti amo popolo mio, vestito di stracci:
come il figlio di Gea, terra dei pagani, si trascina spossato verso la madre,
tu ora buttati in basso, sii debole, abbraccia il dolore,
un giorno il tuo piede di viandante, stanco, calpesterà il capo dei potenti!

15.9.1933

Traduzione Germana Carlino

Tratta dall'opuscolo GERTRUD KOLMAR. LA STRANIERA 1894 - 1943 che trovate qui


Wir Juden

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, ich liebe dich, mein Volk,
Und will dich ganz mit Armen umschlingen heiß und fest,
So wie ein Weib den Gatten, der am Pranger steht, am Kolk
Die Mutter den geschmähten Sohn nicht einsam sinken lässt.

Und wenn ein Knebel dir im Mund den blutenden Schrei verhält,
Wenn deine zitternden Arme nun grausam eingeschnürt,
So lass mich Ruf, der in den Schacht der Ewigkeiten fällt,
Die Hand mich sein, die aufgereckt an Gottes hohen Himmel rührt.

Denn der Grieche schlug aus Berggestein seine weißen Götter hervor,
Und Rom warf über die Erde einen ehernen Schild,
Mongolische Horden wirbelten aus Asiens Tiefen empor,
Und die Kaiser in Aachen schauten ein südwärts gaukelndes Bild.

Und Deutschland trägt und Frankreich trägt ein Buch und ein blitzendes Schwert,
Und England wandelt auf Meeresschiffen bläulich silbernen Pfad,
Und Russland ward riesiger Schatten mit der Flamme auf seinem Herd.
Und wir, wir sind geworden durch den Galgen und das Rad!

Dies Herzzerspringen, der Todesschweiß, ein tränenloser Blick
Und der ewige Seufzer am Marterpfahl, den heulenden Wind verschlang.
Und die dürre Kralle, die elende Faust, die aus Scheiterhaufen und Strick,
Ihre Adern grün wie Vipernbrut dem Würger entgegenrang.

Der greise Bart, in Höllen versengt, von Teufelsgriff zerfetzt,
Verstümmelt Ohr, zerrissene Brau und dunkelnder Augen Fliehn:
Ihr! Wenn die bittere Stunde reift, so will ich aufstehn hier und jetzt,
So will ich wie ihr Triumphtor sein, durch das die Qualen ziehn!

Ich will den Arm nicht küssen, den ein strotzendes Zepter schwellt,
Nicht das erzene Knie, den tönernen Fuß des Abgotts harter Zeit;
O könnt ich wie lodernde Fackel in die finstere Wüste der Welt
Meine Stimme heben: Gerechtigkeit! Gerechtigkeit! Gerechtigkeit!

Knöchel. Ihr schleppt doch Ketten, und gefangen klirrt mein Gehn.
Lippen. Ihr seid versiegelt, in glühendes Wachs gesperrt.
Seele. In Käfiggittern einer Schwalbe flatterndes Flehn.
Und ich fühle die Faust, die das weinende Haupt auf den Aschenhügeln mir zerrt.

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, mein Volk im Plunderkleid:
Wie der heidnischen Erde, Gäas Sohn entkräftet zur Mutter glitt,
So wirf dich zu dem Niederen hin, sei schwach, umarme das Leid,
Bis einst dein müder Wanderschuh auf den Nacken des Starken tritt!

(Das Lyrische Werk S.101)



domenica 18 agosto 2013

CHICCHI NERI - SARAH KIRSCH

Questa sera spezzo molte cose: il silenzio qui nel blog, la scelta  involontaria  per gli autori di lingua spagnola o portoghese e  per testi dal contenuto sociale, così difficile a farsi e così appagante quando si trova un autore che ne scrive con intuizioni sorprendenti come in questo di Sarah. 
Segnalo inoltre la data della sua morte e vado ad  aggiornare anche il post precedente a Lei dedicato: 

+ 5 maggio 2013






                                CHICCHI NERI

Il pomeriggio prendo un libro in mano
Il pomeriggio metto via un libro
Il pomeriggio ricordo che c’è la Guerra
Il pomeriggio dimentico ogni Guerra
Il pomeriggio macino il caffè
Il pomeriggio ricompongo il caffè macinato
A ritroso bei
Chicchi neri
Il pomeriggio mi svesto mi vesto
Prima mi trucco poi mi lavo
Canto sto muta.



Schwarze Bohnen

Nachmittags nehme ich ein Buch in die Hand
Nachmittags lege ich ein Buch aus der Hand
Nachmittags fällt mir ein es gibt Krieg
Nachmittags vergesse ich jedweden Krieg
Nachmittags mahle ich Kaffee
Nachmittags setze ich den zermahlenen Kaffee
Rückwärts zusammen schöne
Schwarze Bohnen
Nachmittags ziehe ich mich aus mich an
Erst schminke dann wasche ich mich
Singe bin stumm
 

giovedì 17 maggio 2012

POESIA DEL GUANCIALE - HANS MAGNUS ENZENBERGER


Mai come questa volta è stato difficile trovare il testo originale di questa  poesia. Quindi vorrei ancora una volta ringraziare mio nipote Alessandro che, vivendo in Germania e conoscendo la lingua, ha subito trovato quello che io ho inseguito per più di un mese.
Manca il nome del traduttore e me ne dispiace per le solite motivazioni di attribuzione dei meriti di fruibilità ed interpretazione. Se dovessi azzardare una ipotesi, punterei su una donna.
Lo stile in cui è stata scritta, è terra battuta, ne conosco parole e cenni. Niente di veramente innovativo: solo un nuovo stupore nello scoprire quello che si possiede, un candore di sentimenti come pochi altri riescono ad esternare.







Hans Magnus Enzensberger è nato l'11 novembre 1929 a Kaufbeuren. Scrittore, poeta, traduttore ed editore tedesco, si è celato anche sotto lo pseudonimo di Andreas Thalmayr e Linda Quilt.
Durante la Seconda Guerra Mondiale era nella milizia tedesca, la Volkssturm.
Dopo il conflitto i suoi studi di letteratura e filosofia lo hanno portato a frequentare le università di Erlangen, Friburgo, Amburgo e Parigi (Sorbona) nel periodo che va dal 1949 al 1954. E' dell'anno successivo il conseguimento del dottorato con la tesi su Clamens Brentano.
Prese parte al Gruppo del 47, assieme a scrittori come Celan, Grass, Boll, ma inserito in una corrente satirica che lo accomuna ad un primo Brecht.
Fino al 1957 è stato redattore di una radio di Stoccarda e contemporaneamente “professore in visita” presso la Fachhochschule Ulm.
Nel 1965 fonda la rivista Kursbuch e nel 1980 il mensile TransAtlantik. Nel 1985 entra nel settore editoriale con la collana di libri Die Andere Bibliothek (L'altra biblioteca) che adesso conta 250 titoli.
Per i suoi lavori, tradotti in oltre 40 lingue, ha ottenuto svariati premi.
Attualmente vive a Monaco.






POESIA DEL GUANCIALE



Perché fino alla punta delle dita
sei presente, perché hai desideri,
per come pieghi i ginocchi
e mi mostri le chiome,
per il tuo tepore
e la tua oscurità;
per le tue frasi dipendenti,
i gomiti non prepotenti
e l’anima materiale
che nella fossetta
sopra la clavicola balugina;
perché sei andata
e venuta, e per tutto
ciò che di te non so
queste mie esili sillabe
son troppo poco – o troppo.




Kopfkissengedicht

Dafür, dass du bis in die Fingerspitzen
anwesend bist, dass es dich verlangt,
dafür, wie du die Knie biegst
und mir dein Haar zeigst,
für deine Temperatur
und deine Dunkelheit;
für deine Nebensätze,

das geringe Gewicht der Ellenbogen
und die materielle Seele,
die in der kleinen Mulde
über dem Schlüsselbein schimmert;
dafür, dass du gegangen
und gekommen bist, und für alles,
was ich nicht von dir weiss,
sind meine einsilbigen Silben
zuwenig, oder zuviel.


lunedì 9 gennaio 2012

da I QUADERNI DI MALTE LAURIDS BRIGGE - RAINER MARIA RILKE

Strana idea quella che il silenzio possa fare paura. Immagino dipenda da quanto a lungo perduri, da  quanto si desideri ascoltare una qualche voce che ci somigli oppure da quanto si sta mene con noi stessi. Certo è che l'uomo non è stato fatto per stare da solo. Forse per una atavica paura del buio, si è inventato quell'insieme di suoni che ha chiamato parole, ha iniziato ad usarle per confortarsi ed ha continuato, trovandone di nuove per spiegare ogni balzana idea che gli correva in testa.
Da allora ha fatto progressi enormi,  inventandosi anche un sistema per farsi ascoltare ed apprezzare anche a chi non avrebbe potuto. Valevano la pena tutti quegli incredibili sforzi, io credo, se adesso possiamo leggere gli Omero, i Talete, i Pitagora, le iscrizioni egizie, i canti di Saffo, le testimonianze dei Vangeli e certe forme di poesia, fino ad arrivare all'ultima, quella che stanno scrivendo in questo momento.
Ma per questa sera mi soffermerei sulle parole di Rainer, su questo silenzio in particolare.





11 settembre, rue Tonllier


"..........Ma c'è, qui, qualcosa di più pauroso: il silenzio. Io credo che nei grandi incendi arrivi talvolta un istante così, di estrema tensione, i getti d'acqua ricadono, i pompieri non si arrampicano più, nessuno si muove. Senza suono un cornicione nero comincia a muoversi, lassù, e un'alta parete dietro la quale il fuoco si leva furioso si inclina, senza suono. Tutti ristanno e con la testa insaccata fra le spalle, i volti tutti raccolti negli occhi, aspettano il colpo terribile. Così è qui il silenzio. Io imparo a vedere. Non so perché tutto penetra in me più profondo e non rimane là dove, prima, sempre aveva fine e svaniva. Ho un luogo interno che non conoscevo. Ora tutto va a finire là. Non so che cosa vi accada.
Oggi ho scritto una lettera e d'improvviso mi sono reso conto d'essere qui solo da tre settimane. Tre settimane altrove, per esempio in campagna, potevano essere un giorno, qui sono anni. Non voglio più scrivere neppure una lettera. Perché devo dire a qualcuno che sto mutando in me? Se muto, non resto quello che ero, e se sono qualcosa di diverso da prima, è chiaro che non ho più conoscenti E a gente estranea, a gente che non mi conosce, mi è impossibile scrivere.
"


sabato 26 novembre 2011

Testimonianze: Rose Ausländer e lo scrivere

giovedì, 30 giugno 2011
Testimonianze: Rose Ausländer e lo scrivere




"Qual'è il motivo per cui scrivo?
Perchè le parole mi dettano: scrivici... Il mio atteggiamento è spesso scettico, non voglio assoggettarmi alla loro dittatura, le getto al vento, ma se lo vincono, ritornano da me mi scuotono tormentandomi e alla fine cedo. Ecco, ora lasciatemi in pace".



domenica 20 novembre 2011

Testimonianze: Thomas Brasch e la letteratura

giovedì, 07 aprile 2011




“La letteratura è narrazione, non è qualcosa di eterno, io le racconto qualcosa e lei lo racconta a qualcun altro, questa per me è letteratura. Quando un contadino torna a casa e dice a sua moglie: “Ero là e poi, robe da matti... c’erano due strani uccelli e all’improvviso ho avuto paura”, questo è uno scrittore, non uno che se la cava bene con la macchina da scrivere, non è un mestiere! Raccontare significa imparare a respirare e se io non potessi farlo morirei, non parlo della scrittura ma proprio del raccontare. Se Chaplin non avesse potuto recitare sarebbe morto. Recitare era per lui l’unica possibilità ed è del tutto irrilevante che fosse bravo o no. Chi racconta lancia S.O.S, vuole dire che ama, vuole dire qualcosa ad un’altra persona ed è la cosa più bella che possa succedere tra gli uomini, quella in assoluto più importante. Non “io sono così e così”, ma “voglio raccontare una storia a qualcuno e così dire qualcosa di me”.
(Da un’intervista a Thomas Brasch realizzata da Barbara Pulliero il 14 luglio del 1994 a Berlino).


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NON TI HO MAI AMATA TANTO - BERTHOLD BRECHT

domenica, 27 marzo 2011
NON TI HO MAI AMATA TANTO - BERTHOLD BRECHT
 
L'Enciclopedia Grazanti della Letteratura scrive, a proposito: "Anche l'opera di Brecht lirico, forse anche più alta di quella teatrale, ha le sue radici nel linguaggio drammatico; e per questo è tanto spesso monologo, ballata, Lied. Ma è anche urto di affermazioni, dialettica abbreviata. Più la parola è nuda, corrente, oltraggiosamente "prosastica", più riceve dalla violenza dell'illuminazione cui è sottoposta la capacità di giungere all'incandescenza."
In effetti la forza dirompante, se mi passate il termine, di questa poesia sta proprio nella pacatezza del tono, frutto della semplicità del prosastico a contrasto con i contenuti crudi .

Il bosco m' inghiottì,
i volti dietro di me lentamente / sbiadivano nella sera
i grandi uccelli / che a sera, .........., hanno fame.


La drammaticità della guerra gioca a nancondino con le sue parole e contrasta con quel morbidissimo "ma soeur", lasciato cadere a fine strofa, così musicale, così malinconico.
Tutto questo fa di Brecht un maestro.





Berthold Brecht (il nome sarà trasformato in Bertholt all'epoca del sodalizio con Arnolt Bronnen) nasce il 10 febbraio 1898 ad Augusta, in Germania, da una famiglia della recente borghesia. Dal 1919 scrive critiche teatrali per il giornale socialista Ausburger Volkswille e nello stesso anno si avvicina al movimento spartachista. La sua prima commedia di successo è Trommeln in der Nacht [Tamburi nella notte], scritta nel 1920 e rappresentata a Monaco nel 1922; nel 1927 esce la prima raccolta di poesie, Hauspostille [Libro di devozioni domestiche] e Brecht matura la conversione al marxismo. Nel periodo 1929-32 scrive vari drammi didattici, in cui si propone di diffondere il materialismo dialettico, di contribuire a rovesciare il regime, di "trasformare" anziché di interpretare la realtà. Si lega al partito comunista, benché non vi sia iscritto. Dopo l'incendio del Reichstag (27 febbraio 1933), lascia la Germania nazista con la famiglia; in maggio i suoi libri vengono bruciati. Dal 1933 al 1947 risiede in esilio in Danimarca, Svezia, Finlandia, Unione Sovietica e Stati Uniti. Del 1935 è Furcht und Elend des dritten Reichs [Terrore e miseria del Terzo Reich], nel 1939 scrive Mutter Courage und ihre Kinder [Madre Courage e i suoi figli] e compone la raccolta delle sue maggiori liriche, Svendborger Gedichte [Poesie di Svendborg].  Il 30 ottobre 1947 compare davanti al "Comitato per le attività antiamericane"; ottenuto il visto lascia gli Stati Uniti e si stabilisce in Svizzera, poi nel 1948 giunge a Berlino Est attraverso la Cecoslovacchia (gli è rifiutato il passaggio attraverso la Germania Federale). Nel 1949 fonda il "Berliner Ensemble", che diverrà una delle più importanti compagnie teatrali, e fino alla morte si dedica soprattutto all'attività di regista. Da tempo malato, muore il 14 agosto 1956 per un infarto cardiaco.

Sintesi dal sito di Chiara Scionti scritto in occasione della sua tesina di maturità.






NON TI HO MAI AMATA TANTO

Non ti ho mai amata tanto, ma soeur,
come quando ti ho lasciata in quel tramonto.
Il bosco m' inghiottì, il bosco azzurro, ma soeur,
sopra stavano sempre le pallide costellazioni dell'Occidente.

Non risi neppure un poco, per niente, ma soeur,
-io che per gioco andavo incontro ad un oscuro destino-
mentre i volti dietro di me lentamente
sbiadivano nella sera del bosco azzurro.

Tutto era bello in questa sera unica, ma soeur,
-non fu mai più così dopo nè prima-
certo: ora mi restavano solo i grandi uccelli
che a sera, nel cielo oscuro, hanno fame.




Ich habe dich nie je so geliebt

Ich habe dich nie je so geliebt, ma soeur
Als wie ich fortging von dir in jenem Abendrot.
Der Wald schluckte mich, der blaue Wald, ma soeur
Über dem immer schon die bleichen Gestirne im Westen standen.
Ich lachte kein klein wenig, gar nicht, ma soeur
Der ich spielend dunklem Schicksal entgegenging
Während schon die Gesichter hinter mir
Langsam im Abend des blauen Walds verblaßten.
Alles war schön an diesem einzigen Abend, ma soeur
- Nachher nie wieder und nie zuvor –
Freilich: mir blieben nur mehr die großen Vögel
Die abends im dunklen Himmel Hunger haben.

Kennt ihr noch eins/welche?
Vielen Dank schonmal im vorraus!


SE TI DESIDERO - THOMAS BRASCH

giovedì, 17 marzo 2011
SE TI DESIDERO - THOMAS BRASCH
 
Credo non esista uno scrittore, un buon scrittore, che non sia anche un sensibile poeta.
E' necessario avere una visione del mondo acuta per interpretare le emozioni, per farle vivere ai personaggi, e  farli muovere lungo dei binari che tu stesso disegni, per portarli esattamente dove tu vuoi condurli; un processo tanto più difficile, quanto più complessa è la storia che hai in mente di scrivere.
Ma credo anche che in ogni storia che si scrive ci sia  un qualcosa che viene soffocato per esigenze narrative e quindi resti nelle mani  qualcosa di non detto di cui ci si deve liberare.
Questa di Thomas, a mio avviso, è una delle poesie che stanno in mezzo tra Pavese per l'incipit e Salinas per svolgimento, per il passo con cui è stata scritta.





Thomas Brasch, scrittore tedesco, drammaturgo, autore di sceneggiature, regista e poeta nacque in Inghilterra, a Westow,  Yorkshire, il 19 febbraio 1945. Figlio di immigrati ebrei tedeschi, a soli due anni torna con la famiglia nella Germania dell’Est, a Cottbus.  Il padre Horst, era un alto funzionario del regime comunista e Thomas, nel 1956, viene iscritto alla “Scuola per i cadetti dell’esercito nazionale popolare”, un’istituzione fondata per impartire una completa ed esemplare educazione ai figli dei funzionari di partito. Ma la discplina della scuola lo renderà insofferente nei confronti di ogni prevaricazione e del regime. Studierà Giornalismo all'Università di Lipsia ma dovrà ritirarsi dopo solo un anno per "diffamazione figure di spicco della RDT."  Completerà gli studi in arte drammatica nel '68, anno in cui  compila e distribuisce volantini di protesta contro l’invasione della Cecoslovacchia e viene arrestato e condannato a 27 mesi di reclusione per “istigazione contro i poteri dello Stato”.
Nel 1971, per interessamento della vedova di Brecht, ottiene l' incarico di cuare i rapporti tra Brecht ed il cinema presso l’Archivio Bertolt Brecht di Berlino, ma dopo la morte di questa non viene riconfermato nell’impiego e  Thomas  vive della propria attività di autore e traduttore. Il regime però blocca regolarmente i suoi lavori così, nel 1976 decide di espatriare a Berlino ovest, dove, dopo solo un anno pubblica finalmente il suo romanzo “Prima dei padri muoiono i figli”,  la raccolta di poesie “Il bel 27 settembre” (nel 1980). a seguire scriverà  opere teatrali, girerà films importanti che approderanno al festival di Cannes.
Morirà per un infarto nel novembre del 2001.
Usciranno postumi i volumi di poesie “Chi vuole attraversare la mia vita deve attraversare la mia stanza” (2002) e “Quel che desidero” (2007), che raccolgono le poesie inedite rinvenute in alcune cartelle dopo la sua morte.






SE TI DESIDERO


Se ti desidero contro ogni ragione
se in te cerco il mio rifugio
se designo con il tuo nome nostalgia e bramosia
e penso che era ieri quando noi giungemmo a noi
se sono tutto impigliato nel mio amore
e tutti i miei desideri migrano verso di te
che cosa ci sarà mai di irrazionale
se ora non diciamo a noi, ma alla ragione:
resta pur sola.





WENN ICH DICH BEGEHRE 


Wenn ich dich begehre gegen jede Vernunft
wenn ich in dir suche meine Unterkunft
wenn ich das Sehnen und die Sucht benenn mit deinem Namen
und denke, es war gestern, als wir zu uns kamen
wenn ich in meiner Liebe ganz verfangen bin
und alle meine Wunsche wandern zu dir hin
was kann denn daran unvernunftig sein,
wenn wir nicht uns, nur der Vernunft jetzt sagen:
Bleib allein.




ELEANOR - HERMANN HESSE

domenica, 13 marzo 2011
ELEANOR - HERMANN HESSE
 
In questa poesia, il tempo sembra dilatarsi per lasciare che il poeta osservi un percorso di avvenimenti, si  appropri delle immagini e ce ne racconti. Così, persino la neve che cadendo turbina, afferrata da vento impetuoso, rimane appena dietro la finestra e non riesce a turbare gli istanti del ricordo.
La forma è prosastica, le descrizioni, nonostante la loro compattezza, esplicite ma molto intense.
"I boschi giacciono bui, il giorno si scolora / ai bordi dei colli in rosse aureole. ", "Il vento se ne va a passi tardi / attraverso i tronchi a raccogliere le ultime foglie".
Con altrettanti sentimenti e situazioni e dignitosamente, si potrebbe scrivere:
Il bosco si fa buio per il giorno che finisce / le colline ancora non  nascondono la luce del sole che tramonta.
Sembra che la situazione sia la stessa, ma la resa non lo è.
Prima di tutto tra i due versi non ci sarebbe la continuità che Hesse gli dà legandoli con una virgola, ma ci dovrebbe essere un punto e l'atmosfera che lui crea è diversa. Lui lo ascolti, - lo vedi - a passeggiare su una strada di campagna da solo ad ascoltare e ricordare. Gli altri versi sono freddi, costruiti a tavolino, non  c'è il momento poetico, nè coinvolgimento e questo fa la differenza tra poesia e Poesia, tra poeta a Poeta.


                              A Day Dream (Dante Gabriel Rossetti, 1860)


ELEANOR

Le sere d' autunno mi ricordano te
I boschi giacciono bui, il giorno si scolora
ai bordi dei colli in rosse aureole.
In un casolare vicino piange un bimbo.
Il vento se ne va a passi tardi
attraverso i tronchi a raccogliere le ultime foglie.
Poi sale, abituata ormai da lungo ai torbidi sguardi,
l' estranea solitaria falce di luna
con la sua mezza luce da terre sconosciute.
Se ne va fredda, indifferente, per il suo sentiero.
La sua luce avvolge il bosco, il canneto, lo stagno
e il sentiero con pallido alone melanconico.
Anche d' inverno in notti senza luce
quando alle finestre vorticano danze di fiocchi
e il vento tempestoso, ho spesso l' impressione di guardarti.
Il piano intona con forza ingannevole
e la tua profonda e cupa voce di contralto
mi parla al cuore. Tu la più crudele delle belle donne.
La mia mano afferra alle volte la lampada
e la sua luce tenue posa sulla larga parete.
Dalla antica cornice la tua immagine oscura guarda
mi conosce bene e mi sorride, stranamente.
Ma io ti bacio mani e capelli
e sussurro il tuo nome.




LE MIE PAROLE NON MI OBBEDISCONO - SARAH KIRSCH

domenica, 13 febbraio 2011
LE MIE PAROLE NON MI OBBEDISCONO - SARAH KIRSCH
 
Ad una lettura superficiale, questo si potrebbe liquidare come il canto di un amore adolescenziale, ma io non lo credo.
E' troppo maturo il verso in incipit e non riesce a nascondere una malinconia di fondo che, altrimenti, non avrebbe modo di essere; allora di quali parole ci vuole dire Sarah?
Forse di quelle che ci sono sfuggite e con cui rischiamo di essere fraintesi, oppure altre che erano rinchiuse nel nostro amore cieco e non avremmo voluto mai risuonassero nell'aria. A posteriori: strano come questi due ultimi post sembrino essere l'uno eco dell'altro.






Sarah Kirsch nata Ingrid Bernstein a Limlingerode, il  16 aprile 1935 è una poetessa tedesca vincitrice di svariati ed importanti premi.
Cresce a Halberstadt e  studia inizialmente Biologia ad Hallee successivamente Letteratura presso l'Istituto Johannes R. Becher di Lipsia.
Nasce al tempo del Nazismo da un accanito sostenitore della politica hitleriana, che sin da giovane non condivide: per contrastare l'anti-semitismo del padre cambia il suo nome in Sarah dopo aver assunto il cognome del marito, Rainer Kirsch, appunto che sposa nel 1960 e da cui divorzierà dopo soli otto anni, trasferendosi a Berlino Est, dove le sue poesie appaiono "troppo introspettive"
Per la sua protesta contro l'espulsione del poeta dissidente Wolf Biermann dalla Germania orientale nel 1977 viene invitata a lasciare il Paese. Inizialmente si trasferisce a Berlino Ovest, poi si stabilisce in un piccolo paese nello stato  più a nord della Germania, quello che si protende verso la penisola scandinava, lo Schleswig-Holstein.

Riporto la data di morte: 5 maggio 2013







LE MIE PAROLE NON MI OBBEDISCONO

Le mie parole non mi obbediscono
Appena le risento si amplia
il mio cielo e vuole raggiungere il tuo.
Presto si frantumerà io respiro già
col fiato corto e il mio cuore batte
Sette volte più rapido inviando incessanti
Messaggi a stento cifrati



Da: Vento alle spalle

PER SCHERZO - HERMANN HESSE

giovedì, 16 settembre 2010
PER SCHERZO - HERMANN HESSE

Un frammento di poesia, solo quattro versi di incipit, bastano per fartela amare? Giudicate voi.
Un grazie particolare ad Alessandra ed ai suoi meravigliosi 20 anni che condivide con la sorella Sara.
Auguri care amiche.






PER SCHERZO

Le mie poesie stanno
davanti alla tua porta,
bussano e si inchinano:
mi apri?

Le mie poesie hanno
Un suono di seta
Come il fruscio del tuo vestito
Sulle scalinate.

Le mie poesie
Portano un dolce profumo
Come nell'aiuola tua preferita
Il giacinto.

Le mie poesie son vestite
Di un rosso cupo,
che come il tuo vestito di seta
fruscia ed arde.

Le mie più belle poesie
Assomigliano del tutto a te.
Stanno davanti alla porta e s'inchinano:
mi apri?



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CANZONE D'AMORE - HERMANN HESSE

sabato, 24 luglio 2010
CANZONE D'AMORE - HERMANN HESSE 
 
Ebbene, a volte si è veramente senza parole, di fronte a certe poesie.
Ed Hermann si conferma nella mia esposizione del suo modo di fare poesia e nel tratteggiare quella che è il suo  ideale di donna.






CANZONE D’AMORE


Per dire cos’hai fatto
di me, non ho parole.
cerco solo la notte
fuggo davanti al sole.
La notte mi par d’oro
più di ogni sole al mondo,
sogno allora una bella
donna dal capo biondo.
Sogno le dolci cose,
che il tuo sguardo annunciava,
remoto paradiso
di canti risuonava.
Guarda a lungo la notte
e una nube veloce
per dire cos’ hai fatto
di me, non ho la voce.



sabato 19 novembre 2011

LIBRI - HERMANN HESSE

venerdì, 25 giugno 2010
LIBRI - HERMANN HESSE
 
Trovo un pò fredda questa esposizione, ma è  una buona riflessione, un buon consiglio.
Purtroppo oggi circolano anche libri molto supponenti, scritti da autori altrettanto supponenti.
Ci affidiamo troppo al consiglio degli altri, senza dar credito a noi stessi.
Invece ognuno di noi è un piccolo universo: unico ed interessante.


http://www.bovefelice.it/public/image/libri4.JPG


LIBRI

Tutti i libri del mondo
non ti danno la felicità,
però in segreto
ti rinviano a te stesso.
Lì c’è tutto ciò di cui hai bisogno,
sole stelle luna.
Perché la luce che cercavi
vive dentro di te.
La saggezza che hai cercato
a lungo in biblioteca
ora brilla in ogni foglio,
perché adesso è tua.



IO COSTEGGIO L'AMORE - ELSE LASKER SCHULER

giovedì, 17 giugno 2010
IO COSTEGGIO L'AMORE - ELSE LASKER SCHULER
 
Poesia di difficile interpretazione.
La lettura iniziale mi ha lasciato una sensazione di una poesia di introspezione sul tema della poesia stessa, ma nel preparare questa mia introduzione (presuntuosa, come tutte le mie) ed addentrandomi nella vita di Else e più profondamente nella lettura, scorgo altro.
C'è un senso di abbandono: Else lo dice di sentirsi abbandonata, ma questo è abbastanza comune delle sue poesie, poi sembra trasportarci in un'altra dimensione.
Mette in campo gli IMMORTALI (che siano la Vita e la Morte?) e altre potenze  che hanno il potere di "immergere i popoli nella sua melodia e  portarli in alto".
Se il Terzo Reich (in generale o un suo rappresentante in particolare) o Dio stesso, non so, ma il richiamo alla Shoah è comunque forte.
Una poesia di mestizia, ma musicalissima, che lascia appagati, ma anche sgomenti.




Nata ad Elberfeld in Vestfalia e l'ultima di sei fratelli, Else Schüler nacque nel 1869, dal banchiere Aaron Schüler e Jeanette Kissing che sarà una delle figure centrali nella sua poesia.
Else a quattro anni sapeva già leggere e scrivere. Dal 1880 inizia a frequentare il Liceo West an der Aue. Ma nel 1894 muore il fratello Paul a cui era molto legata, a cui seguiranno altri due lutti: nel 1890 la madre e nel 1897 il padre. La morte della madre significò per lei ”la cacciata dal paradiso terrestre”
Dopo aver lasciato la scuola e aver preso lezioni private in casa dei genitori, nel 1894 sposa il medico Jonathan Berthold Lasker, fratello maggiore del campione mondiale di scacchi Emanuel Lasker, e si trasferisce a Berlino dove rimase fino al 1933.
Inizia lì la sua formazione come disegnatrice e pubblica le sue prime poesie sulla rivista Die Geseleschaft nel 1899, anno in cui  nasce il figlio Paul.
L’11 aprile 1903 divorzia da Berthold Lasker per sposare, il 30 novembre dello stesso anno, lo scrittore Georg Lewin, che a lei deve il suo pseudonimo di Herwarth Walden da cui di  separerà nel 1910, per divorziare ufficialmente nel 1912.
Senza un reddito suo proprio, vive grazie all’appoggio di amici, in particolar modo Karl Kraus. Nel 1912 incontra Gottfried Benn. Tra i due nasce una profonda amicizia, e lei gli dedica numerose poesie d’amore.
Nel 1927 muore di tubercolosi il figlio Paul e inizia per lei una profonda crisi. Pur avendo vinto nel 1932 il premio Kleist, il 19 aprile 1933 emigra a Zurigo, in seguito a minacce e violenti attacchi da parte del partito nazista. A Zurigo, tuttavia, le viene vietato di pubblicare. Compirà due viaggi in Palestina: nel 1934 e nel 1937. Nel 1938 le viene revocata la cittadinanza tedesca e nel 1939 compie il terzo viaggio in Palestina; a causa dello scoppio della guerra le viene impedito di fare ritorno in Svizzera. Nel 1944 si ammala gravemente. In seguito a un attacco di cuore avuto il 16 gennaio 1945, il 22 gennaio del medesimo anno Else Lasker-Schüler muore e viene sepolta sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme.




IO COSTEGGIO L'AMORE


Io costeggio l’amore nella luce
del mattino,
Da molto vivo dimenticata –
                             nella poesia.
Tu una volta me l’hai detto.

Io so l’inizio –
Di me di più non so.
Però mi sono sentita singhiozzare
nel canto.

Sorridevano propizi gli Immortali
nel tuo volto,
Quando tu nell’amoroso salmo
della nostra melodia
I popoli immergesti e
poi portasti in alto.



VALSE BRILLANTE - HERMANN HESSE

sabato, 24 aprile 2010
VALSE BRILLANTE - HERMANN HESSE

Premetto che non sono molto convinta della esattezza del titolo.
Non ho libri di Hesse. La poesia mi è stata segnalata senza titolo e sono ricorsa alla rete dove si trova in più blog, siti, forum senza titolo o con quello che riporto qui.
E' una di quelle poesia di cui mi colpisce molto la chiusa e che rafforza la mia idea della poetica di questo autore: introspettiva che non aspetta alcuna risposta, proprio come dice qui.





VALSE BRILLANTE
Una danza di Chopin irrompe nella sala,
una frenetica, scatenata danza,
Le finestre riflettono aria di tempesta,
una corona appassita orna il pianoforte.
Il pianoforte tu, il violino io,
così suoniamo e non finiamo mai
ed aspettiamo ansiosi, tu ed io,
chi romperà per primo l'incantesimo.
Chi si fermerà per primo in mezzo al ritmo
e spingerà via da sé i lumi,
e chi per primo farà la domanda
alla quale risposta non c'è.



STANCO D'AMORE - HERMANN HESSE

mercoledì, 17 marzo 2010

STANCO D'AMORE - HERMANN HESSE
 
Anche questa poesia conferma quanto avevo detto in precedenza sulle poesie di Hesse: colloquiali, che non si aspettano nessuna risposta.
Introspettive, tese a rivelare il suo io, il suo stato d'animo, almeno quello di un particolare momento.
Gioie e dolori paragonati a fiori freschi o appassiti, sangue sparso all'amore profuso.
In una cosa mi trova d'accordo: non si può trattenere la gioia di un momento e neppure (grazie a dio), il dolore.
Passano su di noi, lasciandoci un segno, una ruga, un capello bianco esternamente, ed un solco, una cicatrice o un calore avvolgente dentro. Poi su entrambi il tempo stende una patina che addolcisce tutto.






STANCO D'AMORE

Nei rami s'addormenta cullando
il vento stanco. La mia mano
lascia un fiore rosso sangue
morire lacerato sotto un sole rovente.

Ho già visto fiorire e morire
molti fiori;
vengono e vanno gioie e dolori,
e custodirli nessuno può.

Anch'io ho sparso
nella vita il mio sangue;
non so però, se mi dispiace,
so solo, che sono stanco.



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AFORISMI: HERMANN HESSE

sabato, 13 febbraio 2010
AFORISMI: HERMANN HESSE


http://archiv.ethlife.ethz.ch/images/Carrara3-l.jpg




L'amore non bisogna implorarlo
e nemmeno esigerlo.
L'amore deve avere la forza
di attingere la certezza in se stesso.
Allora non sarà trascinato,
ma trascinerà.





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IO TI CHIESI - HERMAN HESSE

mercoledì, 10 febbraio 2010
IO TI CHIESI - HERMANN HESSE
 
In apparenza anche per questa poesia potrebbe valere quello che ho detto per la poesia di Cortàzar, un paio di post  fa, ma qui c'è un diverso modo di scrivere.
E' un fare colloquiale, questo sì, ma nelle sue poesie Cortàzar non si aspetta risposte.
Ha la sua esigenza di dire e la soddisfa, soddisfacendo il nostro senso del sublime.
Hesse invece ci propone una sequenza del suo vissuto - quanto reale o immaginario poco importa - che lo ha colpito e che ce ne rende partecipi, come una confidenza tra amici.
Riusciamo a vedere il sopracciglio aggrottarsi per concentrarsi, valutare e mediare una risposta tra quella del cuore e quella della mente. Ne esce una figura di donna volitiva, virile e materna allo stesso tempo, tutto quello, insomma che una donna è (o dovrebbe essere).







IO TI CHIESI


Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto.
Mi hai guardato a lungo
come si saggia un bimbo con lo sguardo,
mi hai detto poi, con gentilezza:
ti voglio bene, perché sei tanto triste




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PASSEGGIATA NOTTURNA - RAINER MARIA RILKE

domenica, 31 gennaio 2010
PASSEGGIATA NOTTURNA - RAINER MARIA RILKE

Quanti riescono a far emergere una poesia osservando il cielo in una serata limpida?
E in quanti riscono a renderla così colloquiale, fitta di stupore per lo spettacolo che  ci viene offerto, di considerazioni sulla grettezza del quotidiano, del  troppo voler svelare i suoi misteri senza voler ammettere che dietro a tutto questo c'è la mano di Dio?


http://www.lasestina.unimi.it/lasestina/wp-content/themes/mimbo2.2/images/2009/11/astronomia2.jpg



PASSEGGIATA NOTTURNA



Niente è paragonabile. Esiste forse cosa
che non sia tutta sola con se stessa e indicibile?
Invano diamo nomi, solo è dato accettare
E accordarci che forse qua un lampo, là uno sguardo
ci abbia sfiorato, come
se proprio in questo consistesse vivere
la nostra vita. Chi si oppone perde
la sua parte di mondo. E chi troppo comprende
manca l’incontro con l’Eterno. A volte
in notti grandi come questa siamo
quasi fuor di pericolo, in leggere parti uguali
spartiti fra le stelle. Immensa moltitudine.