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sabato 3 gennaio 2015

L'ULTIMO DESIDERIO DI JOSE' SARAMAGO

 18 GIUGNO 2010 - 18 GIUGNO 2011





Ad un anno dalla scomparsa dello scrittore e egiornalista portoghese José Saramago, sua moglie Pilar Del Rio ha reso possibile l'ultimo desiderio dell'artista e cioè che le sue ceneri fossero sepolte sotto un albero di olivo.
La singolare cerimonia ha avuto luogo nel Campo Das Cebolas, vicino al fiume Tago. L'ulivo si trova dove ha sede la fondazione Saramago. Alla cerimonia hanno partecipato circa 300 persone, tra amici, familiari, seguaci, giornalisti e il sindaco della città Antonio Costa ha deposto sull'urna coi resti, della terra portata da Lanzarote dove lo scrittore visse gli ultimi anni della sua vita in compagnia di sua moglie.
Pilar Del Rio in questa occasione ha annunciato ai media che durante i mesi successivi la capitale portoghese sarebbe stata piena di esposizioni, conferenze ed eventi sulla figura dello scrittore.
Fonte: TN.com



mercoledì 25 dicembre 2013

NATALE 2013


Lo scorso anno in occasione del post di Natale, parlavo di speranza , di difficoltà dei tempi attuali e di quelli che si preparavano.
Oggi sembra che le cose stiano peggiorando un po' dappertutto. Molte aziende chiudono (e non parlo per statistica, ma lo tocco con mano mese per mese) e in pochi hanno le risorse per aprirne di nuove, dato che le banche sembrano non fare il loro lavoro di raccolta del risparmio e contemporaneo investimento in attività nel territorio. Ma non è mia intenzione lanciare accuse verso chi avrebbe la possibilità di smuovere l'economia e invece sta arroccato sulle proprie posizioni, a scapito di noi tutti, tutto sommato; non è questa la sede.
Volevo solo constatare che, se da questa parte del mondo c'è chi combatte per un posto di lavoro e chi approfitta di questo stato di cose per ottenere del personale con costi sempre più bassi, o più semplicemente combatte per avere in tavola del cibo anche gli ultimi due giorni del mese (e vi risparmio quanto e come), in altre parti del mondo c'è chi deve aggiungere a queste nostre amene preoccupazioni, il cercare di rimanere vivo.
E' il caso di ieri, ma potrebbe capitare anche domani, o dopo, ed è già capitato nei giorni e mesi scorsi in territori e con motivazioni differenti. Un carro armato spara contro una abitazione privata di una cittadina della striscia di Gaza, e delle persone muoiono. Dei bambini muoiono. Questa volta si tratta di una piccola di tre anni, ma quanti prima di lei? E domani ci ricorderemo questo nome, Hala? E per quanto lo ricorderemo? Farà parte della Storia? E se i suoi tre anni non sono stati abbastanza importanti da lasciare poco più di un ritratto insanguinato, a che scopo averla fatta nascere e crescere se il suo sorriso non avrebbe potuto cambiare il mondo? 
Pensate anche a questo, questo Natale.




 J. Busquets - Facciata della Natività (particolare) - Sagrada Familia - Barcellona


…
L'interno della grotta era buio, l'indebolita luce esterna si fermava all'ingresso, ma in poco tempo, avvicinando una manciata di paglia alle braci e soffiando, con le fascine la schiava fece un falò che sembrava un'aurora. Poi accese il lume che era già lì, appeso ad una sporgenza della parete, e dopo aver aiutato Maria a sdraiarsi, andò a prendere un po' d'acqua ai pozzi di Salomone, proprio nei pressi. Di ritorno, trovò Giuseppe fuori di sé, non sapeva che cosa fare, e non dobbiamo biasimarlo, perché agli uomini non insegnano a rendersi utili in simili occasioni, loro non vogliono saperne, al massimo saranno capaci di tenere la mano alla moglie sofferente, restandosene ad aspettare che tutto vada per il meglio. Maria, però è sola, il mondo morirebbe di sgomento se un ebreo di questo tempo osasse compiere quel minimo. Entrò la schiava, rivolse una parola di sostegno, Coraggio, poi si inginocchiò fra le gambe aperte di Maria, proprio nella posizione in cui devono stare le gambe delle donne per ciò che entra e ciò che esce, ormai Zelomi aveva perso il conto dei bimbi che aveva visto nascere, e il patimento di questa poverina è tale e quale a quello di tutte le altre donne, come ha deciso il Signore Iddio quando Eva commise il peccato di disobbedienza, Moltiplicherò le sofferenza della tua gravidanza, i tuoi figli nasceranno nel dolore, e oggi, trascorsi ormai tanti secoli, accumulato tanto dolore, ancora Dio non si dà per soddisfatto, e l'agonia continua. Giuseppe non è più lì, e neppure all'ingresso della grotta. E' scappato via per non sentire le urla, ma le urla lo seguono, è come se urlasse la terra, tanto che tre pastori, che si trovavano nei pressi con le loro greggi di pecore, si avvicinarono a Giuseppe e gli domandarono, Che cos'è, sembra che la terra stia urlando, e lui rispose, E' mia moglie, sta partorendo laggiù in quella grotta, e quelli dissero, Non sei di queste parti, non ti conosciamo, Siamo venuti da Nazareth in Galilea per il censimento, appena arrivati le sono aumentati i dolori, e adesso sta nascendo. Il crepuscolo lasciava intravedere a stento i visi dei quattro uomini, ben presto i lineamenti sarebbero svaniti, ma le voci proseguivano, Hai da mangiare, domandò uno dei pastori, Poco, rispose Giuseppe, e la stessa voce, Quando tutto sarà finito, avvertimi e ti porterò un po' di latte delle mie pecore, e poi si udì la seconda voce, E io ti darò un po' di formaggio. Poi ci fu un lungo e inesplicabile silenzio, prima che il terzo pastore parlasse. Infine, con una voce che sembrava provenire anch'essa da sottoterra, disse, E io vi porterò del pane.
Come tutti i figli degli uomini, il figlio di Giuseppe e Maria nacque sporco del sangue di sua madre, vischioso delle sue mucosità e soffrendo in silenzio. Pianse perché lo fecero piangere, e avrebbe pianto per quest'unico e solo motivo. Avvolto nelle fasce, riposa nella mangiatoia, non lontano dall'asino, ma non c'è pericolo di morsi, che la bestia l'hanno legata corta, Zelomi è andata fuori a sotterrare la placenta, mentre Giuseppe si sta avvicinando. Lei aspetta che lui entri e si ferma a respirare l'aria fresca dell'imbrunire, stanca come se avesse partorito lei stessa, nell'immaginazione, perché figli non ne ha mai avuti.
Scendendo dal pendio, tre uomini di avvicinano. Sono i pastori. Entrano insieme nella caverna. Maria è sdraiata e tiene gli occhi chiusi. Giuseppe, seduto sopra un sasso, ha il braccio posato sulla mangiatoia e sembra guardare il figlio. Si fece avanti il primo pastore e disse, Con queste mani ho munto le mie pecore e ho raccolto il loro latte. Maria, aprendo gli occhi sorrise. Avanzò il secondo pastore e disse, Con queste mani ho lavorato il latte e ho fatto il formaggio. Maria accennò col capo e sorrise di nuovo. Poi si avvicinò il terzo pastore, per un istante parve riempire la grotta con la sua statura e disse, senza guardare né il padre, né la madre del bimbo appena nato, Con queste mani ho impastato il pane che ti offro, col fuoco che esiste solo dentro la terra io l'ho cotto. E Maria seppe chi era. 

(Josè Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo)



domenica 21 ottobre 2012

LO SAI: DEBBO RIPERDERTI - EUGENIO MONTALE

Poesia apparsa per la prima volta sulla «Gazzetta del popolo» il 5 dicembre 1934 ed ambientata in una Genova con cui ho un rapporto ambivalente di amore-odio. 
Ci sono stata più volte senza visitarla davvero e mi dispiace per aver sfiorato certi luoghi senza visitarli veramente (uno su tutti la casa di Cristoforo Colombo). Ma ho anche ricordi di giornate passate in treno per passare poche e irrinunciabili ore...di poesia (soli pochi mesi fa, Juan Gelman è stato ospite al Festival Internazionale della Poesia proprio a Genova e protagonista di un reading delle sue poesie alle 21,00). 
Quando ho letto per la prima volta questa poesia, leggendo la parola Sottoripa mi sono venute a mente, appunto Genova e Caproni:

"...
Genova di Sottoripa.
Emporio. Sesso. Stipa.  

..."
(da Litania)

Ma la parte più sorprendente è l'incipit, dichiarativo come lo è in Pavese e come in Pavese trovo lo stesso sapore narrativo, lo stesso afflato.
E poichè il libro da cui è tratta la poesia esce in un momento di transito tra  la sua vita di Firenze ed il trasferimento a Milano, dove poi morirà, è possibile che abbia influenzato in maniera significativa Cesare e i poeti della scuola milanese prima, e quelli del resto del paese poi.


Molo Audace - Trieste - Fotografia di Paolo Carbonaio che ringrazio



LO SAI: DEBBO RIPERDERTI


Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l’oscura primavera
di Sottoripa.

Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.

Un ronzìo lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.

da Le occasioni, mottetti





martedì 25 settembre 2012

NON CI SARA' NESSUNO A CASA - BORIS PASTERNAK


Un ritorno a casa caratterizzato dall'assenza. Una assenza pesante, di cose e persone. Solo la neve a dominare su tutto, una neve che però cancella anche qualsiasi cosa, forse anche quella colpa di cui di sente gravato Boris.
E svanita la colpa, invariabilmente dev'essere la speranza quella che si muove "misurando coi passi il silenzio" ed entra "come l'avvenire".
Mi era venuta voglia di ascoltare - e di proporvi - questa poesia in lingua madre. Purtroppo su YOU TUBE i molti file trovati, la propongono solo in musica.
Questa è una delle migliori.




Ho incrociato così tante volte Boris, nelle poesie e nelle biografie degli altri autori russi, che mi sono stupita, pubblicando il post, di non trovarlo tra "i miei autori".
E' necessario rimediare!

Boris Leonidovič Pasternak nacque a Mosca nel 1890 da una famiglia di intellettuali di origine ebrea, odessiti: il padre Leonid era pittore di fama e amico di Tolstoj, la madre Rozalija Kaufman concertista. Studiò composizione al conservatorio e filologia all'università di Mosca. Nel 1921 i suoi genitori lasciano la Russia. Boris Pasternak seguì a Marburgo le lezioni del filosofo neokantiano Cohen. Si laurea poi all'università di Mosca. Partecipa al clima intellettuale fervido degli anni immediatamente seguenti alla rivoluzione. 
Nel 1922 Pasternak sposò Evgenija Vladimirovna Lourie da cui ebbe un figlio, per poi divorziarre nel 1931. Seguì un secondo matrimonio nel 1934 con Zinaida Nikolaevna Neuhaus e la famiglia si trasferì nel sobborgo moscovita di Peredelkino nel 1936.
Negli anni dello stalinismo e della guerra aderì alla rivoluzione russa, cercando di essere sempre leale con il regime pur senza nascondere le atrocità commesse. Prese posizione contro le terribili condizioni dei contadini collettivizzati, intercesse presso Bucharin per salvare Osip Mandel'stam che aveva scritto un'ode contro Stalin, mantenne contatti con esuli e internati. Mostrando un coraggio eccezionale negli anni delle purghe staliniste (un solo compromesso imputabile fu la traduzione dal georgiano di due odi in onore di Stalin; la firma in calce a un appello di scrittori che chiedevano la condanna a morte degli imputati al primo processo di Mosca sembra fu apposta contro la sua volontà), mentre molti suoi amici subivano il carcere o il suicidio, come l'amata Marina Cvetaeva.
Scrisse un unico ma indimenticabile romanzo: Il dottor Živago che gli procurò nel 1958 il premio Nobel, a cui fu costretto dal regime a rinunciare per l'assegnazione  polemica e in senso anti-sovietico degli occidentali (la motivazione fu: "Per le sue importanti conquiste nella poesia lirica contemporanea e nel campo della tradizione epica della grande Russia."). Le autorità fecero di tutto per fermarne la traduzione e la pubblicazione in occidente, furono inventati dei falsi telegrammi e lettere, a firma originale, ma estorta, di Pasternak, che tuttavia voleva che venisse pubblicato e letto, senza preoccuparsi delle conseguenze che ne sarebbero derivate per la sua persona.
 «L'abbandono della Russia sarebbe la mia morte», scrisse nel novembre 1958 sulla «Pravda». Visse gli ultimi anni rigidamente controllato dal regime. Morì a Peredelkino [Mosca] nel 1960.






NON CI SARA' NESSUNO A CASA


Non ci sarà nessuno a casa,
tranne il crepuscolo. Il solo
giorno invernale in un trasparente spiraglio
di cortine non accostate.

Solo di bianchi boccoli bagnati
il rapido aleggiante balenio.
Solo tetti e neve e tranne
i tetti e la neve, - nessuno.

E di nuovo arabeschi intesserà la brina,
e di nuovo mi domineranno
lo sconforto dell’anno passato
e le vicende di un altro inverno.

E mi schermiranno di nuovo per una
colpa non ancora perdonata,
e una fame di legna avvinghierà
la finestra lungo la crociera.

Ma inaspettatamente per la tenda
scorrerà il tremito di un’irruzione.
Misurando coi passi il silenzio,
come l’avvenire tu entrerai.

Tu apparirai sulla soglia, indossando
qualcosa di bianco senza stranezze,
qualcosa proprio di quelle stoffe
di cui si cuciono i fiocchi di neve.


da Poesie - Edizioni Einaudi

traduzione di Angelo Maria Ripellino




Никого не будет в доме


Никого не будет в доме,
Кроме сумерек. Один
Зимний день в сквозном проеме
Незадернутых гардин.

Только белых мокрых комьев
Быстрый промельк моховой,
Только крыши, снег, и, кроме
Крыш и снега, никого.

И опять зачертит иней,
И опять завертит мной
Прошлогоднее унынье
И дела зимы иной.

И опять кольнут доныне
Неотпущенной виной,
И окно по крестовине
Сдавит голод дровяной.

Но нежданно по портьере
Пробежит сомненья дрожь,-
Тишину шагами меря.
Ты, как будущность, войдешь.

Ты появишься из двери
В чем-то белом, без причуд,
В чем-то, впрямь из тех материй,
Из которых хлопья шьют.


1931
 

domenica 23 settembre 2012

da: MANUALE DI LETTURA E CALLIGRAFIA - JOSE' SARAMAGO








“Amore mio”. Meu amor. Ripetere queste due parole per dieci pagine, scriverle ininterrottamente, senza sosta, senza spazi bianchi, prima lentamente, lettera dopo lettera, disegnando le tre colline della M manoscritta, l’anello tenue della E simile a braccia che riposano, il letto profondo di un fiume che si scava nella U, e poi lo sgomento o il grido della A sulle onde del mare, eccole, dell’altra M, e la O che non può essere se non quest’unico nostro sole, e infine la R divenuta casa, o tetto, o baldacchino.
E subito dopo trasformare questo lento disegno in un unico filo tremolante, la traccia di un sismografo, perché le membra rabbrividiscono e si turbano, il mare bianco della pagina, una distesa di luce o un lenzuolo levigato.
“Meu amor, “amore mio” hai detto, e l’ho detto anch’io, spalancandoti la mia porta, e tu sei entrata. Tenevi gli occhi bene aperti venendomi incontro, per vedermi meglio o più di me, e hai posato la borsa per terra. E, prima che ti baciassi, per poterlo dire serenamente, hai detto: “Stanotte rimango con te”.

(Collana Universale Economica - Feltrinelli Editore)

lunedì 17 settembre 2012

sul TRADURRE - JOSE' SARAMAGO




Avete mai provato a cercare un testo che avete ricevuto e letto, disperso tra le mails ricevute? E nella convinzione di metterlo al sicuro, averlo archiviato ma non trovarlo più?
A me è capitato con un brano di Saramago tratto da un suo libro (che allunga la lista di quelli che dovrò acquistare, conquistando uno dei primi posti della mia urgenza). Dopo essermi concentrata sulle mail dell'ultimo mese, ho attaccato una ricerca sul web. Ma è grande ed insidioso e si finisce dove i motori di ricerca vogliono farti naufragare. E anche se non vogliamo essere maligni, non possiamo pretendere che siano intelligenti; rispondono a impulsi di caratteri e numeri. Però questa volta la ricerca mi ha portato sul blog ufficialmente tradotto da Massimo Lafronza di José: IL QUADERNO DI SARAMAGO. Confesso di essermici imbattuta più volte, ma nella mia stringa di ricerca questa volta c'era una parolina magica: scrivere.
Ed ecco apparire questo pensiero sul tradurre, atto che da qualche tempo sta contagiando anche me.
Il mio grazie a Massimo per aver consentito alla riproduzione.




José Saramago / Tradurre, Traduzir

 

"Scrivere è tradurre. Lo sarà sempre. Anche quando stiamo utilizzando la stessa lingua. Trasformiamo quello che vediamo e che sentiamo (supponendo che il vedere e il sentire, come li intendiamo in generale, siano qualcosa di più che le parole con cui ci è relativamente possibile esprimere il visto e il sentito…) in un codice convenzionale di segni, la scrittura, e lasciamo alle circostanze e alle casualità della comunicazione la responsabilità di far arrivare all’intelligenza del lettore, non la totalità dell’esperienza che ci siamo riproposti di tradurre (inevitabilmente frammentaria se rapportata alla realtà di cui si era alimentata), ma almeno un’ombra di quello che nel profondo del nostro spirito sappiamo essere intraducibile, per esempio, l’emozione pura di un incontro, la meraviglia di una scoperta, quell’istante fugace di silenzio precedente alla parola e che rimarrà nella memoria così come il resto del sogno che il tempo non cancellerà interamente. Il lavoro di chi traduce sarà quindi quello di portare in un’altra lingua (all’inizio, la sua stessa) quello che nell’opera e nell’idioma originale era già stato “traduzione”, cioè, una determinata percezione di una realtà sociale, storica, ideologica e culturale che non è quella del traduttore, nutrita, questa percezione, da un intreccio linguistico e semantico anch’esso non suo. Il testo originale rappresenta appena una delle “traduzioni” possibili dell’esperienza della realtà dell’autore, essendo poi il traduttore costretto a convertire il “testo-traduzione” in “traduzione-testo”, inevitabilmente ambivalente, visto che, dopo aver cominciato isolando l’esperienza della realtà oggetto della sua attenzione, il traduttore realizza il lavoro più grande di trasportarla intatta nell’intreccio linguistico e semantico della realtà (altra) in cui è incaricato di tradurre, rispettando, allo stesso tempo, il luogo da cui viene e il luogo verso cui va. Per il traduttore, l’istante di silenzio anteriore alle parole è quindi come l’inizio di un passaggio “alchemico” in cui quello che è deve trasformarsi in un’altra cosa per continuare a essere quello che era stato. Il dialogo tra autore e traduttore, sulla relazione tra il testo che è e il testo che sarà, non è soltanto una relazione tra due personalità particolari che devono completarsi è soprattutto un incontro tra due culture collettive che devono riconoscersi."

traduzione  di Massimo Lafronza  


domenica 24 giugno 2012

Da Elegie Romane: XII - JOSIF BRODSKIJ


"Oh, poesia! I versi possono essere versi, ma possono non essere poesia. La poesia è un tale miscuglio di rivelazione, di penetrazione, in generale, è la comprensione delle cose ecc... I versi sono, semplicemente, il mezzo della poesia, ciò che si chiama mezzo di trasporto. E' come un treno, i treni, i vagoni ecc... E dove vi porteranno è la poesia. Ma possono non portarvi."

Questo è quello che Josif pensava dei suoi versi. Ed in particolare sulle sue Elegie Romane, nella stessa intervista, risponde così alla domanda:
"Che cosa ha provato quando è stato a Roma?"

"Secondo me, è tutto scritto in quei versi. Non ho assolutamente niente d'aggiungere. Andai a Roma e non era la prima volta, mi pare la quarta o la quinta volta. Alloggiai all'Accademia Americana a Roma. Ebbi una storia d'amore con una ragazza del posto. Il suo nome appare in un verso, ma è nascosto fra quei nomi classici. Questo è il lato obiettivo, il sottofondo fattuale di questo ciclo. Oltre a ciò, una volta ho letto Elegie Romane di Goethe. Esse erano scritte in esametro, senza rima, ma la situazione in cui si trovava Goethe a Roma era analoga, più precisamente, la mia situazione a Roma era analoga a quella di Goethe. Non avevo nessun'altra intenzione. Semplicemente, scrissi i versi su ciò che pensavo, che sentivo e, in quel momento, volevo mettere sulla carta. E questo per la parte che riguarda Roma. Ma come sempre quando si scrive su qualcosa, si aggiunge qualcosa della vita precedente o, se ci si riesce, dalla vita futura. Non ho decisamente niente da aggiungere a proposito di Elegie Romane."
(Conversazione tratta dal sito: http://www.russianecho.net)

Decisamente questi versi rappresentano proprio un mezzo di trasporto, o forse un atto di fede per chi non riesce ad interpretarli a fondo, ma ne  coglie l'essenzialità, l'apparente superficialità e ne intravede la bellezza.
Credo che Josif si rivolga al tempo; molte cose me lo fanno credere, compresa la tematica complessiva delle sue poesie, ma col tempo a chi allude? 
Qual'è la cosa invisibile che è esistita una sola volta sulla terra: la morte o piuttosto la nostalgia? Se così fosse, non ci troviamo di fronte ad un poeta che scrive solo sotto metafora, ma che piuttosto nasconde nei suoi versi contenuti filosofici, verità che si fanno assolute tra gli spazi delle parole. 
Un atto di fede, dicevo, credere che le forbici rappresentino un distacco, con la conseguente mancanza dell'altra, un atto di fede pensare che la mancanza sia invisibile e proprio perché mancanza, prima deve essere stata ed adesso essere dappertutto. Atto di fede, sostenere che quello che non si può dividere in due parti sia il cuore, la dracma d'oro una donna, la lunghezza della tenebra il tempo necessario per dimenticare - se possibile - un amore.





Nasce a Leningrado il 24 maggio 1940.  Ad appena quindici anni, compie il suo primo atto libero: si alza dalla sedia, e dopo aver osservato le facce insopportabili degli insegnanti e quelle di Stalin e Lenin, si incammina lentamente verso l'uscita, lasciandosi alle spalle gli sguardi perplessi dei suoi compagni. Suo padre Alexandr, era un ufficiale della Marina sovietica con la passione della fotografia, e la madre, Maria Volpert, era una donna di notevole bellezza e cultura. Il padre ben presto è costretto al congedo, per via delle sue origini ebraiche e Josif si adatterà ad ogni genere di lavoro (fresatore in una fabbrica di cannoni, assistente nell'obitorio di uno degli ospedali della città, cercatore di uranio nel territorio della Siberia, scalatore per necessità e passione sempre con il contatore geiger in mano, senza provviste, con scarsa attrezzatura) per aiutare la famiglia ad attraversare quel momento di difficoltà economica, nonostante vivessero in una modestissima casa di 40 metri quadri in tutto in Litejnyj prospekt n. 24. Però la madre lo incoraggia a studiare da autodidatta. Le sue prime poesie vengono lette in riunioni semi-clandestine che però lo fanno conoscere negli ambienti letterari della sua città e approdano sulle pagine della rivista Syntaksis e con l'apprezzamento pubblico di Anna Achmatova, inizia a frequentare i giovani intellettuali de “Il circolo di Pietroburgo”. Intanto sono in molti che accorrono alla lettura delle sua poesie e questo lo impone all'attenzione della polizia sovietica. Dopo i primi episodi di arresti e avvertimenti, viene attaccato dalla stampa di influenzare negativamente i giovani. Si arriva così a quel processo-farsa che lo ha visto imputato.

GIUDICE: Di che cosa si occupa?
BRODSKIJ: Scrivo poesia. Traduco. Suppongo…
GIUDICE: Niente “suppongo”. Si alzi dritto in piedi! Non si appoggi alla parete! Guardi la corte! Risponda alla corte correttamente! (A me): La smetta di prendere appunti immediatamente, o la dovrò espellere dalla sala! (A Brodskij): Ha un lavoro fisso?
BRODSKIJ: Pensavo che fosse un lavoro fisso.
GIUDICE: Risponda precisamente!
BRODSKIJ: Scrivevo poesia. E pensavo che fosse stata stampata. Suppongo…
GIUDICE: Non siamo interessati in quello che “suppone”. Risponda per quale ragione non ha lavorato.
BRODSKIJ: Ho lavorato. Ho scritto poesia.
[...]
GIUDICE: Per quanto tempo ha lavorato?
BRODSKIJ: Approssimativamente…
GIUDICE: Non siamo interessati all’approssimativamente!”
BRODSKIJ: Cinque anni.
GIUDICE: Dove ha lavorato?
BRODSKIJ: In una fabbrica. Con un gruppo geologico…
GIUDICE: Quanto tempo ha lavorato nella fabbrica?
BRODSKIJ :Un anno.
GIUDICE: Facendo che cosa?
BRODSKIJ: Ero fresatore.
[...]
GIUDICE: Ma in genere qual’è la sua specialità?
BRODSKIJ: Sono un poeta, un poeta-traduttore.
GIUDICE: E chi le ha detto che lei è un poeta? Chi l’ha incluso nell’ordine dei poeti?
BRODSKIJ: Nessuno. (Non sollecitato) E chi mi ha incluso nell’ordine della razza umana?
GIUDICE: Lo ha studiato?
BRODSKIJ: Che cosa?
GIUDICE: Essere un poeta? Non ha finito la scuola dove preparano… dove insegnano…
BRODSKIJ: Penso che non si può ottenere dalla scuola.
GIUDICE: Come allora?
BRODSKIJ: Penso che… (disorientato) venga da Dio…

"Allora lei è un parassita". Sentenziava il giudice, ed applicando il codice sovietico, lo condannava a cinque anni di lavori forzati (oltre a un periodo allucinante nel manicomio del carcere Le Croci, dove stabiliscono che è sano di mente e pronto ad affrontare la pena stabilita). Ma, si sa, non erano mai sotto accusa gli uomini, piuttosto la letteratura, l'inno a vivere la vita in libertà. Ma il resoconto stenografato del processo arriva in Occidente, suscitando così tanto clamore da spingere i dirigenti sovietici a tornare sulla propria decisione ed a revocare la condanna e rimettendo il poeta in libertà. Rientrato nella sua Pietroburgo, sopravvive grazie alla famiglia e agli amici (in particolare Anna Achmatova) e traduce poesie dall'inglese e dal polacco. Alla vigilia della firma del contratto per la sua prima pubblicazione di poesie, la situazione politica interna precipita e Josif finisce nella lista degli indesiderati: gli viene consigliato di richiedere un visto per Israele.        
Inizia così - era il 1972 - il suo esilio. Non rientrerà mai più in patria, anche quando il suo nome verrà riabilitato nel 1989, era Gorbacioviana. Parte il 4 di giugno con pochi effetti personali: un libro di John Donne, una macchina da scrivere, regalatagli del padre, e due bottiglie di liquore che consegnerà – fermandosi in Austria, prima di raggiungere gli Stati Uniti a Wystan Huge Auden: il primo intellettuale occidentale che vuole incontrare di persona, autore di una calda prefazione alle sue poesie tradotte in lingua inglese. Si stabilisce negli Stati Uniti, insegnando in varie università e trovando quella serenità che gli consente di raffinare la sua poetica. Stringe amicizia a dispetto del suo carattere chiuso, con poeti come Derek Walcott e Antony Hecht, diviene cittadino americano nel 1977, scrive in quella che è la sua nuova lingua. È però grazie al premio Nobel per la letteratura, arrivato nel 1987, che il suo nome diventa davvero noto in tutto il mondo, contribuendo ad aumentare sensibilmente le traduzioni delle sue opere in lingue straniere e i suoi viaggi all’estero.
Innamorato dell’Italia, (e dell’italiano, che definisce "la lingua prima della poesia") trascorre regolarmente le sue vacanze di fine anno a Venezia, città che finisce al centro (come anche Roma) di alcune tra le sue poesie e prose più riuscite. Quando si rende conto che i suoi problemi cardiaci, sono davvero seri e preoccupanti, esprime il desiderio di venire seppellito nella sua "personale forma del Paradiso": città di acqua e canali, come la natale Leningrado. Muore nella notte del 28 gennaio 1996 nella sua casa di Brooklyn, al n. 44 di Morton Street, uno dei due "nascondigli" (come lui diceva, l' altro era nella bella casa di campagna vicino al College in cui insegnava). Non risponde al telefono, così abbattono la porta e lo trovano senza vita nel letto. Stranamente la notizia è battuta per prima da una agenzia russa. Alle 3 del pomeriggio di domenica le televisioni e le radio americane, sono distratte dal "Superbowl" e parleranno della morte del poeta solo alcune ore dopo. Il medico Isadore Rosenfeld , che oltre ad essere un suo amico personale, l'ha curato per tanti anni, consigliandogli di cambiare radicalmente regime di vita ed affrontare un delicato intervento chirurgico, dirà: "L'ho abbandonato da un anno perché non voleva smettere di bere e di fumare" ma anche "Lo definirei un suicidio". Brodskij aveva 55 anni, e anche se soffriva di cuore, non aveva mai vissuto da ammalato. Aveva detto, scherzando, che il suo epitaffio avrebbe dovuto suonare così: "Lascia il suo gatto Mississippi e le sue poesie".






                                    XII

Chinati. Ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frantume! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.


Trad.  Giovanni Buttafava


XII

Наклонись, я шепну Тебе на ухо что-то: я
благодарен за все; за куриный хрящик
и за стрекот ножниц, уже кроящих
мне пустоту, раз она -- Твоя.
Ничего, что черна. Ничего, что в ней
ни руки, ни лица, ни его овала.
Чем незримей вещь, тем оно верней,
что она когда-то существовала
на земле, и тем больше она -- везде.
Ты был первым, с кем это случилось, правда?
Только то и держится на гвозде,
что не делится без остатка на два.
Я был в Риме. Был залит светом. Так,
как только может мечтать обломок!
На сетчатке моей -- золотой пятак.
Хватит на всю длину потемок.



venerdì 13 aprile 2012

POSSO SCRIVERE I VERSI PIU' TRISTI QUESTA NOTTE - PABLO NERUDA


Diciamola tutta: se Pablo avesse scritto una poesia che iniziava con 
"La notte è stellata e tremolano, azzurri, gli astri in lontananza..." non avrebbe ottenuto lo stesso risultato di quello di questa poesia. Perchè? Perchè suonano falsi, prima di tutto, e vuoti. Esercizi di scrittura poetica. Eppure messi tra altri di malinconico languore, sono usati da Pablo per far risaltare entrambi, per creare un contrasto sia per tema specifico della poesia, in sé piuttosto banale, per l'autore Neruda, ma anche, a mio parere, e in un senso più ampio, sulla costruzione della poesia.
"Potrebbe" scrivere quei versi, scegliere una strada lastricata di marmo lucido, di bei versi descrittivi, quelli del fuori; invece decide di esplorare un altro sentiero, che sfrutta il "non l'ho", "l'ho perduta", in modo ripetitivo-ossessivo. La poesia dunque è pervasa da un senso di smarrimento; smarrimento tra i ricordi, tra il pensiero di non amarla più, d'averla amata una volta, forse amarla ancora e la volontà di volersi allontanare da questo smarrimento, con un'ultima poesia.
In effetti la scrittura di una poesia, se vera ed esaustiva, riesce ad allontanarci dal caos che l'ha generata. Ma questa è un'altra storia...
 





POSSO SCRIVERE I VERSI PIU' TRISTI QUESTA NOTTE


Posso scrivere i versi più tristi questa notte.

Scrivere, ad esempio: La notte è stellata,

e tremolano, azzurri, gli astri in lontananza.

Il vento della notte gira nel cielo e canta.


Posso scrivere i versi più tristi questa notte.

Io l'amai, e a volte anche lei mi amò.

Nelle notti come questa la tenni tra le mie braccia.

La baciai tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi amò, a volte anch'io l'amavo.

Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi questa notte.

Pensare che non l'ho. Sentire che l'ho perduta.

Udire la notte immensa, più immensa senza lei.

E il verso cade sull'anima come sull'erba in rugiada.

Che importa che il mio amore non potesse conservarla.

La notte è stellata e lei non è con me.

È tutto. In lontananza qualcuno canta. In lontananza.

La mia anima non si rassegna ad averla perduta.

Come per avvicinarla il mio sguardo la cerca.

Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che fa biancheggiare gli stessi alberi.

Noi quelli di allora, più non siamo gli stessi.

Più non l'amo, è certo, ma quanto l'amai.

La mia voce cercava il vento per toccare il suo udito.

D'altro. Sarà d'altro. Come prima dei suoi baci.

La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.

Più non l'amo, è certo, ma forse l'amo.

È così breve l'amore, ed è sì lungo l'oblio.

Perché in notti come questa la tenni tra le mie braccia,

la mia anima non si rassegna ad averla perduta.

Benché questo sia l'ultimo dolore che lei mi causa

e questi siano gli ultimi versi che io le scrivo.







PUEDO ESCRIBIR LOS VERSOS MAS TRISTES ESTA NOCHE


Puedo escribir los versos mas tristes esta noche.

Escribir, por ejemplo: "La noche esta estrellada,
y tiritan, azules, los astros, a lo lejos".

El viento de la noche gira en el cielo y canta.

Puedo escribir los versos mas tristes esta noche.
Yo la quise, ya veces ella tambien me quiso.

En las noches como esta la tuve entre mis brazos.
La bese tantas veces bajo el cielo infinito.

Ella me quiso, a veces yo tambien la queria.
Cοmo no haber amado sus grandes ojos fijos.

Puedo escribir los versos mas tristes esta noche.
Pensar que no la tengo. Pensar que no La Tengo.

Oir la noche inmensa, mas inmensa sin ella.
Y el verso cae al alma como al pasto el rocio.

Que importa que mi amor no pudiera guardarla.
La noche esta estrellada y ella no esta conmigo.

Eso es todo. Eso es todo. A lo lejos alguien canta.
Mi alma no se contenta con haberla perdido.

Como para acercarla mi mirada la busca.
Mi corazon la busca, y ella no esta conmigo.

La misma noche que hace blanquear los mismos arboles.
Nosotros, los de entonces, ya no somos los mismos.

Ya no la quiero, es cierto, pero cuanto la quise.
Mi voz buscaba el viento para tocar su oido.

De otro.  Sera de otro. Como antes de mis besos.
Su voz, su cuerpo claro. Sus ojos infinitos.

Ya no la quiero, es cierto, pero tal vez la quiero.
Es tan corto el amor, y es tan largo el olvido.

Porque en noches como esta la tuve entre mis brazos,
mi alma no se contenta con haberla perdido.

Aunque este sea el ultimo dolor que ella me causa,
y estos sean los ultimos versos que yo le escribo.




domenica 18 marzo 2012

I RICORDI MI VEDONO - TOMAS TRANSTROMER


“Leggere la sua poesia non è un percorso lineare: è come entrare in una labirintica chiocciola. La compressione delle immagini conduce alla contrazione degli elementi connettivi, dei passaggi logico-sintattici, dando spazio alla molteplicità interpretativa, alla pluralità del senso, lasciando spesso misteriosi i referenti. Questa oscurità ….... in Transtromer nasce dalla volontà di sfuggire ai vuoti schemi della comunicazione massificata, di contrapporsi ai linguaggi pubblicitari....” 
(Maria Cristina Lombardi sul numero 265 della rivista Poesia, Crocetti Edtore) 

Poco narrativo, dunque, ma non sempre il suo messaggio è chiuso e difficile da penetrare e penso per esempio a Motivo medievale:

Sotto le nostre espressioni stupefatte
C’è sempre il cranio, il vuoto impenetrabile. Mentre
Il sole lento ruota nel cielo.
…………………………………….La partita a scacchi prosegue.

Un rumore di forbici da parrucchiere nei cespugli.
Il sole ruota lento nel cielo.
La partita a scacchi si interrompe sul pari.
…………………………………….Nel silenzio di un arcobaleno.

Quella che riporto invece, appartiene alla sua espressività descrittiva, fatta di piccoli accenni: il mattino, il verde che presuppone un giardino o un bosco, camaleonti (dove vivono i camaleonti?) e poi gli uccelli che salutano la luce del giorno (troppo presto per svegliarsi, troppo tardi per riprendere il sonno); ed è tutta qua la sua poesia, a parte il suo tema del silenzio e la concentrazione in sé, espressa dai ricordi. Combinazione perfetta, per il mio sentire.




Tomas Gösta Tranströmer è uno scrittore, poeta e traduttore svedese, Premio Nobel del 2011. Tradotto in 46 lingue, è considerato uno dei più importanti scrittori scandinavi del dopo Guerra Mondiale.
I lunghi inverni svedesi, i ritmi delle stagioni, la bellezza della natura, tutto questo raccontato con un afflato dal sapore quasi religioso.
Nato a Stoccolma il 15 Aprile 1931 è cresciuto dalla madre, insegnante, dopo il divorzio col padre.
Inizia a scrivere poesia già quando frequentava la Södra Latin School di Stoccolma, pubblicando la sua prima raccolta 17 dikter (17 Poesie) nel 1954.
Si laurea in Psicologia nel 1956, con un bagaglio supplementare di studi su religione, storia e letteratura. Diviene assistente nella stessa università e l'anno successivo si sposa con Monica Bladh. Negli anni che vanno dal 1960 ed il 1966, Tomas lavora come psicologo presso il riformatorio di Roxtuna, nel sud della Svezia, tra disabili, carcerati e tossicodipendenti.
Nel 1990 fu colpito da un ictus che compromise la sua capacità di parlare, oltre all'uso della mano destra.
Un riconoscimento che va oltre quello della critica non sempre benevola nei suoi confronti, specialmente in occasione del suo Premio Nobel, lo ha ricevuto dai molti autori che hanno ammesso di avere dei debiti creativi nei suoi confronti, come gli altrettanto Nobel Iosif Brodskij, Derek Walcott, Seamus Heaney e molti altri autori delle nuove generazioni polacche ed anche statunitensi, grazie all'opera di traduzione delle sue poesie da parte dell'amico Robert Bly.
In Italia è stato edito da Crocetti nel 2008 (“Poesia dal silenzio”) che nel 2011 ha pubblicato un nuovo volume dal titolo Il grande mistero.
Ma già nel 1996 il Centro mondiale Giacomo Leopardi di Recanati pubblicò l'antologia "Poesie", nella traduzione di Giacomo Oreglia, istituto all'epoca presieduto da Mario Luzi. E fu proprio il poeta fiorentino Luzi, piu' volte candidato al Nobel, a volere che uscisse in italiano la prima traduzione del grande autore svedese che aveva conosciuto grazie all'amicizia con Oreglia stesso.
Motivazione della giuria al Premio Nobel:
«Perché attraverso le sue immagini asciutte e traslucide, ci dà un accesso fresco alla realtà».
Un'altra grande passione di Tomas è la musica. Dopo il suo ictus, ha imparato a suonare con la mano sinistra, cosa che ha rappresentato per lui “un modo di continuare a vivere”.





              I RICORDI MI VEDONO

Un mattino di giugno, troppo presto
per svegliarsi, troppo tardi
per riprendere sonno.

Devo uscire nel verde gremito
di ricordi, e mi seguono con lo sguardo.

Non si vedono, si fondono totalmente
con lo sfondo, camaleonti perfetti.

Così vicini che li sento respirare
benché il canto degli uccelli
sia assordante.



Minnena ser mig
 
En junimorgon då det är för tidigt
att vakna men för sent att somna om.
Jag måste ut i grönskan som är fullsatt
av minnen, och de följer mig med blicken.
De syns inte, de smälter helt ihop
med bakgrunden, perfekta kameleonter.
De är så nära att jag hör dem andas
fast fågelsången är bedövande.




lunedì 2 gennaio 2012

NULLA ACCADE DUE VOLTE - WISLAWA SZYMBORSKA

Con questa poesia si apre il primo volume di una serie di antologie dedicato a Wislawa Szymborska. Il libro fa parte della collana UN SECOLO DI POESIA che ci viene proposta da IL CORRIERE DELLA SERA, il primo di trenta autori, esponenti del mondo della cultura, finalmente rappresentanti voci di altri continenti, altre culture, altre sensibilità.
Finalmente liberi di leggere dei testi in assoluta libertà, senza doverne rendere conto ad insegnanti impreparati ed impoetici - nel senso più positivo del termine - comunque inadeguati (se non poeti loro stessi) a seguire l'evoluzione della poesia, a fare i conti con le nuove voci con cui la tecnologia di oggi, ci permette di entrare in contatto.
La Collana è curata da Nicola Crocetti e questo nome, a mio parere, è sintomo e sinonimo della validità del tutto. Occasione ghiotta che è peccato perderla. Trovate informazioni relative all'iniziativa QUI.
Con questa poesia, così leggera, quasi una filastrocca, mi sono riconciliata con le rime. Ma non vi fate ingannare: la poesia della Wislawa trascende il me ed il noi. La sua poesia è sublimazione non di una emozione, ma di una idea; l'emozione è la creta che usa per modellare il vassoio con cui ci offre il suo pensiero.


Fotografia di questo sito



Nulla due volte accade nè accadrà


Nulla due volte accade
nè accadrà. Per tal ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta
di ripeter non è dato
le stagioni del passato.

Non c'è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
nè due baci somiglianti,
nè due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos'è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perchè tu, malvagia ora,
dài paura e incertezza?
Ci sei - perciò devi passare.
Passerai - e qui sta la bellezza.

Cercheremo un'armonia,
sorridenti tra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d'acqua.




"Nic dwa razy"

Nic dwa razy sie nie zdarza
I nie zdarzy. Z tej przyczyny
Zrodziliśmy sie bez wprawy
I pomrzemy bez rutyny.

Choćbyśmy uczniami byli
Najtępszymi w szkole świata,
Nie będziemy repetować
Żadnej zimy ani lata.

Żaden dzień sie nie powtórzy,
Nie ma dwóch podobnych nocy,
Dwóch tych samych pocałunków,
Dwóch jednakich spojrzeń w oczy.

Wczoraj, kiedy twoje imię
Ktoś wymówił przy mnie głośno,
Tak mi było, jakby róża
Przez otwarte wpadła okno.

Dziś, kiedy jesteśmy razem,
Odwróciłam twarz ku ścianie.
Róża? Jak wygląda róża?
Czy to kwiat? A może kamień?

Czemu ty sie, zła godzino,
Z niepotrzebnym mieszasz lękiem?
Jesteś- a więc musisz minąć.
Miniesz- a więc to jest piękne.

Uśmiechnięci, wpółobjęci,
Spróbujemy szukać zgody,
Choć różnimy sie od siebie,
Jak dwie krople czystej wody.

domenica 1 gennaio 2012

E' OGGI - PABLO NERUDA

Ho pensato di augurarvi un buon 2012 con questa poesia di Neruda.
Che tutto l'ieri cada dalle vostre mani e che il domani sia una bella pagina nuova da scrivere, una strada ben asfaltata, un sentiero di terra morbida dove vi aspettano i vostri sogni.
Ha un suo moto questa poesia. Ogni distico è una onda che lambisce la riva, si ritrae e torna, come se avesse dimenticato di portarci via.






E' OGGI


E' oggi: tutto l'ieri andò cadendo
entro dita di luce e occhi di sogno,
domani arriverà con passi verdi:
nessuno arresta il fiume dell'aurora.
Nessuno arresta il fiume delle tue mani,
gli occhi dei tuoi sogni, beneamata,
sei tremito del tempo che trascorre
tra luce verticale e sole cupo,
e il cielo chiude su te le sue ali
portandoti, traendoti alle mie braccia
con puntuale, misteriosa cortesia.
Per questo canto il giorno e la luna,
il mare, il tempo, tutti i pianeti,
la tua voce diurna e la tua pelle notturna.


(Cento sonetti d'amor, XLIX)



Soneto XLIX

Es hoy: todo el ayer se fue cayendo
entre dedos de luz y ojos de sueño,
mañana llegará con pasos verdes:
nadie detiene el río de la aurora.
Nadie detiene el río de tus manos,
los ojos de tu sueño, bienamada,
eres temblor del tiempo que transcurre
entre luz vertical y sol sombrío,
y el cielo cierra sobre ti sus alas
llevándote y trayéndote a mis brazos
con puntual, misteriosa cortesía:
Por eso canto al día y a la luna,
al mar, al tiempo, a todos los planetas,
a tu voz diurna y a tu piel nocturna. 


sabato 26 novembre 2011

Proposta di traduzione: COLLINA DANESE - HAROLD PINTER

domenica, 30 ottobre 2011
Proposta di traduzione: COLLINA DANESE - HAROLD PINTER
 
I Nobel della letteratura I
Recentemente a Milano sono capitata a "Il Piccolo" sempre aperto, dove era un corso un concerto a due di pianoforte. Entrando, sul lato sinistro c'è una mini-libreria con una vasta scelta di testi taetrali. Ho dato una scorsa ai titoli e - possibile? - ho trovato un testo di poesia.
L'edizione di Einaudi, quella della serie bianca, con una delle poesie dell'autore, o almeno con una manciata di versi significativi, ci fa capire subito se il volumetto che hai in mano è uno di quelli che rimpiangerai di non aver comprato.
Le poesie sono introdotte da una breve ma suggestiva prefazione (un piccolo stralcio è riportato qui sotto, con il nome del suo autore); non posso dire di essere rimasta soddisfatta della traduzione. Chiedo perdono a tutti: editore, traduttrice e a chi leggerà più sotto. Forte del testo originale a fronte, ho trovato assonanze diverse che mi tornavano indietro con sonorità e musicalità diverse.
In fondo è proprio quello che dice  il curatore del libro:
"La lettura di questi versi richiede una particolare disposizione a sentire, poichè molto spesso ciò che comunicano è una vera e propria vibrazione musicale piuttosto che un'affermazione esplicita".
Questa piccola composizione ci propone già un accaduto che è lasciato libero alla nostra interpretazione, come se fossimo arrivati in ritardo, solo al secondo atto di una rappresentazione.
Quel "Bene" sembra voler porre fine ad una discussione mai iniziata, a dei rimorsi che iniziano ad affacciarsi.
Oppure potrebbe essere voler consegnare una persona cara al ricordo, senza cederla al rimpianto, dal momento che sarà comunque "là".
E probabilmente voi troverete almeno un centinaio di altre interpretazioni.
Non è quello che ci aspetta da una poesia questo?


Harold nacque a Hackney, Londra il 10 ottobre 1930 e studiò alla Hackney Downs Grammar school.
Fu principalmente un drammaturgo, uno scrittore teatrale; la sua poesia è "una stanza in cui bisogna voler entrare, la porta non ha serratura e la luce non si accende premendo un interruttore: si fa un passo  e si accede all'interno di uno spazio privo di punti di riferimento ma altresì saturo di suggestioni" (Edy Quaggio)
Poesia è stata il primo amore di Pinter, poi scoprì il fascino del palcoscenico, recitando in teatro col nome d'arte di David Baron. La sua prima commedia, The Room, fu rappresentata per la prima volta dagli studenti dell'università di Bristol nel 1957.
The Birthday Party (rappresentato nel 1958) fu inizialmente un fiasco, nonostante la recensione positiva sul Sunday Times fattagli dal critico teatrale Harold Hobson ma il successo del suo lavoro successivo, The Caretaker (1960), la riportò in auge e questa volta riscosse successo. Queste commedie ed altri dei suoi primi lavori, come The Homecoming (1964), sono a volte etichettate come "commedia della minaccia". Di solito cominciano con una situazione apparentemente innocente che diventa assurda e minacciosa poiché gli attori si comportano in modo inspiegabile sia per il pubblico che, a volte, per gli altri personaggi. Questo stile ha ispirato l'aggettivo "Pinteresque".
Dagli anni settanta si dedicò alla regia;  i suoi lavori si fanno più attenti alla politica mondiale ed ai temi dei diritti umani e della oppressione.
Nel 1985 Pinter si recò in Turchia con il commediografo statunitense Arthur Miller dove incontrò molte vittime dell'oppressione politica. Durante una cerimonia all'ambasciata statunitense in onore di Miller, invece dei convenevoli, Pinter parlò delle persone torturate con scosse elettriche ai genitali e per questo venne cacciato (Miller, per sostenerlo, lasciò l'ambasciata con lui).
Fu fortemente critico nei confronti dell'invasione americana dell'Afganistan e dell'Iraq.
E' stato insignito del CBE (Ordine dell'Impero Britannico) nel 1966 e proclamato Companion of Honour nel 2002, dopo aver precedentemente rifiutato la carica di cavaliere.
Nell'ottobre 2005 l'Accademia di Svezia annunciò che Pinter era il vincitore del premio Nobel 2005 per la letteratura con la seguente motivazione: "nelle sue commedie [egli] scopre il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni e spinge ad entrare nelle stanze chiuse dell'oppressione".
Nel 2006 gli viene invece conferito il Premio Europa per il Teatro.
Nel gennaio 2007 il primo ministro francese Dominique de Villepin gli ha assegnato la Legion d'onore.
Muore la vigilia di Natale, mercoledì 24 dicembre 2008 all'età di 78 anni.



COLLINA  DANESE


Bene, perlomeno sei là,
e quando entrerò nella stanza,
ti alzerai, le mani intrecciate
e sorriderai
oppure, se addormentata,
ti sveglierai.








DENMARK  HILL


Well, al least you're there,
and when I come into the room,
You'll stand, your hands linked,
and smile,
or, if asleep,
wake.


September 1977


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domenica, 11 settembre 2011
FOTOGRAFIA DELL'11 SETTEMBRE - WISLAWA SZYMBORSKA
 
Della poesia di Wislawa, c'è ben poco da dire. Non è una poesia "emozionale",  ma da Grande Autore quale è, ha saputo trasporre così tanta emozione in un testo apparentemente distaccato.

E il distacco dei numeri, unito al ricordo, è il modo migliore per rendere onore a tutte quelle persone che non hanno avuto il coraggio di provare a volare.
7 i grattacieli che facevano parte del complesso del World Trade Center
110 piani per 415 metri di altezza, 63.5 x 63,5 metri le dimensioni delle Torri gemelle.
Minuti:  17 sono i minuti tra l' impatto del primo aereo ed il secondo, quando il mondo stava già quardando le immagini del primo disastro e la parola "attentato" è stata una certezza.
La Torre Sud è collassato depo 56 minuti dall'impatto con l'aereo kamikaze.
La Torre Nord ha collassato dopo 102 minuti.
La Penthouse, edificio numero sette, si è incendiato per la grande dilatazione termica ed i danni conseguenti ai crolli delle altre due torri ed è collassato anch'esso.
2974 morti accertate (2357 dentro i due grattacieli, 441 poliziotti e pompieri, 157 a brdo degli aerei, 19 dirottatori  divisi in 4 aerei ) un terzo delle vittime erano donne.
17400 le persone presenti nel complesso del W.T.C.
Circa 200 persone si gettarono nel vuoto; tempo medio di caduta: 12 secondi.
18 persone che si trovavano ai piani colpiti dagli aerei si sono salvate.
23 persone sono state estratte vive dalle macerie; l'ultimo dopo 27 ore dal crollo.
289 sono i corpi recuperati intatti, ma il 41% delle vittime non è stato identificato.
Bambini: in 3000 hanno perso almeno un genitore; 100 di loro non era ancora nato. Le vittime sono state 8, tutti a bordo degli aerei: il più piccolo aveva solo 2 anni.

Un numero imprecisato di feriti.







FOTOGRAFIA DELL'11 SETTEMBRE


Sono saltati giù dai piani in fiamme –
uno, due, ancora qualcuno
sopra, sotto.

La fotografia li ha fissati vivi, e ora li conserva
sopra la terra verso la terra.

Ognuno è ancora un tutto
con il proprio viso
e il sangue ben nascosto.

C'è abbastanza tempo
perchè si scompiglino i capelli
e dalle tasche cadano
gli spiccioli, le chiavi.

Restano ancora nella sfera dell'aria,
nell'ambito di luoghi
che si sono appena aperti.

Solo due cose posso fare per loro –
descrivere quel volo
senza aggiungre l'ultima frase.




Fotografia z 11 września

Skoczyli z płonących pięter w dół
- jeden, dwóch, jeszcze kilku
wyżej, niżej.
Fotografia powstrzymała ich przy życiu,
a teraz przechowuje
nad ziemią ku ziemi.
Każdy to jeszcze całość
z osobistą twarzą
i krwią dobrze ukrytą.
Jest dosyć czasu,
żeby rozwiały się włosy,
a z kieszeni wypadły
klucze, drobne pieniądze.
Są ciągle jeszcze w zasięgu powietrza,
w obrębie miejsc,
które się właśnie otwarły.
Tylko dwie rzeczy mogę dla nich zrobić
- opisać ten lot
i nie dodawać ostatniego zdania.


GOMITOLO DI PIUME - GHIANNIS RITSOS

lunedì, 01 agosto 2011
GOMITOLO DI PIUME - GHIANNIS RITSOS
 
A proposito di poesie musicali e di premi Nobel, avevo da parte una piccola poesia come questa.
Fare poesia, dichiarando di non poterne fare, forza descrittiva nel cogliere piccoli gesti, racchiusi nel ricordo, nell'intensità di un amore, partendo forse proprio da quei piedi impolverati.
Una costruzione del verso ampia, come la portata di un grande fiume, perchè per dare voce al taciuto, le parole si ampliano, si accavallano e si fanno impetuose.
Insolita la sua divisione del verso.





GOMITOLO DI PIUME

Le poesie che ho vissuto tacendo sul tuo corpo
mi chiederanno la loro voce un giorno, quando andrai.
Ma io non avrò più voce per ridirle allora. Perché tu eri abituata
a camminare scalza per le stanze, e poi ti rannicchiavi sul letto,
gomitolo di piume, seta e fiamma selvaggia. Incrociavi le mani
sui ginocchi, mettendo in mostra provocante
i piedi rosa impolverati. Devi ricordarmi così - dicevi;
ricordarmi così coi piedi sporchi; coi capelli
che mi coprono gli occhi - perché ti vedo più profondamente così. Dunque,
come potrò più avere voce. La Poesia non ha mai camminato così
sotto i bianchissimi meli in fiore in nessun paradiso.


Parola carnale, IV




«Τα ποιήματα που έζησα στο σώμα σου σωπαίνοντας,
θα μου ζητήσουν, κάποτε, όταν φύγεις, τη φωνή τους.
Όμως εγώ δε θάχω πια φωνή να τα μιλήσω. Γιατί εσύ συνήθιζες πάντα
να περπατάς γυμνόποδη στις κάμαρες, κι ύστερα μαζευόσουν στο
κρεβάτι
ένα κουβάρι πούπουλα, μετάξι κι άγρια φλόγα. Σταύρωνες τα χέρια σου
γύρω στα γόνατά σου, αφήνοντας προκλητικά προτετεμένα
τα σκονισμένα σου ρόδινα πέλματα. Να με θυμάσαι – μούλεγες- έτσι'
έτσι να με θυμάσαι με τα λερωμένα πόδια μου' με τα μαλλιά μου
ριγμένα στα μάτια μου – γιατί έτσι βαθύτερα σε βλέπω. Λοιπόν,
πώς νάχω πια τη φωνή. Ποτέ της η Ποίηση δεν περπάτησε έτσι
κάτω από τις πάλλευκες ανθισμένες μηλιές κανενός Παραδείσου».


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