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lunedì 25 gennaio 2016

SCRITTO A MATITA IN UN VAGONE PIOMBATO - DAN PAGIS


Non c'è nessun errore. La poesia è così, volutamente sospesa. 
" L’incompiutezza di questi versi è di un’eloquenza straordinaria. In sei linee sono evocati quattro nomi – della donna e dell’uomo creati da Dio, e quelli dei loro figli –, l’inizio della Genesi, l’inizio simbolico della storia. Ciò che è avvenuto ad Auschwitz rimette in discussione tutto fin dall’inizio, l’inizio degli inizi, ricollegandosi alla primordiale disperazione materna davanti al primo fratricidio registrato nella Bibbia. caino figlio di adamo – i nomi sono volutamente da me lasciati in minuscolo (in ebraico non c’è maiuscolo) anche per far risaltare nel nome ebraico adam il significato di uomo. Adamo è l’uomo, sono gli uomini. La poesia contiene solo due verbi: «se vedete... ditegli...». Un appello, un ordine. Forse, una chiamata di correo. Tutti siamo figli di adamo, tutti siamo abele e caino." 
(Massimo Giuliani, Letture 553)
Io non potrei scrivere di meglio.






Dan Pagis nasce il 25 febbraio 1930 in una famiglia di lingua tedesca a Rădăuți, Bucovina in Romania (oggi Ucraina) in quello che una volta era la parte multi-culturale dell'impero austro-ungarico e che fu patria anche di Paul Celan. Nel 1934 suo padre si reca in Palestina per preparare l'immigrazione di tutta la famiglia.  La madre muore in quell'anno e suo padre lascia Dan in Europa  coi nonni. In una sua visita successiva  rifiuta di portarlo con sé a Tel Aviv, convinto di essere inadatto a crescerlo da solo. Lo crede più al sicuro coi nonni che nel sabbioso Medio Oriente e spera che in futuro lasci Bucovina per l'America dove vive uno zio.
Ancora bambino fu imprigionato in un campo di concentramento in Transdnestria (Ucraina), ma riesce a fuggire nel 1944 e ad arrivare sano e salvo in Palestina nel 1946.  Inizialmente insegna in un Kibbutz, poi si laurea in Letteratura Medievale Ebraica all'Università Ebraica di Gerusalemme. 
Conoscitore di molte lingue, traduce molte opere letterarie.
Muore di cancro  in Israele il 29 luglio 1986.






SCRITTO A MATITA IN UN VAGONE PIOMBATO

Qui, in questo convoglio
ci sono io Eva
con Abele mio figlio
Se vedrete il mio figlio maggiore
Caino figlio di Adamo
ditegli che io




Trad. Sara Ferrari




Testo originale dal sito poetryinternational.org


lunedì 26 gennaio 2015

da ‘SHOAH’ di Claude Lanzmann

Senza parole.





“Difficile da riconoscere, ma era qui.
Qui bruciavano la gente.
Molta gente è stata bruciata qui.
Si, questo è il luogo.
Nessuno ripartiva mai di qui.
I camion a gas arrivavano là...
C’erano due immensi forni...
e dopo, gettavano i corpi in quei forni,
e le fiamme salivano fino al cielo.
Fino al cielo?
Si.
Era terribile.
Questo non si può raccontare.
Nessuno può immaginare quello che è successo qui.
Impossibile. E nessuno può capirlo.
e anche io, oggi...
Non posso credere di essere qui.
No, questo non posso crederlo.
Qui era sempre così tranquillo. Sempre.
Quando bruciavano ogni giorno duemila persone, ebrei,
era altrettanto tranquillo.
Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro.
Era silenzioso. Calmo.
Come ora.”

tratto da ‘SHOAH’ di Claude Lanzmann


NOI EBREI - GERTRUD KOLMAR

Della Kolmar sono sono andate disperse molte poesie, soprattutto le ultime ma nonostante questo ne sono rimaste  450, delle quali pochissime tradotte in italiano. Un primo volume risale al 1990, Il canto del gallo nero, edito da Essedue Edizioni, un secondo molto più piccolo è del 2008, Metamorfosi e altre liriche edito dalla solita Via del Vento Edizioni.
In  Germania è raro trovarla nelle enciclopedie e il suo nome è quasi sconosciuto all'estero.
La sua storia ricorda molto quella di Antonia Pozzi, entrambe avevano una relazione osteggiata dai genitori, entrambe scelgono il suicidio come via di fuga, ma Gertrud trova poi il coraggio di vivere la scelta consapevole di restare, non la fuga come altri. Mi viene il dubbio che sia stato un modo per espiare una colpa che si sentiva addosso.
Le verrà reso onore postumo con l'apposizione  di una lapide a ricordo il 24 febbraio 1993 nella  Haus Ahornallee 37  a Charlottenburg, un sobborgo di Berlino e nella stessa città, una strada porta il suo nome  (ma quanti autori non hanno avuto nessuno a sopravvivergli, a raccogliere  i loro versi?).
Le poesie scritte tra il 1933 e il 1943 sono solenni  "La città è per me un vino colorato / in un levigato calice di pietra / che sta e brilla davanti alla mia bocca / e specchia la mia immagine nella sua cavità. / (La straniera) accusatoria "Vieni dunque e uccidi! / Per te posso essere solo un disgustoso animale: / io sono il rospo / e porto il gioiello. (Il rospo), dura e senza incertezze "Si affaticano come dementi, grigi, devastati, / separati dall’umanità variopinta, / irrigiditi, timbrati e marcati, / come bestiame da macello che aspetta il beccaio / e non conosce che il fetido truogolo e il recinto." (Nei lager).  Per molti versi ricorda la Acmatova davanti al carcere di Leningrado nel rispondere "Posso" alla domanda " Ma questo lei può descriverlo?" 
Diverse per intensità e calore sono invece le poesie dedicate all'amante, ma di quelle vi dirò in un prossimo post.






Gertrud Kolmar è lo pseudonimo scelto dalla scrittrice per sostituire il cognome di origine polacca e di difficile pronuncia: Chodziesner, che deriva da Chodziesen in Posnania, città da cui proviene la famiglia paterna. Di origini ebraiche, nasce a Berlino il 10 dicembre del 1984. Il padre Ludwig è avvocato penalista, la madre Elise una pianista. Ha tre fratelli, Margot Georg e Hilde. Frequenta la scuola secondaria a Berlino ed un corso di economia domestica ad Arvedshof, nei pressi di Lipsia e si dedica allo studio delle lingue, ottenendo un diploma per l’insegnamento del Francese, Inglese e Russo.  Intorno al 1916 ha una relazione con Karl Jodel, un ufficiale tedesco e sposato; resta incinta, ma la sua famiglia per la "convenienza" e la "buona reputazione" le fa pressione per abortire e chiudere il rapporto con Karl. Questa maternità negata produce in Gertrud un trauma da cui non si riprenderà mai, tentando il suicidio. Il padre per farle superare il dolore ottiene da un editore la pubblicazione di una sua raccolta di poesie, che esce nel 1917. Per lei si prodigheranno anche il cugino Walter Benjamin, filosofo e scrittore che intuisce subito il valore delle sue poesie, e Nelly Sachs conosciuta nelle serate di lettura della Lega della cultura ebraica.
Dal 1919 al 1927 lavora come istitutrice in Francia. Ritorna a Berlino nel 1928 per curare la madre ammalatasi di cancro e vi resta anche dopo la sua morte, quasi relegata nel giardino della sua casa assieme al padre anzano e malato.
Con le vicende storiche occorse in Germania, la famiglia è fortemente indebitata. Nonostante la nomina di Hitler a Cancelliere nel 1933, il crescente antisemitismo e l'applicazione delle leggi razziali, il padre resta convinto - come tantissimi altri ebrei in quello stesso periodo - che non possa succedere nulla alla sua famiglia in quanto tedesca e pienamente integrata.  Ma nel 1939 sono costretti a vendere la loro casa per trasferirsi presso la "casa degli ebrei".  Gertrud si dedica allo studio dell'ebraico:  
"Ieri, 14 maggio, dopo la quinta lezione, ho “combinato” la mia prima poesia in ebraico. Prima o poi te la farò sentire, forse è ancora imperfetta, però ne sono orgogliosa come lo sarà Sabine quando avrà scritto la sua prima “vera”parola." Lettera scritta alla sorella Hilda e datata 15 maggio 1940. 
Nel 1942 il padre viene deportato a Theresienstadt dove muore un anno dopo, mentre lei lavora come forzata nelle fabbriche di Berlino, scampando più volte alla deportazione perché giudicata una forza lavoro indispensabile, fino al 27 febbraio 1943  quando, durante la cosiddetta “Azione nelle fabbriche” viene arrestata assieme agli altri lavoratori forzati ebrei di
Berlino e condotta in un campo di smistamento. Il 2 marzo del 1943, sale sul treno del "Trentaduesimo trasporto dall'Est" verso Auschwitz, dove muore.









NOI EBREI


Solo la notte è in ascolto: ti amo, ti amo popolo mio,
voglio abbracciarti forte,
come una donna fa col suo compagno alla gogna, nella fossa,
la madre non lascia il suo figlio ingiuriato precipitare da solo.

E se un bavaglio ti soffoca in gola il grido straziato,
e - crudeli - ti legano le braccia tremanti,
lasciami essere la voce che cade nell’abisso dell’eternità,
la mano che si tende a toccare Dio in cielo.

Dalle rocce delle montagne il Greco trascinò giù i suoi pallidi dei,
e Roma lanciò sulla terra uno scudo di ferro,
un turbinio vorticoso dal cuore dell’Asia, orde di mongoli si sollevarono,
gli imperatori da Aquisgrana seguivano il sud con lo sguardo.

E la Germania e la Francia portano un libro e una spada fiammeggiante,
sulle navi l’Inghilterra percorre un sentiero d’argento e d’azzurro,
e la Russia è un’ombra che incombe, una fiamma arde sul suo focolare,
e noi, noi siamo nati dal patibolo e dalla forca!

Questo cuore che scoppia, trasudare di morte, senza lacrime gli occhi,
e al palo della tortura il gemito eterno che il vento, ululando, consuma,
e la mano scarna - le vene come vipere verdi - la povera mano
che lotta contro la morte fra roghi e capestri.

L’inferno ha bruciato la barba canuta, gli artigli del diavolo l’han fatta a brandelli,
l’orecchio mutilato, le ciglia strappate; gli occhi, velati, si offuscano:
Oh, voi ‘ Quando giunge l’ora fatale, qui ed ora, io voglio alzarmi,
voglio essere il vostro arco trionfale attraverso il quale passano le pene e i tormenti!

Non bacerò la mano che agita il turgido scettro dei pieni poteri,
non bacerò il ginocchio di bronzo, ne il piede d’argilla del dio d’un tempo crudele;
Oh, potessi - io, fiaccola ardente - levare la voce
nell’oscuro deserto del mondo: giustizia! giustizia! giustizia!

Caviglie. Ho trascinato catene, risuona il mio passo di prigioniero.
Labbra. Serrate, sigillate da cera incandescente.
Cuore. Una rondine in gabbia che supplica di volare.
E sento la mano che trascina su un mucchio di cenere il mio viso piangente.

Solo la notte è in ascolto: ti amo popolo mio, vestito di stracci:
come il figlio di Gea, terra dei pagani, si trascina spossato verso la madre,
tu ora buttati in basso, sii debole, abbraccia il dolore,
un giorno il tuo piede di viandante, stanco, calpesterà il capo dei potenti!

15.9.1933

Traduzione Germana Carlino

Tratta dall'opuscolo GERTRUD KOLMAR. LA STRANIERA 1894 - 1943 che trovate qui


Wir Juden

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, ich liebe dich, mein Volk,
Und will dich ganz mit Armen umschlingen heiß und fest,
So wie ein Weib den Gatten, der am Pranger steht, am Kolk
Die Mutter den geschmähten Sohn nicht einsam sinken lässt.

Und wenn ein Knebel dir im Mund den blutenden Schrei verhält,
Wenn deine zitternden Arme nun grausam eingeschnürt,
So lass mich Ruf, der in den Schacht der Ewigkeiten fällt,
Die Hand mich sein, die aufgereckt an Gottes hohen Himmel rührt.

Denn der Grieche schlug aus Berggestein seine weißen Götter hervor,
Und Rom warf über die Erde einen ehernen Schild,
Mongolische Horden wirbelten aus Asiens Tiefen empor,
Und die Kaiser in Aachen schauten ein südwärts gaukelndes Bild.

Und Deutschland trägt und Frankreich trägt ein Buch und ein blitzendes Schwert,
Und England wandelt auf Meeresschiffen bläulich silbernen Pfad,
Und Russland ward riesiger Schatten mit der Flamme auf seinem Herd.
Und wir, wir sind geworden durch den Galgen und das Rad!

Dies Herzzerspringen, der Todesschweiß, ein tränenloser Blick
Und der ewige Seufzer am Marterpfahl, den heulenden Wind verschlang.
Und die dürre Kralle, die elende Faust, die aus Scheiterhaufen und Strick,
Ihre Adern grün wie Vipernbrut dem Würger entgegenrang.

Der greise Bart, in Höllen versengt, von Teufelsgriff zerfetzt,
Verstümmelt Ohr, zerrissene Brau und dunkelnder Augen Fliehn:
Ihr! Wenn die bittere Stunde reift, so will ich aufstehn hier und jetzt,
So will ich wie ihr Triumphtor sein, durch das die Qualen ziehn!

Ich will den Arm nicht küssen, den ein strotzendes Zepter schwellt,
Nicht das erzene Knie, den tönernen Fuß des Abgotts harter Zeit;
O könnt ich wie lodernde Fackel in die finstere Wüste der Welt
Meine Stimme heben: Gerechtigkeit! Gerechtigkeit! Gerechtigkeit!

Knöchel. Ihr schleppt doch Ketten, und gefangen klirrt mein Gehn.
Lippen. Ihr seid versiegelt, in glühendes Wachs gesperrt.
Seele. In Käfiggittern einer Schwalbe flatterndes Flehn.
Und ich fühle die Faust, die das weinende Haupt auf den Aschenhügeln mir zerrt.

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, mein Volk im Plunderkleid:
Wie der heidnischen Erde, Gäas Sohn entkräftet zur Mutter glitt,
So wirf dich zu dem Niederen hin, sei schwach, umarme das Leid,
Bis einst dein müder Wanderschuh auf den Nacken des Starken tritt!

(Das Lyrische Werk S.101)



lunedì 27 gennaio 2014

27 GENNAIO - IL GIORNO DELLA MEMORIA


27 GENNAIO - RICORDIAMO


Dal sito SPIEGEL-ONLINE


Nel 1947 venne ritrovata da un ex internato e miracolosamente intatta, una bottiglia contenente 22 disegni dentro una baracca vicino ai forni crematori del lager di Auschwitz-Birkenau.
Ogni disegno rappresenta un momento della vita del campo, dall'arrivo dai treni, alla separazione delle famiglie, alla conta dei prigionieri, all'attività dei forni crematori, i cadaveri, le violenze delle SS.
Sono disegni fatti a matita da uno sconosciuto, sicuramente eseguiti di nascosto, curati nei dettagli, con rari particolari colorati. 
Adesso sono stati riuniti in un libro: The Sketchbook from Auschwitz.





Monumento alle vittime di Terezin (Theresienstadt in tedesco)


Terezin (Theresienstadt in tedesco) si trova a sessanta km. verso nord da Praga, nella attuale Repubblica Ceca. Voluta dall'imperatore d'Austria Giuseppe II d'Asburgo Lorena e nata come città-fortezza, è stata costruita negli anni che vanno dal 1780 al 1790. In  entrambe le  Grandi Guerre mondiali, Terezin fu utilizzata come Campo di Concentramento; nell'ultima in particolare fu quasi un passaggio obbligato verso Auschwitz per gli ebrei che riuscivano a sopravvivere alle condizioni disumane in cui erano costretti (verso la fine della guerra anche un'epidemia di tifo esantematico).
Anche qui furono ritrovati perchè nascosti nelle pareti delle case, i disegni e le poesie dei tanti bambini - si parla di oltre 15.000 - che transitarono nel campo. Solo in 100 si salvarono. 




 
Uno di questi fu PAVEL SONNENSCHEIN, figlio di Hugo - un medico specialista in malattie mentali e nervose -  e di Trude (Gertrude) Sonnenscheinova (Mayer), nato il 9 aprile del 1931, prelevato con la famiglia l'8 aprile del 1942 dalla sua casa di Piazza Malinovského n° 5 di Brno e portato a Terezin per poi essere trasferito il 23 ottobre del 1944 ad Auschwitz. Morì quello stesso giorno. 
(Stessa sorte toccò al resto della famiglia. Il fratello Otto, anche lui trasferito assieme a Pavel ad ai genitori, forse perchè più grande - aveva 17 anni - fu spostato a Buchenwald e fu l'unico a sopravvivere all'olocausto, anche se morì nel 1945.)


Della piccola Eva invece in rete non si trova che la stessa identica frase un po' dappertutto:  
"Eva Pickova nata a Nymburk il 15 maggio 1929, deportata a Terezin il 16 aprile 1942, morta ad Auschwitz il 18 dicembre 1943" come se questa manciata di dati potesse raccontare tutti i sogni e le speranze di una bambina. Un po' poco quello che c'è rimasto, a parte la voglia di vivere rimasta dentro la sua poesia:


La paura

Di nuovo l'orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia un altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.

I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.

Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.

Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore:
Vogliamo fare qualcosa. E' vietato morire!









Edito dalla Fandango Edizioni, è dello scorso anno  il libro  “16.10.1943. Li hanno portati via ”. Raccoglie lettere foto, immagini di vita familiare e frustranti tentativi di ricerca da parte di genitori, zii e nonni di quei bambini ebrei portati via in ottobre e uccisi nelle camere a gas. 
Grazie al Progetto Storia e memoria della Presidenza della Provincia di Roma, il materiale è stato portato a Roma . Lodevole progetto, ma ci sono altri morti di altre etnie, meno coese della ebraica, meno "desiderabili", di cui non conosciamo neppure qualche nome, o almeno sono in pochi a conoscerli.  
Penso ai Rom, ai Sinti che si stimano aver avuto almeno 500.000 vittime. Anche loro avevano una parola per quello che stava accadendo: Porrajmos («grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio»). Ebbero anche il privilegio di essere uccisi in camere a gas mobili, montate su furgoni nel centro di sterminio di Chelmo, in Polonia, oltre ai Campi storici di sterminio.
Penso agli omosessuali (almeno in 10.000 portavano il Triangolo rosa simbolo della loro "colpa") anche se alcuni dei loro nomi restano nella storia: per una forma contorta di giustizia (l'omosessualità era considerata un reato minore), passarono dai campi di concentramento nazisti alle prigioni. 
Anche per loro, come per le vittime ebraiche  e quelle Rom-Sinti, esiste un monumento per ricordarle a  Berlino. 






giovedì 24 gennaio 2013

da RAZGLEDNICHE - MIKLOS RADNOTI

Anticipo di qualche giorno questo post per la ricorrenza della Giornata della Memoria. 

In rete, di questo poeta si trovano trascritte poesie in modo molto frammentato, come se inserirle in modo sistematico fosse una intromissione, una invasione in un territorio simile all'inferno. E spesso sono spiegate, come se volessimo distaccarcene, accendere una luce in quell'inferno in cui si è capitati.
Scrivere poesie mentre si cammina, in fila, verso una grande fossa dove altri sono già stati gettati – ma gettati non è la parola giusta, più calzante è forse “fatti cadere” dal rimbalzo di una pallottola - è un esempio, indubbiamente raro, di come si può vivere in certi periodi storici, stretti nella morsa degli avvenimenti, senza poter combattere, ma solo subire. Oppure è sintomo di grandezza, decidete voi. Io vi socchiudo la porta di quell'inferno.






Miklós Radnóti nacque a Budapest il 5 maggio 1909 da una famiglia ebraica. Alla sua nascita perse la madre ed il fratello gemello. Pochi anni dopo perse anche il padre e rimase sotto la tutela di un Glatter e con questo nome fu iscritto alle scuole di Budapest. Nonostante le ristrettezze economiche, riuscì a concludere gli studi ed a laurearsi in Lettere e Filosofia all'università di Szeged. La sua poesia fu considerata troppo offensiva e ribelle per la censura fascista, ma è stata rivalutata dai posteri che hanno ritrovato fortunosamente il taccuino su cui ha scritto fino a pochi minuti prima di morire.

Sul suo diario scriveva:
“Sono un poeta ungherese... quando sto guardando i miei volumi di poeti ungheresi. La mia nazione non urla giù dallo scaffale, avanti, marsch sporco ebreo. Si aprono davanti a me i paesaggi della mia patria, il cespuglio non mi lacera più di quanto non farebbe a un altro, l'albero non si mette in punta di piedi, per impedirmi di cogliere i suoi frutti. Se così fosse, mi ucciderei, perché non so vivere diversamente da come vivo, né credere ad altro o pensare in modo diverso.
È questo che provo ancora oggi, nel 1942, anche dopo tre mesi di lavori forzati
e due settimane di campo di punizione... E se mi uccidono? Neanche questo servirà a cambiare nulla."

Nei primi anni quaranta, Miklos fu arruolato dall'esercito ungherese, ma essendo ebreo  fu assegnato a ad un munkaszolgálat, un  battaglione di lavoro, inizialmente impegnato sul fronte ucraino. Nel maggio 1944  l'esercito ungherese si ritirò da quel fronte e il suo battaglione viene trasferito alle miniere di rame di Bor, in Serbia. Nell'agosto del 1944, quando i partigiani jugoslavi guidati da Tito avanzarono, il gruppo di 3200 ebrei ungheresi si mise in marcia forzata verso il centro dell'Ungheria. La maggior parte di loro, tra cui Radnoti, morirono.
Secondi i testimoni, i primi di Novembre del 1944  era stato picchiato da un miliziano ubriaco che lo tormentava per “scarabocchiare” spesso. Troppo debole per continuare, gli sparono alla nuca il 9 dello stesso mese  e sepolto in una  fossa comune vicino al villaggio di Abda, nel nord-ovest dell'Ungheria.
Diciotto mesi dopo la sua morte è stato riesumato e dalla tasca del cappotto, è stato ritrovato il piccolo taccuino con le sue ultime poesie.
Adesso è sepolto nel Kerepesi Cemetery di Budapest, ma resta una statua vicino a dove fu ritrovato.




DA RAZGLEDNICHE


4

Gli crollai accanto, il corpo era voltato,

già rigido, come una corda che si spezza.

Una pallottola nella nuca, – Anche tu finirai così, -

mi sussurravo – resta pure disteso tranquillo.

Ora dalla pazienza fiorisce la morte –

“Der springt noch auf”, suonò sopra di me.

E fango misto a sangue si raggrumava nel mio orecchio.

Da: Mi capirebbero le scimmie, Donzelli Editore, 2009.
Traduzione di Edith Bruck 








Mellézuhantam, átfordult a teste
s feszes volt már, mint húr, ha pattan.
Tarkólövés. - Így végzed hát te is, -
súgtam magamnak, - csak feküdj nyugodtan.
Halált virágzik most a türelem. -
Der springt noch auf, - hangzott fölöttem.
Sárral kevert vér száradt fülemen.

Szentkirályszabadja, 1944. október 31.


venerdì 27 gennaio 2012

SHLOMO NON E' ANCORA TORNATO - SAVERIO CRISTIANI

Un racconto di Saverio Cristiani  sull'olocausto.

SILENZIO






Shlomo non è ancora tornato.

Poi venne la morte.
Venne un giorno con l’aspetto severo di un ufficiale delle SS che bussando alla mia porta con voce tagliente  mi disse: “seguimi Shlomo, la Germania ha bisogno di te”. Nei suoi occhi, celata dal ghiaccio dell’iride, una promessa ch’era già una sentenza.
E io, che di vita da offrire ne avevo una sola, senza riuscire a spiegarmi il perché, sapevo che sarebbe stata quella l’ultima giornata di sole che avrei osservato.
Sul vagone, con gli altri volti imbalsamati e vinti a contorno, mi muovevo poco per non dare fastidio al vicino; furono giorni duri e insensati, col puzzo di piscio nel naso e la sete compagna di viaggio, a storpiarmi dalla mente il ricordo di ciò che avevo lasciato. Una terra di luce rovente, le rocce bianche a capofitto sul mare di Grecia ed il pane saporito di mia madre sulla tovaglia a fiori.
Era l’alba ad Auschwitz quando arrivammo. Un odore pesante nell’aria ci accolse come presagio, e le nostre file che si allungavano all’ingresso del campo sembravano immensi vermi moribondi. Raccoglievo i pensieri cercando di non tradire la mia paura; ostentavo sicurezza e quando una guardia mi osservò ridendo le mani tremanti mi strinsi il collo nel bavero simulando un freddo che in realtà non provavo.
Era quella la mia morte, l’avevo davanti senza riconoscerla, mascherata dall’agonia inconsapevole di mille altri come me, mille ogni giorno, ed ogni giorno altri mille ancora.
Da allora spogliai uomini e donne come fosse un perdono implorato e non un dovere imposto;  alle vecchie davo le spalle perché il pudore mi fosse complice; con le altre,  mentendo, ridevo più forte per farle affrettare alla porta già spalancata.
“Presto”, sempre più presto ci urlava il Kapò.
Poi, quando tutto era finito,  come rami  da potare nel punto più buio della notte tagliavo loro i capelli per farne memoria, le trecce da una parte, il resto dall’altra.
Era l’unica traccia a rimanere prima del forno, nascosta dal mio scalpiccio viscido tra i corpi ed i sorrisi diafani da estirpare come catena.
Là era sempre inverno, un eterno gennaio grigio di fumo troppo duro a finire.
Sino a che una Pasqua qualsiasi non arrivò qualcuno a liberarci il cielo dalle nubi; e con le divise ornate di stelle rosse che camminavano attonite tra le nostre magrezze, cercammo, ognuno di noi cercò, di trovare quel filo di voce che potesse almeno recitare un “grazie”.
A testa bassa però, pentiti forse d’essere sopravvissuti per poterne raccontare.
Era finita, per molti era finita; non per me.
Ciò che rimane di quel sogno che sogno non era, sopravvive alle notti e ai ricordi; con fatica, con rammarico e pena ma sopravvive.
Così in questo giorno di primavera che nasce  voglio pensare come mi trovassi adesso in un sogno e scrivere di quand’ero vivo.
Perché io ero vivo come pianta, lo ero come animale o come onda; sollevavo il petto al respiro, aprivo gli occhi alla prima luce dell’alba che filtrava tra vetro e persiana, e terminavo il sogno con una stretta di mano alla notte ed una corsa affannosa al futuro.
Ero vivo con l’acqua fresca e ribelle tra le dita, e con una camicia profumata di cotone pulito da indossare prima che il giorno m’incontrasse per via.
Vivevo per strada, tra i ragazzi che andavano affollando la scuola, o nelle sere annoiate d’ottobre deserte d’anime e luce.
Si, io vivevo così, con la gente negli occhi,  e un sorriso profondo nel cuore, felice d’essere e d’esserci senza far torto a nessuno. Se qualcuno mi avesse incontrato, in quelle mattine rapite, avrebbe riconosciuto in me ciò che non può finire, che non è giusto abbandonare. Ciò che non è altro che peccato il solo pensare di poter tacere: io ero vivo.
Poi.
Poi venne la morte.


Ascolto dall'archivio de IL SOLE 24 ORE: GUSEN, il lager fantasma