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domenica 21 ottobre 2018

LETTERA - CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE


Con la tastiera, il mouse e i miei magici link a portata di clik, riprendo di nuovo a postare. E inizio con  una poesia di De Andrade, autore già presente nel blog che si confronta con una dedica alla madre, tema presente in molte poesie qui proposte: Giuseppe Ungaretti,  Pier Paolo Pasolini,  Paolo Carbonaio (ditemi se ho dimenticato qualcuno) ma anche in altri autori che non sono qui, ma che hanno comunque scritto dei versi altrettanto toccanti.
La chiusura della poesia ha il sapore di TI AMO di Cortazar e del suo modo inconfondibile di confrontarsi con altri autori. Diversi per nazionalità, ma contemporanei e affini per il gusto dello stupore.







                        LETTERA


E’ molto tempo, sì, che non ti scrivo.
Sono invecchiate tutte le notizie.
Io stesso invecchiai: guarda in rilievo
questi segni su me, non le carezze
(così lievi) che facevi sul mio viso:
sono colpi, sono spine, sono ricordi
della vita al tuo ragazzo, che al tramonto
smarrisce la saggezza dei bambini.

E non mi manchi tanto
all’ora di dormire quando dicevi
“Dio ti benedica”, e la notte apriva al sogno.

E' quando, al risveglio, rivedo in un angolo
la notte accumulata dei miei giorni,
e sento che sono vivo, e che non sogno.


(1962)

Trad. Carla Natali



CARTA

Há muito tempo, sim, não te escrevo.
Ficaram velhas todas as notícias.
Eu mesmo envelhecí: olha em relevo
estes sinais em mim, não das carícias
(tão leves) que fazias no meu rosto:
são golpes, são espinhos, são lembranças
da vida a teu menino, que a sol-posto
perde a sabedoria das crianças.

A falta que me fazes não é tanto
à hora de dormir, quando dizias
"Deus te abençoe", e a noite abria em sonho.

É quando, ao despertar, revejo a um canto
a noite acumulada de meus dias,
e sinto que estou vivo, e que não sonho.


martedì 2 maggio 2017

L'ANIMALE - MANUEL BANDEIRA


E' dannatamente difficile scrivere una poesia sociale che trascenda il banale, andando oltre un lamento privo di corpo e sostanza. Manuel riesce con pochi versi a rendere il reale che lo circonda, con sguardo lucido e versi puri.
Proprio oggi confessavo - per l'ennesima volta - la mia profonda predilezione per i poeti dell'america latina, per il loro spendersi senza risparmiarsi. Non ci sono reticenze alle loro emozioni, come se siano queste a costringere l'autore a scrivere e non l'autore a interpretarle e in modo più o meno trasparente. Un esempio su tutti è Walt Whitman, anche se non rinnego certo l'autore: esprimo solo una preferenza. Come dire che un uomo ha i capelli biondi piuttosto che castani o neri.
La poetica di Bandeira è espressa bene nella sua "Ultima poesia": 

Così vorrei che fosse la mia ultima poesia
Che fosse tenera nel dire le cose
più semplici e meno
intenzionali
Che fosse ardente come un singhiozzo
senza lacrime
Che avesse la bellezza dei fiori quasi senza profumo
La purezza della
fiamma che consuma i diamanti più
puri
La passione dei suicidi
che si ammazzano senza spiegazione.


La traduzione è sempre a cura della stessa traduttrice.






Manuel Bandeira nasce il 19 aprile 1886, a Recife, nel Nordest brasiliano. A Recife egli trascorre parte dell'infanzia, un'altra parte la passerà a Rio de Janeiro, dove la famiglia si era trasferita e dove completerà gli studi medi e superiori. Nel 1903 parte per San Paolo per seguire il Corso di Architettura alla Scuola Politecnica Paulista, ma si ammala gravemente di tubercolosi, in un'epoca in cui questa era una malattia mortale ed è costretto ad abbandonare l'università. Da quel momento la sua vita cambia radicalmente: a causa della malattia passa dieci anni di tensione e lotta contro la morte, mesi di isolamento e di sofferenza, anni in cui si matura l'uomo e il poeta. La scoperta della sua vocazione poetica viene direttamente collegata a questa malattia contratta ad appena 18 anni. Egli stesso confesserà: "(...) mi sono ammalato e ho dovuto abbandonare gli studi, senza sapere che era per sempre. Senza sapere che i versi, che io avevo fatto da bambino per divertimento, li avrei iniziati a fare per necessità, per fatalità"1. Ma non è solo la sua arte che viene segnata da questa triste esperienza. Tutta la sua vita ne è coinvolta e un segno indelebile di malinconia accompagnerà per sempre il poeta.  La consapevolezza della precarietà della vita gli arriva anche da un contatto intenso e drammatico con la morte; fra il 1916 e il 1922 il poeta perde tutta la famiglia: prima la madre, poi la sorella, il padre, e infine il fratello. Segnato da queste esperienze, non riuscirà a costituire un proprio nucleo familiare, votandosi alla solitudine che lo accompagnerà fino alla morte, sopravvenuta il 14 ottobre 1968 a Rio de Janeiro.





                            L'ANIMALE

Ho visto ieri un animale
Nell'immondizia del cortile
Che cercava cibo fra i detriti.

Quando trovava qualcosa,
Non esaminava né odorava:
Ingoiava con voracità.

L'animale non era un cane,
Non era un gatto,
Non era un topo.

L'animale, Dio mio, era un uomo.

Rio, 25-12-1947.


Traduzione di Vera Lúcia de Oliveira 

O bicho

Vi ontem um bicho
Na imundície do pátio
Catando comida entre os detritos.
Quando achava alguma coisa,
Não examinava nem cheirava:
Engolia com voracidade.
O bicho não era um cão,
Não era um gato,
Não era um rato.
O bicho, meu Deus, era um homem.
                                             Rio, 25-12-1947.

(Belo belo, 1948)

domenica 27 ottobre 2013

LA CASA DEL TEMPO PERDUTO - CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE


Senza dubbio, il tempo perduto non può più appartenerci, ma è possibile tornare sui nostri passi e agguantare ancora una manciata di giorni, di ore o di minuti? La logica ci dice che anche se torniamo indietro subito, si possono limitare i danni di una scelta sbagliata, ma il tempo in cui abbiamo maturato la scelta è andato per sempre. Il pensiero di Carlos sembra volerci portare in quella direzione, però descrive la casa come "coperta di edera per metà e l'altra sono ceneri", dove l'edera è ancora vita, e la cenere morte. Forse non proprio tutto è perduto se la casa è solo "condannata" e, appunto non ancora morta.









Carlos Drummond de Andrade nasce a Itabira, nello stato di Minas Gerais, Brasile il 31 ottobre 1902 nono figlio di una famiglia di proprietari terrieri in decadenza. Inizia gli studi nella città di Belo Horizonte e nel collegio gesuita di Anchieta da dove fu espulso per "insubordinazione mentale"dopo un incidente con il professore di portoghese. Su insistenza della famiglia, si laurea in Farmacia nel 1925, ma è una carriera che non intraprenderà mai.
Nello stesso anno sposa Dolores Dutra de Morais, la prima o la seconda donna a lavorare come impiegata a Belo Horizonte. Insegna Geografia e Portoghese nel Ginnasio sud-americano di Itabira, ma viene chiamato da Alberto Campos a lavorare come redattore capo del Diario de Minas. Nel 1927 diventa padre per la prima volta, ma il figlio sopravvive solo poche ore. L'anno successivo nasce invece Maria Julieta, che sarà la grande compagna della sua vita.
E' solo di pochi anni prima (1922) l'inaugurazione della
"Semana de Arte Moderna" o "Settimana 22" tenutasi a San Paolo nel Teatro Comunale di San Paolo dal 11 al 18 di febbraio. Fu l'avvio del movimento Modernista che, ispirato al futurismo di Marinetti,  si riproponeva  il rinnovamento delle arti e delle lettere. Tra i suoi esponenti vi erano Oswald de Andrade, Manuel Bandeira e Mario de Andrade; (con questi ultimi poeti intratterrà una fitta corrispondenza) e Carlos aderisce a questo movimento fondando con altri poeti e scrittori di Minas Gerais "A Revista", l'unico organo di divulgazione del Modernismo della regione che però ebbe breve vita.
Nel 1934 si trasferisce a Rio de Janeiro, divenendo capo di gabinetto di Gustavo Capanema, Ministro dell'Educazione
, che conobbe nel collegio di Belo Horizonte. Con lui rimase fino al 1945 per prendere servizio al Patrimonio Storico e Artiscito  Nazionale e ritirandosi nel 1962.
Numerosi i libri pubblicati e le traduzioni. Muore il 17 agosto 1987 a Rio de Janeiro per l'aggravarsi dei suoi problemi cardiaci, a distanza di soli dodici giorni dalla morte dell'amata figlia, vittima di cancro e verranno sepolti nella stessa tomba al Cimitero São João Batista di Rio de Janeiro.
E' considerato uno dei più grandi poeti brasiliani del Novecento.







LA CASA DEL TEMPO PERDUTO

Ho battuto al portone del tempo perduto, nessuno ha risposto.
Ho battuto una seconda volta e un'altra volta e ancora un'altra.
Nessuna risposta.
La casa del tempo perduto è coperta di edera
per metà; l'altra metà sono ceneri.


Casa dove non abita nessuno, e io battendo e chiamando
per il dolore di chiamare e non essere udito.
Semplilcemente battere. L'eco restituisce
la mia ansia di socchiudere questi palazzi gelati.
La notte e il giorno si confondono nell'attendere,
nel battere e battere.


Il tempo perduto certamente non esiste.
È la gran casa vuota e condannata.




A CASA DO TEMPO PERDIDO

Bati no portão do tempo perdido, ninguém atendeu.
Bati segunda vez e mais outra e mais outra.
Resposta nenhuma.
A casa do tempo perdido está coberta de hera
pela metade; a outra metade são cinzas.

Casa onde não mora ninguém, e eu batendo e chamando
pela dor de chamar e não ser escutado.
Simplesmente bater. O eco devolve
minha ânsia de entreabrir esses paços gelados.
A noite e o dia se confundem no esperar,
no bater e bater.

O tempo perdido certamente não existe.
É o casarão vazio e condenado.




 





domenica 26 febbraio 2012

BIGLIETTINO - MARIO QUINTANA

L'ostentazione dell'amore non è amore. L'amore è silenzio. Arriva in modo imprevedibile e se ne va allo stesso modo, tanto che a volte ti accorgi troppo tardi di averlo avuto, o di averlo perso.
Una poesia molto breve e molto semplice, come le poesie di Mario.
Un post che ha avuto una gestazione breve, considerando le autorizzazioni che ho chiesto per poter postare questa poesia e ringrazio moltissimo gli interpellati.







BIGLIETTINO


Se tu mi ami, amami sottovoce
non gridarlo da sopra i tetti,
lascia in pace gli uccellini
lascia in pace me!
Se mi vuoi,
infine,
deve essere delicatamente, Amore mio,
che la vita è breve, e l’amore più breve ancora...

traduzione di Patrizia Ercole


Bilhete

Se tu me amas, ama-me baixinho
Não o grites de cima dos telhados
Deixa em paz os passarinhos
Deixa em paz a mim!
Se me queres,
enfim,
tem de ser bem devagarinho, Amada,
que a vida é breve, e o amor mais breve ainda…


sabato 26 novembre 2011

HO SCRITTO UNA POESIA TRISTE - MARIO QUINTANA

giovedì, 06 ottobre 2011
HO SCRITTO UNA POESIA TRISTE - MARIO QUINTANA
 
Leggendo le poesie di Mario, si ha la sensazione che la poesia sia una cosa così semplice, in fondo, ma non è così. Innanzitutto per scrivere una poesia semplice, io credo si debba anche essere semplici.Una persona complicata crea versi complicati, almeno nella sua versione di poeta definitivo. Cosa voglio dire con questo? Che quando si inizia a scrivere dei versi che stanno bene uno di seguito all'altro, non si è ancora "poeti" ed a volte neppure dopo avere scritto la centesima o la millesima poesia. Abbiamo solo fatto pratica, sperimentato delle forme di scrittura. Ci è servito per decidere (normalmente il tutto accade inconsciamente) come disporre le nostre parole, quale sia la strada che ci pare più ampia e gradevole da percorrere e la imbocchiamo, salvo poi deviare se ci imbattiamo in una via diversa e sembri portare più lontano.
Ho scelto di postare la sua Poesia triste probabilmente perchè ha la cadenza, l'afflato, il ritmo che mi cattura prima di altre e rileggendola  per l'ennesima volta, per controllare che sia tutto a posto, ne ho una ulteriore conferma.
Volevo sottolineare ancora una volta quanto sia forte l'amore per la poesia nei paesi latini. Un intero Hotel adibito a Casa della Cultura, a lui intestata, titolo di principe dei poeti....qui in Italia sarebbe, è fantascienza.



Mario de Miranda Quintana, nasce prematuro nella notte del 30 luglio 1906 nella città di Alegrete, alla frontiera ovest del Rio Grande del Sud. Sua madre Virginia de Miranda Quintana e suo padre Celso de Olivera Quintana, gli insegnarono presto a leggere e scrivere, oltre alla lingua francese, abitualmente parlata in casa.
A 13 anni viene mandato a studiare nel Collegio Militare di Porto Alegre e qui inizia a scrivere i suoi primi lavori sulla rivista del Collegio. Una volto uscito va a lavorare, contro la volontà del padre che lo voleva dottore, presso la Livraria do Globo quale cassiere ed a 17 anni pubblica un sonetto sul giornale della sua città nativa. Nel 1925 torna a casa dei suoi e lavora nella Farmacia del padre.
Si apre per lui un periodo molto triste con la morte della madre prima e poi del padre l'anno seguente, nel '27. Ma in quel periodo vede anche pubblicati i suoi scritti sulla rivista Para Todos di Rio de Janeiro, ricevendo il premio del giornale Diário de Notícias di Porto Alegre per il suo racconto "A Sétima Passagem".
Nel 1929 entra a far parte della redazione del giornale "O Estado do Rio Grande do Sul" e l'anno seguente il giornale "O Correio do Povo" pubblica i suoi versi e ne diviene un collaboratore permanente. Mario Quintana pubblica settimanalmente "Do Caderno H" fino al 1984 e in questo periodo viene lanciato il suo libro di poesie "A rua dos Cataventos" che diverrà poi testo scolastico. Nella sua vita ottenne molti riconoscimenti: nel '66, l'onoreficenza dell'Accademia Brasiliana di Lettere e la città di Porto Alegre lo insignì della Cittadinanza Onoriaria. Nel decennio degli anni '80 un nuovo premio dell'Accademia Brasiliana di Lettere, il premio "Machado Assis" per le sue opere complete e, durante la giornata della letteratura brasiliana di Passo Fundo, il riconoscimento della Camera di Commercio di quella città. É poi l'Università Federale del Rio Grande del Sud ad insignirlo della Laurea "Honoris Causa" nel 1982, che verranno seguite dall'Università di Campinas, San Paolo, e dall'Universita Federale di Rio de Janeiro. Nell'anno seguente l'ex Hotel Majestic prende il nome e diventa Casa di Cultura Mario Quintana su proposta del Deputato Ruy Carlos Ostermann approvata all'unanimità dall'Assemble Legislativa del Rio Grande del Sud.
Per i festeggiamenti dei suoi 80 anni la casa Editrice Globo lancia la raccolta "80 anni di Poesia" e tre anni dopo viene insignito del titolo di Principe dei Poeti Brasiliani dall'Accademia Nilopolitana di Lettere. La sua opera "A Rua dos Cataventos" esce in edizione commemorativa a 50 anni dalla prima pubblicazione, nel 1992, col patrocinio dell'Università Federale del Rio Grande del Sud ed i riconoscimenti sono continuati dopo la sua morte avvenuta ad 88 anni il 5 maggio del 1994 e ancora oggi non cessano perché la sua grandezza, la poesia, ha illuminato la Cultura brasiliana ed in particolare l'anima delle persone semplici.





HO SCRITTO UNA POESIA TRISTE

Ho scritto una poesia triste
e bella, soltanto della sua tristezza.
Non viene da te questa tristezza
ma dai cambiamenti del Tempo,
che ora ci porta speranze
ora ci dà incertezza…
Non importa, al vecchio Tempo,
che tu sia fedele o infedele …
Io resto, unito alla corrente
guardando le ore tanto brevi …
E delle lettere che mi scrivi
faccio barchette di carta!




Eu Escrevi um Poema Triste

Eu escrevi um poema triste
E belo, apenas da sua tristeza.
Não vem de ti essa tristeza
Mas das mudanças do Tempo,
Que ora nos traz esperanças
Ora nos dá incerteza...
Nem importa, ao velho Tempo,
Que sejas fiel ou infiel...
Eu fico, junto à correnteza,
Olhando as horas tão breves...
E das cartas que me escreves
Faço barcos de papel!





IL MIO DESTINO - CORA CORALINA

domenica, 18 settembre 2011
IL MIO DESTINO - CORA CORALINA
 
Quante fotografie come questa ho qui in casa. Usava a quei tempi, almeno qui in Italia, ma a quanto pare era una abitudine nazionale, quella di farsi fare il ritratto da dei fotografi professionisti, per poi regalarla ai propri cari, alle amiche, specialmente quando ci si allontanava  e non si sapeva se ci saremmo rivisti mai.
Sguardo diretto e tranquillo il suo, di chi la vita la vive giorno dopo giorno e non si fa intimidire dalle contrarietà che questa ci mette davanti. D'altronde, che si può fare? Rimboccarsi le maniche e sgomberare il cammino. Questo sembra dire il suo sguardo ed essere la filosofia con cui intinge le sue poesie.






Cora nasce il 20 agosto 1889 a Goias Velho, in Brasile. Il suo vero nome era Ana Lins do Guimaraes Peixoto Bretas, Aninha, come la chiamavano gli amici.
Scrive fin dai suoi 22 anni, pur avendo completato solo la scuola elementare e nel 1908 fonda con altre amiche che si dedicano alla poesia il giornale femminile “La Rosa”. Due anni più tardi verrà pubblicato il suo primo racconto, con lo pseudonimo con cui sarà conosciuta. In quello stesso anno sposa l'avvocato Candido Bretas Tolentino; con lui si trasferirà l'anno successivo verso l'interno di San Paulo ed è già incinta.
Inizia così una nuova fase della sua vita: quella di moglie e di madre. Ebbe infatti sei figli e visse in molte città dello stato di São Paulo per 45 anni. Anche se suo marito morì nel 1934, Cora tornò alla sua casa natale solo nel 1956. Dopo quel tragico evento, Cora ha provveduto ai suoi figli producendo e vendendo dapprima pane, poi  salsicce e grasso di maiale.
Scomparve il 10 aprile 1985 all'età di 96 anni. Nel 1989 furono pubblicate alcune opere postume.

Cora fu molto apprezzata dal grande poeta Carlos Drummond de Andrade, che senza conoscerla personalmente, le scrive: «Mia cara amica Cora Coralina: il Suo “Vintém de Cobra” è, per me, come una moneta d’oro, di un oro che non soffre delle oscillazioni del mercato. È poesia delle più pure e comunicative che abbia mai letto e amato. Che ricchezza di esperienza umana, che sensibilità speciale, che liricità identificata con le fonti della vita!! Aninha non ci appartiene. È patrimonio di noi tutti, nati in Brasile e amanti della poesia...».
Questa lettera, questa ammirazione sincera del grande poeta, suscita l’interesse dei lettori e la rende conosciuta al grande pubblico. Nel 1922 non partecipa alla Settimana di arte moderna di San Paolo, invitata da Monteiro Lobato, perché il marito glielo proibisce. Nel 1984 è la prima donna a vincere il premio Juca Pato, come intellettuale dell’anno.





IL MIO DESTINO


Nei palmi delle tue mani
leggo le linee della mia vita.

Linee incrociate, sinuose
che interferiscono nel tuo destino.

Non ti cercai, non mi cercasti,
stavamo andando per strade differenti.

Indifferenti, ci siamo incrociati
Passavi con il peso della vita...

Corsi per incontrarti.
Ho sorriso. Abbiamo parlato.

Questo giorno fu marcato
con la pietra bianca della testa di un pesce*.

E, da allora, camminiamo
uniti nella vita...



*la pietra è sinonimo di amore, difficilmente si rompe; bianco è sinonimo di pace;la testa del pesce rappresenta ragione, maturità. Quindi un amore maturo ed indissolubile.

Meu Destino - Cora Coralina


Nas palmas de tuas mãos
leio as linhas da minha vida.

Linhas cruzadas, sinuosas,
interferindo no teu destino.

Não te procurei, não me procurastes –
íamos sozinhos por estradas diferentes.

Indiferentes, cruzamos
Passavas com o fardo da vida…

Corri ao teu encontro.
Sorri. Falamos.

Esse dia foi marcado
com a pedra branca da cabeça de um peixe.

E, desde então, caminhamos
juntos pela vida…



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NOI ALBERI - MARCIA THEOPHILO

giovedì, 01 settembre 2011
NOI ALBERI - MARCIA THEOPHILO
 
La poesia sociale non mi aveva mai profondamente colpita, fino a quando ho incontrato quella di Marcia.
Ho trovato nei suoi versi una solarità ed un amore dei temi a lei cari, uniti ad una costruzione lineare del pensiero.
Ed ho in mente molti suppomenti poeti che di queste costruzioni dovrebbero fare tesoro.
Lo farò anch'io, naturalmente, come per i versi di ogni poesia che ho fin qui inserito.



Márcia Theóphilo è nata nel 1941 a Fortaleza, in Brasile. Ha studiato in Brasile e in Italia dove si è dottorata in antropologia. Tutta la sua opera si inspira alla foresta amazzonica, ai suoi popoli, ai suoi miti, ai suoi alberi ed animali ed è rivolto alla salvaguardia del patrimonio naturale e culturale della foresta, alla denuncia della sua distruzione.
La sua infanzia è stata influenzata dalla nonna paterna - che viveva in Acre, Amazzonia - che è stata la prima persona che le ha raccontato i miti della foresta , le grandi visioni del fiume, le voci del vento, le metamorfosi della luna, mettendola in sintonia con la polifonia delle voci della natura.
Da allora si è sempre interessata ai problemi dell’Amazzonia e degli indios, volendo capire a fondo quest’umanità così pura nella sua origine e per questo seriamente minacciata dal degrado ed esposta a grandi pericoli. Attraverso i racconti di suo padre e di sua nonna ha compreso il significato del suo profondo legame con la foresta.
Dal 1968 al 1971 lavora come giornalista nel campo della cultura e della critica dell’arte a San Paolo, sviluppando una collaborazione con artisti - come Maria Bonomi, Saverio Castellani, Tomie Otake, Otavio Araujo e altri – scrivendo poesie (riunite nel suo libro di poesie, (“Siamo pensiero” Milano, 1972) prefatto e tradotto da Ruggero Jacobbi). Nel 1972  lascia il Brasile, sottraendosi con l’esilio alla repressione di una dittatura militare che impediva la libertà di scrivere e di studiare.  Nello stesso anno conosce a Roma il poeta brasiliano Murilo Mendes che le presenta il critico letterario Ruggero Jacobbi e il poeta spagnolo in esilio Rafael Alberti, con cui stabilisce un importante rapporto di lavoro e amicizia.
Il sodalizio con Rafael Alberti nasce dalla capacità dell’illustre maestro di unire pittura e poesia in un’unica arte animando i versi con immagini e colori. Ma ciò che soprattutto li ha legati è stato l’impegno per la libertà.
Un altro importante aspetto di questa amicizia, che è durata dieci anni fino al ritorno alla Spagna del poeta, è stato la partecipazione nei recital europei, dove Márcia Theóphilo ha scoperto la sua capacità di comunicare con il grande pubblico. In questi incontri internazionali – tra cui "Poetry International" (Rotterdam, 1977) la "Convenzione Internazionale di Poesia" (Struga, Jugoslávia, 1978), il "Congresso di Scrittori Europei" (Firenze, 1978) – conosce Lawrence Ferlinghetti, Evgeny Evtushenko, Mario Luzi, Allen Ginsberg, Gregory Corso e altri.
Quando in Brasile il processo di democratizzazione inizia, nel 1979, Márcia Theóphilo torna a San Paolo dove partecipa al Movimento per la Democrazia. È corrispondente della rivista italiana “Noi Donne”.
Torna a Roma nel 1981 dove continua a lavorare nel intercambio culturale tra Italia e Brasile, organizzando incontri culturali – come l’esposizione di artisti italiani e brasiliani “Per la democrazia in Brasile” (Museo Sant’Egidio, Roma, 1981), il meeting internazionale “La parola del Poeta” sezione Latinoamericana (Roma, 1982) – traducendo in italiano poeti brasiliani e in portoghese poeti italiani, tenendo conferenze, partecipando a vari recital di poesia, anche all'estero.
Márcia è stata candidata al premio Nobel.




NOI ALBERI


Noi alberi viviamo di piogge
di rugiade eterne e delle brume
dei fiumi e degli oceani
di mattutini vapori
e delicate nebbie.

Durante il giorno il calore
dei raggi del sole
dilata i nostri corpi sublunari
che assorbono cosi, nel profondo,
la soavissima rugiada notturna.





Nós árvores


Nós árvores vivemos de chuva
de orvalhos eternos e das neblinas
dos rios e dos oceanos
de vapores matutinos
e delicadas névoas.
Durante o dia o calor
dos raios do sol
dilata os nossos corpos sublunares
que absorvem assim, no profundo
delicadissimo orvalho noturno.



AMICI - VINICIUS DE MORAES

venerdì, 01 luglio 2011
 
C'è bisogno di commento, o forse basta aggiungere che Vinicus ha anticipato i miei pensieri?
Dedicato agli amici di sempre.






Amici...

Ho amici che non sanno quanto sono miei amici.
Non percepiscono tutto l'amore che sento per loro né quanto siano necessari per me.
L'amicizia è un sentimento più nobile dell'amore. Questo fa sì che il suo oggetto si divida tra altri affetti, mentre l'amore è imprescindibile dalla gelosia, che non ammette rivalità.
Potrei sopportare, anche se non senza dolore, la morte di tutti i miei amori, ma impazzirei se morissero tutti i miei amici!
Anche quelli che non capiscono quanto siano miei amici e quanto la mia vita dipenda dalla loro esistenza...
Non cerco alcuni di loro, mi basta sapere che esistono. Questa semplice condizione mi incoraggia a proseguire la mia vita. Ma, proprio perché non li cerco con assiduità, non posso dir loro quanto io li ami. Loro non mi crederebbero.
Molti di loro, leggendo adesso questa "crônica" non sanno di essere inclusi nella sacra lista dei miei amici. Ma è delizioso che io sappia e senta che li amo, anche se non lo dichiaro e non li cerco.
E a volte, quando li cerco, noto che loro non hanno la benché minima nozione di quanto mi siano necessari, di quanto siano indispensabili al mio equilibrio vitale, perché loro fanno parte del mondo che io faticosamente ho costruito, e sono divenuti i pilastri del mio incanto per la vita.
Se uno di loro morisse io diventerei storto.
Se tutti morissero io crollerei.
E' per questo che, a loro insaputa, io prego per la loro vita.
E mi vergogno perché questa mia preghiera è in fondo rivolta al mio proprio benessere. Essa è forse il frutto del mio egoismo.
A volte mi ritrovo a pensare intensamente a qualcuno di loro. Quando viaggio e sono di fronte a posti meravigliosi, mi cade una lacrima perché non sono con me a condividere quel piacere...
Se qualcosa mi consuma e mi invecchia è perché la furibonda ruota della vita non mi permette di avere sempre con me, mentre parlo, mentre cammino, vivendo, tutti i miei amici, e soprattutto quelli che solo sospettano o forse non sapranno mai che sono miei amici.
Un amico non si fa, si riconosce.




sabato 19 novembre 2011

ODE ALLA VITA - MARTHA MEDEIROS

domenica, 10 gennaio 2010
ODE ALLA VITA - MARTHA MEDEIROS
 
Ecco la poesia già precedentemente proposta col titolo Lentamente muore e che avevo attribuito erroneamente a Pablo Neruda.
Per i dettagli vi rimando al post in questione ed al mio commento in calce.


http://colunas.g1.com.br/files/25/2008/11/martha.jpg


Martha Medeiros nasce a Porto Alegre il 20 agosto 1961 è una giornalista e scrittrice brasiliana.
Dopo la laurea conseguita nel 1982 ed un lavoro in campo pubblicitario, si è trasferita per nove mesi in Cile e lì ha cominciato a scrivere poesie. Tornata a Porto Alegre, inizia la sua ttività di giornalista, proseguendo anche la sua carriera letteraria.

Per una lettura di questa poesia, vedere qui:  www.youtube.com/watch   Se il mio orecchio non mi tradisce, la voce dovrebbe essere di Nando Gazzolo.



ODE ALLA VITA


Lentamente muore
chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e chi non cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Lentamente muore chi fa della televisione un suo “guru”.
Lentamente muore chi evita una passione
chi preferisce il nero suL bianco
e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia l'incertezza per la certezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita,
di sfuggire dai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non fugge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare
Lentamente muore
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.
 


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