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domenica 20 novembre 2011

ARTICOLI: IL RACCONTO DELLA MORTE INEVITABILE

domenica, 03 ottobre 2010
ARTICOLI: IL RACCONTO DELLA MORTE INEVITABILE

Una strana, buffa, avvincente storia sulla puntualità della morte che ha dato avvio a molta letteratura.
Un vecchio articolo dell'amico Lucio, una sorta di storia nella storia, scritta col suo solito stile.


IL RACCONTO DELLA MORTE INEVITABILE

Quando si racconta una storia si “contagia” la mente di chi ci sta ascoltando, il quale raccontando a sua volta la stessa storia diffonderà il contagio: se la storia è potente, questo contagio può durare anche millenni!
È quello che è successo con una storia antica che ha rimbalzato di mente in mente: una storia universale, visto che parla di morte.

La prima apparizione di questa storia la troviamo nel Talmud (“Insegnamento”), che è uno dei testi sacri dell’ebraismo ed è conosciuto in due versioni: quella di Gerusalemme e quella babilonese, molto più lunga e redatta fra il V e il VI secolo d.C. ma contenente testi tramandati in forma orale sin da molti secoli prima di Cristo.
La 53ª sukkah del Talmud Babilonese è una parabola che racconta di come un giorno Re Salomone si accorse che l’Angelo della Morte era triste. «Perché sei così triste?» gli chiese. «Perché mi hanno ordinato di prendere quei due Etiopi», risponde l’Angelo della Morte, riferendosi a Elihoreph ed Ahyah, i due scribi etiopi di Salomone. Il Re volle salvare i suoi preziosi uomini e li fece scappare fino alla città di Luz, ma appena giunti qui i due scribi morirono. Il giorno seguente Salomone incontrò di nuovo l’Angelo della Morte e vide che sorrideva. «Perché sei così felice?» gli chiese. «Hai mandato i due etiopi proprio nel posto in cui li aspettavo!» risposte la Morte.
Al che Salomone espresse la morale della parabola: «I piedi di un uomo sono responsabili per lui: essi lo portano nel luogo dove egli è atteso.» Suona strana come morale, visto che in realtà i due poveri scribi vennero mandati da Salomone a morire, non dai loro piedi!

Re Salomone

Il seme è lanciato: varie versioni di questa parabola infiammeranno la creatività di autori fino ai giorni nostri. Prenderò in considerazione solo i lavori dal Novecento ad oggi, visto il loro alto tasso di “contagio” letterario!
La prima citazione che troviamo è purtroppo difficile da confermare. Nel suo romanzo del 1923, Le grand écart, il prolifico scrittore francese Jean Cocteau inserisce questo testo conosciuto come “Il gesto della morte”:
«Un giovane giardiniere persiano dice al suo principe: “Salvami! Ho incontrato la Morte stamattina. Mi ha fatto un gesto di minaccia. Stanotte, per miracolo, vorrei essere a Isfahan”. Il buon principe gli presta i suoi cavalli. Nel pomeriggio, il principe incontra la Morte e le chiede: “Perché stamattina hai fatto un gesto di minaccia al nostro giardiniere?” “Non era un gesto di minaccia, ma un gesto di sorpresa. Perché stamattina lo vedevo lontano da Isfahan, e ad Isfahan lo devo prendere stanotte”.

Jean Cocteau
Jean Cocteau

Questo brano “contagiò” la fantasia dello scrittore argentino Jorge Luis Borges, il quale lo inserì prima nell’antologia Racconti brevi e straordinari (1953) e poi in Antologia della letteratura fantastica (1976). Visto però che Borges amò così tanto la letteratura da non disdegnare di giocare con essa, attribuendo quindi ad altri autori testi scritti da sé e prediligendo le “Finzioni” più di ogni altra cosa, non possiamo essere sicuri della veridicità di questa citazione. Malgrado poi la grande fama, è molto difficile mettere le mani sulla vasta bibliografia in francese di Cocteau, quasi impossibile trovare l’opera in questione... e pura follia sperare di trovarla in lingua italiana!
Se però prendiamo per buona la citazione (visto anche che è stata inserita nell’autorevole Antologia della letteratura fantastica che contiene il fior fiore di questa produzione) allora dobbiamo pensare che il “contagio” letterario in dieci anni esatti fece... il salto della manica!

William Somerset Maugham


Nel 1933 infatti il britannico William Somerset Maugham pubblica la sua ultima pièce teatrale: Sheppey (non ho trovato tracce di un’eventuale edizione italiana). Questa finisce con la Morte che va a prendere il protagonista, il quale si rimprovera di non essere fuggito nell’Isola di Sheppey, dove sicuramente la Morte non sarebbe arrivata a prenderlo. Al che la Nera Signora risponde:
«C’era a Baghdad un mercante che mandò il suo servo al mercato per far provviste. E il servo ritornò ben presto, pallido e tremante, e disse: “Padrone, poco fa, mentre ero al mercato, fui urtato da una donna nella folla, e quando mi volsi mi accorsi che era stata la Morte a urtarmi. Mi guardò e fece un gesto minaccioso. Te ne supplico, prestami il tuo cavallo ed io abbandonerò questa città per sfuggire al mio destino. E andrò a Samarra, dove la Morte non potrà trovarmi”. Il mercante gli prestò il suo cavallo, e il servo montò in sella e, spronando a sangue l’animale, partì al galoppo. Allora il mercante si recò alla piazza del mercato e mi scorse tra la folla. “Perché hai fatto un gesto minaccioso al mio servo, stamane?” mi chiese, avvicinandosi. “Il mio gesto non era di micaccia, bensì di sorpresa”, risposi. “Fui stupita di vederlo a Baghdad poiché avevo un appuntamento con lui questa notte a Samarra”.»
Non sappiamo se Maugham prese d’ispirazione il Talmud Babilonese o Cocteau per questa storia o se la inventò, né sappiamo se era consapevole di quanto sarebbe stata... contagiosa!


John O'Hara


Già l’anno successivo lo statunitense men che trentenne John O’Hara pubblica il suo primo romanzo, destinato a fama imperitura: Appuntamento a Samarra (Appointment in Samarra). Come spiega O’Hara stesso nell’introduzione all’edizione del ’52, originariamente il suo romanzo aveva per titolo The Infernal Grove (“Il bosco infernale”), ma quando la poetessa Dorothy Parker gli mostrò Sheppey di Maugham l’autore ne fu colpito: il racconto della Morte inevitabile lo aveva “contagiato” e non solo volle aggiungere il testo della Morte come citazione iniziale del libro, ma fece di tutto per cambiare il titolo del romanzo stesso in Appointment in Samarra. Non aveva alcuna attinenza con gli eventi narrati, se non (nelle intenzioni di O’Hara) sottolineare l’inevitabilità della morte del protagonista. Né a Dorothy Parker, né agli editori né a nessun altro piacque quel titolo, ma l’autore si impuntò e l’ebbe vinta.
Nel 2007 il celebre regista Brian De Palma, contagiato dalla storia, gira il film Redacted intorno al racconto della Morte inevitabile così come lo riporta O’Hara. La pellicola è ambientata proprio vicino alla vera Samarra, in Iraq, dove alcuni soldati gestiscono un posto di blocco: uno di loro legge e racconta agli altri Appuntamento a Samarra di John O’Hara!


Roberto Vecchioni

De Palma non è certo stato il solo a rimanere colpito dal romanzo di O’Hara: lo è stato anche il nostrano Roberto Vecchioni.
«Io notai questa bellissima favola orientale sul frontespizio di un libro, che era Appuntamento a Samarra di John O’Hara - racconta Vecchioni al giornalista Vincenzo Mollica nella video-intervista Parole e Canzoni (2002). - Però il raccontino era citato da Somerset Maugham, che è uno scrittore anglosassone, e mi piacque moltissimo perché era un modello di cultura poi tra l’altro non soltanto orientale: era di tutto il mondo.»
Nel 1977 Roberto Vecchioni ottiene il successo del grande pubblico con una canzone molto particolare: Samarcanda, contenuta nell’album omonimo e tormentone dell’epoca. Il ritornello di violino è scritto ed eseguito da Angelo Branduardi, il quale accompagnerà Vecchioni nell’esecuzione della canzone nel concerto del 1992 Camper.
Il testo ci racconta che, alla fine di una non meglio specificata guerra, un soldato sta festeggiando quando si accorge di una «nera signora che lo guardava con malignità». Intuito che si tratta della Morte, chiede al suo sovrano di farlo fuggire il più lontano possibile, e questi gli concede un cavallo velocissimo che lo porterà in poco tempo a Samarcanda. Ma arrivato in questa città, incontra di nuovo la nera signora. «Sbagli soldato - gli dice la Morte - io non ti guardavo con malignità. / Era solamente uno sguardo stupito: / cosa ci facevi l’altroieri là? / T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda, / eri lontanissimo due giorni fa. / Ho temuto che per ascoltar la banda / non facessi in tempo ad arrivare qua.»
Il soldato, cercando di sfuggire alla Morte, in realtà gli andò incontro.
Il racconto della Morte inevitabile fece della canzone un caposaldo della musica italiana. «Non era nata come canzone di successo - racconta Vecchioni nella citata intervista, - anzi con un motivo tragico: era nata sulla morte di mio padre, che sembrava essersi salvato poi improvvisamente un giorno purtroppo se n’è andato. Il destino è beffardo, crudele come sappiamo, “cinico e baro”: ti promette una cosa e poi non la mantiene.»
Ma perché Samarra diventa Samarcanda?


Oriana Fallaci

Avanziamo ora un’ipotesi azzardata.
Nel 1965, dodici anni prima della canzone di Vecchioni quindi, Oriana Fallaci scriveva ne Il sole muore: «Pensai piuttosto a quell’atroce racconto persiano dal titolo “Appuntamento a Samarcanda”. Nel giardino del re, la Morte appare a un servo. “Domani”, gli dice “ti vengo a prendere...” Allora il servo corre dal re e gli chiede il cavallo più veloce, per fuggire lontano: a Samarcanda. Arriva a Samarcanda, l’indomani, e la Morte è lì che lo aspetta. “Non è giusto”, grida il servo “non è leale”. “Perché?” risponde la Morte. “Sei fuggito senza farmi finire il discorso. Io ero in giardino per dire: domani ti vengo a prendere a Samarcanda”.»
Come si vede il racconto è pressoché identico alle versioni precedenti tranne che per due particolari: la città è Samarcanda invece di Samarra, e alla fine la Morte parla al servo e non al signore. Entrambe queste due variazioni si ritrovano nel testo di Vecchioni... e in nessun’altra versione della storia! Malgrado Vecchioni affermi di essersi ispirato ad una favola orientale conosciuta tramite John O’Hara, è molto più facile che invece abbia ripreso il testo di Oriana Fallaci: perché però non dirlo chiaramente?
Nel 1979 la Fallaci riprende in forma più ampia e particolareggiata la storia nel libro Un uomo, ma in questo caso non è lei che racconta ma la storia le viene raccontata.
Al di là della vera ispirazione di Vecchioni, sta di fatto che dalla fine degli anni Settanta in poi il nome Samarra scompare dalle traduzioni italiane!

Mentre infatti nel mondo anglosassone, grazie a O’Hara, è Samarra ad indicare l’ineluttabilità della Morte, in quello italiano sarà il nome Samarcanda. Così quando nel 1990 viene tradotto in italiano Ricordi di mezzanotte (Memories of Midnight) di Sidney Sheldon, il fugace riferimento a Samarra... viene bellamente modificato!




«Hai mai letto “Appuntamento a Samarcanda”, Catherine? No? Peccato, ormai è troppo tardi. Parla di un uomo che cercava di sfuggire alla morte. Si rifugiò a Samarcanda e la morte era lì che lo aspettava. Questa è la tua Samarcanda, Catherine.»
Questo dialogo fra un assassino e la sua vittima in lingua originale riporta Samarra: magicamente in italiano diventa Samarcanda... Visto questo importante precedente, come facciamo ad essere sicuri che i successivi riferimenti a Samarra, in romanzi di lingua straniera, non siano stati anch’essi modificati? Probabilmente, lo sono stati tutti...
«La Morte come un angelo, la Morte che dava appuntamento a Samarcanda» Robert Bloch, La mietitrice (Reaper, 1986).
«Conosce il racconto orientale Appuntamento a Samarcanda?» Gérard de Villiers, SAS Vendetta a Beirut (Vengeance à Beyrouth, 1993)
«La storia degli ultimi giorni di Mozart è entrata nella leggenda: un ignoto messaggero recapita una convocazione dall’aldilà per preparare un eroe predestinato a un appuntamento a Samarcanda.» Maynard Solomon, Mozart (Mozart. A Life, 1995).
«Andiamo, bellezza. Ho un appuntamento a Samarcanda, o qualcosa del genere.» James Patterson, A Jennifer con amore (Sam’s Letters To Jennifer, 2004).
Per amor di verità vanno citate anche le eccezioni.
«Chi ha un appuntamento a Samarra non si dirigerà invece verso Newark.» Ed McBain, Una città contro (Downtown, 1989).
«Qualcosa sul destino, gli pareva, e su certi appuntamenti in Samarra.» Stephen King, Insomnia (1994).

Sono tantissime le citazioni e i rifacimenti della storia. Nel 1975 il poeta iracheno Fadhil al-Azzawi raccoglie nell’antologia The Eastern Tree la poesia An Appointment in Samarra, in cui il servo riesce a sfuggire alla Morte rifugiandosi in una città in cui nessuno lo conosce e in cui nessuno sa della sua esistenza... non è anche questo morire?
Molte di queste citazioni, poi, sono ampiamente rimaneggiate. Quando per esempio nel 1969 venne portato sullo schermo il romanzo MacKenna’s Gold di Heck Wilson Allen con il celebre film western L’oro di Mackenna di John Lee Thompson, viene aggiunto un prologo in realtà assente nel romanzo.


"L’oro di Mackenna”

«C’è una vecchia storiella che raccontano gli Apache, di un uomo che cavalcava per il deserto e incontrò un avvoltoio (quelli che chiamano corvi tacchini, qui nell’Arizona) appollaiato su una roccia. Dice l’uomo: «Ehi, corvo tacchino, cosa ci fai qui? T’ho visto che volavi sopra Hadleyburg e per non incontrarti ho cambiato strada e sono venuto qui”. E l’avvoltoio gli fa: “Ma guarda che strano: ci sono passato per caso là ad Hadleyburg. Io stavo venendo qui... ad aspettarti”.»
La storia di sapore persiano diventa leggenda apache! L’operazione “contagia” lo scrittore Stephen Gunn (pseudonimo dell’italianissimo Stefano Di Marino) il quale in apertura del suo romanzo Il grande colpo del Marsigliese (1997) scrive:
«Sulla via per Nogales un cavaliere vede un avvoltoio. Allora cambia strada e compie un largo giro sino al Canyon del Muerto. Qui ritrova l’avvoltoio e gli domanda: “Cosa ci fai qui? Ti ho visto sulla strada per Nogales”... “Strano” risponde l’avvoltoio “perché io ero diretto proprio qui. Ad aspettarti”.» Il testo viene spacciato come “Un vecchio detto tarahumara”, in una deliziosa operazione di doppia citazione.
È mai esistita una favola orientale che trattasse della Morte inevitabile nei termini a noi noti? Malgrado non esistano prove al di là del Talmud Babilonese, sicuramente sarà esistita e magari esiste ancora. Quel che è certo è che in Occidente, dal Novecento in poi, qualsiasi vera favola orientale è stata soppiantata dall’Appuntamento a Samarra di John O’Hara, che si rifaceva al britannico Maugham e (forse) si rifaceva al francese Cocteau. A chi si rifaceva quest’ultimo? Non lo sappiamo.

Tutto ciò che sappiamo è che la storia della Morte inevitabile ha contagiato generazioni di scrittori e lettori, rimanendo viva e fertile dopo quasi due millenni di vita. Forse perché parla della più incurabile delle malattie, della più inevitabile delle sorti... o semplicemente perché è una bella storia!

Lucio

lucio.te@tiscalinet.it



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ARTICOLI: IL PIANETA VULCANO

sabato, 14 agosto 2010
 
 
Come avrei potuto lasciarmi sfuggire un articolo su Vulcano e la mia serie di telefilm preferita?
Un grazie particolare all'autore, che non manca mai di stupirmi.

IL PIANETA VULCANO

Nel 1966 un network statunitense trasmette l’episodio pilota di una nuova serie televisiva, chiamata Star Trek. Nell’episodio si fa la conoscenza di un personaggio dalle orecchie a punta, un extraterrestre di nome Spock, che entrerà a far parte dell’immaginario collettivo. Spock viene dal pianeta Vulcano (Volcano in inglese): chissà se il creatore, Gene Roddenberry, nella scelta del pianeta d’origine si è ispirato al “vero” Vulcano...?

                             http://en.academic.ru/pictures/enwiki/83/SpockVulcan.jpg
                            Leonard Nimoy nel ruolo di Spock


Facciamo un salto indietro nel 1846, quando il matematico ed astronomo francese Urbain Le Verrier stupisce il mondo scientifico con una rivelazione mozzafiato: per la prima volta nella storia umana viene scoperto un pianeta... senza vederlo!
Le Verrier, infatti, scopre il pianeta Nettuno col solo ausilio della matematica e di precedenti osservazioni astronomiche: lui non l’ha visto e non lo vedrà mai! Ha semplicemente fatto dei calcoli, i quali mostrano che, grazie alle leggi di Keplero e Newton, l’unico modo per spiegare i “difetti” dell’orbita di Urano è che accanto ad esso ci sia un altro pianeta. (In realtà nello stesso identico periodo il matematico britannico John Couch Adams era arrivato alle stesse identiche conclusioni, ma fu messo in ombra dalla fama di Le Verrier: oggi entrambi gli scienziati sono considerati scopritori ex aequo di Nettuno.)

 http://thequintessential.files.wordpress.com/2009/03/leverrie.jpg John Couch Adams
Urbain Le Verrier (1811-1877)e John Couch Adams (1819-1892)


Le Verrier era ormai considerato (a ragione) un grande nome del suo tempo: ci prese così gusto che decise di occuparsi anche dei “difetti” di Mercurio.
Dopo che Newton aveva stilato la sua legge sulla gravitazione universale (1687), vennero aggiornate tutte le carte astronomiche, constatando che ciò che diceva Newton si adattava perfettamente alle osservazioni già fatte sui pianeti... tranne che a Mercurio. Questo, infatti, non si comportava sempre come avrebbe dovuto, ed ogni previsione che lo riguardava risultava errata di un giorno o anche di sole poche ore. Come mai?
Sin dal ’700 gli astronomi si scervellavano cercando spiegazioni, finché il 1859 Le Verrier fece la sua dichiarazione pubblica: il “giochetto” che gli era riuscito con Urano, poteva essere ripetuto con Mercurio, e quindi l’unica spiegazione era che i “difetti” di quest’ultimo pianeta erano dovuti alla presenza di un altro pianeta, che Le Verrier chiamò Vulcano.

Il mondo scientifico andò in visibilio: un pianeta nuovo di zecca proprio... nel giardino di casa propria!
Ma ora veniva la parte difficile: stabilito cosa cercare, bisognava cercarlo e, infine, trovarlo. La cosa difficile era che questo pianeta poteva esser visto solo durante le eclissi solari, e quindi in momenti ben precisi e non così frequenti.
Ma non si doveva attendere molto: il dottor Edmond M. Lescarbault (medico di professione, astrononomo per passione) contattò Le Verrier e disse di aver già “visto” il pianeta Vulcano il 26 marzo 1859. Le Verrier, euforico, piombò a casa del medico e gli chiese di fargli vedere gli appunti dell’osservazione. Lescarbault, però, gli rispose che non aveva i soldi per la carta, e che quindi segnava tutto col gesso su una lavagna, cancellando man mano. Però aveva buona memoria, e così fece un resoconto su quello che ricordava di aver visto... In Le Verrier prevalse più l’entusiasmo che il rigore scientifico, e tanto gli bastò!



                                  http://www.maury.it/astronomia/eclissi_sole_file/eclissi_sole.jpg
                                  Eclissi solare
 


La notizia fece il giro del mondo, e tutti gli astronomi (ma soprattutto astrofili) entrarono in fermento.
Il cappellano di Londra, B. Scott, tuonò dalle pagine del Times rivendicando la paternità del pianeta: lui l’aveva osservato già nel 1847, ma quando aveva contattato l’Astronomical Society gli avevano riso in faccia! Addirittura sulle stesse pagine rispose il direttore dell’Astronomical Society, scusandosi per l’accaduto e chiedendo quindi che venisse data a Scott la paternità della scoperta.
C’era solo un problema: il pianeta visto da Scott era più grande di quello che Lescarbault ricordava di aver visto... Che ci fosse un altro pianeta ancora?
La cosa venne subito messa a tacere...

Intanto Johann Rudolf Wolf, direttore dell’Osservatorio di Zurigo, si gettò negli archivi per trovare tracce di osservazioni fatte in passato. Ne trovò addirittura 21. Comunicò i dati a Le Verrier, il quale fece i calcoli dell’orbita e tirò fuori una data per il successivo passaggio di Vulcano davanti al Sole: fra il 29 marzo ed il 7 aprile 1870. In quei giorni, gli occhi di tutti gli astronomi e astrofili del mondo furono puntati verso il sole: nessuno vide nulla!


                            http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/9/99/Rudolf_Wolf.JPG/200px-Rudolf_Wolf.JPG
                            Johann Rudolf Wolf



Intanto altre voci si facevano sentire, come quella di Emmanuel Liais, dal Brasile, che affermava di aver osservato anch’egli il cielo nello stesso punto e nello stesso giorno del dottor Lescarbault, ma di non aver visto niente di niente. Ma da altre parti venivano le voci di persone che avevano visto corpi strani passare davanti al Sole. Le Verrier, nel suo scarsissimo rigore scientifico, scartò tutte le osservazioni a suo sfavore, e tenne conto solo di quelle a suo favore: il risultato fu che il pianeta Vulcano esisteva sicuramente.
Rifece i calcoli e stabilì un’altra data nella quale Vulcano sarebbe stato visibile: 24 marzo 1873. Ma ancora una volta, nessuno vide nulla!

L’interesse scemò rapidamente, visto che questo pianeta era un po’ troppo sfuggente. Finché nel 1876 non ci furono altri avvistamenti, e Le Verrier tornò a gridare a gran voce. Fece altri calcoli ed avvertì la comunità scientifica di guardare il cielo fra il 2 ed il 3 ottobre 1876... ma per l’ennesima volta nessuno vide nulla! Ma, per sicurezza, lo scienziato chiese di osservare anche il 9 ed il 10 ottobre... ma nessuno vide nulla!
Come si era riacceso velocemente, l’interesse si spense con altrettanta velocità. Quando anche nel marzo 1877 le osservazioni fallirono, in Europa finì l’argomento Vulcano: forse esisteva, ma non c’era modo di calcolarne l’orbita. Quell’anno, Le Verrier morì, convinto di aver regalato alla cività ben due pianeti invisibili...



 

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Mercurio



Intanto negli Stati Uniti non era mai scemato l’interesse per Vulcano. Nel 1878 due illustri astronomi, Watson e Swift, dichiararono di averlo visto. Di nuovo ci fu grande scalpore e grande interesse. I due astronomi si misero a calcolare l’orbita del pianeta, ma rimasero decisamente stupiti quando scoprirono che i calcoli di uno non coincidevano con i calcoli dell’altro: pur avendo visto insieme la stessa cosa, l’avevano calcolata in modo diverso!

Fu questo il tenore delle osservazioni che si susseguirono nel corso dei decenni, mentre qualcuno cominciava a sospettare che forse fino ad allora non si era visto altro che macchie solari, e che questo fantomatico pianeta poteva venir spiegato in altri modi.
La ricerca di Vulcano finì ufficialmente nel 1915, quando Albert Einstein rese pubblica la sua teoria generale della relatività, che spiegava con incredibile precisione i “difetti” di Mercurio: non c’era più bisogno di un pianeta, e quindi un pianeta non c’era più...


https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEjmCnBjIS1ogk38znnYMRrhLMZPY2pzxPO7torh37CyH855COGxWGbXk2zZAHBnrJ6iOXeiCoa_MgGC13nMup6VLgmC74P3ypLFxtf4SqbGHimbSnD5exxI-5DEHbSAhawp8OKn28bBP01z/s400/theory-of-relativity.jpg
Albert Einstein


Malgrado esistano ancora animosi astrofili che lo cercano, convinti che la “scienza ufficiale” voglia tenercelo nascosto, Vulcano è un pianeta che non è mai esistito se non negli ardenti desideri di Le Verrier e altri astronomi e astrofili della seconda metà dell’800: oggi per noi è solamente il pianeta natale di Spock!



Lucio

lucio.te@tiscalinet.it



ARTICOLI: LA NASCITA DELL'OXFORD DICTIONARY di LUCIO

martedì, 20 luglio 2010
 
 
Ecco un nuovo articolo del nostro nicchiologo.
Stavolta ci racconta una storia, quella della nascita del primo dizionario inglese.
Una storia a metà strada tra leggenda, invenzione e realtà, come tutte le storie importanti, quelle che cambiano ...... la Storia.



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LA NASCITA DELL'OXFORD DICTIONARY
 
Il 29 gennaio 1884 è una data che meriterebbe di essere ricordata con una particolare enfasi: è la data infatti dell’uscita della prima dispensa dell’Oxford Dictionary of English. Tutti bene o male abbiamo un dizionario a casa, e lo diamo per scontato. Ma prima di quella data, nessun inglese possedeva un dizionario, per il semplice fatto... che non esistevano!
Fior fiore di pensatori e letterati avevano già creato delle proprie “raccolte di parole”, sia per aiutarsi nella scrittura, sia per amore della lingua, ma non erano veri e propri dizionari. Solo nel 1857 venne lanciato un progetto dalle dimensioni titaniche: raccogliere TUTTE le parole della lingua inglese, con TUTTI i significati che queste potevano assumere.
Noi in Italia avevamo il Dizionario dell’Accademia della Crusca dal ’600 (che non era sicuramente nelle case di tutti), ma gli altri Paesi ne erano sprovvisti.

Fu James Murray a portare a termine quest’opera immane, durata vari decenni.


                                    James Augustus Henry Murray (1837-1915)



Il professor Murray adottò un metodo semplice ma geniale. Grazie ad accordi con varie biblioteche, raccolse migliaia di volumi e fece pubblicare degli annunci su giornali: a chi avesse voluto aiutarlo, Murray avrebbe spedito a casa un volume chiedendo all’interessato di leggerlo, segnarsi tutte le parole e tutti i significati di queste all’interno del testo, e rispedire il tutto a Murray stesso.
Certo, l’impegno era gravoso. Murray costruì una piccola bacheca di legno in grado di accogliere qualche centinaio di schede: tanto più di quelle non ne avrebbe ricevute. Possiamo immaginare il suo stupore quando nei primi mesi del progetto si vide inondare casa di migliaia e migliaia di schede!
L’adesione a questo progetto fu enorme, e Murray dovette assumere del personale per gestire tutte le schede che arrivavano e spedire i libri.

Nel corso degli anni, fra i tantissimi collaboratori del progetto, ce n’era uno che spiccava di gran lunga: il dottor William Minor.
Le sue schede erano sempre tante e perfette: non necessitavano di correzione e finivano subito nel Dictionary. Murray iniziò un rapporto epistolare con Minor, trovandolo una persona colta e di buona conversazione.
 

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                                 William Chester Minor (1834-1920)


Dopo l’uscita della prima dispensa, Murray decise di incontrare di persona l’uomo che più di tutti aveva contribuito alla stesura dell’Oxford Dictionary.
Murray viaggiò fino al paese di Minor e, seguendo le indicazioni ricevute per lettera, entrò in una grande e lussuosa villa. Il maggiordomo lo scortò fino allo studio del padrone, e qui Murray prese subito la parola, rivolto all’uomo alla scrivania.
Dopo essersi presentato, disse subito «Sono profondamente onorato di incontrarvi, professor Minor».
L’uomo alla scrivania guardò allibito Murray, e gli rispose che era desolato ma c’era stato un errore increscioso: lui era il direttore del manicomio criminale, nel quale William Minor era rinchiuso da venti anni!

Questa storia, come si seppe in seguito, è troppo perfetta per essere vera. Infatti fu inventata da un giornalista nel 1915 per raccontare la nascita dell’Oxford Dictionary.
Ma non cambia la sostanza dei fatti: William Minor, sebbene avesse contribuito in grandissima parte alla stesura del Dictionary, era stato condannato ad essere rinchiuso a vita in un manicomio criminale. In guerra, infatti, il suo sistema nervoso era crollato, e tornato a casa mostrò subito segni di squilibrio e manie di persecuzione. Quando in preda al delirio sparò ad un uomo, uccidendolo, il tribunale decise che non poteva essere lasciato in libertà.
Nella sua piccola cella, nel corso degli anni, Minor aveva raccolto un’infinità di libri, comprati per corrispondenza o donati da associazioni umanitarie. In un giornale aveva letto dell’iniziativa di Murray e visto che di tempo ne aveva a volontà, vi aveva aderito anima e corpo.
 
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/a/ac/James-Murray.jpg
                                       Murray al lavoro sul Dictionary


Murray e Minor si incontrarono 6 anni prima della storia inventata, e da allora divennero buoni amici, partecipando così ad una fra le più ardite iniziative editoriali di sempre.
Lucio

lucio.te@tiscalinet.it



ARTICOLI: STORIA A RITROSO DI UNA CHIOCCIOLA di LUCIO

domenica, 04 luglio 2010
 
 
Ho l'onore (ed il privilegio) di ospitare nel mio blog un amico che scrive articoli sugli argomenti  più disparati, con il solo filo conduttore di essere tutti di NICCHIA.
Quando li ha proposti, mi sono piaciuti subito sia per gli argomenti trattati, sia per come sono stati scritti.
Il suo stiile mi riporta a quello del buon vecchio Asimov, ai suoi racconti alla fine dei volumetti di URANIA di anni e anni fà che leggevo avidamente anche prima della storia  fantascientifica soggetto del volume (spesso la scelta del volume era dovuta alla sola presenza di tali racconti) . Erano veramente un compendio di ogni argomento, ma credo che l'ecletticità di Asimov  sia nota a tutti.
In Lucio ritrovo lo stesso parlare sciolto e sicuro e argomenti solidi che catturano l'attenzione e una misurata ironia: poca per non lasciar adito alla serietà di quello che scrive, ma quanto basta per alleviare la lettura.
Insomma, è un ragazzo che farà strada, si dice così?  E  qualche passo, in realtà, lo ha già fatto.
In calce ad ogni suo articolo ci sarà la sua mail per eventuali contatti, discussioni, domende o complimenti vogliate rivolgergli.

Vai, Lucio:
 
 
STORIA A RITROSO DI UNA CHIOCCIOLA
 

Nel 1973 Leonard Kleinrock era appena tornato a casa a Los Angeles dopo un lungo giro di rappresentanza. Era stato in vari Paesi per esporre i vantaggi del sistema Arpanet, una rete informatica che permette a più computer di essere collegati fra di loro (progenitrice di Internet). Il giro era stato un successo, ma appena tornato a casa Kleinrock fece un’amara scoperta: aveva perso il proprio amato rasoio.
Sicuramente l’aveva lasciato nell’ultimo posto in cui era stato, a Brighton in Inghilterra. Andò in ufficio, dove il computer centrale era in collegamento con quello di Brighton, e mandò un messaggio: chiese se qualcuno poteva trovargli il suo rasoio...
Questa fu la prima e-mail di senso compiuto della storia...


 http://webee.technion.ac.il/labs/comnet/infocom2000/lk9903.jpg
                                                      Leonard Kleinrock



Era stato Raymond Tomlinson, nel ’71, a creare un sistema di comunicazione attraverso la rete e a porsi il problema di trovare un segno grafico che separasse il nome del mittente dal nome del server che avrebbe gestito il messaggio. Gli serviva un segno ben distintivo, qualcosa che non potesse essere confuso. Gli cadde l’occhio su un segno strano della sua tastiera: la @, “at sign” in inglese, “chiocciolina” in italiano. E così nacque l’indirizzo di posta elettronica che si usa in tutto il mondo:

nomeutente@nomeaccount.
siglanazione
 
http://lara87.files.wordpress.com/2008/10/1971_tomlinson12.jpg
                                                                        Raymond Tomlinson


Ma che ci faceva quel segno strano sulla tastiera di Tomlinson?
Oggi la @ è sinonimo di multimedialità, di internet, di e-commerce (in lingua inglese viene anche chiamata “commercial at”) e via dicendo, ma all’epoca non esisteva niente di tutto questo: a che serviva questo ghirighori?
Lo sapevano solo gli addetti ai lavori della ragioneria del mondo anglosassone, i quali trovavano quel segno in espressioni tipo: «E.Biscom 5 @ $150», che si legge come «5 azioni E.Biscom al prezzo di 150 dollari». Ecco così che la @ ha il significato di at a price of (“ad un prezzo di”), abbreviato poi nel più veloce at (pronuncia èt).
Svelato il mistero: la telematica ha preso in prestito un simbolo della ragioneria.

Eppure, «nessun simbolo nasce dal nulla e nessun simbolo viene scelto a caso», dice il professor Giorgio Stabile, storico della scienza dell’Università “La Sapienza” di Roma. È proprio lui, nel 2000, a dimostrare che la @ ha radici più antiche.
Nel 1932 il paleografo statunitense Berthold Louis Ullman pubblicò in un libro la scoperta che la @ non era altro che una “legatura” usata dagli amanuensi medievali per indicare “ad” (moto a luogo),  così da non ripetere sempre le due lettere. (vedi foto)

 

http://www.anecdote-du-jour.com/wp-content/images/2009/06/arobase-manuscrit-italien.jpg

Ma Stabile non era soddisfatto. L’invenzione del segno grafico, come scoperto da Ullman, risale al VI secolo come fusione di due lettere (a e d) ma l’uso che se ne faceva prima dell’avvento di internet era puramente contabile e commerciale: come ci è arrivata dalle grafie medievali?

La risposta non tarda ad arrivare. Consultando una raccolta di documenti mercantili italiani del 1500, Stabile ritrova il simbolo @, che altro non è che una abbreviazione di “anfora”, l’unità di misura all’epoca utilizzata e nata nella notte dei tempi.
Non solo. Il professore trova una lettera del 24 maggio 1536, in cui il mercante toscano Francesco Lapi scrive a Filippo di Filippo Strozzi, a Roma, che sono arrivate delle navi di cui descrive il contenuto misurato in anfore: nel documento originale, al posto di “anfora”, c’è un bell’esemplare di @!(vedi foto)


http://i.friendfeed.com/ee890129d5ba999182f74f08b56799355416835d

Come prova finale, Stabile trova anche un vocabolario spagnolo-latino di Antonio de Nebrija, edito a Salamanca nel 1492, in cui “anfora” viene tradotto con “arroba” (ancora oggi in tutti i paesi di lingua spagnola il segno @ è chiamato arroba!), dimostrazione che il metodo di misura dell’anfora era conosciuto sia nel mondo greco-latino che in quello arabo-ispanico. Per evitare di tradurre la parola, usavano una a stilizzata (@) e i mercanti si capivano.

Il percorso della @ è stato quindi molto simile ad una sua parente stretta, la & che si chiama “e commerciale” proprio perché usata nei rapporti commerciali per evitare di ripetere sempre “et” (e).
Dagli amanuensi del VI secolo, ai mercanti del XVI, agli informatici del XX... a casa vostra: ecco il percorso di una piccola chiocciolina!

Lucio


lucio.te@tiscalinet.it

 


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