Tradurre una poesia è come scartare un regalo avvolto da tanta carta colorata ed altrettanti nastri con nodi ben stretti. Ma soprattutto il lavoro - o meglio - il piacere di tradurre una buona poesia, è paragonabile a quello che si prova a scriverne una propria, con la differenza che si entra nel mondo dell'autore, se ne intuiscono i pensieri, se ne esplora la saggezza e si torna con qualcosa di nostro: una parola, un modo di accostarla ad altre, di farle risuonare assieme.
E c'è anche un dopo: il ricordo del
verso che s'accende allo sfregare della parola ascoltata per caso e
altrove. Credo che sia fondamentalmente questo il motivo per cui
alcune poesie che di autori contemporanei e che io definirei
estremistiche, per contenuti e stile, non possono trovare uno spazio
tra le Poesie, non ancora almeno. Magari saranno quei semi che
troveranno un buon terreno e germineranno in futuro, ma sarà un futuro in cui sarò
contenta di non esserci.
Ma torniamo a quanto è oggetto del
post.
Cercavo una poesia di Juan in lingua e
mi sono imbattuta nella notizia che aveva conseguito il primo premio
del Concorso di poesia Manuel Alcantara, uno dei più prestigiosi
concorsi della Spagna. Tutti gli articoli erano concordi ed entusiasti sulla
eccezionalità della poetica dell'autore. E' stata una ricerca
difficile, dovendo dapprima partire da niente, poi da un titolo che
però contiene parole di uso comune.
Ed eccola. Credo che questa poesia sia veramente una perla, per tutto quello che è, per costruzione, afflato, contenuto.
Ed eccola. Credo che questa poesia sia veramente una perla, per tutto quello che è, per costruzione, afflato, contenuto.
Dedicata a Carlos
Edmundo de Ory, uno dei più grandi poeti spagnoli, è una composizione
delicata, scritta con occhi umidi. La parola “morte” non compare
nel testo, come se pronunciarla la rendesse vera e irreparabile e
l'assenza di Carlos rendesse l'autore stesso quella formica smarrita.
Uno smarrimento inconscio? Io non
credo. Chi scrive poesie di questo spessore, non lascia niente al
caso e lo si percepisce come uno smarrimento sentito, lo stesso che ci
sorprende quando si rende assente una costante della nostra vita.
Difficile emergere da questa lettura gli stessi, caro Juan, almeno a me non è successo.
a Carlos Edmundo de Ory
Era uno dei tuoi giochi preferiti.
Cosa c'è in una stanza vuota?,
chiedevi. Restavamo in silenzio.
Cosa c'è in una stanza vuota?
Quelli che non conoscevano il gioco
magari rispondevano: Niente, e tu dicevi: No.
Niente è niente, ho detto cosa.
Finché qualcuno diceva, per esempio: Il silenzio.
E tu dicevi: Si.
Un altro diceva: Polvere.
E il gioco prendeva il volo.
Orme di passi sul pavimento.
Un fantasma. Una spina. Il buco
di un chiodo. La penombra.
Un quadrato sulla parete che tradisce
l'assenza di un quadro. Un filo.
Una lettera sul pavimento
L'orma di una mano sulla parete.
Un raggio di sole che entra dalla finestra.
Una ragnatela. Un pezzo
di carta . Un'unghia. Una formica smarrita.
La musica che viene dalla strada
(Esiste una musica senza nessuno che l'ascolti?)
Una chiazza di fumo o di umidità.
Scarabocchi o uccelli o nomi
o un disegno di Laura sulla parete.
Tu dicevi ad ognuno si o no.
Tu lo sapevi. Eri l'ideatore del gioco.
Tu sapevi già, Carlos, quello che c'era
nella stanza vuota dove sei appena entrato.
Era uno dei tuoi giochi preferiti.
- Cosa c'è in una stanza vuota?
- Un fantasma.
- Lo hanno già detto.
- Si, ma quello ch´io dico è un altro.
LA HABITACION VACIA
a Carlos Edmundo de Ory
¿Qué hay en una habitación vacía?,
preguntabas. Guardábamos silencio.
¿Qué hay en una habitación vacía?
Los que no conocían el juego
tal vez decían: Nada, y tú decías: No.
Nada es nada, he dicho qué.
Hasta que alguien decía, por ejemplo: El silencio.
Y tú decías: Sí
Y otro decía: Polvo.
Y el juego comenzaba a tomar vuelo.
Unas huellas de pasos en el suelo.
Un fantasma. Un enchufe. El agujero
de un clavo. La penumbra.
El cuadrado que deja en la pared
la ausencia de un cuadro. Un hilo.
Una carta en el suelo.
La huella de una mano en la pared.
Un rayito de sol que entra por la ventana.
Una telaraña. Un trozo
de papel. Una uña. Una hormiga extraviada.
La música que llega de la calle
(¿hay música sin alguien que la escuche?).
Una mancha de humo o de humedad.
Garabatos o pájaros o nombres
o un dibujo de Laura en la pared.
Tú ibas diciendo sí o no.
Tú lo sabías. Eras el inventor del juego.
Tú ya sabías, Carlos, lo que hay
en la habitación vacía donde acabas de entrar.
Era uno de tus juegos preferidos.
- ¿Qué hay en una habitación vacía?
- Un fantasma.
- Ya lo han dicho.
- Sí, pero el que yo digo es otro.











