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venerdì 27 gennaio 2012

SHLOMO NON E' ANCORA TORNATO - SAVERIO CRISTIANI

Un racconto di Saverio Cristiani  sull'olocausto.

SILENZIO






Shlomo non è ancora tornato.

Poi venne la morte.
Venne un giorno con l’aspetto severo di un ufficiale delle SS che bussando alla mia porta con voce tagliente  mi disse: “seguimi Shlomo, la Germania ha bisogno di te”. Nei suoi occhi, celata dal ghiaccio dell’iride, una promessa ch’era già una sentenza.
E io, che di vita da offrire ne avevo una sola, senza riuscire a spiegarmi il perché, sapevo che sarebbe stata quella l’ultima giornata di sole che avrei osservato.
Sul vagone, con gli altri volti imbalsamati e vinti a contorno, mi muovevo poco per non dare fastidio al vicino; furono giorni duri e insensati, col puzzo di piscio nel naso e la sete compagna di viaggio, a storpiarmi dalla mente il ricordo di ciò che avevo lasciato. Una terra di luce rovente, le rocce bianche a capofitto sul mare di Grecia ed il pane saporito di mia madre sulla tovaglia a fiori.
Era l’alba ad Auschwitz quando arrivammo. Un odore pesante nell’aria ci accolse come presagio, e le nostre file che si allungavano all’ingresso del campo sembravano immensi vermi moribondi. Raccoglievo i pensieri cercando di non tradire la mia paura; ostentavo sicurezza e quando una guardia mi osservò ridendo le mani tremanti mi strinsi il collo nel bavero simulando un freddo che in realtà non provavo.
Era quella la mia morte, l’avevo davanti senza riconoscerla, mascherata dall’agonia inconsapevole di mille altri come me, mille ogni giorno, ed ogni giorno altri mille ancora.
Da allora spogliai uomini e donne come fosse un perdono implorato e non un dovere imposto;  alle vecchie davo le spalle perché il pudore mi fosse complice; con le altre,  mentendo, ridevo più forte per farle affrettare alla porta già spalancata.
“Presto”, sempre più presto ci urlava il Kapò.
Poi, quando tutto era finito,  come rami  da potare nel punto più buio della notte tagliavo loro i capelli per farne memoria, le trecce da una parte, il resto dall’altra.
Era l’unica traccia a rimanere prima del forno, nascosta dal mio scalpiccio viscido tra i corpi ed i sorrisi diafani da estirpare come catena.
Là era sempre inverno, un eterno gennaio grigio di fumo troppo duro a finire.
Sino a che una Pasqua qualsiasi non arrivò qualcuno a liberarci il cielo dalle nubi; e con le divise ornate di stelle rosse che camminavano attonite tra le nostre magrezze, cercammo, ognuno di noi cercò, di trovare quel filo di voce che potesse almeno recitare un “grazie”.
A testa bassa però, pentiti forse d’essere sopravvissuti per poterne raccontare.
Era finita, per molti era finita; non per me.
Ciò che rimane di quel sogno che sogno non era, sopravvive alle notti e ai ricordi; con fatica, con rammarico e pena ma sopravvive.
Così in questo giorno di primavera che nasce  voglio pensare come mi trovassi adesso in un sogno e scrivere di quand’ero vivo.
Perché io ero vivo come pianta, lo ero come animale o come onda; sollevavo il petto al respiro, aprivo gli occhi alla prima luce dell’alba che filtrava tra vetro e persiana, e terminavo il sogno con una stretta di mano alla notte ed una corsa affannosa al futuro.
Ero vivo con l’acqua fresca e ribelle tra le dita, e con una camicia profumata di cotone pulito da indossare prima che il giorno m’incontrasse per via.
Vivevo per strada, tra i ragazzi che andavano affollando la scuola, o nelle sere annoiate d’ottobre deserte d’anime e luce.
Si, io vivevo così, con la gente negli occhi,  e un sorriso profondo nel cuore, felice d’essere e d’esserci senza far torto a nessuno. Se qualcuno mi avesse incontrato, in quelle mattine rapite, avrebbe riconosciuto in me ciò che non può finire, che non è giusto abbandonare. Ciò che non è altro che peccato il solo pensare di poter tacere: io ero vivo.
Poi.
Poi venne la morte.


Ascolto dall'archivio de IL SOLE 24 ORE: GUSEN, il lager fantasma



sabato 21 gennaio 2012

SENZA TITOLO - SAVERIO CRISTIANI

domenica, 04 gennaio 2009

E' bello leggere poesie di autori famosi, ma è ancora più stimolante leggere quelle di chi famoso non è e scoprire che ti lasciano emozioni ancora più forti di quelle dei grandi autori.
L' amicizia con Saverio è iniziata con un mio commento ad una sua poesia, pubblicata in un sito dove sono iscritta. Poi, in momenti di malfunzionamento, ci siamo scambiati mail con poesie e racconti nostri, per arrivare poi a parlarci, attraverso quelli, della nostra vita. Le prime date di queste mail sono così recenti che mi chiedo per quale motivo sia diventato uno dei miei interlocutori più importanti, degli amici più cari, in così poco tempo.
Ma io una risposta ce l'ho.
Ed è con il suo permesso che inserisco questa poesia a cui non ha dato titolo, confidando di poterne inserire altre, per poter dare un più ampio “assaggio” di questo autore.






SENZA TITOLO

Da dove nasce un’onda
che come speranza trema
all’insaputa del Dio di tutti

E non c’è nulla
ch’io possa fare
nulla più
che guardare questo mare



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sabato 26 novembre 2011

1861 - SAVERIO CRISTIANI

lunedì, 17 ottobre 2011
 
E adesso un racconto per spezzare un pò la monotonia ( ! ) delle poesie. Non è un racconto qualunque;  anche se qui l'autore ha abbandonato i suoi periodi poetici, privilegiando uno stile un poco noir.
Quanti si ritrovano nei panni del "ragazzo coi capelli ricci", quante volte abbiamo annaspato dietro  ad una domanda che esigeva una e solo una risposta; ci siamo sentiti diversi forse ed era diversa l'insegnante, ansiosa di rivalersi sui troppi "Zitti ragazzi", adesso che lei aveva la penna in mano con cui scrivere sul suo registro quanto eri andato male, quanto bene, in quella prova orale?
Io trovo realistico il suo stile narrativo, ma della mia stessa opinione devono essere stati quei giudici di concorso che hanno assegnato a questo racconto una menzione speciale.
Un gradito ritorno.




1861


- Questa la so !–pensava il ragazzo coi riccioli in fronte in piedi accanto alla lavagna.
La professoressa aveva un’espressione quasi divertita dietro le lenti panciute, ma con la biro ticchettava nervosamente sul piano della cattedra a sottolineare l’atteggiamento di impaziente attesa.
Si indubbiamente la domanda era proprio facile, doveva solo raccapezzarsi un momento, togliersi dalla testa il fastidioso brusio che non lo abbandonava mai quando era a scuola ed avrebbe finalmente dato almeno quella maledetta risposta.
La classe sonnecchiava dietro di lui, l’interrogazione era iniziata già da dieci minuti ma si era capito subito che sarebbe finita come le altre volte: con un impreparato sul registro inevitabilmente trasformato poi in un pesantissimo due in pagella. E allora a casa sarebbero iniziati i dolori. Respinse in una segreta della sua mente l’eventualità e cercò di concentrarsi sulla richiesta dell’insegnante. Dalla finestra al secondo piano della scuola, i tetti delle case a valle gli sembravano tutti uguali, della stessa tonalità sporca di marrone che però ben faceva risaltare l’azzurro del cielo in lontananza. Nel blu qualche macchia nera impazzita, le rondini di ritorno dall’inverno, lo distrasse rammentandogli che la primavera coi suoi colori era alle porte…
- Allora Giacomo…? – disse l’insegnante interrompendo i suoi pensieri
- Ah….ecco, si , ehm….allora….- rispose lui
- Ma la sai o no….?
- Si professoressa è che sto cercando di, si insomma, di ricordare bene,,,,un momento…. ecco si, allora l’unità Italia è avvenuta nel …1945
Un boato di risate lo sommerse come un’onda; rivolgendosi irato verso i compagni di classe si sentì arrossire in volto. Maledetti stupidi, cosa avrebbe potuto mai aspettarsi da loro, sempre così diligenti. Solo la sua Nora, seduta al secondo banco, era rimasta seria e lo osservava stupita facendo impercettibilmente segno di no col capo: lui la guardò distrattamente, ansioso com’era di fare bella figura con la professoressa, poi tentò un disperato recupero in extremis
- …no…volevo dire…. nel 1947..
Lo schiamazzo fu ancora più grande; c’era chi si batteva la mano sulle cosce dal ridere, e chi amplificava la risposta parlando a voce alta col compagno scimmiottando la voce dell’interrogato. L’insegnante cercò di porre fine a quel bailamme battendo con violenza più volte il pugno sulla cattedra. Quando il silenzio fu tornato lo guardò e senza alcuna espressione sul viso gli disse freddamente
- Puoi andare al tuo posto - mentre la mano armata di matita si muoveva implacabilmente sul registro.
Il ragazzo dai capelli ricci si trascinò verso il banco e si sedette con la testa tra le mani, pensando alla reazione della madre, a casa, quando avrebbe riferito l’esito dell’interrogazione. Sapeva già che sarebbe scoppiata a piangere, gli avrebbe rinfacciato tutti i sacrifici che aveva sostenuto per mandarlo a scuola, come aveva fatto con i suoi fratelli in precedenza; ed a lui non sarebbe rimasto altro da fare che annuire a testa bassa cercando di farsi passare al più presto il malessere che andava montando. Avrebbe voluto dirle di smettere di piangere, che l’amava come nessun altra cosa al mondo e che avrebbe cercato di fare qualsiasi cosa pur di non vederla infelice; si, tutto tranne studiare, tutto purchè qualsiasi cosa fosse fatta all’aperto, al sole, o con la pioggia, ma fuori, coi polmoni pieni d’aria e le mani impegnate a montare, smontare, picchiare battere o manipolare. A fare.
Giacomo era perso nei suoi pensieri e dai banchi accanto proveniva ancora qualche risolino di scherno, ma lui non ci faceva caso; squillò la campanella ad annunciare la ricreazione e vide avvicinarsi un drappello di compagni guidati dal solito gradasso, l’odioso biondo dell’ultimo banco, dalla corporatura imponente.
- Ehilà Giacomino, andata maluccio oggi l’interrogazione eh….?-iniziarono a deriderlo
- Dai lasciatemi perdere – rispose lui sconsolato
- Che ti succede, paura che mammina ti faccia la bua….? Ah ah ah
Il ragazzo non ci vide più dalla rabbia; si scagliò contro il più vicino e cominciò a tempestarlo di pugni e calci. Ma l’altro, il bestione grande e grosso, superata la sorpresa iniziale di essere stato colpito fece valere la sua maggiore altezza, ed i suoi compari gli diedero man forte; ben presto Giacomo si trovò al centro di una gragnuola di colpi che gli arrivavano da tutte le parti. Nella concitazione del momento, annebbiato dal dolore per le botte ricevute, riuscì a distinguere solo Nora che interveniva a difenderlo con le unghie e cercava di colpire gli assalitori; poi, a sua volta centrata da un pugno in volto, cadere rovinosamente sul banco sbattendo la testa contro uno spigolo della cattedra. L’ultima immagine che vide fu quella del primo assalitore che, con un labbro sanguinante, impugnando il piede metallico di una sedia, prima di calargliela sulla testa, gli diceva
- Adesso ti ci mando io a fare la nanna…
Poi fu il buio


La pala meccanica continua il suo avanti e indietro sbuffando fumo nero, ed erodendo lentamente ma con voracità il grande mucchio di ghiaia. I camion arrivano, si fermano accanto alla macchina e quando sono carichi il manovratore, con un gesto del capo che gli scuote i riccioli dalla fronte, fa loro segno di andare; è subito il turno di un altro camion e così via. Alla fine della giornata l’uomo scende con un balzo dall’abitacolo e accelerando il passo abbandona la macchina fumando una sigaretta; giunto alla baracca si toglie la tuta ed indossato il giubbotto di jeans si avvia lungo la strada che lo porterà a casa.
Nora lo aspetta in cucina, spignattando tra le casseruole.
- Allora tesoro, com’è andata oggi?
- Come al solito, amore mio, come al solito – risponde lui annusando l’aria che sa di buono.
Lei lo guarda con amore, e trascinandosi con fatica la gamba offesa gli si avvicina per abbracciarlo, poi torna ai fornelli.
Mentre poco dopo Giacomo sente la polvere scivolargli addosso sotto al getto della doccia ripensa alla moglie, alla sua menomazione così devastante, ed a quel maledetto giorno a scuola quando tutto aveva avuto inizio; rammenta bene la sensazione di smarrimento ed il senso di colpa quando qualche giorno dopo gli avevano detto che in seguito all’incidente in classe Nora avrebbe perso l’uso di una gamba.
La vita di uno zoppo non è priva di insidie, prime fra tutte quelle nella propria testa; e l’uomo lo sa bene, l’ha sempre saputo sin dal primo momento in cui le aveva chiesto di sposarlo, appena finita la scuola.
Gli occhi della ragazza ridevano di gioia quel giorno, ma lei abbassava continuamente lo sguardo quasi vergognandosi di essere stata richiesta in sposa; e facendolo e si toccava senza rendersene conto la coscia morta.
Ancora oggi lui la rivede entrare in chiesa, bella e luminosa come una stella, con l’abito bianco a nasconderla sino ai piedi; e a rammentare quel passo trascinato e incerto tra i banchi gremiti gli si stringe il cuore.
Poi però un pensiero gli allevia la pesantezza d’animo: ripensa alla cava, ai grandi mucchi di ghiaia che ha ereditato dal suocero e che da dieci anni gestisce con profitto. L’estensione del terreno è grande, e solo lui conosce bene ogni singola asperità ogni lotto dove andare a scavare, identificato con una targhetta numerata inchiodata su di un paletto; così come conosce i punti ai quali è meglio stare lontano.
Ricorda ancora bene quello esatto dove fece scomparire la prima auto. Pochi colpi di benna dell’escavatore ben calibrati e la buca era pronta a ricevere la piccola utilitaria con il suo conducente, ormai quasi cadavere a bordo.
Mentre rinveniva, il biondino massiccio aveva avuto il tempo di guardarlo un’ultima volta dall’abitacolo della vettura in fondo alla buca; ma la prima bennata di massi sul tetto aveva spento ogni speranza da quegli occhi terrorizzati. E l’uomo dai capelli ricci si era sentito improvvisamente più leggero, quasi si fosse tolto quelle pietre dal cuore.
Certo c’era voluto tempo a ritrovare anche il resto della banda, ma uno dopo l’altro erano tutti finiti là sotto, a farsi compagnia da buoni compagni di classe in attesa del suono di una nuova campanella a liberarli.
E tutti sepolti sotto al lotto contrassegnato dalla targhetta col numero 1861.



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domenica 20 novembre 2011

CATERINA CHE TORNA DAL BUIO - CRISTIANI SAVERIO

lunedì, 15 novembre 2010
CATERINA CHE TORNA DAL BUIO - CRISTIANI SAVERIO
 
Innanzitutto scusatemi per  questa mia assenza, vedrò di farmi perdonare con questo racconto.
Non sono poi molte le penne capaci di creare racconti intrisi di poesia come questo che inserisco oggi, anche se  devo dire che preferisco quelle sue storie che hanno una soluzione inaspettata, come quelle che vi ho già proposto.
Ed è a malincuore che riconosco che il livello dei suoi racconti supera quello delle sue poesie.






CATERINA CHE TORNA DAL BUIO

“Giocavamo con le parole, ricordi Caterina ?
Sotto ai pini nelle notti d’agosto tu fingevi di allontanarti, poi tornavi, sorridendo nel buio. Intravedevo il tuo volto alla luce bianca che dai lampioni lontani riusciva a perforare il muro di rami intorno a noi.
Dio com’eri bella quella sera, quando seduti sul muretto mezzo diroccato, un po’ fuori mano, parlammo di noi, e dell’universo; di come avremmo potuto cambiarlo con pochi gesti mirati, quasi fossimo maghi provetti; e di quanto invece la nostra giornata non riuscisse a riflettere nulla più che una timida speranza di vita davanti a tanto ignoto.
Ma il tuo sguardo parlava, anche nell’oscurità mi raccontava cose, prometteva mondi e colori e profumi mai nemmeno immaginati.
- come si chiama la tua ragazza ?
- non ce l’ho una ragazza
- ah, e come mai ?
- beh…
Ti avvicinasti a me, strisciando coi jeans sui vecchi mattoni, mi prendesti una mano e, guardandomi dritto negli occhi per vedere la mia reazione, la posasti piano sul tuo seno.
Io ero a disagio, avevo paura di rovinare tutto facendo qualcosa di sbagliato, forse addirittura smisi di respirare per un po’. Poi tu sollevasti la maglietta e mi sussurrasti:
- vuoi provare così?
Allora mi chinai verso i tuoi seni nudi e delicatamente li baciai a punta di labbra, come fossero cristallo. Le tue mani fecero da corona ai miei capelli, ed io rimasi a lungo così, abbracciato a te, col solo desiderio di sentirti fremere o di respirare all’unisono con te.
Ma avevamo appena iniziato a giocare, ancora non sapevamo che erano solo parole, e forse nemmeno quelle giuste.
Sai Caterina, io credo che tutte le storie d’amore, anche quelle sbagliate, inizino con un bacio.
Così fu per noi in quella sera d’agosto; e quel contatto segnò poi le mille scorribande che ci videro tante volte cadere per dopo rialzarsi ancora vivi, si, ma feriti.
Divenne prima pietra posata, fondamento e sostanza per tutto quel grande edificio che purtroppo non siamo stati in grado di costruire. Fummo pessimi muratori, vero? Troppo impegnati a vanificare la nostra arte in misere schermaglie da pezzenti.
Ci pensò il tempo a segnarci, benedicendo le buone intenzioni dei giovani amanti, ma nel contempo avvelenandoci sonni e lontananze col pensiero rivolto ad azioni che non avremmo mai compiuto.
Ora vedi, sono qui a parlarti, i capelli che accarezzasti sono in gran parte bianchi, e qualche brillante dottore ritiene che ora dovrei stare al caldo, per dar cura a nipoti e azalee allo stesso modo col quale mi dedico a te in questo momento.
Il tuo uomo, nella stanza accanto, parla coi figli una lingua che non conosco; ma quando mi ha chiamato dicendomi di te ho inteso bene; ho capito il suo tono che tanto somigliava ad una supplica. Ed eccomi qui, a cercare di farti uscire ancora una volta dal buio.
Sei sempre bella, sai, anche immobile tra le lenzuola asettiche di questo letto; e nel guardarti respirare in questo sonno ostinato mi chiedo come abbiamo fatto, per quale strano sortilegio siamo stati separati, perché i nostri cuori non hanno saputo battere con lo stesso identico ritmo che tanto facilmente avremmo potuto imparare.
Tornassi indietro ora, potesse qualche misteriosa magia trasportarmi a ritroso nel tempo su quel muretto, che pure ancora dovrà esistere, non ti sfiorerei più il seno. Ti prenderei il volto tra le mani e ti bacerei la fronte, poi ti farei nascondere nell’oscurità per provare a me stesso di essere in grado di ritrovarti. E se ci riuscissi allora si ti bacerei, e da lì avrebbe inizio veramente una bella storia da raccontare, non credi ?”

L’uomo tacque, osservando la donna stesa davanti a lui ed accarezzandole piano una mano. Poi, con un gesto improvviso si alzò, e chinandosi avvicinò la bocca all’orecchio di lei sussurrandole:
“sai, ancora non ce l’ho una ragazza…””
Mentre lui si rialzava, voltandosi verso la porta, un timido sorriso appena accennato parve illuminare il volto della donna; o forse fu solo lo scomparire di una nube passeggera a dar vita immaginaria a quel volto.
Poi, come ad un segnale convenuto chissà quanto tempo prima, in chissà quale universo, nello stesso momento in cui lui usciva dalla stanza, lei aprì gli occhi.


ACQUERELLO - SAVERIO CRISTIANI

lunedì, 13 settembre 2010
ACQUERELLO - SAVERIO CRISTIANI
 
Dopo un periodo passato a scrivere, con successo, altre cose, Cristiani è tornato ad esprimersi in poesia.
Tra i suoi nuovi scritti ho scelto questo per la maturità del suo svolgersi, il dipanarsi dentro binari precisi, a partire dal'lincipit, che ci introduce subito dentro la poesia  e lo stile di scrittura pulito che gli è proprio. Per una volta senza malinconia.





ACQUERELLO


Ti osservo aggrottare le ciglia
opaco il tremore del mento
che fende rabbia ed orgoglio
in disuso d’amore.


Passerò anche stavolta
dal vaglio stretto dei tuoi silenzi
costruendomi addosso nuove verità
e facendo ammenda per tutte le altre
mai conquistate,
forse mai nemmeno desiderate.


Così tu, che ora non sorridi
potrai amarmi per noia,
e magari io annoiarti d’amore
sin che al fine per noi due rimanga
di oggi solo un ricordo sbiadito
come di matita disegnata dall’acqua





IL SACCO - SAVERIO CRISTIANI

domenica, 25 luglio 2010
 
A questo punto, un  piccolo stacco dalla poesia ci vuole.
Questo post, preparato da tempo, è perfetto dopo la poesia di Turoldo appena inserita che  lo introduce in un certo senso, nel contenuto.




IL SACCO

C’è qualcosa che si muove là dentro.
Lo vedo distintamente, pur nello sferragliare del vagone lercio di questa metropolitana, mi pare evidente che quel sacco di plastica nera si sta muovendo.
Sono impercettibili vibrazioni, rigonfiamenti appena accennati, ma sicuramente deve esserci qualcosa al suo interno.
Sarà un animale? Non si direbbe, non emette alcun verso.
E poi come mai si trova posato sul sedile, senza nessuno attorno.? Chi l’avrà abbandonato? Chissà da quanto tempo è lì, e non c’è nemmeno un’anima che lo reclami o si avvicini almeno a curiosare.
Anzi, più prosegue il viaggio meno gente resta sul vagone.
Il neon lampeggia con fredda intermittenza, sarà guasto, e nel chiaroscuro osservo il sacco con la coda dell’occhio.
Ha una forma differente adesso. Sembra un gatto. Un grosso gatto nero. Riconosco bene la coda, attorcigliata come punto interrogativo e le orecchie a punta, poi la forma si scompone, e torna sacco seduto.
Ma che diavolo ci sarà dentro?
Mi osservo intorno cercando conforto in qualche altro passeggero, ma in fondo al vagone è rimasto solo un prete, che sta per scendere. Ecco, il vagone si è fermato, e lui infila rapido l’uscita.
Nessuno sale.
Sono rimasto solo.
Con quel maledetto sacco della spazzatura.
Come partiamo ricomincia a muoversi.
Stavolta più freneticamente, sembra ci sia dentro un pugile che tira all’impazzata. Vedo la plastica nera tendersi e formare delle pieghe poi ritrarsi ed un nuovo bozzo formarsi poco più in là. Nessun rumore, solo la forma che cambia e si trasforma. Adesso si è fermato: ha assunto la forma di una poltrona.
Una poltrona nera di quelle imbottite, grosse e rassicuranti. Se non fosse che so per certo trattarsi di un sacco dell’immondizia mi ci siederei. Ma non faccio in tempo a pensarci che la poltrona si scioglie, ed il sacco torna a sformarsi.
Questo viaggio sembra non finire mai. Non ricordo nemmeno dove sono salito e, ancor peggio, dove devo scendere; ma non mi importa.
C’è solo il sacco a occupare la mia attenzione; adesso mi ci sono seduto di fronte, tirandomi appresso la borsa con la spesa.
Lui continua a muoversi più nervosamente, ed avverto chiaro lo sfrigolio della plastica. Ora si espande, è diventato molto più grande, occupa due sedili. E continua a sfarfugliare con movimento continuo; sembra quasi una cosa amorfa che cerca la sua perfezione, ma come dannato di un girone infernale si agita senza pace e senza poterla trovare.
Adesso è enorme, ha iniziato a strabordare dai sedili espandendosi e ritraendosi come respiro.
Nella sua disperazione riconosco forme che non ricordavo, una pianta, un volto che ride, una barca….. tutto mi appare come un immenso caleidoscopio di oggetti che si accavallano e che riconosco senza sapermi spiegare perché mi si formino le loro immagini davanti.
Ad un tratto la voce dall’altoparlante annuncia il capolinea. E mentre il treno sta per fermarsi il sacco assume una sagoma definita: una porta.
Ne riconosco gli stipiti, i contorni, ed il grande pannello nero che è la porta vera e propria. Sembra adesso una forma definitiva, la plastica non trema più; e pare che quella barriera rigida da valicare sia sempre stata lì ad aspettarmi
E’ ferma davanti a me, invitante con quel suo nero lucido che mi attrae …… e proprio nel momento in cui il vagone si ferma con l’ultimo lancinante stridio di freni, senza esitazione afferro la maniglia e spingo con forza….
Mi sveglio di soprassalto; siamo giunti a fine corsa e sono rimasto solo nel vagone. La luce è spenta, e un vago chiarore che proviene dalla stazione sotterranea è l’unica cosa che mi consente di vedere dove mi trovo.
Accanto a me un sacco nero.
Quel sacco nero.
Immobile, con la forma di sacco come l’ho sempre conosciuta.
Quasi intimorito lo tocco con la punta di un dito.
Nulla.
Poi, nella quasi oscurità che mi circonda, lo prendo tra le mani cercando di capire cosa ci sia dentro. Ma il sacco non ha peso né consistenza.
Lo spremo dapprima delicatamente, poi man mano schiacciandolo con rabbia crescente come fosse un palloncino per farne uscire l’aria finchè non mi resta tra le mani un groviglio di plastica nera appallottolata.
Scoprirlo vuoto mi tranquillizza, ed il senso di ansia che si era impadronito di me nel sogno sta gradualmente scomparendo.
Uscendo dal vagone lo getto in un cestino dei rifiuti già quasi colmo e mi avvio sulle scale mobili con la spesa che mi sbatte tra le ginocchia.
E’ tardi, e dall’ultimo bar al livello superiore il barista, un giovane di colore, con il corpetto bordò ed il papillon nero della divisa, mi rivolge un’occhiata stanca mentre abbassa la saracinesca e con un bisbiglio appena udibile mi sussurra
- ben arrivato
Lo osservo senza rallentare il passo e pur non comprendendo il perchè delle sue parole mi affretto verso l’ultima rampa di scale e finalmente esco all’aperto.
Appena fuori mi accendo una sigaretta, e guardo il fumo disperdersi nell’aria. Tutto intorno è deserto e c’è un odore particolare per strada, un sentore di vecchio e di stantio, quasi opprimente.
Strano, non ci sono stelle in cielo, mi sembra di ricordare che quando sono entrato nella metro, un’ora prima o forse erano due ?… era sereno e c’era la luna piena. Ora invece il cielo è completamente buio, nero come la pece, e come la pece a tratti luccicante …… sembra quasi….. non è possibile……
l’interno di un sacco….!!




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sabato 19 novembre 2011

E' TEMPO - SAVERIO CRISTIANI

sabato, 13 marzo 2010
E' TEMPO - SAVERIO CRISTIANI
 
Una nuova poesia dell'amico Saverio.
Anche se sul tempo sono in molti ad aver scritto, di questa sua mi colpisce molto la strofa centrale che  sembra indurre alla riflessione, alla ricerca di un equilibrio, con il respirare "profondo ed intenso" che cerca negli odori un segno.
Di  novità, di cambiamento o di un ricordo, una presenza di cui riappropriarsi.
Insolita ma efficace, l'immagine dei  "vecchi appesi al bicchiere".






                   E' TEMPO


E’ tempo di risveglio
per esser scelti
o per tornare a scegliere
se vivere o mendicare
tirando sera
come al bar della stazione
i vecchi appesi al bicchiere.

E’ tempo di respiro
profondo ed intenso
assaporando l’aria e i suoi odori
poi rilasciare il petto
e calmare l’ansia
che a notte morde come fuoco.

E’ tempo infine ed ora
di pensiero come quercia saldo
cui appendersi per non cadere
che per altri voli non c’è ala
su cui confidare
né vento bastante
da poter cavalcare




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ORO GREZZO - SAVERIO CRISTIANI

sabato, 12 dicembre 2009

L'amico Saverio ha relegato in secondo - o terzo - piano la sua attività di poeta, preferendole i racconti e...altri hobby, non meno importanti e soddisfacenti.
Ogni tanto ritrovo cose sue, salvate sul PC, per fortuna.






ORO GREZZO




Tratterrò il respiro per non svegliarti ancora.
Se lo vorrai camminerò scalzo al suolo
ed al mondo renderò amore per amore
come oro grezzo sciolto al sole
delle mie estati mute.
Ma non ti serberò rancore alcuno
perché di tutto ciò
non resterà che un semplice frammento
pesante alle mani,
reso frutto e non più arte,
ruvido ed aspro
come corteccia ad offendere il muschio
che veste roccia ed anima
nello stesso stupido modo






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venerdì 18 novembre 2011

RIVERBERO - SAVERIO CRISTIANI

giovedì, 19 novembre 2009

Avevo preparato il post di questa poesia  da tanto tempo e poi ho avuto sempre cose nuove e più belle di questo autore da inserire.
L'ho ritrovata frugando tra le cose pronte e come quando l'ho letta la prima volta, sono rimasta abbagliata dai versi finali: pochi poeti riescono a realizzare una chiusa così.






RIVERBERO


Attraverso cieli muti d’azzurro
mi raccolgo ed aspetto a sera
il profumo d’estate che manca.

Così, perduto tra il bianco ai capelli,
di sangue io vivo,
ma da spina malato
accarezzo il tuo ricordo
sin che verso di civetta
come respiro m’agiti
e pretenda fede.

E’ questo il momento,
la magia strana di sapere
che io sono
anche se non esisto
che tu esisti
anche se non ci sei.




giovedì 17 novembre 2011

DOPO L'AMORE - SAVERIO CRISTIANI

mercoledì, 28 ottobre 2009
DOPO L'AMORE - SAVERIO CRISTIANI

Troppa tristezza, vero?
Meglio una poesia d'amore. Per quanto l'amico Saverio mi rimproveri di scrivere sempre cose tristi, anche lui mica scherza!
Questa poesia è edita, ed è tratta dal suo libro "LE LUMACHE ed altri racconti (forse) fantastici".
In attesa di proporvi qualcosa dal suo nuovo libro.






DOPO L'AMORE



Voltando la testa
leggermente
ti vedrò addormentata
in penombra
e tacerò di noi
anche con me

Ti toccherò le labbra
e la fronte
senza svegliarci
così sarà tempo
o sarà sogno
o primavera



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LA CONCHIGLIA DI FIBONACCI - SAVERIO CRISTIANI

venerdì, 09 ottobre 2009

Oggi sono stata a Pisa.
Una bella giornata immersa nell'atmosfera della sua Università.
Mi sono venute in mente molte cose, tra le tante, mio cugino che in una sua visita, tanto tempo fà, si è fatto una fotografia abbracciato alla statua di Fibonacci (questa qua sotto, ndr) - ma lui è un "matematico", proprio innamorato della sua materia - e questo racconto, decisamente ingegnoso.



 




 



















LA CONCHIGLIA DI FIBONACCI






Il primo a parlare fu il rappresentate della vecchia Unione Sovietica.
Il volto grasso e gli abiti sgualciti, mani piccole e sudaticce che mulinava in aria vantando una sicurezza che tutti i presenti sapevano fittizia, l’uomo parlò per oltre venti minuti senza dar segno di stanchezza.
Con veemenza portò le proprie ragioni, esaltando le conquiste del suo regime, l’unità, la compattezza dei Soviet che per tanti anni si erano di fatto occupati della vita di milioni di persone ed ora erano messi in pericolo da questa inaspettata minaccia.
Dopo il russo fu la volta del rappresentante cinese, poi di quello indiano e via di seguito tutti gli altri. Ognuno con le proprie rivendicazioni, il diritto vantato a diverso titolo nei confronti dell’assemblea per poter ottenere l’intervento immediato delle forze di sicurezza.
In un angolo della sala un uomo anziano dall’aspetto tanto mite quanto trasandato, con una folta capigliatura bianca ad incorniciargli il volto e la camicia fuori dai pantaloni, continuava ad esaminare alcune delle montagne di rapporti che si accumulavano sul tavolo della zona comune. Il professor Lawrence Jacob, ogni tanto alzava la testa dal suo computer portatile, rivolgeva lo sguardo verso l’oratore di turno sistemandosi gli occhiali sulla punta del naso, si sistemava alla meglio la camicia nei calzoni, poi tornava imperterrito a tuffare lo sguardo nello schermo colorato.

Il palazzo delle Nazioni Unite viveva in quei giorni di fine novembre un fervore ed una iperattività come non capitava da anni.
Le delegazioni di tutti i paesi del mondo erano presenti in forze per cercare di scongiurare la minaccia che da qualche giorno sembrava aver investito ogni singolo paese della terra.
A tutte le latitudini, da oltre un mese, erano in corso delle micro ribellioni. Gruppuscoli isolati di contestatori si organizzavano in vere e proprie formazioni paramilitari ed attaccavano i presidi governativi, fossero caserme di polizia o penitenziari, o più semplicemente simboli del potere, come comuni, tribunali o sedi di ministeri.
All’inizio ogni governo aveva considerato la cosa poco più di una seccatura, una di quelle che ciclicamente capitano e che si risolvono in breve in una nuvola di fumo.
Ma non era così, non questa volta.
Il prof. Jacob intanto lavorava senza interruzione, confrontando dati, realizzando complessi diagrammi, ed astraendosi in tal modo dalle discussioni che i politici continuavano a portare avanti; la loro litigiosità era appena mitigata dall’emergenza, ma ogni tanto i dissidi tornavano a galla, e più di una volta si era quasi sfiorato lo scontro fisico tra alcuni diplomatici di stati antagonisti.
Quello che mancava era la visione d’insieme della cosa; oltretutto all’inizio ogni governo aveva cercato di tenere il più possibile nascosta la notizia per non alimentare ulteriori focolai di rivolta.
Il risultato di questa grossolana sottovalutazione era adesso drammaticamente esploso ed i singoli rappresentanti di ogni paese cercavano dall’Onu risposte ed aiuti impossibili da pianificare su scala planetaria.
Per fare questo tutte le delegazioni si erano rinchiuse nel salone principale del palazzo di vetro, ognuna occupando oltre alle proprie poltrone anche significative porzioni degli spazi comuni, ed isolandosi di fatto dal resto del mondo.
Dall’esterno nessuna informazione non strettamente necessaria a fronteggiare la crisi avrebbe dovuto raggiungere chicchessia per non influenzare le eventuali decisioni che fossero maturate all’interno del palazzo e che avrebbero potuto compromettere i rapporti tra nazioni con interessi divergenti.
Si era ad un passo dal caos.

********

Era quasi Natale
Le piccole ribellioni avevano ormai assunto quasi ovunque le caratteristiche di una vera e propria rivoluzione: esecuzioni sommarie, devastazioni, razzie e stupri dilagavano in tutto il mondo. Stava chiaramente risalendo in superficie la parte bestiale dell’essere umano.
Una sorta di pazzia collettiva si era impadronita della gente ed era sempre più difficile arginare i tumulti.

I maggiori esperti di ogni stato, scienziati, militari, politici, erano in riunione congiunta senza interruzione giorno e notte, e per fare questo persino le vecchie rivalità sembravano essere state messe da parte, quasi si fosse tutti topi inermi sulla stessa barca che sta affondando.

Le discussioni su come fronteggiare l’emergenza proseguivano incessantemente, interrotte solo dai periodici rifornimenti di viveri che raggiungevano la sala e venivano consumati sul posto.
Il salone delle delegazioni era ormai ridotto ad un bivacco dopo giorni e giorni di forzata permanenza al suo interno di quella maleassortita combriccola che aveva nelle mani le sorti del pianeta; ma il morale era basso, sia per la mancanza di risultati apprezzabili, sia per il senso di impotenza che andava man mano impadronendosi di quelli che avrebbero dovuto essere i migliori cervelli del pianeta.
Finchè finalmente un pomeriggio, dopo estenuanti settimane di discussioni, dagli altoparlanti posti negli angoli una voce piatta ma decisa sovrastò per un attimo il brusio confuso della sala
“ho scoperto cosa è successo….”
Le voci continuarono ancora per qualche secondo a ciarlare, interrotte da improvvisi “shhhh” di chi invece voleva ascoltare. Quasi tutti si voltarono verso il tavolo principale dove era posizionato il microfono per vedere chi avesse parlato.
Il presidente dell’assemblea, un diplomatico statunitense di lungo corso, si avvicinò a quello che gli sembrava nulla più che un ometto mite e dall’aspetto trasandato dicendogli:
“si qualifichi e ripeta a tutti cosa ha detto”.
“ho scoperto cosa è successo…. E per rispondere alla sua prima domanda sono il professor Lawrence Jacob, docente di analisi matematica all’università di Dresda”
“e cosa sarebbe successo, sentiamo…?” lo apostrofò ironicamente un altro diplomatico di indefinibile origine asiatica.
“Bè, non so quanti di voi conoscano il nome Fibonacci…… ma proverò a spiegarlo io.
Leonardo Fibonacci era un matematico vissuto in Italia nella prima metà del tredicesimo secolo. Le sue opere non sono di particolare rilevanza scientifica, e nemmeno storica. In effetti la sua vita era divisa tra gli studi matematici e le attività commerciali della sua famiglia.
Tuttavia è passato alla storia per la sequenza numerica che da lui prende nome: i numeri di Fibonacci….”
“ma di che diavolo sta parlando?” -lo interruppe sgarbatamente una donna – “i nostri popoli si stanno ammazzando per le strade e lei ci parla di matematica?”
“la prego –intervenne l’ambasciatore cubano- lo lasci parlare, sentiamo cos’ha da dire” -poi rivolgendosi all’uomo- “ continui professore”
“la sequenza di Fibonacci è relativamente semplice da capire: ogni termine, ogni numero della sequenza –a parte i primi due- è il risultato della somma dei due precedenti. Così iniziando a contare dal numero 0 avremo
0 , 1 , 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55. 89, 144, 233…. E così via.
La rappresentazione naturale di questi numeri è sotto gli occhi di tutti: la normalissima spirale delle conchiglie di mare è la trasposizione geometrica della sequenza di Fibonacci. Solo che nel caso della conchiglia la sequenza ha fine, mentre nella matematica teorica non c’è alcun punto di arrivo visto il numero infinito di numeri. Ogni somma col precedente, in assenza di un “recinto” che ne rappresenti la fine, non fa che ingrossare l’ultimo numero della serie.
“e questo cosa spiega” - chiese la donna
“mi lasci terminare e sarà tutto chiaro.
Il primo episodio significativo di ribellione di cui abbiamo notizia sarebbe avvenuto circa un mese e mezzo fa, per la precisione… vediamo, ecco –disse estraendo un foglio spiegazzato dalla tasca- l’otto novembre in una regione della Cina centrale. Abbiamo altresì notizia che nelle ore immediatamente seguenti si verificarono incidenti anche a Perth, in Australia, a Cancun, in un villaggio dell’Egitto meridionale, ad Arles in Francia, ad Anchorage in Alaska, a Quito ed a Khabarovsk in Siberia. Questi sono i primi dati certi e statisticamente significativi di cui disponiamo. Alcuni di questi eventi –ma non tutti- erano già iniziati alcuni giorni prima, ma le rilevazioni non ci dicono quali in quanto i fenomeni erano ancora ritenuti occasionali e non legati tra loro, come ancora si pensò per parecchi giorni.
Come potete notare si tratta di otto casi. E’ ragionevole ritenere che l’inizio di tutto sia da ascrivere ad uno di questi focolai ,e personalmente ritengo si tratti di Cancun anche se non ho prove in merito.
Nei giorni seguenti, con andamento a macchia di leopardo, ma con sempre maggiore intensità e frequenza, i focolai si sono moltiplicati, quasi esistesse una coscienza collettiva condivisa….Ad esempio sappiamo che già tre giorni dopo le ribellioni nel mondo erano diventate 34…
“E da tutto questo bel ragionamento cosa possiamo concludere” - interruppe con impazienza la solita donna.
“Purtroppo niente di buono –continuò impassibile il professore - Vede signora…”
“.Alicia Van De Bilt, delegazione olandese” – rispose lei
“..: vede signora Van De Bilt, se la mia teoria è giusta ne avremo prova entro un giorno o due al massimo. Perché credo che la ribellione in corso si sia inspiegabilmente diffusa con lo stesso schema della sequenza di Fibonacci; sono convinto che con un meccanismo analogo si siano sommati incidenti ad incidenti coinvolgendo sempre un maggio numero di persone in tutto il pianeta….
…mon Dieux…- esclamò l’ambasciatore Francese mentre un mormorio sommesso animava la sala attentissima.
Ma se così fosse – disse l’ambasciatore cubano – visto che gli abitanti del pianeta sono poco meno di otto miliardi……
…e che l’episodio iniziale, ricostruito a ritroso dai dati che ci ha mostrato, dovrebbe aver avuto inizio il primo giorno di novembre….-continuò un tecnico americano- adesso dovremmo essere intorno al…cinquantesimo grado della successione….quindi…
…saremmo incredibilmente vicini alla fine – continuò per lui il prof. Jacob –
ipotizzando che ogni evento compreso il primo, abbia avuto luogo tra pochissime persone, forse addirittura un solo individuo, giunti al grado attuale secondo la progressione di Fibonacci…. si è saturato il numero di abitanti del pianeta. Il cinquantesimo grado della sequenza ci porta al numero di 7.778.742.049 …
Tornando all’esempio della nostra conchiglia, dovremmo aver raggiunto oggi il “recinto” che delimita la fine della spirale.
Mentre pronunciava queste parole il rimbombo di una serie di potenti esplosioni giunse da lontano.
Tutti i presenti si alzarono quasi contemporaneamente ed avvicinandosi alle grandi vetrate cominciarono a vociare ed urlare, sino a generare un caos indescrivibile.
Il professore sorridendo si sedette, sentendo in cuor suo quasi la stessa soddisfazione che provava alla fine di una complessa dimostrazione alla lavagna per i suoi alunni; richiuse la sua cartella e si sedette sfogliando l’agendina settimanale.
Con mano tremante pose una grande X rossa su quel drammatico giorno.
Era il 21.12.2012

NORD (Inis Mor) - SAVERIO CRISTIANI

giovedì, 17 settembre 2009
NORD (Inis Mor) - SAVERIO CRISTIANI


Viaggiare stimola la fantasia e paesaggi come questo sotto, questi versi che l'autore mi ha inviato nella loro stesura definitiva. 
Colgo l'occasione per ringraziarlo di aver mi concesso di farlo  essere  presente ancora qui, segno di un'amicizia che non so quanto ho meritato.







NORD (Inis Mor)


Ho passo d'erba
e maestrale ai capelli

Di luce vestita
la roccia
è festa ai miei occhi
schiuma che vola
nel coro del vento

 

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POESIA PER TE - SAVERIO CRISTIANI

lunedì, 10 agosto 2009
POESIA PER TE - SAVERIO CRISTIANI

Ritrovata per caso, cercando....altro.
So che l'autore ci tiene molto.
Mi spiace di averlo fatto attendere così tanto per la pubblicazione: l'avevo dimenticata.







POESIA PER TE

Ah che bella questa notte di marzo
che vedo arrivare
con tante stelle appese lassù
che non le riesci a contare
sparse a caso da mano esperta
la mano di Dio
che sceglie i suoi figli
che semina stelle
e accende speranze
e poi le guarda morire

Ah che bella questa notte, sapessi,
che sento vibrare
dal tuo cielo lontano, io credo,
mi potresti toccare
una strana magia come sonno che scende
ci farebbe incontrare
nel sogno che avrai
nelle cose che vedi
tra le piante ed il lago
mi vedrai comparire

Ah bella mia, mi manchi stanotte
non lasciarmi morire
dai miei giorni feriti, ti prego
facci ancora sognare
che stanotte finisce anzitempo
col canto del gallo
o un rintocco lontano
a lasciarci pian piano
ancora una volta
da soli svegliare

12 marzo 2008, ore 23,50, in auto di notte tra le colline


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QUANDO TORNERO' DALLA NOTTE - SAVERIO CRISTIANI

domenica, 19 luglio 2009
QUANDO TORNERO' DALLA NOTTE - SAVERIO CRISTIANI

Il troppo lavoro (in questo periodo ne accuso la stanchezza) mi porta alla ricerca di nuovi versi.
Non tutti quelli che leggo valgono la pena di un post, ma oggi sono stata fortunata e ne ho potuto inserire ben tre.
Ma poi ho ritrovato anche questa poesia nei miei file, una poesia che ho subito amato, e non sono riuscita a rimandarne l'inserimento. Sono sicura che avreste fatto come me.







QUANDO TORNERO' DALLA NOTTE


Saranno salmi a recitare
con mani giunte
e sguardo tra i piedi
ad implorare
ciò che vedrai di me
un giorno.

Ti porgerò doni
fra carezze riesumate
e cento altre meraviglie
per sentirti finalmente
almeno un volta ancora
alitarmi in viso
come fu tanto tempo fa

Regina dai tempi sbagliati
dovrai inchinarti allora
lo dovrai tuo malgrado
e davanti a tanta speranza
mi accoglierai
e mi guiderai
come acqua di fiume
che inevitabile
si annega nel mare.



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AUTAN BLANC - SAVERIO CRISTIANI

venerdì, 03 luglio 2009
AUTAN BLANC - SAVERIO CRISTIANI

Ecco una poesia che rende soddisfatto di sè  il mio ipercritico amico, contrariamente ad altri suoi testi che io invece  vi ho proposto, dandovi  modo di constatare quanto siano invece sempre magici.
Il titolo di questa poesia mi aveva un pò sorpreso, ma una nota didascalica mi ha chiarito l'arcano.
Ve la riporto:

L’Autan è l’insieme dei venti marini che spirano da sud-est nel bacino del mediterraneo. L’’Autan blanc è il vento caldo e secco che proviene dal massiccio centrale e contrasta gli effetti della frescura marina.









AUTAN BLANC



Forse sarebbe sufficiente quel filo di vento

che a sera accompagna le falene al buio

per farmi a un tratto ricordare

gli odori di casa dalle porte spalancate sull’estate

le chiassose compagnie e gli spettri giocosi

a rincorrersi sui prati della notte









Bastasse quello per riportarmi indietro,

salirei i tuoi gradini

col passo sonnacchioso dei pomeriggi afoni d’agosto

e nel bicchiere terrei granita e limone,

per la sete di te che non si placa.







Bastasse quello sarei già per via,

navigante affannato,

vela alla mano e bussola al sole

ad affrettare rotte

e santificare desideri

senza altra destinazione

da potere concepire

se non te










E di questo infinito viaggio,

come mappa tracciata,

solo parole sparse

da seminare nella scia

che questa piuma di vento morente

mi ruba alle mani





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mercoledì 16 novembre 2011

IL REGALO - CRISTIANI SAVERIO

mercoledì, 10 giugno 2009
 
 Ecco come definisce  un  "Regalo"  Saverio Cristiani......

    ' , ! ? :
...solo vecchie cose...
Meglio lasciar perdere...
migliore - idoneo - curioso - adatto - freddo - abbandonato - confuso - oscuro - amichevole - implacabile - involontaria - assente - futilità - rubato - amaro - vigliacca - fraintesa - indifferente - ingannata - bugiarda - dissolta - condiviso


IL REGALO





Prendi queste parole,

le frasi spezzate,

gli accenti fuori posto

delle virgole curve

ed ogni utile aggettivo,

porta tutto con te

che il volo sarà lungo

e non c’è terra alcuna

ad aspettare.



Tienile con te a sera

perché rimanga almeno

qualche tempo di riserva

con cui perdersi

fra storie  una volta trascurate

ed ora in bella mostra allineate.



E infine sia,

ciò che resta da capire,

soltanto il nome mio

e nient’altro da imparare

che a notte è solo sogno

a cadere dalle mani

come libro aperto

nel momento di dormire.



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FANDANGO - CRISTIANI SAVERIO

mercoledì, 27 maggio 2009
FANDANGO - CRISTIANI SAVERIO

Il giorno 23 Maggio scorso, presso il Teatro Le Loggie di Montecorsaro, si è svolta la premiazione del Concorso “I Viaggi Divini”.
A vincere il PRIMO premio, nella sezione “Racconti di viaggio”, è stato proprio l'amico Saverio Cristiani, con il suo racconto FANDANGO che propongo qui sotto, col beneplàcito dell'autore che, ovviamente, ringrazio.
La motivazione del premio:
Per la sezione  A inerente ai racconti di viaggio il primo premio va a SAVERIO CRISTIANI col racconto FANDANGO.

"La giuria è rimasta colpita dalla naturalezza con cui l’Autore  fa un viaggio trentennale immaginario ( o reale? ) che parte dal 1975 al 2005. La sua giovinezza, quel periodo in cui i sogni e i vent’anni sono protagonisti assoluti, lo conducono nella malinconia del “come saremo”, del “cosa accadrà poi” e la paura di perdere quel senso di gioia e spensieratezza dell’età giovanile a cui l’essere umano tiene fortemente. Ritroverò i miei amici? Cambieremo? E come cambieremo?  Sono descrittivi i passaggi, quei momenti irripetibili di musica, quella musica che tutti coloro che si avvicinano ai cinquant’anni  non posso scrollarsi dalla pelle, perché quegli anni furono davvero unici.  Saverio Cristiani convince e coinvolge grazie a una penna semplice ma efficace, alla capacità di spaziare nelle varie tematiche facendo dei riferimenti reali, confidando quei sogni meravigliosi ai lettori. Una scrittura avvincente e romantica,  con un retrogusto poetico in alcune scene che sanno proprio di anni settanta:  le stelle infinite da contare, sperando di venderne cadere qualcuna nelle notti estive, già perché allora non si stava davanti ai computer, allora si suonava davvero e bastava una vecchia fiat per girare il mondo. Bastava poco per sentirsi giovani e felici.  In tutto questo percorso, Cristiani riesce a riflettere e a trasmetterci i suo valori di ragazzo e poi uomo. Un adulto arrivato che non ha smesso di sognare né di viaggiare con la mente e col cuore.  Quella sera così importante per lui determina il senso del racconto e presenta una realtà meno negativa e avvilente, regala il sogno comune. L’escamotage che poi intreccia tutta la storia è il dubbio. Ma quei trent’anni sono trascorsi davvero? O siamo ancora qui abbracciati , in cerchio, a guardare le stelle? Splendida la metafora  che si stempera in un lessico ampio e armonioso."





Il FIAT 238 rosso arrancava tra piccole e sconosciute stradine nella campagna del centro Sicilia. Avevamo lasciato all’una di notte il locale dove ci eravamo esibiti, l’Oasi di Caulonia, alla periferia di Pietraperzìa, ed ora sotto la pioggia battente cercavamo di trovare la strada di casa.
Appena giunti nel paesino dell’Ennese, il pomeriggio precedente, quasi non credevamo ai nostri occhi; una collina intera degradava verso di noi interamente ricoperta dai tetti di vecchie case bianche. Quell’insieme omogeneo di edifici, senza nemmeno un campanile ad interromperne la geometria, visto da lontano somigliava ad una coperta di cachemire colorato che qualcuno avesse steso inavvertitamente a terra avendo cura di non lasciare pieghe. Il colore dei tetti si spegneva nel grigio scuro delle nubi che minacciose lasciavano presagire l’imminente temporale.
Raggiunto il locale all’uscita del paese l’immagine che ci aveva accolto era quella di un posto fuori dal tempo: una grande arena coperta, circolare, a scaloni in anacronistico cemento post-moderno, sicuramente residuo degli anni 60, quando la modernità si misurava a colate e metri cubi. L’illuminazione era affidata a squallidi e tremolanti neon, il piccolo palco delimitato da un vecchio pezzo di moquette.
In quel pomeriggio d’agosto del 1975 potevamo vedere ancora affissi alle pareti i manifesti di cantanti ormai scomparsi dalla ribalta diversi anni prima; Marisa Sannia, Adamo, I Corvi, Mario Tessuto, ed altri artisti locali sconosciuti. Tra le vecchie locandine colorate anche la nostra, che con uno spartana scritta bianca su fondo nero recitava “Venerdì 1 Agosto: LA SINTESI - Complesso vocale e strumentale”. Inorridimmo vedendo il nostro nome affiancato ai vari cantanti melodici; tra di noi, brillanti diciottenni catanesi, fioccavano i sorrisetti ironici di chi si sente un poco superiore; noi, che avremmo portato la novità tra quelle colline suonando Deep Purple e Santana o Deodato e Steely Dan.
La serata era andata bene, ma il pubblico era stato poco espansivo; forse sarebbe stato meglio presentare un repertorio più italiano, chissà.
A questo ripensavoseduto nel retro del furgone, sballottato tra gli strumenti ordinatamente accatastati, insieme a Nello e Salvo mentre Fulvio, il nostro batterista, alla guida, sbadigliava con insistenza. Accanto a lui Rosario e Nuccio chiacchieravano ad alta voce sulle ragazze conosciute al locale, col chiaro intento di tenere sveglio l’autista.
Da dietro li ascoltavamo ed ogni tanto Nello interveniva per esprimere la propria opinione. Solo Salvo riusciva impudicamente a dormire con in capo appoggiato sulla custodia del sax, rannicchiato tra amplificatori ed aste di microfoni, in improbabili posizioni che richiamavano alla mente lo yoga da lui tanto amato.
Dopo oltre un’ora di guida, tra campi a malapena divisi da minuscoli muretti a secco, e rade indicazioni stradali, eravamo ancora in aperta campagna, con la chiara sensazione di esserci perduti. La cosa venne confermata quando, dopo l’ennesima svolta, ci ritrovammo nel cortile della discoteca.
La benzina cominciava a scarseggiare, e Fulvio decise per una breve sosta di riflessione durante la quale decidere il da farsi.
Mentre valutavamo se scendere a sgranchirci le gambe nonostante la pioggia, improvvisa la voce di Rosario intimò:
- Fulvio, spegni luci e motore. Aspettiamo almeno che passi ‘stu malutempo, poi ripartiamo

In pochi minuti i vetri si appannarono e restammo veramente come isolati dal mondo. Qualche chiacchiera ancora, per inerzia, ragionando su come comportarsi; partire aspettando la luce del giorno, o avventurarsi nuovamente nel buio cercando di non sbagliare nuovamente strada ?
Nel silenzio li udivo parlare, e pensavo con rammarico che quella appena conclusa era stata la nostra ultima serata. Due giorni dopo giorni sarei partito per il servizio di leva ed il gruppo si sarebbe automaticamente sciolto. Non era prevista nessuna mia sostituzione, e questa strana forma di eutanasia era stata da tutti accettata senza remore. – anche perché gli altri avrebbero poi seguito analoga sorte.
Nell’oscurità cercavo di fissare nella mente le loro voci, ed i volti appena illuminati dal chiarore del cruscotto o dalla brace di una sigaretta. E non potevo fare a meno di ricordare tutte le serate che avevamo vissuto, tutto il tempo passato con loro negli ultimi anni.
Suonavamo insieme dai tempi delle medie, ed avevamo condiviso tanto la fatica del sudare ognuno sul proprio strumento, quanto l’entusiasmo per le nuove scoperte musicali e la gioia per la soddisfazione dell’esibirsi in pubblico. Non più solo cantine umide e fredde, ma un palco finalmente vero, davanti al pubblico in carne ed ossa. Quella era la mia seconda famiglia, i fratelli che non avevo mai avuto, la mia casa itinerante. Ma dentro di me mi rendevo conto che qualcosa stava per finire quella notte, e che da domani sarebbe stato tutto irrimediabilmente diverso. Non migliore o peggiore, solo differente; e questa forma di ignoto un poco mi impauriva.
Nel frattempo le lunghe discussioni di poco prima si erano concluse, ed il rumore della pioggia sul tetto del furgone era l’unico suono rimasto. Accompagnati da quell’ipnotico tamburellare in breve tempo ci eravamo tutti addormentati nelle posizioni più scomode.
Ci svegliammo dopo un’ora, e stiracchiandoci scendemmo dal veicolo.
Restammo a bocca aperta. Delle nubi e della pioggia di poco prima non era rimasto più nulla. Non inquinata da rumori e da luci di alcun tipo la campagna intorno era silenziosa e scura, ed il cielo sopra di noi uno spettacolo indimenticabile. Miriadi di stelle brillavano sino a creare un tappeto di luci argentate sulle nostre teste; ne vedevamo ovunque guardassimo, sparse a caso ed omogenee allo stesso tempo, quasi a fare da sottofondo a quelle più vicine lucenti come lame, e la volta celeste era interrotta solo dal profondo nero ondulato delle colline circostanti. Sembrava che il cielo ci volesse salutare col suo vestito migliore. Senza parole ci guardammo e con la massima naturalezza dissi:
- ragazzi, questo sì che è spettacolo. E’ solo per noi, non credete? Ci dovremo ricordare di questo momento, perché non capiterà forse mai più di trovarci davanti un cielo così e di poterlo condividere tutti insieme. Venite qui, facciamo una cosa.
Si avvicinarono tutti a me con sguardi interrogativi.
- Promettiamo di ritrovarci qui fra trent’anni, in questo stesso giorno ed in questo stesso punto….? Qualsiasi cosa ci possa accadere, ovunque i nostri destini ci possano portare, ricordiamoci sempre questo momento, e l’appuntamento che stiamo fissando sino da ora per il futuro. Sarà come una sfida con noi stessi per non perderci, per non dimenticare….
Tutti mi guardarono un poco stupiti, poi poco per volta riuscii ad intravedere un sorriso sui loro volti. Ci radunammo a cerchio, abbracciandoci come fanno gli sportivi prima di una grande prova; ed in fondo penso che la vita che ci attendeva fosse davvero la più grande delle prove. Rimanemmo così, senza parlare, un paio di minuti, quasi fosse un addio anticipato cui voler partecipare, pur senza parole.
Prima di ripartire, vidi Salvo che si attardava contro un piccolo albero a lato della strada.
- Dài Salvo, annacati ca ne stamo iennu*
- Arrivo arrivo
Tornammo in silenzio, questa volta senza mai sbagliare strada, ed alle prime luci dell’alba eravamo in vista di Catania. Col nuovo giorno sembrava iniziare una nuova vita per ognuno di noi.
Con quel nostro saluto anzitempo, nella notte, avevamo forse cominciato ad invecchiare un poco più velocemente.

***

- Per cortesia, una granita con brioche.
- Che gusto la granita?
- Hmhm..….me la porti di mandorla
- Subito dottore
Il barista si affretta a prepararmi la colazione mentre distrattamente sfoglio il giornale di Sicilia.
In questa torrida estate del 2005 non succede un granchè, e trovarsi per lavoro a Catania, dopo tanti anni dalla mia partenza, è un veramente caso speciale. La città non è più la stessa della mia adolescenza, fatico a riconoscere strade che una volta percorrevo ad occhi chiusi. Oggi è lunedì ma il lavoro mi regala una pausa con due giorni di meritato riposo. Andrò in spiaggia alla Playa; anzi no, tornerò ad Ognina, sul litorale lavico ad est che vide i miei primi tuffi. Con passo veloce attraverso via Luigi Capuana, dov’era la cantina utilizzata dalla mia vecchia band per le prove. Degli antichi amici non ho più notizie da anni; qualcuno se ne è andato all’estero e non è più tornato, qualcuno forse è già nonno, e c’è’ chi, come me, si è trasferito al Nord ed ha da tempo iniziato una nuova vita.
Quante immagini tornano alla mente osservando lo sgangherato portone: la vecchia vespa azzurra di mio padre appoggiata al muro, tra la moto di Nuccio ed il Garelli di Salvo, le scale ripide e buie, mille volte maledette quando trasportavamo gli strumenti; e nella stanza interrata l’allegria mentre dividevamo fraternamente due pizze, o i cartocci di olive acquistate al mercato vicino, da consumare col pane caldo di forno, unica possibilità per noi giovani squattrinati.
Mi lascio alle spalle un carico di ricordi densi come nebbia, e cerco di distrarmi pensando a come impiegare il tempo libero; domani è il due agosto e potrei…….
Il due agosto ! Cosa significa questa data…? Ma si, ora ricordo, ed ho ben chiaro cosa fare.
L’autonoleggio è vicino all’albergo, ed una berlina è a mia disposizione in breve tempo.
Le indicazioni sono chiare questa volta, e non serve esercitare la memoria per tornare in quel luogo; però me la prendo con calma, guido tranquillo assaporando il piacere del ritrovare angoli una volta conosciuti, bivi dimenticati, case e paesaggi che non sapevo di avere ancora nel cuore.
Quando arrivo a Pietraperzìa è pomeriggio inoltrato. Il paese non sembra cambiato, ma l’immagine che ne ho nella mente potrebbe essere distorta dagli anni trascorsi.
Anche l’Oasi di Caulonia è sempre al suo posto; mi appare da lontano ed è proprio come ricordo di averla vista la prima volta. Qualche pianta ad alto fusto in più intorno, ma gli stessi campi aridi e desolati che la circondano; e nel cortile…….un furgone rosso !!
Mi sembra di vivere un incredibile deja vu visto dal di fuori, e mi aspetto di sentire le voci dei miei vecchi compagni che chiamano il mio nome, o di vederli scendere da un momento all’altro.
Mi batte il cuore ed involontariamente decelero, quasi avessi paura di ciò che potei trovare ad aspettarmi. Poi la ragione ha il sopravvento e parcheggio accanto al veicolo fermo.
Scendo e col cuore che mi batte all’impazzata mi avvicino. A bordo due giovani che stanno consumando un panino; sono un ragazzo ed una ragazza, biondi e dalla carnagione chiara, lui ha i capelli ricci e gli occhi verdi. Mi osserva con sguardo interrogativo ed affacciandosi dal finestrino mi chiede:
- Please, can I help you ??
Con un gesto di diniego del capo mi allontano, la targa è straniera, non l’avevo notato.
Dalla loro autoradio la chitarra magica di Samba pa ti, riempie l’aria.

Adesso è notte fonda e sono ancora qui, mentre nell’abitacolo della macchina risuonano le note ispirate e nostalgiche di Pat Metheny. La mia attesa è stata inutile, ed in fondo sono un pò deluso.
Sono le quattro e scendo dal veicolo per stiracchiarmi un poco.
Alzo gli occhi al cielo ed è come un salto nel tempo, ma questa volta la tempesta non è fuori: il profumo di strada bagnata, il brivido della notte, l’oscurità delle colline, le migliaia di stelle, le stesse di trent’anni fa, tutto mi circonda come allora.
Immagino una impossibile triangolazione cosmica tra le stelle del 1975 e la mia posizione di oggi, ma so che nell’eterno movimento dell’universo questo periodo è troppo breve, nulla più di un infinitesimo battito di ciglia, e penso che se a quel tempo ci fosse stato qualcuno lassù ad osservarmi, probabilmente oggi non noterebbe alcuna differenza.
Mi rendo conto che nonostante gli anni passati, alcune cose non possono cambiare. O forse cambiano, e siamo noi a non accorgercene mai in tempo utile. Sempre presi a conteggiare emozioni, catalogando il buono ed il cattivo come si fa con le carte rosse e quelle nere. Ed in tal modo perdendo gradualmente la capacità di vivere, momento per momento, ciò che lungo la strada ci viene offerto. Per trovarsi poi infine, sempre ed irrimediabilmente soli a pagare il conto di tutto ciò di cui non abbiamo saputo godere.
Non so spiegarmi il perchè ma un improvviso senso di solitudine mi assale, ed è tanto intenso che mi fa quasi venire voglia di piangere.
Per calmarmi cammino un poco, e come guidato da una mano invisibile mi avvicino ad un grande acero; sul suo tronco, debolmente illuminato dai fari, a due metri d’altezza, intravedo dei caratteri incisi con un coltellino. A fatica riesco a decifrare la scritta, che da un altro tempo mi giunge dritta all’anima come una stilettata: c’è una parola sola, con una data:

SINTESI
2 Agosto 75

Mi guardo intorno e davanti a me rivedo cinque ragazzi che nel silenzio si abbracciano.
Amici, sciogliamoci da questo abbraccio, e riprendiamo la strada di casa, che la pioggia è finita, ed io sono finalmente tornato.
Anzi, a ben pensarci forse non ero mai veramente andato via.

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* sbrigati che stiamo partendo


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