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sabato 8 agosto 2015

Poesia verticale n° 51 - ROBERTO JUARROZ


A Roberto Juarroz
Amico Juarroz, mi perdoni per aver tardato tanto a risponderle, ma non è molto che sono rientrato a Parigi, dopo alcuni mesi di lavoro a Vienna. Da tempo volevo dirle che la rivista mi è molto cara, perché mi permette di ascoltare da tanto lontano voci argentine nuove e giovani. Oggi però le scrivo per un’altra ragione, più impellente: ho appena finito di leggere Segunda poesía vertical, e ne sono rimasto meravigliato, incapace di fare quel passo indietro che inevitabilmente si compie dopo che un poeta ci ha permesso di addentrarci nella grande verità del suo mondo, del mondo. Le sue poesie mi sembrano tra i componimenti più alti e profondi (che poi è la stessa cosa, in realtà) che siano stati scritti in spagnolo in questi anni. Per tutto il tempo ho avuto la sensazione che lei riesca ad affacciarsi a ciò che indaga con una visione totalmente libera dalle impurità (verbali, dialettiche, storiche) che all’alba del nostro mondo patirono i poeti presocratici, quelli che i professori definiscono filosofi: Parmenide, Talete, Anassagora, Eraclito. A lei (e a loro) basta guardarsi intorno perché qualsiasi visione prosaica cada a pezzi di fronte alla poesia, che si impossessa totalmente dell’essere. Ho letto ad alta voce i componimenti che capisco meglio (altri mi sfuggono o mi richiedono un’interpretazione che è forse più un’autoconsolazione per non poterli intuire a prima vista), e in ogni caso ho avuto nuovamente quella prodigiosa sensazione di straniamento, di rapimento, di accesso. Ho sempre amato la poesia che procede per inversione dei segni; l’uso dell’assenza in Mallarmé, alcune «anti-essenze» di Macedonio, i silenzi nella musica di Webern. Ma lei amplifica tali inversioni, che in altre mani finiscono per ridursi a giochi di parole, fino all’inverosimile. E allora, lo sguardo che vede e lo sguardo che non vede, una volta attorcigliati a formare un solo filo, [1] sono qualcosa di incredibilmente fecondo, un’invenzione dell’individuo. Era molto tempo che non leggevo poesie che mi estenuassero e mi esaltassero quanto le sue, e glielo dico così, di getto e senza rileggere, per non rischiare di farmi prendere dalla confusione e dalla paura davanti a tante parole sonore. Immagino che mi crederà lo stesso, e che siamo già amici, e un abbraccio.
(Carta Carbone.Lettere ad amici scrittori - Julio Cortazar)


Ho voluto inserire questo stralcio a commento della poesia di Juarroz per mostrarvi un esempio dell'incanto di Cortazar verso i componimenti degli amici scrittori e poeti, il suo entusiasmo che lo porta a battere a macchina lettere di ammirazione - talvolta di critica - per dei versi, come in questo caso, oppure per dei personaggi di qualche romanzo che gli veniva fatto recapitare dall'autore, così di getto, senza "fare prosa", e volevo anche evidenziare il modo di chiudere la lettera, così tipico di Julio e farvi rileggere il verso finale della poesia postata in precedenza. Sono così simili per costruzione... Non si può confondere il suo modo di scrivere come non si può confondere una tonalità di voce conosciuta.
E  davanti a questo commento empatico ma lucido, intelligente e mirato, sulla poetica di Roberto posso dire qualcosa di più o di meglio? No, meglio tacere.


[1] - Si tratta della poesia 67 del volume Seconda poesia verticale 1963








Poesia verticale n° 51

Un giorno troverò una parola
che penetri il tuo corpo e ti fecondi,
che si posi sul tuo seno
come una mano aperta e chiusa al tempo stesso.
Incontrerò una parola
che trattenga il tuo corpo e lo faccia girare,
che contenga il tuo corpo
e apra i tuoi occhi come un dio senza nubi
e usi la tua saliva
e ti pieghi le gambe.
Tu forse non la sentirai
o forse non la capirai.
Non è necessario.
Vagherà dentro di te come una ruota
fino a percorrerti da un estremo all’altro,
donna mia e non mia
e non si fermerà neanche quando tu morirai.




 51

Algún día encontraré una palabra
que penetre en tu vientre y lo fecunde,
que se pare en tu seno
como una mano abierta y cerrada al mismo tiempo.

Hallaré una palabra
que detenga tu cuerpo y lo dé vuelta,
que contenga tu cuerpo
y abra tus ojos como un dios sin nubes
y te usa tu saliva
y te doble las piernas.
Tú tal vez no la escuches
o tal vez no la comprendas.
No será necesario.
Irá por tu interior como una rueda
recorriéndote al fin de punta a punta,
mujer mía y no mía,
y no se detendrá ni cuando mueras.

(POESÍA VERTICAL 1958)

sabato 25 luglio 2015

TI AMO - JULIO CORTAZAR

Ho già inserito diverse sue poesie, ma tratterò Cortázar come un autore al primo inserimento,  perché le notizie del vecchio post erano davvero scarse, al pari di quelle che si trovano nella nostra lingua in rete; una ricerca complessa in una lingua non mia, ma dovevo tutto questo a Julio, per essere stato il mio primo autore straniero, quello che mi ha lasciato un grande amore per la poesia ispano-americana.
Arrivo a questa precisa scelta dopo una incursione nella sua vita attraverso i suoi scritti, i suoi racconti e le sue lezioni. Ho ascoltato le sue esaltazioni, la sua franchezza e il modo di prendersi in giro. Una poesia in cui il buon vecchio Julio non di sottrae all'esternazione dei suoi sentimenti più profondi, esattamente come era, almeno nel modo in cui l'ho capito e amato ancora di più.
Per questa poesia devo ringraziare il lavoro e la gentilezza di Milton Fernàndez, ("mi casa es tu casa") traduttore e scrittore a sua volta.




Julio Florencio Cortázar, il piccolo "Coco", come viene chiamato dalla sua famiglia, nasce il 26 Agosto 1914 a Ixelles, un sobborgo situato nella parte sud della città di Bruxelles, capitale del Belgio, occupata dai tedeschi. Figlio di Julio Cortázar, di origini basche, funzionario della Ambasciata Argentina in Belgio, dove presta servizio come addetto commerciale e José María Herminia Descotte, argentina di origini francesi e germaniche, la sua nascita "era un prodotto del turismo e della diplomazia", come più tardi ebbe modo di dire. Prima della fine della prima guerra mondiale i Cortázar riescono ad andare in Svizzera grazie a parentele tedescche della nonna materna e poco tempo dopo a Barcellona , dove vivono per un anno e mezzo. Solo ai quattro anni di Julio la famiglia riesce a tornare in Argentina dove il piccolo trascorre il resto della sua infanzia a Banfield , nel sud della Grande Buenos Aires , con la madre, una zia e Ofelia, l'unica sorella di un anno più giovane. Non era del tutto felice. "Molta servitù, eccessiva sensibilità, un dolore comune" (lettera a Graciela M. de Sola, Parigi, 4 novembre 1963). Quando ha sei anni il padre abbandona la famiglia e Julio non avrà più alcun contatto con lui. E' un bambino malaticcio, trascorre molto tempo a letto e la lettura è la sua grande compagna. Sua madre seleziona le sue letture, e lo inizia al mondo della letteratura. A nove anni ha già letto Jules Verne , Victor Hugo e Edgar Allan Poe, lettura questa ultima che gli procura frequenti incubi per un po'. Passa ore a leggere un dizionario Petit Larousse. La madre, preoccupata per questo si chiede se sia normale questo leggere così intenso; le viene consigliato di farlo uscire, di fargli prendere il sole. Ma Julio è anche uno scrittore precoce: a nove o dieci anni scrive un piccolo romanzo, “per fortuna perso” come dichiarato dal suo autore e prima ancora delle storie e sonetti. Data la qualità dei suoi scritti, la sua famiglia, tra cui sua madre, con grande dolore di Cortazar, dubita che siano suoi. Dopo aver effettuato gli studi primari nella scuola n ° 10 Banfield , si abilita all'insegnamento delle scuole elementari nel 1932 e professore in Lettere nel 1935 presso la Scuola Normale di Professori Mariano Acosta. A diciannove anni, inizia gli studi di filosofia presso l'Università di Buenos Aires, ma dopo il primo anno, si rende conto che deve aiutare la madre, usando il titolo che ha. Così inizia ad insegnare a Bolivar, Saladillo, Chivilcoy dove frequenta un gruppo di amici nel negozio di fotografia di Ignacio Tankel. Nel 1944 si trasferisce a Mendoza, nella cui Università di Cuyo tiene corsi di letteratura francese, partecipa a manifestazioni contro Peron e quando viene eletto, si dimette. Torna a Buenos Aires, dove fa il traduttore pubblico. "...avevo un ufficio e ho tradotto la posta delle prostitute del porto che mi portavano le lettere dei loro marinai, inviate da tutti gli angoli del globo."
Nel 1947 inizia a collaborare con diverse riviste e l'anno successivo consegue il titolo di traduttore giurato di inglese e francese, dopo aver completato in nove mesi uno studio per cui normalmente occorrono tre anni. Questo sforzo gli provoca dei sintomi nevrotici, uno dei quali (trovare scarafaggi nel cibo) scompare con la scrittura del racconto Circe, che sarà incluso nel suo libro Bestiario, pubblicato nel 1951. Poco dopo, per protesta contro il governo peronista, decide di trasferirsi a Parigi, città in cui risiederà per il resto della sua vita, ad eccezione di sporadici spostamenti dovuti principalmente al suo lavoro di traduttore per l'Unesco. Qui vive con qualche difficoltà finanziaria con Aurora Bernardez, traduttrice argentina sposata nel 1953,  finché accetta l'offerta di tradurre le opere complete in prosa di Edgar Allan Poe per l'Università di Puerto Rico ("uno scrittore che non si lascia tradurre del tutto." dice Julio, ma il risultato è considerato dai critici come la migliore traduzione dello scrittore americano). Nel 1967 divorzia e si unisce a Ugnè Karvelis, senza sposarsi. Con lei si reca a Cuba, invitato come giurato in un concorso dalla Casa de les Americas e con lei  il suo interesse per la politica si fa più forte, tanto da donare i profitti di alcuni suoi scritti in sostegno dei prigionieri politici provenienti da vari paesi.
Nel 1978 gli troviamo accanto Carol Dunlop, la sua seconda moglie, originaria del Québec, "scrittrice e traduttrice, occhi azzurri, dolce e silenziosa, dolce porto di pace dopo un interminabile tempo di burrasche". Anche con lei viaggia molto: in Polonia per una conferenza di solidarietà col Cile e lungo l'autostrada Parigi-Marsiglia con il fantasioso Fafner, un camper - forse rosso - completo di acqua, di un cucinino, di un tavolo per lavorare che per Julio rasenta la perfezione.
Nell'agosto 1981 ha una emorragia gastrica che per poco non gli è fatale. Non smette mai di scrivere, la sua passione anche nei momenti più difficili.
Nel 1983, al ritorno della democrazia in Argentina, Cortázar fa un ultimo viaggio in patria, dove viene accolto calorosamente dai fan, che lo fermano per strada per chiedergli autografi, in contrasto con l'indifferenza delle autorità nazionali. Dopo aver visitato alcuni amici, torna a Parigi. Poco dopo François Mitterrand gli conferisce la cittadinanza francese.
Carol Dunlop muore il 2 novembre 1982 e lascia Cortazar immerso in una profonda depressione. Muore il 12 febbraio 1984 ufficialmente a causa di una leucemia. Tuttavia, nel 2001 la scrittrice uruguaiana Cristina Peri Rossi scrive nel suo libro sullo scrittore che la leucemia potrebbe essere stata causata dall'AIDS, forse contratta per una trasfusione di sangue nel sud della Francia. Due giorni dopo, viene sepolto nel cimitero di Montparnasse nella stessa tomba in cui si trovava Carol. La lapide e la scultura che orna la tomba sono state fatte da Julio Silva e Luis Tomasello suoi amici artisti. Al suo funerale partecipano in molti, anche le sue ex Ugne Karvelis e Aurora Bernárdez. Quest'ultima che lo assistite negli ultimi mesi di vita dopo la morte della Dunlop eredita le sue cose, tra cui la biblioteca personale dell'autore, comprendente a più di quattromila libri, di cui oltre la metà sono dedicati allo scrittore dai rispettivi autori e la maggior parte di questi hanno numerose annotazioni di Cortázar. Nell'aprile del 1993 Aurora li dona alla Fondazione Juan March di Madrid. 



Patrick William Adam (1852-1929) - Interno, Mattina



TI AMO

Ti amo per ciglia, per capello, t’impugno in candidi
androni dove non s’avventurano i giochi della luce,
questiono ogni tuo nome, ti strappo con premura di cicatrice,
ti immergo nei capelli ceneri di lampo
e nastri addormentati dalla pioggia.
Non voglio che tu abbia una forma, che tu sia
scrupolosamente ciò che arriva dopo la tua mano,
perché l’acqua, considera l’acqua, e i leoni
si sciolgono nello zucchero della fiaba
e i gesti, quella architettura del nulla,
accendono le loro lampade a metà di ogni incontro.
Il mattino è la lavagna nella quale t’invento e ti disegno,
pronto a cancellarti, no, non sei così, nemmeno
sono tuoi quei capelli lisci, quel sorriso.
Cerco la tua cifra, il bordo della coppa dove il vino
è al contempo sia luna che specchio,
cerco quella linea che fa tremare un uomo
in una galleria di museo.

E poi ti amo, e fa tempo e freddo.

(Trad. di Milton Fernandez)




Poema

Te amo por ceja, por cabello, te debato en corredores
              blanquísimos donde se juegan las fuentes de la luz,
te discuto a cada nombre, te arranco con delicadeza de
                                                                                       cicatriz,
voy poniéndote en el pelo cenizas de relámpago y cintas
                                                          que dormían en la lluvia.
No quiero que tengas una forma, que seas precisamente
                                               lo que viene detrás de tu mano,
porque el agua, considera el agua, y los leones cuando
                                   se disuelven en el azúcar de la fábula,
y los gestos, esa arquitectura de la nada,
encendiendo sus lámparas a mitad del encuentro.
Todo mañana es la pizarra donde te invento y te dibujo,
pronto a borrarte, así no eres, ni tampoco con ese pelo
                                                                      lacio, esa sonrisa.
Busco tu suma, el borde de la copa
donde el vino es también la luna y el espejo,
busco esa línea que hace temblar a un hombre en una
                                                                    galería de museo.

Además te quiero, y hace tiempo y frío.




lunedì 8 dicembre 2014

CHE SI SA? - JUAN GELMAN

Dal momento che siamo alla fine dell'anno, si tirano sempre le somme e si fanno i conti pensando a quello appena passato. 
E in questo contesto, non posso fare più far finta che Gelman scriva ancora poesia, come questa che - mi sembra - di aver tradotto subito dopo aver sentito della sua morte, quando ci si rifugia a rileggere le poesie conosciute ed amate di un poeta e cercarne altre, come se potessero costituire la loro ultima raccomandazione per noi (se avete una traduzione migliore, trascrivetela pure). 
Juan è deceduto nella casa dove ha vissuto dal 1988, nel quartiere Condesa di Città del Messico alle ore quattro e mezzo di martedì 14 gennaio, attorniato dai suoi familiari. Era affetto  da mielodisplasia, una disfunzione del midollo osseo.
Una delle ultime visite in Italia  è stata nel 2012 (qui sotto una foto della serata)  in occasione del Festival Parole Spalancate di Genova. Una giacchetta dimessa, uno sguardo perso quando Jean Portante riassumeva le vicende della sua famiglia e una spigliatezza di pronuncia del nostro italiano.  
Così voglio ricordarlo, con treni di andata e ritorno da Genova presi di lunedì, all'uscita dal lavoro e la mattina dopo, prestissimo, prima di tornare alla scrivania, con un pernottamento nelle vicinanze del Palazzo Ducale: cose che si fanno per incontrare un'amante, più che per ascoltare delle poesie. 
Il testo è una visione del poeta di cosa sia la poesia. Credo che tutti abbiano fatto i conti con questa domanda, sia che lo abbia spiegato ad un intervistatore (memorabile quella di Ungaretti), sia che lo abbia definito per se stesso.

 





CHE SI SA?


Della poesia, nulla. Arriva, trema,
e gratta un fiammifero spento.
S'è visto qualcosa? Nulla. Tende la
mano per afferrare
le increspature del tempo che passa
dalla voce d'un cardellino. Cosa
ha afferrato? Nulla.
L'uccello è fuggito al non detto
in una stanza che gira senza
ricordi né speranze.
Ci sono molti nomi nella pioggia.
Che ne sa la poesia? Nulla.



¿Qué se sabe?

Del poema, nada. Llega, tiembla
y raspa un fósforo apagado.
¿Se le ve algo ? Nada. Tiende una
mano para aferrar
las olitas del tiempo que pasan
por la voz de un jilguero. ¿Qué
agarró ? Nada. La
ave se fue a lo no sonado
en un cuarto que gira sin
recordación ni espérames.
Hay muchos nombres en la lluvia.
¿Qué sabe el poema ? Nada.

poesia tratta dal sito www.juangelman.net




giovedì 4 settembre 2014

Citazioni: Julio Cortazar

Quanche tempo fa, ad un raduno di amici poeti, è stato espresso lo stesso concetto.
Ricordo di aver iniziato la frase e qualcuno - non so chi - la finì al posto mio.
Oggi l'ho ritrovata scritta dal mio caro Julio.




A me piace scrivere per me, ho quaderni su quaderni, versi e persino un romanzo, ma quello che mi piace è scrivere e quando finisco è come quando uno si lascia ricadere di fianco dopo aver goduto, viene il sonno e il giorno dopo ci sono già altre cose che battono alla finestra, scrivere è questo, aprire le persiane e che entrino, un quaderno dopo l'altro...

Tango di ritorno - Tanto amore per Glenda - Julio Cortazar 



sabato 21 gennaio 2012

IL FUTURO - JULIO CORTAZAR

venerdì, 29 agosto 2008
JULIO CORTAZAR - IL FUTURO
 
Un poeta che a me affascina.
L'ho conosciuto tramite un commento di un poeta su uno dei siti che frequento.
E' stato amore a prima..."lettura", tanto che adesso potrei declamarla senza leggerla.
Ve la propongo come una cosa preziosa: leggetela lentamente, assaporatela nella sua interezza.






IL FUTURO

E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menù,
o nel sorriso che alleggerisce 

il "tutto completo" delle sotterranee,
nei libri prestati 

e nell'arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale 

delle parole,
nè ci sarai in un numero di telefono
o nel colore di un paio di guanti

di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, 

e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all'angolo della strada mi fermerò,
a quell'angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono
e mangerò le cose che si mangiano
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
nè qui dentro, il carcere 

dove ancora ti detengo,
nè la fuori, in quel fiume di strade 

e di ponti.
Non ci sarai per niente, 

non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, 

penserò un pensiero
che oscuramente 

cerca di ricordarsi di te.

(Le ragioni della collera)


EL FUTURO



Y sé muy bien que no estarás.
No estarás en la calle,
en el murmullo que brota de noche
de los postes de alumbrado,
ni en el gesto de elegir el menú,
ni en la sonrisa que alivia
los completos de los subtes,
ni en los libros prestados
ni en el hasta mañana.

No estarás en mis sueños,
en el destino original
de mis palabras,
ni en una cifra telefónica estarás
o en el color de un par de guantes
o una blusa.
Me enojaré amor mío,
sin que sea por ti,
y compraré bombones
pero no para ti,
me pararé en la esquina
a la que no vendrás,
y diré las palabras que se dicen
y comeré las cosas que se comen
y soñaré las cosas que se sueñan
y sé muy bien que no estarás,
ni aquí adentro, la cárcel
donde aún te retengo,
ni allí fuera, este río de calles
y de puentes.
No estarás para nada,
no serás ni recuerdo,
y cuando piense en ti
pensaré un pensamiento
que oscuramente
trata de acordarse de ti.



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SE DEVO VIVERE - JULIO CORTAZAR

venerdì, 29 agosto 2008
JULIO CORTAZAR - SE DEVO VIVERE
 
Ancora lui, in un'altra poesia lacerante non meno bella della precedente.



Vincent Van Gogh, Old Shoes, July-September 1886.



SE DEVO VIVERE

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,
la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza
si alzi il secco ramo della tosse, che latra
il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita
mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.
Non imparerò per questo a meglio amarti,
però sloggiato dalla felicità
saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.
Questo voglio capirlo, ma mi inganno:
sarà necessaria la brina dell’architrave
perché colui che si ripari sotto il portale comprenda
la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma
del pane che passa la sua mano bruna per la fessura.
Tanto lontano ormai da te
come un occhio dall’altro,
da questa avversità che assumo nascerà adesso
lo sguardo che alla fine ti meriti.

Julio Cortazàr (da Le Ragioni della Collera – Fahrenhait 451 Edizioni)





SI HE DE VIVIR

Si he de vivir sin ti, que sea duro y cruento,
la sopa fría, los zapatos rotos, o que en mitad de la opulencia
se alce la rama seca de la tos, ladrándome
tu nombre deformado, las vocales de espuma, y en los dedos
se me peguen las sábanas, y nada me dé paz.
No aprenderé por eso a quererte mejor,
pero desalojado de la felicidad
sabré cuánta me dabas con solamente a veces estar cerca.
Esto creo entenderlo, pero me engaño:
hará falta la escarcha del dintel
para que el guarecido en el portal comprenda
la luz del comedor, los manteles de leche, y el aroma
del pan que pasa su morena mano por la hendija.

Tan lejos de ti
como un ojo del otro,
de esta asumida adversidad
nacerá la mirada que por fin te merezca.




domenica 4 dicembre 2011

L'UNO E L'ALTRO - JULIO CORTAZAR

Lo ammetto, mi sento un pò spaesata a creare un post in questo nuovo spazio. Non è più difficile, anzi,  è solo...diverso. Forse per questo sono tornata al mio primo amore, un testo di Cortàzar la cui traduzione sul libro della Fahrenheit 451 Edizioni, Le Ragioni della Collera, mi ha lasciato con un pò di amaro in bocca.
Così ne ho elaborata una mia. Avrà probabilmente molte pecche, in alcuni punti non c'è verso di far scorrere più facilmente la poesia, almeno dentro la mia mente.





L'UNO E L'ALTRO


E che le resta alla fine del raccolto?

Queste due mani rugose, questa faccia

dove cova il tempo.

Dentro, ubriaco sul fondo

il rospo batte dolcemente.

Credo che conti venti, ventuno,

ventidue, ventitrè

o lunedì, martedì, mercoledì. Espediente

per dormire, però non dorme.

Fuori c'è vita dappertutto,

e le banderuole girano e le nuvole.

E' triste essere così solo in questo insieme, questa nobiltà

La morte la preferisce, e la poesia

le tesse già corone. Però è triste

non essere anche questo foglio di carta, queste parole,

tutto ciò che circondandolo lo isola,

e lo definisce,

tutto quello che nel mondo lo condanna

a essere testimone ed alla fine - quando, già pronto -

bestia oscura di un'ascia trasparente.







Lo uno y lo otro

¿Y què le queda al fin de la cosecha?
Estas dos manos arrugadas, este rostro
donde ya empolla el tiempo.
Adentro, ebrio en su pozo
el sapo dulcemente late.
Creo che cuenta veinte veintiuno,
veintidós, veintetrés,
o lunes, martes, miércoles. Procedimientos
para dormir, pero no duerme.
Afuera está también la vida en todas partes,
y las veletas giran, y las nubes.
Es triste ser tan solo en la unitad, esa nobleza.
La muerte la prefiere, y la poesía
le teje ya coronas. Pero es triste
no ser también  esta hoja de papel, estas palabras,
todo lo que rodeándolo lo aparta,
lo define,
todo lo que en el mundo lo condena
a ser testigo y al final - cuándo, ya pronto -
oscura res de un hacha transparente.





sabato 26 novembre 2011

QUANDO SAPRAI CHE SONO MORTO - ERNESTO CHE GUEVARA

domenica, 04 settembre 2011
QUANDO SAPRAI CHE SONO MORTO - ERNESTO CHE GUEVARA
 
Altro autore ed altra infrazione alle mie regole sulle immagini al post, ma l'importanza dell'autore lo imponeva. Ho trovato insolito scoprire un Che poeta, ma rubando le parole ad un altro poeta salvadoregno, quasi suo contemporaneo, "Credo che il mondo è bello,/ che la poesia è come il pane, di tutti."
Ho cercato con caparbietà il testo originale della poesia, - e non è stato facile - per una dissonanza al mio orecchio nella versione italiana.
Ho trovato una attribuzione contrastante di questi versi: alcuni ne attribuiscono la paternità a Roque Dalton García (San Salvador, 14 maggio 1935 – Quezaltepeque, 10 maggio 1975). Non sono riuscita a capire se sia vero o meno; chi ne attribuisce la paternità a Garcia, sostiene che Ernesto mandava a memorie delle poesie che gli piacevano. Ma è possibile che abbia conosciuto le poesie di un autore più giovane di lui? Possibile dato che avevano in comune una anima rivoluzionaria, Cuba ed un amico comune: Fidel Castro. Le date in cui avrebbero potuto conoscersi sono tiranne, ma tutto può essere....
Garcia sarà l'autore di un prossimo post.





Ernesto Guevara de la Serna, più noto come Che Guevara o come el Che per l'abitudine a pronunciare questa breve parola, una specie di "cioè"  in mezzo ad ogni discorso, nasce da una famiglia piccolo-borghese agiata a Rosario de la Fe (Argentina) il 14 giugno 1928.  Il padre Ernesto è ingegnere civile, la madre Celia una donna colta, grande lettrice, appassionata soprattutto di autori francesi.  Trascorre i primi due anni a Puerto Caraguatay, nella provincia di Misiones, sulle rive dell'Alto Paranà, ai margini della selva paraguaiana, ma poi la famiglia Guevara si trasferisce vicino a Cordoba, nella cittadina di Alta Gracia, per vivere in un clima più secco su prescrizione del medico che cura il piccolo Ernesto sofferente d'asma.
Studia con l'aiuto della madre, che avrà un ruolo determinante nella sua formazione umana e politica. Nel 1936-1939 segue con passione le vicende della guerra civile spagnola, per la quale i genitori si sono impegnati attivamente. A partire dal 1944 le condizioni economiche della famiglia peggiorano, ed Ernesto comincia a lavorare più o meno saltuariamente. Legge moltissimo, senza impegnarsi troppo nello studio scolastico, che lo interessa solo in parte. Si iscrive alla facoltà di Medicina e approfondisce le sue conoscenze lavorando gratuitamente all'istituto di ricerche sulle allergie, a Buenos Aires (dove la famiglia si è trasferita nel 1945).
Con l'amico Alberto Granados, nel 1951, parte per il suo primo viaggio in America Latina. Visitano il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela. A questo punto i due si lasciano, ma Ernesto promette ad Alberto, che lavora in un lebbrosario, di rincontrarsi appena finiti gli studi. Ernesto Guevara nel 1953 si laurea, riparte per mantenere la promessa fatta a Granados. Come mezzo di trasporto usa il treno sul quale a La Paz incontra Ricardo Rojo, un esule Argentino, insieme al quale comincia a studiare il processo rivoluzionario che è in corso nel paese.
Ernesto decide di rimandare la sua carriera medica e l'anno successivo giunge a Città di Guatemala dopo un viaggio avventuroso e dove frequenta l'ambiente dei rivoluzionari che sono affluiti in Guatemala da tutta l'America Latina. Qui incontra una giovane peruviana, Hilda Gadea, che diventerà sua moglie. Il 9 luglio 1955, intorno alle ventidue, al numero 49 di via Emperàn a Città del Messico, nella casa della cubana Maria Antonia Sanchez, Ernesto Che Guevara incontra una figura decisiva per il suo futuro, Fidel Castro. Fra i due scatta subito una forte intesa politica e umana, tanto che si parla di un loro colloquio durato tutta la notte senza alcun dissenso. Oggetto del colloquio sarebbe stata l'analisi del continente sudamericano sfruttato dal nemico yankee. All'alba, Fidel propone ad Ernesto di prendere parte alla spedizione per liberare Cuba dal "tiranno" Fulgencio Batista.
Ormai esuli politici, partecipano entrambi allo sbarco a Cuba nel novembre 1956. Fiero guerriero dall'animo indomito, il Che si rivela abile stratega e combattente impeccabile. A fianco di una personalità forte come quella di Castro ne assume le direttive teoriche più importanti, assumendo l'incarico della ricostruzione economica di Cuba in qualità di direttore del Banco Nacional e di ministro dell'Industria (1959).
Non completamente soddisfatto dei risultati della rivoluzione cubana, abbandona Cuba e si avvicina al mondo afro-asiatico, recandosi nel 1964 ad Algeri, in altri paesi africani, in Asia e a Pechino.
Nel 1967, coerente con i suoi ideali, riparte per un'altra rivoluzione, quella boliviana, dove, in quell'impossibile terreno, l'8 ottobre 1967 venne ferito alle gambe e catturato da un reparto anti-guerriglia dell'esercito boliviano durante un agguato. Trasferito nella scuola del villaggio di Higueras, viene interrogato e poi lasciato per una notte senza cure. Al mattino del giorno successivo viene ucciso con un colpo di pistola, per decisione ufficiale del governo. Il suo cadavere, trasportato in elicottero a Valle Grande e successivamente sepolto in un luogo segreto nei pressi di quella stessa città.  venne ritrovato da una missione di antropologi forensi argentini e cubani, autorizzata dal governo boliviano di Sanchez de Lozada, nel 1997. Da allora i suoi resti si trovano nel Mausoleo di Santa Clara di Cuba.





QUANDO SAPRAI CHE SONO MORTO


Quando saprai che sono morto
non pronunciare il mio nome
perché si fermerebbe
la morte e il riposo.
Quando saprai che sono morto di
sillabe strane.
Pronuncia fiore, ape,
lagrima, pane, tempesta.
Non lasciare che le tue labbra trovino le mie dieci lettere.
Ho sonno, ho amato, ho
raggiunto il silenzio.


                                                                                             

guevara.jpg picture by Lu03Ma07Ga08







CUANDO SEPAS QUE HE MUERTO


Cuando sepas que he muerto, no pronuncies mi nombre
porque se detendrá la muerte y el reposo.
Cuando sepas que he muerto di sílabas extrañas.
Pronuncia flor, abeja, lágrima, pan, tormenta.
No dejes que tus labios hallen mis once letras.
Tengo sueño, he amado, he ganado el silencio.

  

ALLA SPERANZA - JULIO CORTAZAR

sabato, 16 luglio 2011
ALLA SPERANZA - JULIO CORTAZAR
 
Un Cortazar che non ho ancora trovato in rete tradotto in italiano ed in pochi blog in lingua spagnola. In uno di questi c'era un commento che suonava come: Julio Cortazar è sempre necessario. Lo credo anch'io. Si apre molto agli altri Julio quando scrive, con uno stile colloquiale, anche se introduce il cuore della sua poesia in modo piuttosto indiretto.
In questa, ad esempio ed a mio avviso, Julio con la chiusa
"Niente da fare, si spegne il fiammifero"
che messaggio lancia? Se accendendo un fiammifero si riaccende anche la speranza, ma il suo atto concreto e di fede, si infrange contro il tempo della disillusione, quando il poeta non riesce più a farlo.
Superbamente sintetizzato con
"E penseremo: come / è cambiato" (il tempo)
".......Vedi, non si deve" (la disillusione).
Sicuramente un autore tormentato ma che tuttavia filtra tranquillità nelle sue poesie.






ALLA SPERANZA

Allunga le tue zampette inguantate, irrigidita speranza.
Accendo un fiammifero: riscaldati. Ti sfiora.
Dopo contempleremo i nostri visi
l’uno nell’altro. E penseremo: come
è cambiato.

Credevamo
nell’altro l’uno. Vedi, non si deve.
Stira le tue manine fredde, speranza.

Niente da fare, si spegne il fiammifero.








A LA ESPERANZA


Alarga tus patitas enguantadas, esperanza yerta.
Enciendo un fósforo: caliéntate. Te alcanza.
Después contemplaremos nuestros rostros
uno en el otro. Y pensaremos: cómo
ha cambiado.

Creíamos
uno en el otro. Ves, no se debe.
Estira tus manitas frías, esperanza.

Nada que hacer, el fósforo se apaga.


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lunedì 21 novembre 2011

RICHIESTA - SILVINA OCAMPO

domenica, 05 giugno 2011
RICHIESTA - SILVINA OCAMPO
 
Ho avuto sinceramente perplessità su questa autrice, leggendo da una parte le sue tristissime poesie e dall'altra la storia della sua vita, apparentemente luminosa e fortemente vissuta.
Non so cosa ci sia all'origine di questo suo desiderio di "altrove" e d'altro canto non è un'autrice conosciutissima, e quindi già inquadrata in una corrente letteraria (ma vedremo che lei ne rifuggiva).
Più probabilmente è un'esponente di sé stessa, del suo universo personale con le mille sfaccettature che ogni donna si porta appresso. Sicuramente una gran donna che meriterebbe di essere apprezzata e divulgata maggiormente, come già nel 1970 Italo Calvino proponeva ai responsabili della Einaudi.





Silvina Ocampo nasce a Buenos Aires il 28 luglio 1903. Sesta di sei figlie, di Manuel Ocampo e Ramona Aguirre, di origini aristocratiche, come molti giovani scrittori suoi contemporanei: Borges, Bioy Casares, ed altri e come loro ha avuto una formazione culturale europea. Infatti studiò musica e disegno a Parigi, con Giorgio De Chirico (“Studiai sei mesi con lui. Non era un buon maestro, nonostante il suo talento, perché voleva che dipingessi come lui”).Nel 1934, torna in Argentina e conosce Bioy Casares, essendo molto amica della madre. Bioy aveva iniziato i suoi studi di letteratura per passare poi a Giurisprudenza. Ma lei gli consigliò di dedicarsi alla letteratura e di lasciare gli studi. Nel 1940 si sposarono tra lo stupore di molti a causa dell'anticonformismo di Silvina e degli  undici anni di età che lei aveva in più.  Fu con una cerimonia intima, circondati da pochi amici intimi; uno dei testimoni del matrimonio fu Borges.Bioy Casares, in una delle poche volte che parlò di lei, disse: “Era la donna meno convenzionale che abbia conosciuto e grazie a lei sono diventato uno scrittore. Era una donna timida, molto riservata, si nascondeva dietro degli occhiali hollywoodiani, e difficilmente rilasciava interviste o si lasciava fotografare”.Silvina infatti pensava che nelle interviste si affermava il trionfo del giornalismo e non della letteratura. Detestava le date, odiava catalogare ed essere, a sua volta, catalogata.“Tutta la vita è un solo istante” diceva,  sottolineando così la sua indifferenza verso il tempo reale.Silvina Ocampo raggiunge la fama sulla scia di sua sorella Victoria, che è stata la promotrice della cultura argentina dagli anni ’30 fino agli anni ’50 e ’60, nonché fondatrice della rivista “Sur” con la quale diffondeva in Europa e negli Stati Uniti la letteratura argentina: Borges, Josè Bianco, la stessa Silvina Ocampo ed altri vengono conosciuti all’estero proprio attraverso questa rivista ed allo stesso tempo, molti autori stranieri arrivavano in Argentina (Henry James, Faulkner e altri), assieme a critici, a tenere delle conferenze, che non erano delle conferenze come le nostre, ma erano un fulcro di creazione letteraria e di scambio culturale.Pur avendo vissuto spesso a Parigi, Sivina Ocampo scrisse sempre in spagnolo. In una delle poche interviste che ha rilasciato, parlando della sua infanzia dice: “Non sono cresciuta con lo spagnolo ma con il francese e l’inglese. Da quando avevo quattro anni sono stata a Parigi ma l’inglese e il francese li sentivo come idiomi già fatti, costruiti, invece lo spagnolo lo sentivo come qualcosa che bisognava inventare, che bisognava fare come idioma”. Ed infatti, il linguaggio nelle sue opere riveste un’importanza particolare.Un lavoro organico sull’opera di Silvina Ocampo è inesistente, nonstante l’interesse di numerosi scrittori che hanno scritto i prologhi o che hanno recensito le sue opere. Lo stesso Borges ha recensito e scritto un prologo ad un dei suoi libri; Italo Calvino ha fatto conoscere Silvina Ocampo in Italia con il libro “Porfiria”, di cui ha scritto anche l’introduzione; Martinez Estrada, che è un critico molto importante, e Alejandra Pisarni, che è una scrittrice tra le maggiori in Argentina, le hanno dedicato degli interventi.Ha collaborato col marito alla stesura di un romanzo poliziesco, “Chi ama, odia”, con Wilcox ha scritto un’opera teatrale, “I traditori” ed ha poi redatto, assieme a Borges e Bioy Casares, un’ “Antologia della letteratura fantastica” e un’ “Antologia della poesia argentina”.Nel 1954 adottò la figlia naturale di Bioy Casares, Marta. Silvina trattava Marta come se fosse stata sua figlia, forse anche per il desiderio di avere una figlia.Silvina Ocampo morì nel 1994 di Alzheimer. L’anno dopo è morta la figlia Marta, investita da una macchina. E Bioy Casares è rimasto improvvisamente solo, privato delle due figure femminili più importanti della sua vita.



RICHIESTA
Voglio altre ombre dorate, altre palme
con altri voli di uccelli stranieri
voglio strade differenti, nella neve,
una fanghiglia differente quando piove,
voglio il fervido odore di altri legni,
voglio il fuoco con fiamme forestiere,
altre canzoni, altre asprezze,
che non abbia conosciuto le mie tristezze.
(traduzione: Federico Guerrini)


Ruego
Quiero otras sombras de oro, otras palmeras
con otros vuelos de aves extranjeras,
quiero calles distintas, en la nieve,
un barro diferente cuando llueve,
quiero el férvido olor de otras maderas,
quiero el fuego con llamas forasteras,
otras canciones, otras asperezas,
que no haya conocido mis tristezas.


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domenica 20 novembre 2011

CON COSA POSSO TRATTENERTI? - JORGE LOUIS BORGES

sabato, 30 aprile 2011
CON COSA POSSO TRATTENERTI? - JORGE LOUIS BORGES
 
Già! Con cosa si può trattenere una persona? Con quali parole che non suonino false, inventate per l'occasione e come rimangiarsene altre, lasciate con troppa fretta, aguzze e spigolose?
In questa soluzione di Jorge, tenerissima appare l'urgenza di svolgere quel suo offrire, prima che lei svanisca, lasciandolo solo con la sua tristezza, l'ultima cosa con cui si può tentare una donna.
Forse sono le terzine, unite alle anafore che producono questo incalzare della poesia, che ha quasi la costruzione del "Credo" cristiano.



CON COSA POSSO TRATTENERTI?

Con cosa posso trattenerti?
Ti offro strade difficili,
tramonti disperati
la luna di squallide periferie.
...Ti offro le amarezze di un uomo
che ha guardato a lungo la triste luna.
Ti offro i miei antenati,
i miei morti,
i fantasmi a cui i viventi hanno reso onore col marmo:
il padre di mio padre ucciso sulla frontiera
di Buenos Aires
due pallottole attraverso i suoi polmoni,
barbuto e morto,
avvolto dai soldati nella pelle di una mucca
il nonno di mia madre - appena ventiquattrenne -
a capo di trecento uomini in Perù,
ora fantasmi su cavalli svaniti.
Ti offro qualsiasi intuizione sia nei miei libri,
qualsiasi virilità o vita umana.
Ti offro la lealtà di un uomo
che non è mai stato leale.
Ti offro quel nocciolo di me stesso
che ho conservato, in qualche
modo - il centro del cuore che
non tratta con le parole, nè coi
sogni e non è toccato dal tempo,
dalla gioia, dalle avversità.
Ti offro il ricordo di una
rosa gialla al tramonto,
anni prima che tu nascessi.
Ti offro spiegazioni di te stessa,
teorie su di te, autentiche e
sorprendenti notizie di te.
Ti posso dare la mia tristezza,
la mia oscurità, la fame del mio cuore
cerco di corromperti con l'incertezza,
il pericolo, la sconfitta.






¿Con qué puedo retenerte?


Te ofrezco magras calles, ocasos desesperados, la luna
de los corroídos suburbios.
Te ofrezco la amargura de un hombre que ha mirado
largamente a la luna solitaria.
Te ofrezco mis antepasados, mis muertos, los fantasmas
que hombres vivientes han honrado en mármol:
el padre de mi padre muerto en la frontera
de Buenos Aires, dos balas a través de sus pulmones,
barbado y muerto, envuelto por sus soldados
en el cuero de una vaca; el abuelo de mi madre
-con tan solo venticuatro años- encabezando
una carga de trescientos hombres en el Perú, ahora
espectros en desvanecidos caballos.
Te ofrezco cualquier agudeza que puedan contener
mis libros, cualquier hombradía o humor en mi vida.
Te ofrezco la lealtad de un hombre que nunca ha sido leal.
Te ofrezco ese meollo de mí mismo que he salvado,
de alguna manera: el corazón central que no
comercia con palabras, no trafica con sueños,
y está intocado por el tiempo, por la alegría,
por las adversidades.
Te ofrezco la memoria de una rosa amarilla vista
en el ocaso, años antes de que hubieras nacido.
Te ofrezco explicaciones de ti misma, teorías sobre ti misma,
auténticas y sorprendentes noticias de ti misma.
Te puedo dar mi soledad, mi oscuridad, el hambre
de mi corazón; trato de sobornarte con
la incetidumbre, con el peligro, con la derrota.


De El otro, el mismo


IL SOGNO - JORGE LUIS BORGES

giovedì, 07 aprile 2011
IL SOGNO - JORGE LUIS BORGES
 
Forse appartiene ad un altro genere di poesia questo Il sogno. Non è né l'istinto, né il cuore quello che ha in mano Jorge in questo momento (ogni poesia è adesso, esiste perchè stata scritta solo un minuto fa), ma è comunque il risultato ultimo di un viaggio lungo e accidentato che parte da un gruppo di cellule che hanno dato vita ad una idea, come un nome ed il suo articolo, sono passate lungo un tragitto di esperienze e di ricordi, caricandosi di altre idee ed altri ricordi. E fino a qui c'è solo una minima struttura, come soggetto e verbo: per trasformarsi in poesia, hanno bisogno di tuffarsi nelle emozioni, di un giro tra i sensi, trasportati dal silenzio e dal respiro.






IL SOGNO

Se il sonno fosse (c'è chi dice) una
tregua, un puro riposo della mente,
perché, se ti si desta bruscamente,
senti che t'han rubato una fortuna?


Perché è triste levarsi presto? L'ora
ci deruba d'un dono inconcepibile,
intimo al punto da esser traducibile
solo in sopore, che la veglia dora


di sogni, forse pallidi riflessi
interrotti dei tesori dell'ombra,
d'un mondo intemporale, senza nome,


che il giorno deforma nei suoi specchi.
Chi sarai questa notte nell'oscuro
sonno, dall'altra parte del tuo muro?




El sueño


Si el sueño fuera (como dicen) una
tregua, un puro reposo de la mente,
¿por qué, si te despiertan bruscamente,
sientes que te han robado una fortuna?

¿Por qué es tan triste madrugar? La hora
nos despoja de un don inconcebible,
tan íntimo que sólo es traducible
en un sopor que la vigilia dora

de sueños, que bien pueden ser reflejos
truncos de los tesoros de la sombra,
de un orbe intemporal que no se nombra

y que el día deforma en sus espejos.
¿Quién serás esta noche en el oscuro
sueño, del otro lado de su muro?






POESIA VERTICALE 1958 n° 13 - ROBERTO JUARROZ

giovedì, 17 marzo 2011
POESIA VERTICALE 1958 n° 13 - ROBERTO JUARROZ
 
Non ho trovato molte poesie tradotte di questo poeta, eppure ne ho intuite di molto belle.
Questa che propongo è una traduzione mia. Mi sento di proporvela per la semplicità dei versi, per i quali ho provato una corrispondenza immediata, anche se non so fino a quanto questa empatia sia stata sufficente ad ottenere una buona traduzione.
Quindi, se la poesia non vi trasmette, la colpa è interamente mia.





Poeta Argentino, nacque il 5 ottobre 1925 a Coronel Dorrego e morì il 31 marzo 1995 a Buenos Aires. Si laureò  in Scienze della Comunicazione alla Facoltà di Filosofia e lettere dell'Università di Buenos Aires, approfondendo i suoi studi alla Sorbona. Fu professore titolare della stessa università dove esercitò la docenza per trent'anni. Con l'arrivo del generale Peron andò in esilio.
Dal giugno 1984 fu membro dell'Academia Argentina de Letras. Ricevette vari premi, tra cui il "Jean Malrieu" di Marsiglia, e il premio della "Biennale Internazionale di Poesía", a Liegi, Belgio, nel settembre del 1992. La sua poesia è stata studiata molto,  tradotta in diverse lingue ed è riunita con un titolo generico di Poesia verticale. Varia solo il numero d'ordine, da raccolta a raccolta: Poesía vertical (1958); e poi Segunda (1963), Tercera (1965), Cuarta (1969), Quinta (1974), Sexta (1975), Séptima (1982), Octava (1984), Novena, décima (1986), Undécima (1988), Duodécima (1991), Décimotercera (1994), fino al postumo Décimocuarta poesía vertical. Fragmentos verticales (1997).
Neanche i poemi che compongono ogni raccolta hanno dei titoli propri.




https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEgygHsIl6uAfVeHULZJQFm7ZctnsbdZnqRT0BMlIqhewYznzOwyBTh-dUVkuixYwmF3FjsReP5eoRgoRaDmA68GunZzbZva5EQia7vd7esQMN4qs1A4V-DUW7eITP5VDwzXWORtj0QP_5Q/s1600/libroantico.jpg


POESIA VERTICALE 1958 n° 13


Ci sono parole che non diciamo
e che mettiamo senza dirle nelle cose.

E queste le osservano,
e un giorno ci risponderanno con quelle
e ci salveranno il mondo,
come un amore segreto
le cui due estremità
hanno un solo ingresso.

Non ci sarà nessuna parola
di quelle non dette
che abbiamo messo
inavvertitamente nel nulla?


Trad. Carla Natali

13

Hay palabras que no decimos
y que ponemos sin decirlas en las cosas.

Y las cosas las guardan,
y un día nos contestan con ellas
y nos salvan el mundo,
como un amor secreto
en cuyos dos extremos
hay una sola entrada.

¿No habrá alguna palabra
de esas que no decimos
que hayamos colocado
sin querer en la nada?




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COMUNQUE SIA QUESTO MONDO E' PER TE - RODOLFO WILCOCK

sabato, 08 gennaio 2011
COMUNQUE SIA QUESTO MONDO E' PER TE - RODOLFO WILCOCK
 
E per finire (ma solo per oggi) una poesia di augurio.
Un augurio, dal momento che non posso davvero farvi io questo regalo, per tutti gli amici poeti ed i viandanti anonimi che passano da questo blog: che il prossimo futuro vi porti ovunque desideriate e che i vostri occhi indossino sempre quegli occhiali speciali della curiosità e dell'innocenza che rendono tutto poesia.
Di questo autore esiste in rete un sito molto ricco ed interamente dedicato:   http://www.wilcock.it/
Vale la pena visitarlo.




Juan Rodolfo Wilcock nasce il 17 aprile 1919 a Buenos Aires, da padre inglese e da madre argentina, ma di origine italiana e svizzera. Frequenta la facoltà di Ingegneria Civile nell’Università di Buenos Aires da cui si laureerà nel 1943. Parteciperà alla ricostruzione della ferrovia Transandina e alla costruzione della linea ferroviaria San Rafael-Malargue, come ingegnere delle Ferrovie dello Stato, ma si dimetterà già nel 1944. Infatti già nel marzo del 1940, esce la sua prima raccolta di poesie, Libro de poemas y canciones, che ottiene prima il Premio Martín Fierro dalla Società Argentina degli Scrittori, e poi, nel marzo del 1941, anche il Premio Municipal, e dal 1942 al 1947 dirigerà le riviste letterarie Verde Memoria e Disco. Tra il 1941 e il 1942 stringe una solida amicizia con Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges.
"Questi tre nomi e queste tre persone - scriverà Wilcock, anni dopo - furono la costellazione e la trinità dalla cui gravitazione, in special modo, trassi quella leggera tendenza, che si può avvertire nella mia vita e nelle mie opere, a innalzarmi, sia pur modestamente, al di sopra del mio grigio, umano livello originario. Nel 1951 inizia un lungo viaggio in Europa, assieme a Silvina Ocampo e Bioy Casares, iniziando una attività di traduttore a Londra presso la B.B.C. Successivamente a Roma insegna letteratura francese ed inglese, collaborando all'edizione argentina dell'Osservatore Romano.
Ha tradotto in spagnolo più di trenta libri dall'inglese, dal francese, dall'italiano e dal tedesco.
In Italia Wilcock stringe amicizie con personaggi come Alberto Moravia, Elsa Morante, Ennio Flaiano, Ginevra Bompiani, Luciano Foà e scrive per giornali come La Nazione di Firenze, il settimanale L'Espresso, e per i quotidiani romani La Voce Repubblicana, Il Messaggero, Il Tempo e altre riviste letterarie. Nel 1975, Wilcock chiede la cittadinanza italiana. Con decreto del Capo dello Stato, gli viene concessa post mortem il 4 aprile 1979, infatti muore il 16 marzo del 1978 nella sua casa di campagna, nel Comune di Lubriano, in provincia di Viterbo, nell’Alto Lazio.
Verrà sepolto a Roma, nel cimitero acattolico vicino alla Piramide.
Numerose le sue pubblicazioni tradotte in Italiano, Inglese, Francese e Tedesco.

http://t2.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcR4PIz9ao-Se-ZBCWpe0xj61W-3VC5PB8NSpRYZJxqTTGuIGyM&t=1&usg=__zchJtCL_qHz1Vn0AES1iaEtLYH8=


COMUNQUE SIA QUESTO MONDO E' PER TE



Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile.
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, «io me ne vado a letto».
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.



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DICE LA PAROLA POESIA PER LA PRIMA VOLTA - JUAN GELMAN

sabato, 08 gennaio 2011
DICE LA PAROLA POESIA PER LA PRIMA VOLTA - JUAN GELMAN

La genesi della parola poesia equivale all'inizio del mondo ed al tempo in cui persiste la nostra innocenza. Ed è proprio l'innocenza che, mascherata da acqua purissima, viene usata da Gelman per sigillare questa poesia e cosa c'è di più innocente di due bembini che si baciano?







DICE LA PAROLA POESIA PER LA PRIMA VOLTA

Sai il tempo, tutto il tempo,
tra questa parola e il tuo tempo?
Sai l'aria, tutta l'aria
tra questa parola e la tua aria?
Il mare, forse, sai, il dolore,
l'amore, la terra, la morte,
sai,
tra questa parola e i tuoi finissimi fili?
É arrivata fino a te come una magia,
magari come una vecchiezza?
Ha bagnato con acqua delicata
la tua acqua, la purissima, la quieta?
T'ha incoronato di splendente luce?
Ti ha messo sulla bocca farine dolci?
Chi potrà dire mai ciò che succede
quando due bambini si baciano.


 

CHI ILLUMINA - ALEJANDRA PIZARNIK

domenica, 22 agosto 2010
CHI ILLUMINA - ALEJANDRA PIZARNIK
 
Sinceramente, Alejandra con questa poesia mi ha stupito.
Non avrei mai immaginato una simile compostezza di versi ed una simile brevità unite a così tanta intensità.
Sicuramente una voce che ha anticipato o concorso a porre le basi per la costruzione del verso contemporaneo.







CHI ILLUMINA

Quando mi guardi
i miei occhi sono chiavi,
il muro ha segreti,
il mio timore parole, poesie.
Solo tu fai della mia memoria
una viaggiatrice affascinata,
un fuoco incessante.



sabato 19 novembre 2011

CANCELLATA - ALFONSINA STORNI

martedì, 27 aprile 2010
CANCELLATA - ALFONSINA STORNI

Contravvenendo alla mia regola di intervallare le poesie di uno stesso autore, una altra poesia della Storni.
Diciamo che sarebbe stata la mia prima scelta, se non avessi trovato l'altra.
E diciamo che non voglio rimandarne l'inserimento.


http://progettoregioni.files.wordpress.com/2009/06/registro-delle-nascite.jpg


CANCELLATA

Il giorno in cui morirò, la notizia
seguirà le solite procedure,
da un ufficio all’altro con precisione
dentro ogni registro verrò cercata.

E là molto lontano, in un paesino
che sta dormendo al sole su in montagna,
sopra il mio nome, in un vecchio registro,
mano che ignoro traccerà una riga.


(da Languidezza, 1920)

VADO A DORMIRE - ALFONSINA STORNI

martedì, 27 aprile 2010
VADO A DORMIRE - ALFONSINA STORNI
 
Una biografia che si legge d'un fiato, e che ho alleggerito dei soli tratti non autobiografici.
Una vita portata avanti con determinazione e coraggio che ben si addice allo sguardo diretto e per niente intimorito, benchè ancora così innocente, che mostra in questa immagine.

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Ampio stralcio dal sito Fili d'Aquilone
Nata il 29 maggio 1892 in Svizzera, nel Canton Ticino (Sala Capriasca), Alfonsina Storni emigra con la famiglia in Argentina (San Juan, poi Rosario) quando aveva solo quattro anni, ma è nella parte svizzera italofona che apprende, dai genitori Alfonso Storni e Paulina Martignoni, a parlare la lingua italiana.
Nel 1906 muore il padre e le difficoltà economiche, già molto difficili, si fanno tragiche. La giovane Alfonsina dall’età di dieci anni già lavora come sarta, operaia, lavapiatti e cameriera nel bar di famiglia (il “Caffè svizzero”, nella città di Rosario) e più avanti, nel 1907, come attrice, cosa che segnò un cambio di rotta nella sua vita, dandogli la possibilità di uscire dal disperato ambiente familiare, di girare il paese in lungo e in largo, di allargare i propri orizzonti e conoscere le opere del teatro classico e contemporaneo.
Nel 1909 riesce, nonostante tutto, a diplomarsi e nel 1910 comincia a insegnare, ma a vent’anni resta incinta e, coraggiosamente, decide di tenere il figlio e trasferirsi a Buenos Aires. Nell’aprile 1912 nasce il figlio Alejandro e non rivela il nome del padre. Per mantenersi da ragazza-madre lavora come cassiera in un negozio, da questo momento in poi affronterà la vita da sola, allevando il figlio e affrontando le tante difficoltà quotidiane, nonché i pregiudizi morali di una società ipocrita e bacchettona.
Alcune riviste importanti (tra le quali “Mundo argentino”) accolgono i suoi testi poetici e nel 1916 pubblica la sua prima raccolta, La inquietud del rosal (L’inquitudine del roseto).
È l’inizio di una intensa attività poetica, che è anche riscatto esistenziale e sociale. Stringe amicizia con intellettuali d’area socialista, come Manuel Ugarte e José Ingenieros, e recita le sue poesie nelle biblioteche di quartiere, in una Buenos Aires in continua e rapida espansione.
Due anni dopo esce la raccolta El dulce daño (Il dolce danno) e nel 1919 Irremediablemente (Irrimediabilmente) e, infine, nel 1920, Languidez (Languore), che ottiene riconoscimenti e premi importanti.
Quattro raccolte in quattro anni e così, dopo enormi sacrifici, Alfonsina Storni, riesce a crearsi un proprio spazio letterario, a raggiungere una buona notorietà e il suo nome comincia a giare anche all’estero. Frequenta spesso Montevideo, cosa che farà fino alla morte, allacciando buone amicizie con scrittori uruguayani, come Juana de Ibarbourou e, soprattutto, con Horacio Quiroga, con il quale vivrà un’intensa relazione.
Dal 1923 insegna Lettura e declamazione alla Escuola Normal de Lenguas Vivas, inizia a occuparsi anche di teatro, scrive il dramma El amo del mundo (Il padrone del mondo), che verrà rappresentato nel 1927 ma senza successo, e alcuni racconti.
Ora può lavorare sulla poesia con maggiore riflessione, senza fretta, senza quell’urgenza che aveva caratterizzato i primi libri. Riceve la visita della cilena Gabriela Mistral, che poi in un articolo ne esalterà la bellezza e la semplicità e, insieme, la sua forza di donna indipendente e coraggiosa.
Collabora molto a riviste e periodici, anche sotto pseudonimo, insistendo sulla situazione della donna nella società contemporanea e sul suo diritto di voto (che in Argentina arriverà nel 1946), di libertà e di realizzazione personale anche al di fuori del matrimonio. Il suo è un giornalismo innovativo e battagliero, che prova con ironia, talvolta con umorismo, a scardinare i pregiudizi della società patriarcale e conservatrice degli anni ’20, e non solo in Argentina.
Viaggia in Europa, ma è a Buenos Aires che conosce García Lorca (che resta nella città dall’ottobre 1933 al febbraio 1934), al quale dedicherà la poesia “Ritratto di García Lorca”.
Nel 1925, poco più che trentenne, pubblica la sua quinta, rilevante raccolta: Ocre (Ocra), lavoro più maturo, complesso e stratificato dei precedenti, che segna anche il culmine della breve traiettoria poetica di Alfonsina Storni. Qui la sofferenza è meno personale, si slarga lo sguardo, le immagini spesso sono ironiche e taglienti. C’è sempre la rivolta, ma ora è soprattutto esistenziale e si è fatta più generale. Il bersaglio non è solo l’uomo, anche la donna deve liberarsi dei pregiudizi, dei luoghi comuni e vivere pienamente la propria intimità, così come il proprio corpo. La Storni anticipa tematiche poi sviluppate in America negli anni sessanta, è su posizioni, per l’epoca, “ultramoderniste” (è lei stesa a rendersene conto e a scriverlo), per questo molti critici l’accusano d’immoralità, di “denigrare l’uomo”. Anche la rivista letteraria “Martín Fierro”, diretta dal brillante e giovane Jorge Luis Borges, l’attacca, soprattutto per lo stile poetico diretto “da confessione”, poco metaforico.
Nel 1926 pubblica Poemas de amor, che in realtà sono delle prose poetiche, in cui fa il punto della propria esistenza, così profondamente cambiata nel giro di pochi anni, e riflette sulla poesia e i propri sentimenti. Testi semplici sì, ma diretti, asciutti e spesso contundenti.
Più tardi, nel 1934, darà alle stampe il libro di poesia (nove anni dopo Ocre) Mundo de siete pozos (Mondo di sette pozzi), sperimentale e, ad un tempo, carico di angosce. Qui si realizza un netto distacco dalle tematiche precedenti, un’apertura verso il nuovo, una vicinanza con la poesia spagnola della “Generazione del ’27”, che aveva conosciuto nei suoi viaggi in Europa nel 1930 e nel 1932.
Nel 1935 gli diagnosticano un tumore, viene operata a maggio e le asportano un seno. Inizia le cure per bloccare il male, ma scivola nella depressione.
Nel 1937 si suicida lo scrittore uruguayano Horacio Quiroga e per lei è un durissimo colpo: scrive un poema dove la morte dell’amico è vista come la sua stessa morte.
Nel gennaio 1938 il Ministero dell’Istruzione dell’Uruguay organizza un grande incontro con quelle che vengono considerate le tre poetesse più importanti viventi nel continente americano: Juana de Ibarbourou, Alfonsina Storni e Gabriela Mistral. In passato non era mai accaduto che donne scrittrici godessero di una simile considerazione.
Nel 1938, un mese prima della morte, pubblica l’ultima raccolta poetica, Mascarilla y trébol (Maschera e trifoglio), dove mescola spinte avanguardiste a un recupero di forme metriche tradizionali: la realtà appare accerchiata da immagini oscure, spesso grottesche. Dà alle stampe anche una Antológia Poética, con testi scelti dall’autrice.
Nell’ottobre 1938, all’età di quarantasei anni, Alfonsina Storni, preso atto che la malattia non si arresta e non lascia speranze e che il dolore le impedisce di scrivere, si suicida affogando nel Mar del Plata, davanti la spiaggia La Perla. Nell’albergo dove alloggiava lascia una lettera all’amato figlio Alejandro e la sua ultima poesia, “Voy a dormir”:




http://paco1985.altervista.org/Germoglio_bietola.jpg

VADO A DORMIRE

Denti di fiori, cuffia di rugiada,
mani di erba, tu, dolce balia,
tienimi pronte le lenzuola terrose
e la coperta di muschio cardato.

Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù.
Mettimi una luce al capo del letto
una costellazione; quella che ti piace;
tutte van bene; abbassala un pochino.

Lasciami sola: ascolta erompere i germogli...
un piede celeste ti culla dall'alto
e un passero ti traccia un percorso

perché dimentichi... Grazie. Ah, un incarico
se lui chiama di nuovo per telefono
digli che non insista, che sono uscita...




Voy a dormir

Dientes de flores, cofia de rocío,
manos de hierbas, tú, nodriza fina,
tenme prestas las sábanas terrosas
y el edredón de musgos escardados.

Voy a dormir, nodriza mía, acuéstame.
Ponme una lámpara a la cabecera;
una constelación; la que te guste;
todas son buenas, bájala un poquito.

Déjame sola: oyes romper los brotes…
te acuna un pie celeste desde arriba
y un pájaro te traza unos compases.

para que olvides…Gracias. Ah, un encargo:
si él llama nuevamente por teléfono
le dices que no insista, que he salido.