Visualizzazione post con etichetta PIQUERAS JUAN VICENTE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PIQUERAS JUAN VICENTE. Mostra tutti i post

domenica 19 agosto 2012

LA STANZA VUOTA - JUAN VICENTE PIQUERAS


Tradurre una poesia è come scartare un regalo avvolto da tanta carta colorata ed altrettanti nastri con nodi ben stretti. Ma soprattutto il lavoro - o meglio - il piacere di tradurre una buona poesia, è paragonabile a quello che si prova a scriverne una propria, con la differenza che si entra nel mondo dell'autore, se ne intuiscono i pensieri, se ne esplora la saggezza e si torna con qualcosa di nostro: una parola, un modo di accostarla ad altre, di farle risuonare assieme.
E c'è anche un dopo: il ricordo del verso che s'accende allo sfregare della parola ascoltata per caso e altrove. Credo che sia fondamentalmente questo il motivo per cui alcune poesie che di autori contemporanei e che io definirei estremistiche, per contenuti e stile, non possono trovare uno spazio tra le Poesie, non ancora almeno. Magari saranno quei semi che troveranno un buon terreno e germineranno in futuro, ma sarà un futuro in cui sarò contenta di non esserci.
Ma torniamo a quanto è oggetto del post.
Cercavo una poesia di Juan in lingua e mi sono imbattuta nella notizia che aveva conseguito il primo premio del Concorso di poesia Manuel Alcantara, uno dei più prestigiosi concorsi della Spagna. Tutti gli articoli erano concordi ed entusiasti sulla eccezionalità della poetica dell'autore.  E' stata una ricerca difficile, dovendo dapprima partire da niente, poi da un titolo che però contiene parole di uso comune.
Ed eccola. Credo che questa poesia sia veramente una perla, per tutto quello che è, per costruzione, afflato, contenuto.
Dedicata a Carlos Edmundo de Ory, uno dei più grandi poeti spagnoli, è una composizione delicata, scritta con occhi umidi. La parola “morte” non compare nel testo, come se pronunciarla la rendesse vera e irreparabile e l'assenza di Carlos rendesse l'autore stesso quella formica smarrita.
Uno smarrimento inconscio? Io non credo. Chi scrive poesie di questo spessore, non lascia niente al caso e lo si percepisce come uno smarrimento sentito, lo stesso che ci sorprende quando si rende assente una costante della nostra vita.
Difficile emergere da questa lettura gli stessi, caro Juan, almeno a me non è successo.






LA STANZA VUOTA

                                                                            a Carlos Edmundo de Ory


Era uno dei tuoi giochi preferiti.
Cosa c'è in una stanza vuota?,
chiedevi. Restavamo in silenzio.
Cosa c'è in una stanza vuota?

Quelli che non conoscevano il gioco
magari rispondevano: Niente, e tu dicevi: No.
Niente è niente, ho detto cosa.

Finché qualcuno diceva, per esempio: Il silenzio.
E tu dicevi: Si.
Un altro diceva: Polvere.
E il gioco prendeva il volo.

Orme di passi sul pavimento.
Un fantasma. Una spina. Il buco
di un chiodo. La penombra.
Un quadrato sulla parete che tradisce
l'assenza di un quadro. Un filo.
Una lettera sul pavimento
L'orma di una mano sulla parete.
Un raggio di sole che entra dalla finestra.
Una ragnatela. Un pezzo
di carta . Un'unghia. Una formica smarrita.
La musica che viene dalla strada
(Esiste una musica senza nessuno che l'ascolti?)
Una chiazza di fumo o di umidità.
Scarabocchi o uccelli o nomi
o un disegno di Laura sulla parete.

Tu dicevi ad ognuno si o no.
Tu lo sapevi. Eri l'ideatore del gioco.
Tu sapevi già, Carlos, quello che c'era
nella stanza vuota dove sei appena entrato.

Era uno dei tuoi giochi preferiti.

     - Cosa c'è in una stanza vuota?
     - Un fantasma.
     - Lo hanno già detto.
     - Si, ma quello ch´io dico è un altro.





LA HABITACION VACIA

                a Carlos Edmundo de Ory


Era uno de tus juegos preferidos.
¿Qué hay en una habitación vacía?,
preguntabas. Guardábamos silencio.
¿Qué hay en una habitación vacía?
Los que no conocían el juego
tal vez decían: Nada, y tú decías: No.
Nada es nada, he dicho qué.
Hasta que alguien decía, por ejemplo: El silencio.
Y tú decías:
Y otro decía: Polvo.
Y el juego comenzaba a tomar vuelo.
Unas huellas de pasos en el suelo.
Un fantasma. Un enchufe. El agujero
de un clavo. La penumbra.
El cuadrado que deja en la pared
la ausencia de un cuadro. Un hilo.
Una carta en el suelo.
La huella de una mano en la pared.
Un rayito de sol que entra por la ventana.
Una telaraña. Un trozo
de papel. Una uña. Una hormiga extraviada.
La música que llega de la calle

(¿hay música sin alguien que la escuche?).
Una mancha de humo o de humedad.
Garabatos o pájaros o nombres
o un dibujo de Laura en la pared.

Tú ibas diciendo sí o no.
Tú lo sabías. Eras el inventor del juego.
Tú ya sabías, Carlos, lo que hay
en la habitación vacía donde acabas de entrar.
Era uno de tus juegos preferidos.
- ¿Qué hay en una habitación vacía?
- Un fantasma.
- Ya lo han dicho.
- Sí, pero el que yo digo es otro.

mercoledì 30 novembre 2011

LA POESIA E' DAPPERTUTTO








Una gradevolissima serata, quella di ieri all'Istituto Cervantes di Roma.
Innanzi tutto per la formula con cui è stata condotta: due autori che si presentano a vicenda. Uno scrittore che non legge poesia ed un poeta che non legge romanzi, ma comunque due amici che hanno superato la propria diffidenza verso la forma letteraria dell'altro e vi hanno trovato contenuti a loro vicini. 
La poesia è dappertutto. Entrambi i libri nascono su questo presupposto.
Abbiamo ascoltato aneddoti sull'origine del titolo di Matteo, su quello di una delle braci di Juan e citazioni di altri autori di cui farò tesoro.
Anche Matteo ha avuto la sensazione che le braci del libro non fossero slegate l'una dall'altra o casuali e questo mi ha fatto molto piacere, dal momento che quando uscì il libro ed ebbi modo di leggerlo, anch'io tentai e trovai delle “costruzioni” di intere poesie. (vedere QUI)
Sono stati toccati molti argomenti. Uno di questi è stato quello della Tauromachia, argomento caro a Juan, ma per cui è un po' riservato e che invece è alla base del libro di Matteo; particolarmente interessante il parallelismo usato da Juan per illustrare come la maniera di affrontare il toro nell'arena sia simile a quello di affrontare la vita. L'uomo, la luce ed il bene; il toro, l'ombra ed il male.
Altro argomento trattato è stato quello dei concorsi di poesia, su quanti siano i concorsi a cui si partecipa e quanti di questi producono un, beh, chiamiamolo “risultato utile” ed ancora: ricevere un premio per un proprio elaborato, poesia singola o libro edito, che per il suo autore rappresenta spessissimo la sintesi di un percorso sofferto, elaborato e trascritto, cosa rappresenta per lui, che è stato bravo a soffrire?
E' una perplessità legittima che è all'origine del mio risentimento verso quei giudizi-sentenza sommari di “bella poesia” o “brava”.
Non c'è bravura nel vivere una emozione: capita.
Però si può parlare di abilità, di maestria nel trasformare quella emozione in versi che di secolo in secolo, di corrente letteraria in corrente letteraria, di poeta in poeta si è andata modificando nel modo di proporla, nello stile, proprio perchè ogni persona è unica nel vivere le proprie emozioni o, come dice Juan, “siamo isole”.
Io credo che quello che spinge un poeta a scrivere una poesia sia la stessa molla che lo porta a farla leggere ad altri, riceverne ed accettarne il giudizio è tanto più gradito, appagante ed illuminante, quanto più complesso ed articolato. Molto meglio leggere cosa pensano di te da vivo, piuttosto di essere incensati da morti, come capita a moltissimi autori.
Detto questo, dal momento che ieri, come spesso mi succede, non sono stata capace di proporlo direttamente, raccolgo qui quello che avevo riassunto dopo una rilettura del libro di Juan. 
Mi scuso per la carenza di notizie sul libro di Matteo, che non ho letto, non ancora almeno.

Nel complesso il libro di Juan ci rende tre cose principalmente.
Una sensazione di estraneità nei confronti di luoghi e di sé stesso:

- Siamo parole che pronuncia chi?
- Ho inghiottito acqua di mare. Ho sentito secoli di sete smarrita e sola nella gola.
- Leggo guide di me

e di un contemporaneo stupore

- Collezionavo ragnatele

- Ti ho ricevuto in eredità dal cielo (sospetto un taglio da “Non so chi sei ma ti sto cercando”)

e una timidezza che avvolge di pudore molte braci

- I muri dicono: vattene. Ma le nuvole: Dove?

- Io non ha importanza


Domanda per entrambi:
Sentire parlare delle proprie parole, sia che siano strutturate in prosa piuttosto che in poesia o in aforismi, come nel caso del libro di Juan, è una esperienza sempre diversa. Delle vostre prefazioni e di quanto detto in questa serata, cosa vi ha colpito ed emozionato di più; con quale frase, gesto, simbolo etichetterete il ricordo di questa serata?


sabato 26 novembre 2011

Presentazione libro: BRACI di Juan Vicente Piqueras

martedì, 22 novembre 2011
Presentazione libro: BRACI di Juan Vicente Piqueras
 
Vi devo delle scuse, per la mia apparente latitanza.
Stavo salvando l'intero blog, compresi i vostri commenti che mi hanno alleggerito la fatica e tentato di fermarmi a pensare ancora una volta a quanto mi avete scritto in questi oltre tre anni. Non ho ancora finito, ma sono a buon punto. Quando sarò pronta, inserirò il link del nuovo blog, mantenendo comunque in parallelo entrambi, sperando sempre che sia solo un brutto sogno...
Volevo invece segnalarvi la presentazione del libro BRACI di Juan Vicente Piqueras, cui parteciperà l'autore. Prendete nota e liberatevi dagli impegni:
Martedì 29 novembre nella sala dell’Istituto Cervantes di Roma, in Piazza Navona 91 alle ore 19, l’autore presenterà Braci. L’evento prevede la doppia presentazione di Braci e dell’opera Il toro non sbaglia mai di Matteo Nucci ed. Ponte alle Grazie.




Dunque, qui qualche notizia, dalla scheda-autore della casa editrice Esperia di Roma:
Edizioni Empirìa
via Baccina 79 00184 Roma
tel. o6 69940850 fax 0645426832
www.empiria.com info@empiria.com
Juan Vicente PiquerasBRACI
Introduzione di Luis Sepúlveda. Traduzione di Carola Silvestrelli
Collana Sassifraga
2010, pp.128 € 14,00
ISBN 978-88-96218-16-7
Gli aforismi poetici di Piqueras nascono per non morire mai. Il lettore non può definire il loro significato in un’unica interpretazione: si tratta di materiale puro e ancora incandescente di alto valore creativo. Come faville di senso e sentenze improvvise che attraversano e fendono il pensiero, prima di sistemarsi nella forma poetica. Piqueras conserva questi versi, appunto come “braci”: ciò che resta di un vecchio fuoco e che può sempre divampare in una nuova fiamma. Frasi-formula che ci riportano alla rovente fucina dell’artista e dell’alchimista, il laboratorio delle meraviglie, in cui si prepara e si aspetta qualcosa di sorprendente. La raccolta vanta la prestigiosa introduzione di Luis Sepúlveda, che paragona Braci allo studio di uno scultore, dove “tra le opere finite si vedono pezzi di terracotta apparentemente informi che l’artista conserva perché in essi sta il segreto della scultura finita”. L’edizione, corredata di testo originale spagnolo a fronte (Ascuas), è tradotta da Carola Silvestrelli.
Juan Vicente Piqueras, nato nel 1960 a Valencia, ha vissuto tra Francia, Italia e Grecia. Autore in Spagna di molte opere di poesia e di traduzioni poetiche è vincitore nel 2007 del Premio internazionale di poesia del Festival di Medellìn, Colombia. Attualmente è direttore accademico dell’Istituto Cervantes di Atene. Nel 2005 ha pubblicato la raccolta poetica Palme/Palmeras presso Empirìa.

Vorrei segnalare di nuovo i post che gli ho dedicato, per ricordarvi le sue poesie e per proporle a chi non le avesse mai lette.
https://natakarla.blogspot.com/search/label/PIQUERAS%20JUAN%20VICENTE
e altri in cui è possibile ascoltarlo:

Al festival della poesia di Madellin, Colombia, una delle più prestigione e ricche manifestazioni a livello Mondiale
A Fiorano Modenese 2005

E'  stato ospite della prima edizione del Festival internazionale della Poesia di Genova,  organizzata da Claudio Pozzani ed il Circolo dei viaggiatori nel tempo: una vetrina da cui sono sfilati moltissimi grandi autori stranieri (presenti anche sulle mie pagine) e promesse del panorama letterario italiano.

http://www.festivalpoesia.org/2008/index.php?option=com_content&view=category&id=76&layout=blog&Itemid=120

Pensateci e gironzolate da quelle parti di Roma, il prossimo Martedì. Magari vi viene voglia di entrare.
Io conto di andare.



L'ORA DI RESTARE - JUAN VICENTE PIQUERAS

mercoledì, 06 luglio 2011
L'ORA DI RESTARE - JUAN VICENTE PIQUERAS
 
Visto che qualche giorno fa ci sono state moltissime visite al blog, con una stringa di ricerca del nome "Juan Vicente Piqueras", oppure "Vigilia di Restare" (il post ha avuto ben quaranta visite e non mi capacito ancora del perchè, anche se la poesia merita veramente più di una lettura), vi propongo una versione leggermente diversa della poesia stessa, a opera dell'autore.
Inserita nel suo libro PALME, Edizioni Empiria, nonostante le parole delle due poesie siano quasi identiche, in questa c'è una situazione o meglio determinazione diversa dell'autore, una sfumatura rilevabile - ed apprezzabile - anche da un diverso tono di lettura.
I presupposti sono identici,
"Tutto è pronto:....."
ma qui Juan è pronto ad affrontare il suo viaggio, perchè adesso ha
"... il come, il quando, il dove,..."
E non c'è orizzonte che possa fare paura dentro "La nave di noi". Qui è appena abbozzata l'idea che poi riprende già dal titolo, in una successiva poesia, che avevo già postato.
Non c'è nessuno che mi sciolga la curiosità di quella concentrazione di ricerche??
Incidentalmente, è uscito in Spagna un suo nuovo libro di poesie La hora de irse, edito da Hiperión. Per chi si diletta con la lingua madre dell'autore, sono sicura che sarà una buona lettura.






L'ORA DI RESTARE

Tutto è pronto: la valigia,
le camicie, le mappe, la mutua speranza.

Mi spolvero le palpebre
Ho messo all'occhiello
la rosa dei venti.

Tutto è pronto: il mare, l'atlante, l'aria.

Ho il come, il quando, il dove,
un diario di bordo, le carte
di navigazione, venti a favore,
il coraggio e qualcuno che mi ama
come non so amarmi io.

La nave di noi, gli sguardi,
i pericoli, le mani incantate,
il filo ombelicale dell'orizzonte
che sottolinea questi versi sospesi...

Tutto è pronto. Sul serio. Andiamo






LA HORA DE QUEDARSE

Todo está preparado: la maleta,las camisas, los mapas, la mutua esperanza.

Me estoy quitando el polvo de los párpados.
Me he puesto en la solapala rosa de los vientos.

Todo está a punto: el mar, el aire, el atlas.

Ya tengo el como,  el cuándo,
el adónde, un cuaderno de bitácora,
cartas de marear, vientos propicios,
valor y alguien que sabe
quererme como no me quiero yo.

La nave de nosotros, las miradas,
los peligros, las manos del asombro,
el hilo umbilical del horizonte
que subraya estos versos suspensivos...

Todo está preparado. En serio. Vamos.









Leggi i vecchi commenti



domenica 20 novembre 2011

PRESENTAZIONE LIBRO: BRACI di Juan Vicente Piqueras

martedì, 08 marzo 2011
PRESENTAZIONE LIBRO




Non avevo mai letto un libro di aforismi. Ne conosco alcuni, tematici, ma li avevo sempre considerati come opinioni, pensieri poetici di persone che in un modo o nell'altro sono state (o sono) importanti e/o famose; una specie di reliquie del pensiero dei grandi: questo credevo.
Il libro di Juan mi ha fatto cambiare idea.
Partiamo dal titolo: BRACI.
L'autore li pensa come "versi vedovi, che non hanno trovato rifugio in una poesia e sono rimasti soli".
Luis Sepulveda, che ne ha scritto la prefazione, dice tra le altre cose:
"...questo libro ha qualcosa di un caleidoscopio, i cui vetri sono fatti di parole. Basta agitarlo leggermente, mettere l'occhio e in quel momento si posizionano in maniera sorprendente."
Ma Luis è uno scrittore, quindi è normale che il suo pensiero punti subito alle parole.
Io invece sono più suggestionata dal pensiero di Juan (spero che Luis non me ne voglia) così penso ad una serie di musiche di cui si stanno  facendo le prove prima di uno spettacolo importante, così, sfogliando ancora il suo libro sono andata alla ricerca di un filo armonico,  di qualche accordo, accostando semplicemente tra di loro alcuni aforismi.
Ho pensato potesse essere un modo carino di proporvi i suoi versi perduti, ma sono passati attraverso di me, quindi non saranno assolutamente rispondenti a quello che Juan avrebbe scritto;  spero tanto nel suo perdono per questo bizzarro esperimento e per averne arbitrariamente spezzati molti che invece nel libro hanno un più ampio respiro.
Ho bisogno di spendere due parole anche sulla copertina; c'è una sagoma che si tuffa, disegno di Esther Sancho. Una metafora splendida per indicare l'atto di accostarsi ad un libro: immergersi dentro al suo scritto, quale che sia prosa o poesia.
Con questa premessa, quando un autore riesce a prenderti e portarti con sé, può ben dire di essere un grande.






Che  faccio sveglio
con queste braci in mano?                             Pag. 97

Ogni più ha il suo sempre.                             Pag. 25

Giorno: l'ombra delle cosse sulla terra.
Notte: l'ombra della terra sulle cose.              Pag. 15

Ogni giorno che passa somigliamo di più
ai giorni che passano.                                   Pag. 45

Sono il tempo che perdi.                               Pag. 43

Finisco questa vita e me ne vado.                  Pag. 117




E ancora:







Dentro il cuore c'è uno specchio
dove non si è guardato nessun uomo

(Kabir) Pag. 39

Ma, scusa, mi disse un amico,
a te che ti ha fatto l'Io?                                Pag 33

Io non ha importanza.                                   Pag. 67

So che non sono più io
e so che non sono ancora io.                         Pag. 51

Ci sono giorni in cui credo
che dovrei passare il resto dei miei giorni
chiedendomi perdono.                                  Pag. 59

Di quale isola sono mare?
Di quale mare isola?                                     Pag. 11

Ho inghiottito acqua di mare.
Ho sentito secoli di sete
smarrita e sola nella gola.                            Pag. 27

Questa notte ho un appuntamento
con un'altro io.                                            Pag. 63

Guardo l'ombra del treno in cui viaggio
allontanarsi da me.                                      Pag. 63



Braci
Edizioni Empiria - Roma.



AVVERBI DI LUOGO - JUAN VICENTE PIQUERAS

domenica, 06 marzo 2011
AVVERBI DI LUOGO - JUAN VICENTE PIQUERAS
 
Sono convinta che sarà apprezzata da  tutti questa poesia.
Se dovessi definirla, direi che è densa, dai versi lucidi, consequenziali.
L'autore appare senza veli, né maschere, con in mano una sua verità condivisibile, una sua verità gridata, particolarmente in questo pugno di versi, molto lirici
"Quegli oggetti toccati dalle tue mani,
quello che pensi, dici, taci o sogni,
quei luoghi dove stai senza di me,
quello desidero, quello mi occorre.
Ed essere il tuo là, il tuo alito sospeso."


Sono versi che non hanno bisogno di molte letture per restare in mente (tant'è vero che sono spesso riportate, isolate, in diversi blog) ; un linguista magari ne spiegherebbe il perchè col numero delle sillabe, con una musicalità intensa, col tono intimo con cui sono stati scritti; ma io non ne so.
So solo che  mi sono rimasti sopiti da molto tempo. Poi  si sono ripresentati, vivi ed urgenti di una nuova lettura.





AVVERBI DI LUOGO

Qua è dove sono io. Ovunque sia
sarò sempre qua, dove mi vedi.
Questa casa, questi volti, questi oggetti
stancano perchè il qua stanca.
Qua viene sete di andarsene, sete di laggiù.
Ma laggiù è il luogo dove non potrò mai stare,
dove io sono impossibile. Ovunque vada
il là dove sarò diverrà qua
e io ci sarò ad aspettar me stesso
con in mano un mazzo di rose tutte uguali.
Là è il tuo qua.
Là sembra un grido perché è dove fa male.
Io voglio essere là dove tu stai,
e tu qua, o meglio: noi due laggiù, remoti, insieme
ché vivo è uguale a insieme.
Laggiù c'è l'amore che non c'è qua.
Quegli oggetti toccati dalle tue mani,
quello che pensi, dici, taci o sogni,
quei luoghi dove stai senza di me,
quello desidero, quello mi occorre.
Ed essere il tuo là, il tuo alito sospeso.
Laggiù è la salvezza, il miraggio
nato dalla sete di stare qua.
Laggiù saremmo felici per sempre
stretta la foglia e larga la via
laddove il tuo qua e il mio là si riunirebbero.
Laggiù è pioggia cadendo
su questo deserto inaridito.
Laggiù è il Paese di Bengodi, Eldorado, il non-plus-ultra.
Io sono qua,  tu là, e noi due laggiù, ma quando?
Questo è pietra. Codesto è seta. Quello è mare.
Qua è focolare impossibile, intima assenza,
odiato domicilio, carcere di ogni giorno.
Là calore del tu, mia la tua vita,
tesoro della tua isola, aria d'amore.
Laggiù, dove non siamo, piove sulla vita
che non sarà mai nostra e che ci attende.


da Mele di mare
Casa Editrice Le Lettere




Per coloro che amano confrontarsi con l'originale:


ADVERBIOS DE LUGAR


Aquí es donde estoy yo. Esté donde esté
yo siempre estoy aquí donde me ves.
Esta casa, estas caras, estas cosas
cansan, porque aquí cansa
Aquí hace sed de irse, sed de allí
Pero allí es el lugar donde jamás podré estar,
donde yo soy imposible. Vaya adonde vaya,
allá donde yo llegue será aquí
y estaré ya esperándome a mí mismo
con un ramo de rosas iguales en la mano.
Ahí es tu aquí.
Ahí parece un grito porque es donde te duele.
Yo quiero estar ahí, donde estás tú,
tú aquí o, mejor, los dos allí, remotos, juntos
porque lo vivo es lo junto.
Ahí hay el amor que no hay aquí.
Esas cosas tocadas por tus manos,
eso que piensas, dices, callas, sueñas,
esos lugares donde estás sin mí,
eso deseo, eso necesito
Y ser tu ahí, tu aliento intercalado.
Allí es la salvación, el espejismo
nacido de la sed de estar aquí.
Allí sí que seríamos felices,
donde tu aquí y mi ahí estarían juntos,
comerían perdices que no existen.
Allí es la lluvia aquella
que cae sobre este páramo sediento.
Allí es Jauja, el Dorado, el novamàs.
Yo esoty aquí y tú ahí y allá nosotros cuándo?
Esto es piedra. Eso es seda. Aquello es mar.
Aquí, hogar imposible, íntima ausencia,
odiado domicilio, cárcel del cada día.
Ahí, calor del tú, tu vida mía,
tesoro de tu isla, aire de amor.
Allí, donde no estamos, llueve sobre la vida
que nunca será nuestra y nos aguarda.



SOGNO DI NAUFRAGHI - JUAN VICENTE PIQUERAS

venerdì, 17 dicembre 2010
SOGNO DI NAUFRAGHI - JUAN VICENTE PIQUERAS
 
Il naufragio. Un tema fortemente presente nelle poesie raccolte nel libro "Mele di mare" di Juan.
Il mare come infelicità o insoddisfazione, elemento che dovrebbe traghettarci verso qualsiasi cosa a cui aspiriamo: serenità o amore, sicurezza o stabilità, rappresentati dall'isola.
E canta di "noi due" come sabbia, una sabbia cha appartiene all'isola e che li aspetta come si aspettano dei naufraghi. Amara e semplice la sua conclusione "Non fu possibile", condensando in tre parole tutta la desolazione del poeta. Un testo struggente, come tutta la poetica di questo autore.


La zattera della "Medusa"di Théodore Géricault


SOGNO DI NAUFRAGHI


Le ore che non ci vedranno insieme
nel mezzo della notte,
                                  le vedemmo ballare, fari fatui,
da quel mare in cui noi annegavamo.

Vedemmo le loro braccia come fiamme,
le mani ci chiamavano e i piedi
maledivano la terra che non avremmo raggiunto,
la sabbia di noi due su quell'isola
stanca di aspettare.
                               Non fu possibile.

Vedemmo le ore bruciare e poi ci risvegliammo
e non c'erano ore
                            nè fari
                                       nè maniera
di comprovare che non si era morti.




 Leggi i vecchi commenti


NAVE DI NOI - JUAN VICENTE PIQUERAS

martedì, 21 settembre 2010
NAVE DI NOI - JUAN VICENTE PIQUERAS
 
Juan è uno dei tre amici autori di cui aspetto, con impazienza, l'uscita del prossimo libro e che so essere prossimi alla stampa.
In attesa di vederlo nella vetrina della libreria, magari quella virtuale, inserisco una sua poesia tratta dal suo libro PALME, (Edizioni Empiria, Roma) che sono riuscita a trovare, direttamente alla fonte, questa estate, e rimanendone piacevolmente colpita, tanto da essere veramente in imbarazzo su quale delle tante utilizzare per un post.
La scelta è caduta su Nave di noi per il tema della nave, del viaggio, del mare e di tutto il suo contenuto - isole comprese -  ricorre spesso nelle poesie di Juan, per la musicalità dei versi in generale e per uno di questi in particolare:
"....
Non c'è più mai.
Non c'è più no.
....."


Mi ricorda questo suo "no" l'altra sua poesia "Confessione del Fuggitivo".
Anche lì c'era in un verso
"Sono ciò che no..."
Dunque NO come negazione assoluta di quello che si è (o meglio si era), come noncuranza di sé:
"Mi manca....
qualcuno che mi ami
come non so amarmi io."


Ma stavolta messaggio, situazione e sentimento sono positivi;  si avverte serenità, anzichè quella inquietudine che caratterizza altre sue poesie,  non meno importanti, non meno appaganti: solo diverse.



nell'illustrazione la nave Endeavour


NAVE DI NOI


Non c'è più prima.
Non c'è più ma.
Non c'è più quando.
Ci sei soltanto tu.

Tu, quella che doveva arrivare.
Quella che mi aspettava mentre io la cercavo.
Quella che io aspettavo mentre tu mi cercavi.

Non c'è più nulla.
Non c'è più mai.
Non c'è più no.

Tutto è un sì ormai.

L'amore è il mare.
Ci culla nel suo cuore.
Ci porta chissà dove
nella nave di noi.

E noi non ha paura delle nostre paure.



sabato 19 novembre 2011

PALME - JUAN VICENTE PIQUERAS

domenica, 23 maggio 2010
PALME - JUAN VICENTE PIQUERAS

Qualche tempo fa, Juan ha portato alla mia attenzione la parola "PALMA", svincolata dal contesto della poesia.
Mi è venuto in mente che PALME è anche il titolo di un suo libro e di una poesia lì ricompresa, così sono andata a rileggerla con una attenzione maggiore a quanto avessi fatto in precedenza ed adesso, a debita distanza dalla precedente sua inserita, la propongo.
E confesso un certo imbarazzo per la riflessione che ho fatto nel post precedente, a proposito della biografia dei nuovi autori e del fatto che agli amici non la inserisco mai, dal momento che con Juan non l'ho mai fatto, rimandandone la lettura al suo sito col solito link. Magari lo farò per il prossimo suo post.
Seguito o premessa  ideale alla sua STIRPE DI ISOLE , con PALME Juan ci offre una visione interessante di esse.
Personalmente mi ha colpito la visione della necessità inevitabile della perdita dei rami in funzione della loro crescita, come pure la sua considerazione finale sulla sofferenza.
Trovo entrambi i concetti molto condivisibili.
Anche questa poesia è molto musicale, anche qui Juan ci avvolge, ci attira nella sua introspezione, la svolge davanti ai nostri occhi e direi che siamo noi, in questo caso, i "testimoni di un miracolo".






PALME

Nasciamo dalla sete. Siamo palme
che crescono a forza di perdere
i propri rami. I tronchi sono ferite,
cicatrici rimarginate dal vento e dalla luce,
quando il tempo, quello che fa e quello che trascorre,
occupa il cuore e lo trasforma in nido
di perdite, ne erige la sua aspra colonna.

E per questo le palme sono allegre
come coloro che hanno saputo soffrire in solitudine
e ora si cullano nell'aria, spazzano nubi
e dalle loro chiome consegnano
inni alla luce, fonti di fuoco,
ventagli a dio, addio a tutto.
Tremano, testimoni di un miracolo
che conoscono soltanto loro.

Siamo come la sete delle palme
e ogni ferita aperta verso la luce
ci fa sempre più alti, più felici.
Perdite sono i nostri tronchi. È trono
il nostro dolore. Non è bello
soffrire ma bisogna aver sofferto
per sentire, come un intimo nido,
la meraviglia dei sopravissuti
che ringraziano l'aria, e poi scoppiano
per l'alta gioia in mezzo al deserto.




STIRPE DI ISOLE - JUAN VICENTE PIQUERAS

giovedì, 18 marzo 2010
 
C'è un motivo se non ho più postato nessuna poesia di Vicente Piqueras.
Volevo fargli una sorpresa, inserire le letture delle sue poesie, ma non ho ancora trovato la ...solitudine giusta per farle.
E oggi ho riaperto il suo libro MELE DI MARE (che ha preso residenza nella mia borsa, insieme ad uno di Rilke) ed era là: diamante grezzo in mezzo ad altre pietre preziose.
Dal momento che il libro lo avevo letto tutto e già da tempo, sono arrivata alla conclusione che un libro di poesie non è come un romanzo: questo è più godibile quanto più speditamente lo leggi (per evitare di tornare indietro e cercare cosa aveva detto e chi...), ma per le poesie devi fare un grosso sforzo.
Devi trattenerne la lettura. Una, due poesie al massimo al giorno (come le medicine, avete presente?) non di più altrimenti non le apprezzi come meritano: qualcosa ti sfugge, sorvoli su alcuni versi, con la bocca ancora piena di altri che hai letto poco prima e che ti sono entrati dentro.
Deve essere stato questo quello che è successo, il mio alibi, la mia cenere sul capo...

Anche Juan scrive poesie introspettive, parlando al lettore indirettamente, ma coinvolgendolo nel suo dire.
La notte, ogni notte, ci promette e ci nega/ la strada del ritorno...
Possiamo dissentire o aderire a questa sua solitudine, ma è così comune nella vita di tanti di noi.

http://www.sicilyland.it/isoleAlicudiPanorama.jpg





STIRPE DI ISOLE

Ci prendono per navi e siamo isole.

Intricate, deserte, che tesori
possiamo offrire a quelli che non giungono?

La nostra costa è dura. Il nostro faro
di voce anzichè luce
non attira, spaventa
e nessun marinaio perduto nella notte
toccherà le spiagge nostre dove ancora
fanno male le orme di quel naufrago
che sapeva del nostro deserto.

La notte, ogni notte, ci promette e ci nega
la strada del ritorno, il tornaviaggio,
l'amore che ci salvi da noi stessi
e la parola che sia detta per sempre.

Ci sono in noi alberi senza nome
stanchi di far ombra e crescere da soli.

Coloro che non partono ma soffrono
di sete di scogliera, amano i porti,
salpano nel sonno, cercano un'altra sete
per appagare la prima, ci osservano,
ci vedono come navi, felici.
                                                  Siamo isole.



Leggi i vecchi commenti


giovedì 17 novembre 2011

CONFESSIONE DEL FUGGIASCO - JUAN VICENTE PIQUERAS

lunedì, 14 settembre 2009
CONFESSIONE DEL FUGGIASCO - JUAN VICENTE PIQUERAS

Ho inseguito questa poesia quasi per un anno ed ora è qua, nelle mie mani, riposta in un piccolo grande libro.
E' facile che le cose  che desideri non si avverino, o che ti deludano, ma non è stato questo il caso. Nonostante la lunghezza della poesia (io prediligo quelle brevi e dense di significato), non è estenuante, nè ripetitiva.
Ogni verso ha una sua ragione di essere che ci viene rivelata man mano si procede nella lettura.
Come per tutte le cose belle, quelle che pregustiamo, è importante che la lettura venga fatta lentamente, senza fretta alcuna: piuttosto rimandate o non leggete, affatto, se il tempo che avete non è abbastanza: sciupereste il senso della poesia e non ne apprezzereste l'autore.
Per la lettura dell'autore, nella lingua originale, vi rimando al video di YouTube.
Gli amici poeti che vorranno ascoltarlo, proveranno, sono sicura, una forte emozione.



http://www.papumpa.it/uplimg/img_store_logo_100008_d7dc9a4c031574bfbbbf96f0ad5786d2.jpg


CONFESSIONE DEL FUGGIASCO


Sono felice solo nell' andarmene.

Non tra le quattro mura, con relative spade,
bensì tra qua e là, tra una casa e l'altra,
nessuna mia, preferibilmente.

Non posso più né voglio stare fermo.
Né ora né più tardi. Né qua né là.
Semmai laggiù, dove ora tu ti trovi,
chiunque tu sia, mettimi il tuo nome
sulle labbra assetate, insaziabili.

Io non sono io né posso avere casa.
Non dico ormai  perché mai lo sono stato,
né mai ne ho avuta una, essendo forestiero
dentro e fuori di me. Sono ciò che no:
il barbone che dorme sotto il ponte
che unisce le mie due rive e io l'attraverso
senza poter fermarmi giorno e notte.

Scrivo perché cerco, e perché attendo.
Ma non so più che cosa, l'ho scordato.
Spero che nello scrivere
riesca a ricordare. Mi ostino nell'addiaccio.

Disvivo tra parentesi
dentro lo spazio vivo e il tempo morto
dell'attesa di che cosa, tra due qui.

Mai essere in ma tra.  Esci da me,
chiunque tu sia, lasciami in pace
o falla finita con me e con l'amaro
miele di vivere solo a parlare da solo.

Ho deciso che la mia patria sia
non decidere, non essere in posto alcuno
se non di passaggio, ponti, navi, treni,
dove io sia solo il passeggero
che so di essere, pure sapendo
che la pace mi preoccupa,
mi spaventa la quiete,
non m'interessa la sicurezza,
e solo son felice sapendomi fugace.



Tratto da: Mele di mare, Casa Editrice Le Lettere.


 Leggi i vecchi commenti


VIGILIA DI RESTARE - JUAN VICENTE PIQUERAS

giovedì, 30 luglio 2009
VIGILIA DI RESTARE - JUAN VICENTE PIQUERAS
 
Qualcuno mi ha chieso: “..ma dove li scovi tutti stì autori....” ?
Semplice: basta avere – oddio, avere è una parola grossa! - rubare (è molto più adatto) un po' di tempo per me e fare incetta di cose golose. Poi ne maturo l'inserimento piano piano.
Oggi ho scoperto questo autore, Juan Vicente Piqueras. Tra le sue poesie ce ne è una che parla di partenze, di viaggi, ma curiosamente nel titolo c'è la parola Restare
Se dovessi definire – ma il diavolo mi esenti di doverlo fare - la Poesia di Piqueras, direi che sia circolare, giacchè i suoi versi partono da un sentire molto terreno, volano nell'universo di altre letture e altri modi di sentire, e ritornano più terrene, più sagge, aggiungendo alla funzione basilare della parola il mistero del segreto: "Tremano come testimoni di un miracolo che conoscono soltanto loro".
Non sono parole mie, ma di Luis Sepulveda che nel sito ufficiale del poeta ne elogia lo stile:
Juan Vicente Piqueras è uno dei poeti che accorrono in mio aiuto quando mi accingo a scrivere. Mi nutro della sua freschezza, della sua musicalità, e mi diverto. E non esiste niente di più serio dell'umore che avvolge le sue poesie, che rivela una visione generosa della vita, di quella vita che i Poeti sono condannati a cantare.

Fin qui il post che avevo preparato quasi tre mesi or sono.
Oggi aggiungo che ho avuto la graditissima sorpresa di aver ricevuto dal poeta la risposta alla mia mail, con la quale ha esaudito il mio desiderio.







VIGILIA DI RESTARE


Tutto è pronto: la valigia,
le camicie, le mappe, la fatua speranza.

Mi spolvero le palpebre.
Ho messo all'occhiello
la rosa dei venti.

Tutto è pronto: il mare, l'atlante, l'aria.

Mi manca solo il quando, il dove,
un diario di bordo, le carte
di navigazione, venti a favore,
il coraggio e qualcuno che mi ami
come non so amarmi io.

La nave che non c'è, le mani attonite,
lo sguardo intento, le imboscate,
il filo ombelicale dell'orizzonte
che sottolinea questi versi sospesi...

Tutto è pronto. Sul serio. Invano.






Víspera de quedarse

Todo está preparado: la maleta,
las camisas, los mapas, la fatua esperanza.

Me estoy quitando el polvo de los párpados.
Me he puesto en la solapa
la rosa de los vientos.

Todo está a punto: el mar, el aire, el atlas.

Sólo me falta el cuándo,
el adónde, un cuaderno de bitácora,
cartas de marear, vientos propicios,
valor y alguien que sepa
quererme como no me quiero yo.

El barco que no existe, la mirada,
los peligros, las manos del asombro,
el hilo umbilical del horizonte
que subraya estos versos suspensivos…

Todo está preparado: en serio, en vano.






 Leggi i vecchi commenti


mercoledì 16 novembre 2011

POESIA CHE E' ALTRO - JUAN VICENTE PIQUERAS

martedì, 19 maggio 2009
 

Che ne dite di questa poesia?

P:S.: Titolo corretto direttamente dall'autore. Originale: POEMA QUE ES OTRO...
sarebbe interessante inserirlo anche in lingua originale, non credete?


http://farm3.static.flickr.com/2343/2408370794_a44d9162d5.jpg?v=0



POESIA CHE E' ALTRO

Ho sbagliato vita e quella che conduco
è scritta da nessuno
in una lingua che io non capisco.

Chiudo il libro e gli occhi,
per non veder la luce di quel che mi è negato.

Come chi sbaglia treno in un libro diverso
ho sbagliato la vita
e non so dove mi conduce
questa teoria di errori.


 Leggi i vecchi commenti
 

martedì 15 novembre 2011

JUAN VICENTE PIQUERAS

domenica, 01 marzo 2009

Nelle mie varie peregrinazioni, da una parte all'altra del Web, dalle pagine delle antologie, dei libri trovati - a fatica - ed acquistati con la certezza di avere tra le mani un piccolo capolavoro, mi è capitato di trovare un nuovo poeta spagnolo, autore di una poesia (secondo me) perfetta, per musicalità, contenuti, afflato, pause di tempi di lettura.
Avrei voluto postarla, per non perderla e per condividerla con voi, ma ho scoperto che il poeta in questione vive in Italia, ha un suo sito internet e parla italiano meglio di noi.
Cosa avreste fatto voi?
Si, l'ho fatto anch'io: gli ho scritto, chiedendogli il permesso di postare una sua poesia e il titolo del libro su cui è inserita la traduzione in lingua italiana un'altra sua.
Considerando che non mi ha risposto – e dispero che lo faccia – per non farvi perdere l'opportunità di leggere una poesia veramente pregevole e nello stesso tempo rispettare il riserbo, legittimo dell'autore (In fondo chi sono mai io? Una esibizionista di poesie? Una mediocre in cerca di consensi?), vi inserisco un link per accedere alla lettura di quella che ho trovato in italiano, consigliandovi di “guardarvi d'intorno” mentre siete là. Scoprirete che è anche traduttore di poesie italiane in spagnolo.
Altro non mi sento di dirvi, ma al link troverete la sua biografia e quanto altro possa soddisfare la vostra curiosità o comunque dove reperire ulteriori letture.
Il poeta in questione è Juan Vicente Piqueras e la  poesia che mi ha colpito è VIGILIA DI RESTARE.



juanvicentepiqueras.com/italiano/palme.asp



Più di così, non potevo fare, ma meno di così non volevo fare.
Carla


 Leggi i vecchi commenti