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mercoledì 10 dicembre 2014

SONO PESI QUESTE MIE POESIE - NIKA TURBINA

Un altro autore che vale la pena di leggere a mio avviso è Nika.  La storia di questa bambina che scrive versi  potrebbe influenzarci nella lettura delle sue poesie e come Evtushenko il primo pensiero è che non sono interamente opera della bambina, che qualcuno glieli ha corretti.  Poi la ascoltiamo declamarli in vecchi video riproposti da You tube e al pari di chi la ascoltava per la prima volta, le crediamo, ciecamente.
Quella riportata è una delle sue poesie più famose e diffuse nel web ed è una di quelle  scritte a 7 anni (circa).  Eppure ci troviamo il mito di Sisifo, versi e strofe sono trattati con disinvoltura ma senza ostentazione. Ammetto che il tono è fin troppo solenne in un autore maturo, ma perdonabilissimo in una Nika al suo esordio.
Se vi interessa, esiste un libricino di poche pagine edito da Via del vento Edizioni, collana Acquamarina, con una selezione delle sue poesie e con in calce l'anno in cui sono state scritte.



Nika Turbina Georgievna nasce a Yalta il 12 dicembre del 1974.  Sua madre, Maya Nikanorkina è un'artista, di salute cagionevole, il padre la abbandona quando lei è ancora in fasce.
La nonna Lyudmila Karpova, è un'interprete e Anatoly Nikanorkin, suo nonno, è  poeta e prosatore.
Sofferente di diabete e di una grave forma di asma, ha paura di dormire (la nonna ricorderà che dormivano tutti poco). Di notte si mette a sedere sul letto, respirando a fatica e si accorge di mormorare delle parole. Chiama allora la madre e le chiede di scrivere per lei (a quattro anni, non sapeva ancora scrivere). "Le poesie arrivavano all'improvviso, quando stavo male ed ero spaventata. E' per questo che le mie poesie portavano dolore", ricorderà poi.
Lyudmila è consapevole del potenziale di quelle poesie: la sua casa è frequentata da poeti.
Nell'hotel in cui lavora spesso soggiorna Yulian Semyonov, un noto scrittore e lei pensa spesso a come riuscire fargli leggere le poesia di Nika. Trascrive tutti i testi, nell'attesa di una occasione e questa arriva  quando Yulian le chiede un'auto.
"Non le darò un auto finchè non leggerà questi versi". 
Una frase molto grave, che le costerebbe il licenziamento e Yulian è spesso importunato da nonni e nonne convinti di avere nipoti brillanti, però cede. Si siede, inizia a leggere e trova le poesie intense e brillanti. Col suo interessamento, alcuni testi vengono pubblicati sul Pravda, un quotidiano nazionale. Nika ha solo 7 anni e continua, dapprima a dettare, poi a scrivere fino ai 12 anni. Dopo le poesie si fanno più rare, forse per un dramma familiare (la madre si risposa e ha un cattivo rapporto col patrigno e la sorellastra).
Nel 1984 esce la prima raccolta di poesie, BOZZA con una prefazione di Evgenij Evtushenko che, vinto un un iniziale scetticismo, contribuisce a organizzarle incontri in tutto il paese.
Nel 1985 le viene conferito il Grande Leone d'Oro di Venezia, nell'ambito del Festival Internazionale di Poesia "Poeti e Terra". L'unico altro poeta russo di ricevere questo premio era stata Anna Achmatova. In questo periodo visita gli Stati Uniti e incontra Josef  Brodsky.
 "Se una persona non è un idiota completo, cade di tanto in tanto nella depressione. A volte si vuole solo andarsene, chiudere la porta e mandare tutto al diavolo ", dice Niki, infatti lotta per molto tempo con la solitudine a modo suo: scappa di casa, prende sonniferi, si taglia le vene.
A Mosca frequenta corsi di cinematografia, recita in alcuni films, lavora in TV e radio ma è impressionabile, cagionevole e dai nervi fragili; nel 1990, all’età di sedici anni, si fa ricoverare in una clinica psichiatrica svizzera, sposa un professore di psichiatria, all’epoca settantaseienne ma presto torna a Mosca, dove ritrova il suo primo amore. La storia però è di breve durata e inizia a bere pesantemente. Trova un nuovo amore, un uomo d'affari, ma la loro relazione non dura a lungo. Viene ricoverata in un ospedale psichiatrico. Nel 1991 esce la sua seconda collezione di poesie  "Passi in su, passi in giù..."  e nel frattempo vengono  tradotte e pubblicate in più di dodici paesi.  A seguito di un tentativo di suicidio nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997,  Nika Turbina viene sottoposta a numerose e delicate operazioni, che le permettono di tornare, con difficoltà, a camminare. L'11 maggio 2002  "cade" di nuovo dal balcone del quinto piano e questa volta muore, all'età di 27 anni.
Si parlò subito di suidìcidio, una versione molto romantica e di forte impatto emotivo, che richiama una frase del suo diario:
“Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna”
Ma la famiglia ha sempre sostenuto che stava superando la depressione e che pensava al futuro. Il suo corpo rimase all'obitorio per otto giorni come un non identificato e viene cremata ma non sepolta, sarà fatto successivamente nel cimitero Vagankovky.





 [Sono pesi queste mie poesie]


Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

(1981)

Traduzione di Federico Federici

Тяжелы мои стихи


Тяжелы мои стихи,
Камни в гору.
Донесу их до скалы,
До упору.
Упаду лицом в траву,
Слёз не хватит.
Разорву строку свою,
Стих заплачет.
Больно врежется в ладонь
Крапива.
Превратится горесть дня
Вся в слова.


martedì 25 settembre 2012

NON CI SARA' NESSUNO A CASA - BORIS PASTERNAK


Un ritorno a casa caratterizzato dall'assenza. Una assenza pesante, di cose e persone. Solo la neve a dominare su tutto, una neve che però cancella anche qualsiasi cosa, forse anche quella colpa di cui di sente gravato Boris.
E svanita la colpa, invariabilmente dev'essere la speranza quella che si muove "misurando coi passi il silenzio" ed entra "come l'avvenire".
Mi era venuta voglia di ascoltare - e di proporvi - questa poesia in lingua madre. Purtroppo su YOU TUBE i molti file trovati, la propongono solo in musica.
Questa è una delle migliori.




Ho incrociato così tante volte Boris, nelle poesie e nelle biografie degli altri autori russi, che mi sono stupita, pubblicando il post, di non trovarlo tra "i miei autori".
E' necessario rimediare!

Boris Leonidovič Pasternak nacque a Mosca nel 1890 da una famiglia di intellettuali di origine ebrea, odessiti: il padre Leonid era pittore di fama e amico di Tolstoj, la madre Rozalija Kaufman concertista. Studiò composizione al conservatorio e filologia all'università di Mosca. Nel 1921 i suoi genitori lasciano la Russia. Boris Pasternak seguì a Marburgo le lezioni del filosofo neokantiano Cohen. Si laurea poi all'università di Mosca. Partecipa al clima intellettuale fervido degli anni immediatamente seguenti alla rivoluzione. 
Nel 1922 Pasternak sposò Evgenija Vladimirovna Lourie da cui ebbe un figlio, per poi divorziarre nel 1931. Seguì un secondo matrimonio nel 1934 con Zinaida Nikolaevna Neuhaus e la famiglia si trasferì nel sobborgo moscovita di Peredelkino nel 1936.
Negli anni dello stalinismo e della guerra aderì alla rivoluzione russa, cercando di essere sempre leale con il regime pur senza nascondere le atrocità commesse. Prese posizione contro le terribili condizioni dei contadini collettivizzati, intercesse presso Bucharin per salvare Osip Mandel'stam che aveva scritto un'ode contro Stalin, mantenne contatti con esuli e internati. Mostrando un coraggio eccezionale negli anni delle purghe staliniste (un solo compromesso imputabile fu la traduzione dal georgiano di due odi in onore di Stalin; la firma in calce a un appello di scrittori che chiedevano la condanna a morte degli imputati al primo processo di Mosca sembra fu apposta contro la sua volontà), mentre molti suoi amici subivano il carcere o il suicidio, come l'amata Marina Cvetaeva.
Scrisse un unico ma indimenticabile romanzo: Il dottor Živago che gli procurò nel 1958 il premio Nobel, a cui fu costretto dal regime a rinunciare per l'assegnazione  polemica e in senso anti-sovietico degli occidentali (la motivazione fu: "Per le sue importanti conquiste nella poesia lirica contemporanea e nel campo della tradizione epica della grande Russia."). Le autorità fecero di tutto per fermarne la traduzione e la pubblicazione in occidente, furono inventati dei falsi telegrammi e lettere, a firma originale, ma estorta, di Pasternak, che tuttavia voleva che venisse pubblicato e letto, senza preoccuparsi delle conseguenze che ne sarebbero derivate per la sua persona.
 «L'abbandono della Russia sarebbe la mia morte», scrisse nel novembre 1958 sulla «Pravda». Visse gli ultimi anni rigidamente controllato dal regime. Morì a Peredelkino [Mosca] nel 1960.






NON CI SARA' NESSUNO A CASA


Non ci sarà nessuno a casa,
tranne il crepuscolo. Il solo
giorno invernale in un trasparente spiraglio
di cortine non accostate.

Solo di bianchi boccoli bagnati
il rapido aleggiante balenio.
Solo tetti e neve e tranne
i tetti e la neve, - nessuno.

E di nuovo arabeschi intesserà la brina,
e di nuovo mi domineranno
lo sconforto dell’anno passato
e le vicende di un altro inverno.

E mi schermiranno di nuovo per una
colpa non ancora perdonata,
e una fame di legna avvinghierà
la finestra lungo la crociera.

Ma inaspettatamente per la tenda
scorrerà il tremito di un’irruzione.
Misurando coi passi il silenzio,
come l’avvenire tu entrerai.

Tu apparirai sulla soglia, indossando
qualcosa di bianco senza stranezze,
qualcosa proprio di quelle stoffe
di cui si cuciono i fiocchi di neve.


da Poesie - Edizioni Einaudi

traduzione di Angelo Maria Ripellino




Никого не будет в доме


Никого не будет в доме,
Кроме сумерек. Один
Зимний день в сквозном проеме
Незадернутых гардин.

Только белых мокрых комьев
Быстрый промельк моховой,
Только крыши, снег, и, кроме
Крыш и снега, никого.

И опять зачертит иней,
И опять завертит мной
Прошлогоднее унынье
И дела зимы иной.

И опять кольнут доныне
Неотпущенной виной,
И окно по крестовине
Сдавит голод дровяной.

Но нежданно по портьере
Пробежит сомненья дрожь,-
Тишину шагами меря.
Ты, как будущность, войдешь.

Ты появишься из двери
В чем-то белом, без причуд,
В чем-то, впрямь из тех материй,
Из которых хлопья шьют.


1931
 

domenica 23 settembre 2012

NON HO CAMMINATO NEI TUOI SOGNI - BORIS RYZYJ


In questo testo di Boris sembra quasi di vederne le cancellature, tale è l'immediatezza, l'impetuosità di questi versi.
In generale, di Ryzyj mi hanno sempre colpito i suoi versi inconsueti, diversi da quelli cui sono abituata, non a caso Wikipedia li definisce "a volte volgari e spavaldi, altre volte formali". 
C'e quasi una rabbia repressa anche in una poesia che - dovrebbe - essere dolce, come questa. 

Riparo alla omissione della biografia nel mio primo inserimento. Al tempo non avevo pensato di cercare nelle pagine Russe. 







Boris Ryzhy Borisovich (in Russo Борис Борисович Рыжий) nasce a Chelyabinsk l'8 settembre 1974 e cresce a Sverdlovsk, città industriale degli Urali, cupo regno delle miniere, dove suo padre fa l'ingegnere minerario. Pare sia stato un territorio popolato per mille anni da poliziotti e ladri in parti uguali. Si dice sia cresciuto in mezzo ad ex detenuti, risse e bagordi, iniziando a 14 anni a scrivere poesie. E' più noto come campione di pugilato ed a lui piace quella immagine di sè. A 18 si sposa. A venti ha un figlio. Si laurea nel 1998 in geofisica e geoecologia presso l'Accademia mineraria degli Urali e si specializza in geofisica, nel 2000 presso a sezione degli Urali dell'Academia russa delle scienze, diventando ricercatore geo fisico degno di menzioni accademiche per aver pubblicato numerosi articoli scientifici. Al momento della sua morte, Boris aveva iniziato ricevere riconoscimenti per le sue poesie ed era considerato come uno dei maggiori poeti della sua generazione. Aveva ricevuto l'Anti-Booker Prize ed aveva accettato di partecipare al Festival di Poesia di Rotterdam. Ma come tutti i poeti, indossava una maschera. “Di tutti i suicidi possibili l’impiccagione è il più triste perché rivela un disprezzo di sé peggiore di qualsiasi altra morte. La pallottola nella tempia uccide un infrequentabile avversario. Ripara un torto. Nobilita il morto. Il fuoco lo santifica. L’acqua gli dà un nuovo battesimo. Ma ci si impicca perché ci si disprezza, vecchio straccio, oggetto di rifiuto”.
Il cadavere venne rinvenuto il 7 maggio 2001. Il poeta si era impiccato ricorrendo alla maniglia di una porta intorno alla quale aveva fatto scorrere la corda. Lasciava, a soli 26 anni, un figlio, Artjom (nato nel 1994) ed una moglie, Irina.
Dopo la sua morte inizia ad essere conosciuto anche fuori dalla Russia e alcuni suoi testi sono stati tradotti  in inglese, italiano, tedesco e olandese.






 

Non ho camminato nei tuoi sogni...

 

Non ho camminato nei tuoi sogni,
nè mi sono mostrato in mezzo alla folla,
non sono apparso nel cortile
dove pioveva o meglio cominciava
a piovere (questo verso
lo cancello e non lo sostituirò),
era allettante credere, come uno stupido,
che ti avrei incontrato presto,
eri tu che mi apparivi in sogno
(e mi prendeva una dolce tenerezza),
mi sistemavi i capelli sulle tempie.
Quell'autunno perfino le poesie
in parte mi riuscivano bene
(però mancava sempre un verso o una rima
per essere felice).





Борис Рыжий


Я по снам по твоим не ходил
и в толпе не казался,
не мерещился в сквере, где лил
дождь, верней - начинался
дождь (я вытяну эту строку,
а другой не замечу),
это блазнилось мне, дураку,
что вот-вот тебя встречу,
это ты мне являлась во сне,
и меня заполняло
тихой нежностью, волосы мне
на висках поправляла.
В эту осень мне даже стихи
удавались отчасти
(но всегда не хватало строки
или рифмы - для счастья).



giovedì 2 agosto 2012

MI HAI DATO DUE INCARICHI - VIKTOR SKLOVSKIJ

Anche questo è un autore di cui in Italia si parla poco.
Mi piaceva postare  questa poesia di Viktor per diversi motivi.
In primo luogo, Viktor fa uso dei numeri all'interno dei versi: si potrebbe pensare alla "lista della spesa" terrore degli studenti nelle loro prove scritte d'italiano, ma non banalizziamo questa poesia pensandola come una graziosa dedica lasciata sul diario della compagna di banco preferita, perchè tra un verso e l'altro, o forse proprio tra il secondo punto e la strofa finale, qualcosa resta.
Un'ombra, un'attesa che ha la sua eco in quel "...tu non me l’hai affidato." in chiusura.
Se è questo quello che teorizzava, l'organizzazione delle parole nel testo, a dispetto del contenuto; creare con un uso indiretto delle parole, sottintendendo, questo suo modello lo abbiamo incontrato in molti autori, sia spaziando in vari contesti storici sia geografici.





Viktor Borisovič Šklovskij (in russo Виктор Борисович Шкловский) è stato uno scrittore, teorico e critico letterario russo, nato a San Pietroburgo, il 24 gennaio 1893.
E' stato Commissario durante la Rivoluzione, insegnante all'Istituto statale di letteratura, distinguendosi per la sua originalità. Esordì nel 1914 come poeta e teorico. Tra lo stesso 1914 ed il 1923 fu membro dell'OPOJAZ, dei Fratelli di Serapione e padre del formalismo, stilando il saggio-manifesto "L'arte come artificio", pubblicato nel 1917, e con altri numerosi saggi teorici. Mise a punto alcuni concetti base della teoria formalista, (indagare cioè sull'aspetto puramente formale dell'opera letteraria, soffermandosi sull'organizzazione del sistema linguistico e "le particolarità specifiche dell'arte verbale" - Ejchenbaum, "La teoria del metodo formale" - tralasciando l'interpretazione contenutistica del testo stesso.) sia per quanto riguarda l'opera d'arte come insieme di tecniche usate a proposito dallo stesso autore, e sia per la teoria dello straniamento.
Terminato il periodo del formalismo lo scrittore diminuì l'attività nel campo teorico e nel periodo staliniano rivolse il suo interesse per lo più al cinema scrivendo diverse sceneggiature.
Morì a Mosca il 6 dicembre 1984.


OPOJAZ: O bščestvo izučenija PO ètičeskogo JAZ YKA, "Società per lo studio del linguaggio poetico", fu un importante gruppo di linguisti e critici letterari di San Pietroburgo, fondato nel 1916. Assieme al Circolo Linguistico di Mosca, fondato nel 1914-1915, è stato responsabile dello sviluppo del formalismo russo e della semiotica letteraria.
Fu sciolta nei primi anni '30, dopo un violento dibattito che l'oppose al nascente ma già imperioso monopolio del realismo socialista. 












MI HAI DATO DUE INCARICHI




 Mi hai dato due incarichi.
1) Non telefonarti.
2) Non vederti.
Adesso sono un uomo occupato.

C’è anche un terzo incarico:
non pensare a te.
Ma tu non me l’hai affidato.

 

 

 

Ты дала мне два дела


Ты дала мне два дела:

1) не звонить к тебе,
2) не видеть тебя.
И теперь я занятой человек.

Есть еще третье дело:
не думать о тебе.
Но его ты мне не поручала.


mercoledì 27 giugno 2012

A MOLTI - ANNA ACHMATOVA

In questa poesia Anna parla di sé quale depositaria della poesia della russia. Bistrattata dal regime, allontanata da molti poeti che ripararono all'estero, Anna rimase nella sua casa ed attraverso letture alla radio, portava la  poesia nelle case del suo popolo,  regina della poesia russa, scriveva versi di normalità in una nazione che la normalità l'aveva perduta.
E cantò anche dell'attesa di madri e mogli davanti alle carceri quando una donna che la aveva riconosciuta le chiese: "Può raccontare tutto questo?" E lei rispose "Posso".
Donna straordinaria e straordinariamente venerata, considerando che al tempo le donne faticavano per farsi strada nell'universo ancora tutto maschile della poesia, che per convenzione è donna, ma anche questa "convenzione", non è forse maschile?
 



A MOLTI  
                                                           
 
Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,
il riflesso del vostro volto,
i vani palpiti di vane ali...
fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi.

Ecco perché amate così cúpidi
me, nel mio peccato e nel mio male,
perché affidaste a me ciecamente
il migliore dei vostri figli;
perché nemmeno chiedeste di lui,
mai, e la mia casa vuota per sempre
velaste di fumose lodi.
E dicono: non ci si può fondere più strettamente,
non si può amare più perdutamente...

Come vuole l’ombra staccarsi dal corpo,
come vuole la carne separarsi dall’anima,
così io adesso voglio essere scordata.

Da Anno Domini - 1922

 



Многим
 
Я – голос ваш, жар вашего дыханья,
Я – отраженье вашего лица.
Напрасных крыл напрасны трепетанья, –
Ведь все равно я с вами до конца.

Вот отчего вы любите так жадно
Меня в грехе и в немощи моей,
Вот отчего вы дали неоглядно
Мне лучшего из ваших сыновей,
Вот отчего вы даже не спросили
Меня ни слова никогда о нем
И чадными хвалами задымили
Мой навсегда опустошенный дом.
И говорят – нельзя теснее слиться,
Нельзя непоправимее любить…

Как хочет тень от тела отделиться,
Как хочет плоть с душою разлучиться,
Так я хочу теперь – забытой быть.


 

domenica 24 giugno 2012

Da Elegie Romane: XII - JOSIF BRODSKIJ


"Oh, poesia! I versi possono essere versi, ma possono non essere poesia. La poesia è un tale miscuglio di rivelazione, di penetrazione, in generale, è la comprensione delle cose ecc... I versi sono, semplicemente, il mezzo della poesia, ciò che si chiama mezzo di trasporto. E' come un treno, i treni, i vagoni ecc... E dove vi porteranno è la poesia. Ma possono non portarvi."

Questo è quello che Josif pensava dei suoi versi. Ed in particolare sulle sue Elegie Romane, nella stessa intervista, risponde così alla domanda:
"Che cosa ha provato quando è stato a Roma?"

"Secondo me, è tutto scritto in quei versi. Non ho assolutamente niente d'aggiungere. Andai a Roma e non era la prima volta, mi pare la quarta o la quinta volta. Alloggiai all'Accademia Americana a Roma. Ebbi una storia d'amore con una ragazza del posto. Il suo nome appare in un verso, ma è nascosto fra quei nomi classici. Questo è il lato obiettivo, il sottofondo fattuale di questo ciclo. Oltre a ciò, una volta ho letto Elegie Romane di Goethe. Esse erano scritte in esametro, senza rima, ma la situazione in cui si trovava Goethe a Roma era analoga, più precisamente, la mia situazione a Roma era analoga a quella di Goethe. Non avevo nessun'altra intenzione. Semplicemente, scrissi i versi su ciò che pensavo, che sentivo e, in quel momento, volevo mettere sulla carta. E questo per la parte che riguarda Roma. Ma come sempre quando si scrive su qualcosa, si aggiunge qualcosa della vita precedente o, se ci si riesce, dalla vita futura. Non ho decisamente niente da aggiungere a proposito di Elegie Romane."
(Conversazione tratta dal sito: http://www.russianecho.net)

Decisamente questi versi rappresentano proprio un mezzo di trasporto, o forse un atto di fede per chi non riesce ad interpretarli a fondo, ma ne  coglie l'essenzialità, l'apparente superficialità e ne intravede la bellezza.
Credo che Josif si rivolga al tempo; molte cose me lo fanno credere, compresa la tematica complessiva delle sue poesie, ma col tempo a chi allude? 
Qual'è la cosa invisibile che è esistita una sola volta sulla terra: la morte o piuttosto la nostalgia? Se così fosse, non ci troviamo di fronte ad un poeta che scrive solo sotto metafora, ma che piuttosto nasconde nei suoi versi contenuti filosofici, verità che si fanno assolute tra gli spazi delle parole. 
Un atto di fede, dicevo, credere che le forbici rappresentino un distacco, con la conseguente mancanza dell'altra, un atto di fede pensare che la mancanza sia invisibile e proprio perché mancanza, prima deve essere stata ed adesso essere dappertutto. Atto di fede, sostenere che quello che non si può dividere in due parti sia il cuore, la dracma d'oro una donna, la lunghezza della tenebra il tempo necessario per dimenticare - se possibile - un amore.





Nasce a Leningrado il 24 maggio 1940.  Ad appena quindici anni, compie il suo primo atto libero: si alza dalla sedia, e dopo aver osservato le facce insopportabili degli insegnanti e quelle di Stalin e Lenin, si incammina lentamente verso l'uscita, lasciandosi alle spalle gli sguardi perplessi dei suoi compagni. Suo padre Alexandr, era un ufficiale della Marina sovietica con la passione della fotografia, e la madre, Maria Volpert, era una donna di notevole bellezza e cultura. Il padre ben presto è costretto al congedo, per via delle sue origini ebraiche e Josif si adatterà ad ogni genere di lavoro (fresatore in una fabbrica di cannoni, assistente nell'obitorio di uno degli ospedali della città, cercatore di uranio nel territorio della Siberia, scalatore per necessità e passione sempre con il contatore geiger in mano, senza provviste, con scarsa attrezzatura) per aiutare la famiglia ad attraversare quel momento di difficoltà economica, nonostante vivessero in una modestissima casa di 40 metri quadri in tutto in Litejnyj prospekt n. 24. Però la madre lo incoraggia a studiare da autodidatta. Le sue prime poesie vengono lette in riunioni semi-clandestine che però lo fanno conoscere negli ambienti letterari della sua città e approdano sulle pagine della rivista Syntaksis e con l'apprezzamento pubblico di Anna Achmatova, inizia a frequentare i giovani intellettuali de “Il circolo di Pietroburgo”. Intanto sono in molti che accorrono alla lettura delle sua poesie e questo lo impone all'attenzione della polizia sovietica. Dopo i primi episodi di arresti e avvertimenti, viene attaccato dalla stampa di influenzare negativamente i giovani. Si arriva così a quel processo-farsa che lo ha visto imputato.

GIUDICE: Di che cosa si occupa?
BRODSKIJ: Scrivo poesia. Traduco. Suppongo…
GIUDICE: Niente “suppongo”. Si alzi dritto in piedi! Non si appoggi alla parete! Guardi la corte! Risponda alla corte correttamente! (A me): La smetta di prendere appunti immediatamente, o la dovrò espellere dalla sala! (A Brodskij): Ha un lavoro fisso?
BRODSKIJ: Pensavo che fosse un lavoro fisso.
GIUDICE: Risponda precisamente!
BRODSKIJ: Scrivevo poesia. E pensavo che fosse stata stampata. Suppongo…
GIUDICE: Non siamo interessati in quello che “suppone”. Risponda per quale ragione non ha lavorato.
BRODSKIJ: Ho lavorato. Ho scritto poesia.
[...]
GIUDICE: Per quanto tempo ha lavorato?
BRODSKIJ: Approssimativamente…
GIUDICE: Non siamo interessati all’approssimativamente!”
BRODSKIJ: Cinque anni.
GIUDICE: Dove ha lavorato?
BRODSKIJ: In una fabbrica. Con un gruppo geologico…
GIUDICE: Quanto tempo ha lavorato nella fabbrica?
BRODSKIJ :Un anno.
GIUDICE: Facendo che cosa?
BRODSKIJ: Ero fresatore.
[...]
GIUDICE: Ma in genere qual’è la sua specialità?
BRODSKIJ: Sono un poeta, un poeta-traduttore.
GIUDICE: E chi le ha detto che lei è un poeta? Chi l’ha incluso nell’ordine dei poeti?
BRODSKIJ: Nessuno. (Non sollecitato) E chi mi ha incluso nell’ordine della razza umana?
GIUDICE: Lo ha studiato?
BRODSKIJ: Che cosa?
GIUDICE: Essere un poeta? Non ha finito la scuola dove preparano… dove insegnano…
BRODSKIJ: Penso che non si può ottenere dalla scuola.
GIUDICE: Come allora?
BRODSKIJ: Penso che… (disorientato) venga da Dio…

"Allora lei è un parassita". Sentenziava il giudice, ed applicando il codice sovietico, lo condannava a cinque anni di lavori forzati (oltre a un periodo allucinante nel manicomio del carcere Le Croci, dove stabiliscono che è sano di mente e pronto ad affrontare la pena stabilita). Ma, si sa, non erano mai sotto accusa gli uomini, piuttosto la letteratura, l'inno a vivere la vita in libertà. Ma il resoconto stenografato del processo arriva in Occidente, suscitando così tanto clamore da spingere i dirigenti sovietici a tornare sulla propria decisione ed a revocare la condanna e rimettendo il poeta in libertà. Rientrato nella sua Pietroburgo, sopravvive grazie alla famiglia e agli amici (in particolare Anna Achmatova) e traduce poesie dall'inglese e dal polacco. Alla vigilia della firma del contratto per la sua prima pubblicazione di poesie, la situazione politica interna precipita e Josif finisce nella lista degli indesiderati: gli viene consigliato di richiedere un visto per Israele.        
Inizia così - era il 1972 - il suo esilio. Non rientrerà mai più in patria, anche quando il suo nome verrà riabilitato nel 1989, era Gorbacioviana. Parte il 4 di giugno con pochi effetti personali: un libro di John Donne, una macchina da scrivere, regalatagli del padre, e due bottiglie di liquore che consegnerà – fermandosi in Austria, prima di raggiungere gli Stati Uniti a Wystan Huge Auden: il primo intellettuale occidentale che vuole incontrare di persona, autore di una calda prefazione alle sue poesie tradotte in lingua inglese. Si stabilisce negli Stati Uniti, insegnando in varie università e trovando quella serenità che gli consente di raffinare la sua poetica. Stringe amicizia a dispetto del suo carattere chiuso, con poeti come Derek Walcott e Antony Hecht, diviene cittadino americano nel 1977, scrive in quella che è la sua nuova lingua. È però grazie al premio Nobel per la letteratura, arrivato nel 1987, che il suo nome diventa davvero noto in tutto il mondo, contribuendo ad aumentare sensibilmente le traduzioni delle sue opere in lingue straniere e i suoi viaggi all’estero.
Innamorato dell’Italia, (e dell’italiano, che definisce "la lingua prima della poesia") trascorre regolarmente le sue vacanze di fine anno a Venezia, città che finisce al centro (come anche Roma) di alcune tra le sue poesie e prose più riuscite. Quando si rende conto che i suoi problemi cardiaci, sono davvero seri e preoccupanti, esprime il desiderio di venire seppellito nella sua "personale forma del Paradiso": città di acqua e canali, come la natale Leningrado. Muore nella notte del 28 gennaio 1996 nella sua casa di Brooklyn, al n. 44 di Morton Street, uno dei due "nascondigli" (come lui diceva, l' altro era nella bella casa di campagna vicino al College in cui insegnava). Non risponde al telefono, così abbattono la porta e lo trovano senza vita nel letto. Stranamente la notizia è battuta per prima da una agenzia russa. Alle 3 del pomeriggio di domenica le televisioni e le radio americane, sono distratte dal "Superbowl" e parleranno della morte del poeta solo alcune ore dopo. Il medico Isadore Rosenfeld , che oltre ad essere un suo amico personale, l'ha curato per tanti anni, consigliandogli di cambiare radicalmente regime di vita ed affrontare un delicato intervento chirurgico, dirà: "L'ho abbandonato da un anno perché non voleva smettere di bere e di fumare" ma anche "Lo definirei un suicidio". Brodskij aveva 55 anni, e anche se soffriva di cuore, non aveva mai vissuto da ammalato. Aveva detto, scherzando, che il suo epitaffio avrebbe dovuto suonare così: "Lascia il suo gatto Mississippi e le sue poesie".






                                    XII

Chinati. Ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frantume! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.


Trad.  Giovanni Buttafava


XII

Наклонись, я шепну Тебе на ухо что-то: я
благодарен за все; за куриный хрящик
и за стрекот ножниц, уже кроящих
мне пустоту, раз она -- Твоя.
Ничего, что черна. Ничего, что в ней
ни руки, ни лица, ни его овала.
Чем незримей вещь, тем оно верней,
что она когда-то существовала
на земле, и тем больше она -- везде.
Ты был первым, с кем это случилось, правда?
Только то и держится на гвозде,
что не делится без остатка на два.
Я был в Риме. Был залит светом. Так,
как только может мечтать обломок!
На сетчатке моей -- золотой пятак.
Хватит на всю длину потемок.



lunedì 21 novembre 2011

ULTIMO BRINDISI - ANNA ACHMATOVA

domenica, 29 maggio 2011
ULTIMO BRINDISI - ANNA ACHMATOVA
 
Questa poesia di Anna  segue idealmente il percorso tracciato da quelle altre poesie che ho inserito: Non sappiamo separarci, C'è nel contatto umano, Lo stormoNero e duro distacco.
Anna riesce a porgerci l'emozione del dolore vivo e vibrante senza scendere nell'autocommiserazione, nel melodramma, nel grottesco di certe composizioni che strappano la definizione di poesia a viva forza.
Le parole che usa sono forti e crude perchè quello che prova è forte e crudo e gelido, il temperamento della poesia è ironicamente amaro
Per me questa poesia è nella rosa di quelle che non devono essere dimenticate e che non si può non conoscere.




ULTIMO BRINDISI


Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all'inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato


27 giugno 1934
Sheremetev Palace




Последний тост
Я пью за разоренный дом,
За злую жизнь мою,
За одиночество вдвоем,
И за тебя я пью, -
За ложь меня предавших губ,
За мертвый холод глаз,
За то, что мир жесток и груб,
За то, что Бог не спас.
27 июня 1934
Шереметьевский Дом


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domenica 20 novembre 2011

ASPETTAMI ED IO TORNERO' - KONSTANTIN M. SIMONOV

venerdì, 20 maggio 2011
ASPETTAMI ED IO TORNERO' - KONSTANTIN M. SIMONOV
 
"Nel febbraio 1942, quando i tedeschi erano stati respinti da Mosca, la Pravda ha pubblicato una lirica che ha immediatamente conquistato il cuore delle nostre truppe: è 'stato" Wait for me ". I soldati hanno imparato a memoria i suoi versi, li hanno ricopiati seduti fuori in trincea, ed inviati  come lettere a mogli e fidanzate,,ma è stato trovato anche nei taschini degli uccisi e dei feriti. Nella storia della poesia russa, è difficile trovare una poesia che abbia avuto un uguale impatto sul popolo ed ha fatto dell'ufficiale sovietico e poeta russo -. Konstantin Simonov -. un poeta famoso in tutto il mondo "
(Gli Editors introduzione di Selected Poems di Simonov, 1964)
Dedicata alla giovane attrice Valentina Serova, suo grande amore, la poesia è espressione di sentimenti personali, un momento di auto-inganno: sapeva che Valentina non lo avrebbe aspettato molto a lungo, così come  molti prima di lui, il poeta, ha espresso quello che voleva credere.  E come espressione della nazionale fiducia in sé, è stata una poesia molto importante.
Direi che nella poesia ci sono anafore ben spese. Il passo della poesia, mi ricorda molto quella di Aridis Ti amo là contro il muro distrutto; si insinua prepotente e spazza tutto quello che c'era prima, con una forza espressiva sorprendente  che divampa nella quartina di chiusura.




Konstantin Simonov nacque il 28 novembre 1915, a San Pietroburgo come Kirill; lo cambiò solo successivamente in Konstantin, a venticinque anni. Sua madre era nata principessa in una delle più antiche, ma non ricche, famiglie della nobiltà russa, quella degli Obolensky. Suo padre prese parte attivamente alla guerra civile come Comandante dell'Armata Rossa, rimanendo subito ucciso. La madre si risposò con un altro ufficiale dell'esercito, un veterano della guerra col Giappone del 1905, non più in servizio attivo, ma istruttore alle accademie militari.   Simonov ricevette l'istruzione secondaria presso varie scuole della provincia, soprattutto in Ryazan e Saratov,  finendo la scuola nel 1930. Tra il 1930 e il 1934 frequentò l'università lavorando contemporaneamente come tornitore a Saratov ed a Mosca. Nel 1934 iniziò gli studi di Lettaratura all'Istituto di Gorky, conseguendo la laurea nel 1939. I suoi primi versi sono stati pubblicati nel 1934, ma continuò a scrivere poesie per tutto il 1930, per arrivare a pubblicare il suo primo libro Versi, 1939 nel 1940; molti di quei versi furono ispirati dalla sua esperienza di corrispondente di guerra in Mongolia. Già membro del Partito Comunista, nel 1941 fu richiamato in servizio militare come corrispondente per la rivista Stella Rossa, divenendo popolare per i suoi dispacci di guerra e ricevendo tra gli altri, il Premio Stalin.Dopo la seconda guerra mondiale Simonov viaggiò a lungo come membro di delegazioni sia letterarie che giornalistiche, visitando Giappone, Cina, Stati Uniti e Europa occidentale. E' principalmente conosciuto per la sua poesia sulle sofferenze che la guerra provoca, sia agli uomini in guerra che alle loro famiglie. Anche se non innovativa infatti, questa comunica una pietà personale per i suoi soggetti ed il suo stile prende spunto da un linguaggio colloquiale e ritmi di conversazione.
Anche i suoi romanzi sono degni di nota. Il più celebre è Giorni e notti (1944) che tratta del coraggio delle forze sovietiche durante l'assedio di Stalingrado, senza però limitarsi alla pura raffigurazione di atti eroici, descrivendo le profonde emozioni di uomini così provati.
La sua prosa esibisce una economia di stile e un senso di azione drammatica insolita nei romanzi di guerra scritti nel  periodo della guerra fredda che, in genere, glorificavano il governo e avrebbero dovuto funzionare come propaganda per il sistema sovietico.
Vinse per sei volte il premio Nazionale di poesia Russa
Per tutto il 1970 ha servito come segretario dell'Unione degli scrittori. Morì a Mosca nel 1979.





ASPETTAMI ED IO TORNERO'

Aspettami ed io tornerò,
ma aspettami con tutte le tue forze.
Aspettami quando le gialle piogge
ti ispirano tristezza,
aspettami quando infuria la tormenta,
aspettami quando c'è caldo,
quando più non si aspettano gli altri,
obliando tutto ciò che accadde ieri.
Aspettami quando da luoghi lontani
non giungeranno mie lettere,
aspettami quando ne avranno abbastanza
tutti quelli che aspettano con te.

Aspettami ed io tornerò,
non augurare del bene
a tutti coloro che sanno a memoria
che è tempo di dimenticare.
Credano pure mio figlio e mia madre
che io non sono più,
gli amici si stanchino di aspettare
e, stretti intorno al fuoco,
bevano vino amaro
in memoria dell'anima mia...
Aspettami. E non t'affrettare
a bere insieme con loro.

Aspettami ed io tornerò
ad onta di tutte le morti.
E colui che ormai non mi aspettava,
dica che ho avuto fortuna.
Chi non aspettò non può capire
come tu mi abbia salvato
in mezzo al fuoco
con la tua attesa.
Solo noi due conosceremo
come io sia sopravvissuto:
tu hai saputo aspettare semplicemente
come nessun altro.



В.С.
Жди меня, и я вернусь.
Только очень жди,
Жди, когда наводят грусть
Желтые дожди,
Жди, когда снега метут,
Жди, когда жара,
Жди, когда других не ждут,
Позабыв вчера.
Жди, когда из дальних мест
Писем не придет,
Жди, когда уж надоест
Всем, кто вместе ждет.
Жди меня, и я вернусь,
Не желай добра
Всем, кто знает наизусть,
Что забыть пора.
Пусть поверят сын и мать
В то, что нет меня,
Пусть друзья устанут ждать,
Сядут у огня,
Выпьют горькое вино
На помин души...
Жди. И с ними заодно
Выпить не спеши.
Жди меня, и я вернусь,
Всем смертям назло.
Кто не ждал меня, тот пусть
Скажет: - Повезло.
Не понять, не ждавшим им,
Как среди огня
Ожиданием своим
Ты спасла меня.
Как я выжил, будем знать
Только мы с тобой,-
Просто ты умела ждать,
Как никто другой.


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NON DEDICARMI TROPPO TEMPO... - BELLA ACHMADULINA

mercoledì, 08 dicembre 2010
NON DEDICARMI TROPPO TEMPO... - BELLA ACHMADULINA

La Achmadulina è morta lo scorso 29 novembre, a seguito di un attacco cardiaco.
Propongo una sua poesia, forse una delle più apprezzate per diffusione in rete, con la  consueta malinconia che Bella esprime anticipando il suo dolore per una gioia che andrà perduta, prima o poi.



NON DEDICARMI TROPPO TEMPO...

Non dedicarmi troppo tempo,
non pormi tante domande.
Non sfiorare la mia mano
con i tuoi occhi buoni, fedeli.

Non seguirmi in primavera
lungo le pozzanghere.
Lo so: una volta ancora, nulla
verrà fuori da questo incontro.

Forse pensi: è per superbia
che non mi vuole amico.
Non la superbia-l'amarezza
tiene così alta la mia testa.


LA MUSA E' PARTITA - ANNA ACHMATOVA

martedì, 03 agosto 2010
LA MUSA E' PARTITA - ANNA ACHMATOVA

Anna torna con la sua Musa.
Ma mentre nell'altra poesia sembra essere nello stupore del primo incontro, adesso sembra che lei si stia allontanendo.
Dice Anna:  "l'amavo come l'unica ragione"  come in un inciso e non dice altro, lasciando a noi completare a nostro modo la frase, secondo il nostro modo di vivere la poesia.
Ragione intesa come senno o come motivazione della propria vita?
E la stagione dell'autunno si preannunciava per lei così desolata, da far fuggire quello che per lei rappresentava la poesia, o piuttosto era un altro autunno quello di cui lei parla, quello che talvolta si vive anche in piena estate?






LA MUSA E' PARTITA

La Musa è partita per la strada
autunnale ripida scoscesa
e portava ai piedi una catena-rugiada.
Lungamente l'ho pregata
di aspettare l'inverno con me.
Ma mi ha detto: "Qui è una tomba,
come puoi ancora respirare?"
Le volevo dare una colomba,
la più bianca della colombaia,
ma l'uccello già si era involato
al segno della mia bella amica.
Tacendo la seguivo con lo sguardo,
l'amavo come l'unica ragione,
mentre l'alba già s'annunciava
come una porta del suo paese.


(Carskoe Selo, 15 dicembre 1915)


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sabato 19 novembre 2011

MAI - ANDREJ VOZNESENSKIJ

mercoledì, 02 giugno 2010
MAI - ANDREJ VOZNESENSKIJ




Ieri è morto a Mosca, dopo una grave e lunga malattia, all'età di 77 anni compiuti,  l'eccezionale poeta russo Andrei Voznessenskij.
Insieme a Evghenij Evtushenko e Bella Akhmadulina, è diventato simbolo del periodo di disgelo ideologico degli anni 60  e dell'amore esaltato per la parola poetica dell'intellighenzia sovietica. Uno dei suoi rappresentanti di spicco, famoso sceneggiatore taetrale  Boris Messerer ricorda:
La voce di Vozhessenskij era per noi una specie di nuovo elemento nella Tabella periodica di Mendeleev. Avevamo bisogno di sua poesia come aria che si respira.
Allievo di Pasternak. Era il poeta più amato da J.F. Kennedy e dall’attrice Marilyn Monroe. Con lui si chiude l’epoca della poesia russa e parte della corrente detta "quarta generazione".



Sottosopra - Una casa rovesciata a Gettorf, in Germania: dentro ci  sono bagno, cucina, camera da letto, tutto sottosopra. È chiamata  "casa pazza" e presto sarà un'attrazione per i turisti;  inaugura il 30 marzo e per visitarla si pagherà il biglietto (Ap)



MAI


Mai smetterò di amarti
E ti dimenticherò
quando venerdì sarà mercoledì,
quando le rose cresceranno dappertutto,
azzurre, come uova di tordo.
Quando il topo griderà "chicchiricchì".
Quando la casa si reggerà sul comignolo,
quando il salame mangerà l'uomo.
E quando ti sposerò.


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IL QUADERNO NUOVO - BELLA ACHMADULINA

domenica, 07 marzo 2010
IL QUADERNO NUOVO - BELLA ACHMADULINA

Autrice e poesia segnalatami dall'amica Lidia: un vero regalo, mia cara amica, grazie.

Una parola per i lettori italiani...
Le buone parole sono rivolte a tutti, anche ai non lettori. Prima di visitare l'Italia era già forte in me l'influenza di questo Paese. L'influsso di questo Paese sul nostro destino di poeti, scrittori e artisti russi comincia prima ancora di coincidere con il concetto geografico dell'Italia.
Pure, negli ultimi anni ho avuto modo di visitare l'Italia più di una volta e ho visto molti capolavori dell'arte italiana, le fantastiche bellezze naturali e la simpatia delle persone.
Tratto dal sito www.dizionariodicifrematica.it
Vi riporto questo piccolo brano perchè a me ha portato alla riflessione opposta e cioè che è la poetica russa che affascina noi italiani, senza che coincida con il concetto geografico/politico della Russia.





Bella Achmadulina nasce a Mosca nel 1937, anno in cui l’intera Russia celebra il primo centenario dalla morte di Pushin, la cui opera influenzerà la poesia di Bella Achmadulina  e fornendo la base di uno stile di scrittura molto particolare.
Oggi è, e non solo in Russia, la poetessa più acclamata, più recitata, più applaudita, più amata. Delle sue poesie i giovani russi ne hanno fatto canzoni, della sua bellezza i suoi coetanei hanno fantasticato, il suo talento i critici hanno declamato. E lei ha restituito ai suoi amici e ai suoi lettori tutta la forza, repressa per settant’anni, della lingua e della letteratura russa.
Entra in scena alla fine degli anni cinquanta, inizio anni sessanta, con la freschezza della sua giovane età, con la potenza della sua scrittura, con la musica delle sue strofe. Intorno, i relitti e il gelo della guerra. Poeti, amici, scrittori, artisti: morti senza speranza, esiliati senza ritorno, muti senza pensiero. La sua irruzione è inarrestabile, scuote con le parole quanto sembrava assopito da anni, trova quanto altri sembrava avessero perso per sempre, e restituisce alla poesia, a quelli prima di lei e a quelli che con lei hanno lottato, la dignità dell’arte, la libertà di pensiero, la "nitida semplicità della grandezza". Quanto si era perso lungo la strada, fin dagli anni venti, nella costruzione di una cultura russa a passo con l’Europa, Bella Achmadulina con il suo piccolo gruppo di amici lo riprende, lo legittima, e gli dà vita.
Con lei non si tratta più e non soltanto di presentare una poetessa, di esaminare la sua poetica, di formalizzare la sua lingua, con Bella Achmadulina si tratta di intendere gli effetti della sua decisione, di raccogliere i frutti della sua fioritura, di predisporre teatri, cinema, case editrici e discografiche, gallerie d’arte e musei per accogliere e ascoltare quanti si affermeranno con lei e dopo di lei. Questa la sua grande missione: la libertà di parola di una regione che ha contribuito e che contribuirà in maniera straordinaria alla fondazione dell’Europa nuova.
Di lontana ascendenza italiana – il suo bisnonno materno si chiamava Stopani – l’Achmadulina fin dall’inizio è poetessa senza confini. E la giovane letteratura russa, vecchia di tre secoli nella sua espressione più alta, con lei sembra proseguire ciò che da millenni vive nelle arti e nelle lettere del Mediterraneo, fonte di civiltà e di tradizione. È, certamente, oggi il momento propizio perché il tentativo d’introdurre il rinascimento in Russia possa funzionare e produrre ciò che in Europa si era inceppato proprio negli ultimi tre secoli. Quando infatti in Europa incombeva l’illuminismo, la Russia di Pietro il Grande tentava il rinascimento con la fondazione di San Pietroburgo. Tentativo riuscito solo in parte e rimasto in sospeso. La vastità delle sue terre, le distanze, il clima, lo zarismo prima e il realismo rocialista poi hanno fatto il resto. Nel secolo scorso scrittori e artisti si formarono in Italia, all’inizio di questo, fino agli anni venti, il fermento culturale in Russia con i futuristi e con l’avanguardia andava di pari passo con l’Europa. Poi, dopo la rivoluzione di Ottobre, milioni di persone hanno sperimentato sulla loro pelle e con la loro vita la costrizione e hanno conosciuto il mutismo, termine fin troppo ricorrente nell’opera dell’Achmadulina ("Grido, ma come il respiro d’inverno/si condensa sulle labbra il mutismo").
Iscritta all’istituto letterario Gor’kij, espulsa prima di completare di studi per scarso profitto in marxismo-leninismo e poi riammessa, termina gli studi nel 1955. Le sue poesie, quelle degli anni sessanta in particolare, sono dedicate ai suoi immediati predecessori: Marina Cvetaeva, Boris Pasternak, Osip Maldel’stam. Senza dimenticare, negli anni ottanta, le poesie in memoria di Aleksandr Blok e dell’artista N. N. Sapumov. Su ciascuno di essi Pushin, maestro da imitare, da ricordare, da alimentare, verso cui inchinarsi con l’umiltà del poeta.
Ciascuno di loro ha dato la vita per la poesia. E ritroviamo Pasternak nei boschi di Peredelkino che "solo dinanzi ai cieli invocava il perdono/per il peccato della nostra mente imperfetta" e Marina Cvetaeva nei suoi ultimi giorni a Elabuga, città cieca e maledetta ("Dormi, bimbo, taci, bimba mia/se no arriva Elabuga, la cieca"), e Mandel’stam, "il giudeo in cui Russia e musica si son destate". E Blok "Cosa ha visto oltre la tenebra, oltre il bruciato?/ Di quale luce si è inebriato?". "Galleggia, o rosa, adornando l’abisso" nel mare di Finlandia nel quale scomparve per sempre Sapumov. Sacrifici in nome della libertà, vite spezzate per non compromettere l’eternità. E quanti altri! E quanto dolore! Poiché loro era la grandezza, la semplicità, la poesia.
Bella Achmadulina non si rassegna: la memoria intaglia nella pietra il suo messaggio: non ciò che è stato ma ciò che è, e che rimane indifferente alla cancellazione della storia.
I colpi inferti alla letteratura, alla poesia e all’arte prima dalla rivoluzione, poi da Stalin, ancora da Zdamov con le regole del realismo socialista e in seguito, anche dopo il primo disgelo del ’54, con Chruscëv fino al ’64, e con Breznev, hanno comunque favorito una certa produzione artistica di qualità. Libri, riviste e poesie venivano diffusi con i samizdat e cioè non ufficialmente, battuti a macchina su carta velina. Le vicende dell’Acmatova, Nabokov, Salamov, Platonov, Solzenicyn, Brodskij hanno contribuito a completare il disgelo e a scongiurare la censura.
Libri pubblicati in Occidente ora escono anche in Russia e viceversa. Le poesie di Bella Achmadulina sono nelle versioni inglese, tedesca, francese e ora anche italiana in un’ampia raccolta pubblicata da Spirali dal titolo Poesia nella traduzione di Daniela Gatti.
Fino alla fine degli anni ottanta i suoi libri circolavano clandestini, i dischi con incise le poesie recitate sono stati ascoltati dai giovani, poeti, artisti e scrittori e non. Il primo libro di poesie pubblicato in Russia da Bella Achmadulina risale al 1962 e ha come titolo La corda. Ne seguono altri ma non tanti, solo cinque, nei successivi venti anni.
Quando uscì La corda, quel gruppo di poeti allora poco più che ventenni – oltre alla Achmadulina vi erano Evtusenko, che la poetessa sposò in prime nozze, Andrej Voznesenskij e Robert Rozdestvenskij – portarono nuova vita nella cultura sovietica. Per la prima volta, con l’Achmadulina ed Evtusenko le poesie venivano recitate sui palcoscenici e negli stadi, di fronte a migliaia di persone, erano un grido di libertà dopo decenni di assordante silenzio. Poesie come poemi, come fiabe. Le prime poesie dell’Achmadulina sono narrazioni in versi dedicate ad amici, a maestri, a poeti più sfortunati e indubbiamente grandi. La grandezza, dinnanzi a cui il poeta si prostra, è la grandezza di chi, venuto prima di lui, ha vissuto senza tradirsi. E tutto questo infervora e infiamma l’animo di migliaia di giovani perché ciascuno, quando avverte che le corde della sua vita stanno per essere in qualche modo accordate si espone ad ascoltare la sua musica, la sua sinfonia, il suo valzer o che dir di voglia.
La popolarità dell’Achmadulina muove forse da qui. Ascoltarla mentre recita, sia pure in lingua russa, scuote l’indifferenza di chi non si crede poeta, contrasta la fragilità e forgia il carattere, qualunque cosa accada, qualunque sia la storia. Ciò che Bella canta è il dolore che mai può volgersi in sofferenza. Può cantarlo perché non se ne vergogna, perché la sua voce trema quando lo evoca mentre recita. E intorno a lei tutte le cose sono vive, è viva la pioggia nella bellissima poesia La fiaba della Pioggia, è viva la luna, gli alberi, il giardino, il giorno, la notte perché nulla agli occhi del poeta passa inosservato. Se non fossero vive, esisterebbero le cose? Così come l’inverno o l’autunno, come la casa e il lampadario o i bicchieri... Come quell’antiquario che a duecento anni è "immortale per dolore e per amore". Anche lui vive.
Poi il silenzio. Le cose lasciano pensare. Il foglio è là, nell’intervallo di due albe, dove due ombre combaciano solo un istante, lungo il volgere del giorno. È ancora bianco, finché non s’incontrano la tempesta e l’aggettivo, finché non si udrà "improvviso un rapido fragore, un istantaneo preciso sparo di puntini sospensivi". E se il poeta imbratta quel foglio... "Io non c’entro, questo è un talento senza pari, al servizio d’altri dei". Il talento, ciascun poeta sa di non potere farne a meno. Condizione della scrittura, dell’itinerario. Ciò di cui si preoccupa il poeta è di restituire, mille volte tanto, il talento che gli è stato donato. E questa è una grande questione della poesia russa. "Mi misi a vivere, e vivrò a lungo./ Da quel giorno chiamo tormento/ terreno ciò che non ho cantato/ il resto lo chiamo beatitudine".
Fabiola Giancotti

Mi scuso per non aver saputo riassumere questo scritto  tratto dallo stesso sito citato sopra, ma è talmente avvincente e ben strutturato che è una sofferenza tagliarne via anche solo una parte. Onore all'autrice che vi ho riportato.
E' interessante come sito, peraltro, vale la pena di approfondirne la conoscenza.







IL QUADERNO NUOVO


Davanti al foglio bianco
resto confusa e timida
Così davanti alla porta del tempio
si ferma il pellegrino
Così davanti al viso di una vergine
abbassa gli occhi il dongiovanni.
Guardo avidamente e con amore
come uno scolaro, il quaderno nuovo
per tormentarlo con la penna
scarabocchiando parole senza senso.
Volto la pagina
facendo scempio.
La mia scrittura
si diverte a dare scandalo.
Addentrandomi nel folto del quaderno
come nel folto di un bosco, io mi perdo
e porto da sola tra i fogli luminosi
la mia trionfante pena.


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L'ODORE DELL'INVERNO - ANTON CECHOV

lunedì, 22 febbraio 2010
L'ODORE DELL'INVERNO - ANTON CECHOV

 




Nato a Taganrog nel 1860, crebbe in una famiglia economicamente disagiata: il nonno era stato servo della gleba.
Terzo di sei figli, ricevette una educazione religiosissima e dura.
«Mio padre cominciò a educarmi, o più semplicemente a picchiarmi, quando non avevo ancora cinque anni. Ogni mattina, al risveglio, il primo pensiero era: oggi sarò picchiato?».
La madre, Evgenija Jakovlevna Morozova, proveniva da una famiglia di commercianti, anch'essi già servi della gleba: donna gentile e affettuosa con i figli, veniva anch'essa maltrattata dal marito: «nostro padre faceva una scenata durante la cena per una minestra troppo salata, o dava dell'imbecille a nostra madre. Il dispotismo è tre volte criminale».
Anton amava questa donna mite e silenziosa: «Per me non esiste nulla di più caro di mia madre in questo mondo pieno di cattiveria».
Frequentò il liceo nella città natale.
Nel 1879 Cechov si trasferì a Mosca dove si iscrisse alla facoltà di medicina. Laureatosi nel 1884, esercitò solo saltuariamente, in occasione di epidemie e carestie, la professione, dedicandosi invece esclusivamente all'attività letteraria. Nel 1890 raggiunse attraverso la Siberia la lontana isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e sulle disumane condizioni di vita dei forzati scrisse un libro-inchiesta, L'isola di Sachalin (1895). Minato dalla tubercolosi, Cechov passò vari anni nella sua tenuta di Melichovo [Mosca], cercando di migliorare la condizione materiale e morale dei contadini. Nel 1895 conobbe Tolstoj, cui rimase legato da amicizia per tutta la vita. Nel 1900 fu eletto membro onorario dell'Accademia russa delle scienze, ma si dimise due anni dopo per protesta contro l'espulsione di Gor'kij.
Soggiornò varie volte, per curarsi, a Biarritz, Nizza, Jalta [Crimea]. Nel 1901 sposò Olga L. Knipper, attrice del Teatro d'arte di Mosca.
In un estremo tentativo di combattere il male, si recò a Badenweiler, una località della Foresta Nera.
Morì qui, nel 1904, assistito dalla moglie. Aveva 44 anni.

dal sito Riflessioni.it con integrazioni sparse dal web.






L'ODORE DELL'INVERNO


Il tempo dapprincipio fu bello,
calmo. Schiamazzavano i
tordi, e nelle paludi qualcosa di vivo
faceva un brusio, come se
soffiasse in una bottiglia vuota.
Passò a volo una beccaccia e
nell’aria con allegri rimbombi.
Ma quando nel bosco si fece
buio e soffiò da oriente un vento
freddo e penetrante, tutto tacque.
Sulle pozzanghere si allungarono
degli aghetti di ghiaccio.
Il bosco divenne squallido, solitario.
Si senti l’odore dell’inverno.





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SE C'E' QUALCOSA CHE DESIDERI - VERA PAVLOVA

venerdì, 29 gennaio 2010
SE C'E' QUALCOSA CHE DESIDERI - VERA PAVLOVA
 
Ho lasciato la versione originale inglese perché questa è una traduzione che ne ho fatto io, con la consulenza di mia figlia. Se trovate degli errori, vi pregherei di segnalarmelo.


http://www.enricogiacometti.com/images/messaggio%20in%20bottiglia%202.jpg

SE C'E' QUALCOSA CHE DESIDERI


Se c'è qualcosa che desideri,                         If there is something to desire,
ci sarà qualcosa che rimpiangi.                       there will be something to regret. 
Se c'è qualcosa da rimpiangere                      If there is something to regret,
ci sarà qualcosa da ricordare.                        there will be something to recall.
Se c'è qualcosa da ricordare,                        If there is something to recall,
non ci sarà niente da rimpiangere.                  there was nothing to regret.
Se non c'è niente da rimpiangere,                  If there was nothing to regret,
non ci sarà niente da desiderare.                   there was nothing to desire.