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lunedì 5 gennaio 2015

PERCHE' QUANDO TI PARLO - GERARDO DIEGO

Ci sono nazioni che eleggono periodicamente un Poeta Laureato, ci sono città che dedicano ai poeti delle strade, ma nelle nazioni di lingua spagnola e portoghese, il Poeta è decisamente amato, senza considerare che tutti, ma proprio tutti conoscono a memoria dei versi.
Gerardo Diego, per esempio, ha una statua nel centro di Soria che lo vede seduto ad un tavolo di caffè intento a leggere un libro, una a Santader, anche qui seduto su una panchina e una nella strada Pío Baroja di Madrid, davanti la Casa di Cantabria.  Non voglio innestare una polemica. E' solo un pretesto per raccontare qualcosa in più del poeta e introdurre una delle sue poesie.






PERCHE' QUANDO TI PARLO

Perché quando ti parlo
chiudo gli occhi?
Io penso a quel giorno
In cui tu me li chiuderai
- speranza infinita -,
per vedere se le mie parole
- mia lunga abitudine –
possono più che la morte.




POR QUÉ CUANDO TE HABLO...?


¿Por qué cuando te hablo
cierro los ojos?
Yo pienso en aquel día
y en que tú me los cierres
– esperanza infinita -,
a ver si mis palabras
– costumbre larga mía -
pueden más que la muerte.












giovedì 6 dicembre 2012

L'INCONTRO - JUAN CARLOS ABRIL


Mi dispiace per la mia lunga assenza, ma cercherò di farmi perdonare proponendovi questo autore e questo testo sensuale. 
L'autore imposta un dialogo con una donna e la figura che ne esce non è come quelle incontrate fino ad adesso di un Borges o un Eluard, cioè incorporee, quasi inesistenti. In quelle, tutto il discorso poetico è incentrato sul suo autore, sui suoi pensieri ed i suoi sentimenti. Qui invece la si legge camminare, amare, la si può sentire persino respirare, poco distante dai pensieri di Carlos. Non voglio dire che non ci siano mai state figure come questa: ne abbiamo incontrate a volte, è solo che nelle poesie d'amore si trovano più spesso assenti. 
La resa poetica è nervosa, incalzante, ma lascia intatta la musicalità del verso. Merito del testo originale, suppongo, anche se devo rifarmi a una traduzione asettica (non sono riuscita a trovare il testo originale).
Notevole l'uso delle virgole che delimitano la voce quando concretizza la parola scritta e quell'uso della "e" che lega i pensieri tra loro e imprime forza al testo. 
Uno stile su cui riflettere.





Poeta, traduttore e critico letterario, Juan Carlos Abril è nato in Spagna, a Los Villares, nella provincia di Jaén, il 7 gennaio del 1974.
Ha conseguito il dottorato di ricerca in Letteratura spagnola con una tesi, sotto la direzione di Luis García Montero (altro grande protagonista della poesie spagnola), sulla poetica di José Manuel Caballero Bonald  e attualmente insegna presso il Dipartimento di Lingua e Letteratura insegnamento della Università di Granada .
Ha vissuto per molti anni a Exeter, sud-ovest dell'Inghilterra, nella Provenza francese, a Milano e Roma.
Nel 2011 ha vinto il premio di Poesia Manuel Alcantara, con la poesia Ave Félix, premio che l'anno successivo è stato assegnano a Juan Vicente Piqueras e di cui vi ho riportato la notizia (e tradotto il testo) lo scorso agosto.  


 Le scale di Escher



L'INCONTRO


Sei stata tu, forse il nostro disordine,
forse le dita libere,
il loro movimento ansioso che interroga,
che chiede alle mani
e percorre le linee
dell’ultimo desiderio quando ti svegli,
o forse sono stato io,
con la lingua sull’orlo della notte.
Cammini di piacere quando albeggi
e due corpi si parlano
e raccontano la loro fortuna
e incrociano la passione come uno solo.
Il resto della carne si incatena
alle abili gambe e alle braccia,
per affondare nel mondo e possedere
come un’oscura bocca
che lo ingoia tutto, e ci trascina.
Se qualche volta ti cerco o sei tu
a cercare me, e ci incontriamo.

tratta da El laberinto azul  

Traduzione  Stéphanie Ameri


martedì 25 settembre 2012

ANCHE SE TU QUI NON SEI, I MIEI OCCHI - MIGUEL HERNANDEZ


Riprendo il libro di Hernendez e vi propongo l'intera poesia della quale avevo accennato tre versi appena, quella che mi ha fatto acquistare il libro e che ha combattuto con BACIARSI, DONNA per la precedenza di pubblicazione.
Lo stile di Miguel è quello di sviluppare le sua poesie sul presupposto dei primissimi versi: un distico o una prima strofa. E' una intuizione, un binomio di parole che sono la scintilla di una ispirazione, la cometa che indica il sentiero
Questo modo di essere poeta è comune a molti altri come Eluard, Neruda, ma principalmente l'ho riscontrato in Pavese.






ANCHE SE TU QUI NON SEI, I MIEI OCCHI


Anche se tu qui non sei, i miei occhi
di te, di tutto, son pieni.
Non sei nato solo a un'alba,
solo a un tramonto non son morto.
Il mondo è pieno di te
e nutrito il cimitero
da me, con tutte le cose,
da noi due, con tutto il paese.
Nelle strade io ora lascio
qualcosa che ora raccolgo:
brandelli di vita mia
perduti molto lontano.
Son libero nell'agonia
e carcerato mi trovo
sulle raggianti soglie,
raggianti per le nascite.
Tutto è pieno di me,
di qualcosa ch'è tuo e ricordo
smarrito, eppure scoperto
qualche volta, un tempo.
Tempo che rimane indietro
decisamente nero,
indelebilmente rosso,
dorato sopra il tuo corpo.
Tutto è pieno di te,
trafitto dalle tue chiome:
da qualcosa che non ho colto
e cerco fra le tue ossa.


da POESIE - Feltrinelli Editore - 1970



Aunque tú no estás, mis ojos

Aunque tú no estás, mis ojos
de ti, de todo, están llenos.
No has nacido sólo a un alba,
sólo a un ocaso no he muerto.
El mundo lleno de ti
y nutrido el cementerio
de mí, por todas las cosas,
de los dos, por todo el pueblo.
En las calles voy dejando
algo que voy recogiendo:
pedazos de vida mía
perdidos desde muy lejos.
Libre soy en la agonía
y encarcelado me veo
en los radiantes umbrales,
radiantes de nacimientos.
Todo está lleno de mí,
de algo que es tuyo y recuerdo
perdido, pero encontrado
alguna vez, algún tiempo.
Tiempo que se queda atrás
decididamente negro,
indeleblemente rojo,
dorado sobre su cuerpo.
Todo está lleno de ti
traspasado de tu pelo:
de algo que no he conseguido
y que busco entre tus huesos.



domenica 26 agosto 2012

DITEMI COM'E' UN ALBERO - MARCOS ANA


Ad una relativa breve distanza di tempo, incontro un nuovo autore spagnolo, quasi contemporaneo a quell'Hernandez trovato proprio per un caso.
E ancora mi meraviglio come certi parallelismi nella vita delle persone, li portino verso uno stesso destino poetico, siano questi letterati russi, contadini spagnoli o polacchi, serbi, argentini, americani con pochi rudimenti culturali.  
Non che ultimamente noi siamo venuti su con molto di più. So benissimo che ci sono molti insegnanti preparati e dediti al loro lavoro, ma non tutti e l'universo a cui si rivolgono è mediamente poco ricettivo. Il risultato ottenuto, sempre mediamente, è una scarsa conoscenza delle materie umanistiche, matematiche, scientifiche e linguistiche. Ma questa è una parentesi sull'efficenza dell'istruzione scolastica che non ho voglia di aprire. 
La piccola meraviglia è quella convinzione che anima tutti i poeti: la poesia è dappertutto, quindi è anche nella vita di tutti voi. Trovatela.
La poesia è scritta in un periodo della sua vita in cui i ricordi della sua vita fuori dal carcere erano si erano così affievoliti, da sembrare irreali e era possibile possedere solo sogni, come quello di vivere in una casa senza chiavi "sempre aperta, / come il mare, il sole, l'aria" (La mia casa e il mio cuore).




 
Macarro Fernando Castillo, più conosciuto con lo pseudonimo di Marcos Ana, ottenuto unendo i nomi dei suoi genitori, è un poeta spagnolo.
Nacque il 20 gennaio 1920 a San Vicente nel comune di Salamanca, ultimo di quattro fratelli di una famiglia povera di operai, profondamente cattolica. I suoi fratelli si trasferirono nella provincia di Madrid e quando sua sorella Margarita sul finire del 1930, trovò un lavoro al padre, si trasferì con la famiglia a Ventosa del Rio Almar, sempre in Salamanca. A soli 12-13 anni lasciò la scuola per lavorare come commesso in un negozio, per poter contribuire al reddito familiare. A 16 anni entrò a far parte della Gioventù Socialista che poco prima della guerra civile sarebbe diventata la Gioventù Socialista unita, sotto l'orbita comunista e parallelamente abbandonò la religione cattolica.
Nei primissimi giorni dallo scoppio della Guerra Civile Spagnola del 1936 entrò nel battaglione della milizia “Libertad” nel Peguerinos, ma a seguito della creazione dell'Esercito Repubblicano, è costretto a tornare a casa, in quanto minorenne, ma resta nell'ambito del Partito Comunista Spagnolo. Il padre muore sotto un bombardamento nel Gennaio del 1937.
Fernando che non poteva ancora combattere, lavorò come commissario politico nella Brigata 44 e come istruttore dei giovani. 
Prima dell'assedio di Madrid fuggì verso il porto di Alicante per prendere una nave ed espatriare, ma il blocco navale imposto dal generale Franco non consentiva a nessuna nave di raggiungere il porto. Si arrese alle forze italiane che lo circondano: era il 31 Marzo 1937. Confinato prima a Los Almendros, poi nel campo di concentramento di Albatera, riuscì a fuggire, tornando verso Madrid, ma fu arrestato nuovamente, tradito da un informatore della polizia.
Fu condannato a morte nel 1941, ma la condanna fu annullata due anni più tardi per un difetto di forma. Tuttavia la sua colpevolezza venne di nuovo provata e Fernando nuovamente condannato alla pena capitale. Nel 1943, imprigionato nel carcere di Porlier, partecipa alla fondazione di un giornale clandestino, lo Juventud. Per questo venne trasferito alla Direction General de Seguridad e torturato. Condannato a 30 anni per delitti contro la sicurezza dello stato, fu trasferito nel carcere di Ocana nel 1944, per passare poi a quello dei Alcala del Henares e per finire a quello di Burgos, dove rimase dal 1946 al 1961. Complessivamente dovrà scontare 60 anni, dato che anche la sua condanna a morte è stata commutata in 30 anni di carcere.
Subisce percosse e periodi di confinamento, incontra giornalisti e scrittori, legge classici autorizzati dalla direzione e ad altre opere vietate, come quelle di Rafael Alberti, Miguel Hernandez, Federico Garcia Lorca, quando fu possibile contrabbandarle per la rilassatezza delle misure contro i prigionieri politici a partire dal 1950.
E' in quel periodo che iniziò a scrivere le sue prime poesie ed il suo pseudonimo gli consente di poter essere conosciuto fuori dal carcere dagli oppositori della dittatura, da altri poeti come Rafael Alberti e Pablo Neruda i quali raccolsero e sostennero con forza quella invocazione di libertà implicita nei suoi versi.
Così, in forza di un provvedimento secondo il quale chi avesse scontato più di venti anni consecutivi in carcere, sarebbe stato rilasciato, Fernando risulta essere l'unico prigioniero interessato da questa misura di grazia: è il 17 novembre 1961 e lascia il carcere per andare in esilio a Parigi anche se in patria tentano di reiterare le accuse contro di lui.
Qui conobbe Vida Sender, figlia di esiliati anarchici spagnoli, con lei ebbe un figlio, Marquitos nel 1963 ma successivamente si separarono.
Dopo la morte di Franco del 1976 tornò in Spagna.
QUI una intervista profonda ed esaustiva dell'autore






DITEMI COM'E' UN ALBERO


Ditemi com’è un albero.
Ditemi il canto del fiume
quando si copre di uccelli.

 
Parlatemi del mare. Parlatemi
del vasto odore della campagna.
Delle stelle. Dell’aria.

 
Recitatemi un orizzonte
senza serratura né chiavi
come la capanna di un povero.

 
Ditemi com’è il bacio
di una donna. Datemi il nome
dell’amore: non lo ricordo.


Le notti si profumano ancora
di innamorati con fremiti
di passione sotto la luna?

O resta solo questa fossa,
la luce di una serratura
e la canzone delle mie lapidi?

Ventidue anni… Già dimentico
la dimensione delle cose,
il loro colore, il loro profumo…. Scrivo

a tentoni: "il mare", "la campagna"…
Dico "bosco" e ho perduto
la geometria dell'albero.

Parlo, per parlare, di argomenti
che gli anni mi hanno cancellato.

(non posso continuare, sento
i passi della guardia)

da Ditemi com'è un albero - Crocetti Editore
Trad. Chiara De Luca




DECIDME COMO ES UN ARBOL


Decidme como es un árbol,
contadme el canto de un río
cuando se cubre de pájaros,
habladme del mar,
habladme del olor ancho del campo
de las estrellas, del aire
recítame un horizonte sin cerradura
y sin llave como la choza de un pobre
decidme como es el beso de una mujer
dadme el nombre del amor
no lo recuerdo
Aún las noches se perfuman de enamorados
que tiemblan de pasión bajo la luna
o solo queda esta fosa?
la luz de una cerradura
y la canción de mi rosa
22 años, ya olvidé
la dimensión de las cosas
su olor, su aroma
escribo a tientas el mar,
el campo, el bosque, digo bosque
y he perdido la geometría del árbol.
Hablo por hablar asuntos
que los años me olvidaron,
no puedo seguir
escucho los pasos del funcionario.



domenica 19 agosto 2012

LA STANZA VUOTA - JUAN VICENTE PIQUERAS


Tradurre una poesia è come scartare un regalo avvolto da tanta carta colorata ed altrettanti nastri con nodi ben stretti. Ma soprattutto il lavoro - o meglio - il piacere di tradurre una buona poesia, è paragonabile a quello che si prova a scriverne una propria, con la differenza che si entra nel mondo dell'autore, se ne intuiscono i pensieri, se ne esplora la saggezza e si torna con qualcosa di nostro: una parola, un modo di accostarla ad altre, di farle risuonare assieme.
E c'è anche un dopo: il ricordo del verso che s'accende allo sfregare della parola ascoltata per caso e altrove. Credo che sia fondamentalmente questo il motivo per cui alcune poesie che di autori contemporanei e che io definirei estremistiche, per contenuti e stile, non possono trovare uno spazio tra le Poesie, non ancora almeno. Magari saranno quei semi che troveranno un buon terreno e germineranno in futuro, ma sarà un futuro in cui sarò contenta di non esserci.
Ma torniamo a quanto è oggetto del post.
Cercavo una poesia di Juan in lingua e mi sono imbattuta nella notizia che aveva conseguito il primo premio del Concorso di poesia Manuel Alcantara, uno dei più prestigiosi concorsi della Spagna. Tutti gli articoli erano concordi ed entusiasti sulla eccezionalità della poetica dell'autore.  E' stata una ricerca difficile, dovendo dapprima partire da niente, poi da un titolo che però contiene parole di uso comune.
Ed eccola. Credo che questa poesia sia veramente una perla, per tutto quello che è, per costruzione, afflato, contenuto.
Dedicata a Carlos Edmundo de Ory, uno dei più grandi poeti spagnoli, è una composizione delicata, scritta con occhi umidi. La parola “morte” non compare nel testo, come se pronunciarla la rendesse vera e irreparabile e l'assenza di Carlos rendesse l'autore stesso quella formica smarrita.
Uno smarrimento inconscio? Io non credo. Chi scrive poesie di questo spessore, non lascia niente al caso e lo si percepisce come uno smarrimento sentito, lo stesso che ci sorprende quando si rende assente una costante della nostra vita.
Difficile emergere da questa lettura gli stessi, caro Juan, almeno a me non è successo.






LA STANZA VUOTA

                                                                            a Carlos Edmundo de Ory


Era uno dei tuoi giochi preferiti.
Cosa c'è in una stanza vuota?,
chiedevi. Restavamo in silenzio.
Cosa c'è in una stanza vuota?

Quelli che non conoscevano il gioco
magari rispondevano: Niente, e tu dicevi: No.
Niente è niente, ho detto cosa.

Finché qualcuno diceva, per esempio: Il silenzio.
E tu dicevi: Si.
Un altro diceva: Polvere.
E il gioco prendeva il volo.

Orme di passi sul pavimento.
Un fantasma. Una spina. Il buco
di un chiodo. La penombra.
Un quadrato sulla parete che tradisce
l'assenza di un quadro. Un filo.
Una lettera sul pavimento
L'orma di una mano sulla parete.
Un raggio di sole che entra dalla finestra.
Una ragnatela. Un pezzo
di carta . Un'unghia. Una formica smarrita.
La musica che viene dalla strada
(Esiste una musica senza nessuno che l'ascolti?)
Una chiazza di fumo o di umidità.
Scarabocchi o uccelli o nomi
o un disegno di Laura sulla parete.

Tu dicevi ad ognuno si o no.
Tu lo sapevi. Eri l'ideatore del gioco.
Tu sapevi già, Carlos, quello che c'era
nella stanza vuota dove sei appena entrato.

Era uno dei tuoi giochi preferiti.

     - Cosa c'è in una stanza vuota?
     - Un fantasma.
     - Lo hanno già detto.
     - Si, ma quello ch´io dico è un altro.





LA HABITACION VACIA

                a Carlos Edmundo de Ory


Era uno de tus juegos preferidos.
¿Qué hay en una habitación vacía?,
preguntabas. Guardábamos silencio.
¿Qué hay en una habitación vacía?
Los que no conocían el juego
tal vez decían: Nada, y tú decías: No.
Nada es nada, he dicho qué.
Hasta que alguien decía, por ejemplo: El silencio.
Y tú decías:
Y otro decía: Polvo.
Y el juego comenzaba a tomar vuelo.
Unas huellas de pasos en el suelo.
Un fantasma. Un enchufe. El agujero
de un clavo. La penumbra.
El cuadrado que deja en la pared
la ausencia de un cuadro. Un hilo.
Una carta en el suelo.
La huella de una mano en la pared.
Un rayito de sol que entra por la ventana.
Una telaraña. Un trozo
de papel. Una uña. Una hormiga extraviada.
La música que llega de la calle

(¿hay música sin alguien que la escuche?).
Una mancha de humo o de humedad.
Garabatos o pájaros o nombres
o un dibujo de Laura en la pared.

Tú ibas diciendo sí o no.
Tú lo sabías. Eras el inventor del juego.
Tú ya sabías, Carlos, lo que hay
en la habitación vacía donde acabas de entrar.
Era uno de tus juegos preferidos.
- ¿Qué hay en una habitación vacía?
- Un fantasma.
- Ya lo han dicho.
- Sí, pero el que yo digo es otro.

domenica 8 luglio 2012

BACIARSI, DONNA - MIGUEL HERNANDEZ




I libri e gli autori mi capitano tra le mani nei modi più disparati. Io cercavo un volume di Pavese, in particolare “Il mestiere di vivere”, ma avete provato qualche volta a scartabellare tra volumi messi assolutamente a casaccio, o quanto meno organizzati secondo un sistema di catalogazione proprio del.... come si chiama chi vende libri usati? Rigattiere ??? No, quelli trafficano coi mobili. Mi arrendo! E' un mistero, proprio come l'ordine sparso usato dal mio... chiamiamolo libraio, sperando che i librai seri non si offendano.
Comunque, dicevo, spostando i vari volumi, vedo apparire un titolo nudo e crudo: “Poesie”.
Apro la prima pagina, e in quella che segue la copertina, in genere bianca, trovo una scritta di pugno (e con una pessima calligrafia):

“Anche se tu qui non sei
i miei occhi, di te, di tutto,
sono pieni.”

 

Segue il nome dell'autore. Lo apro a casaccio – non mi piace mettermi a leggere mentre valuto l'acquisto, ma una occhiata veloce, almeno me la concedo! – e trovo il testo in italiano e quello originale a fronte: IN SPAGNOLO.... Ho sviluppato una forma malarica per quelle poesie e mi accorgo di stringerlo più forte tra le mani. Torno indietro alla prefazione e trovo una una dedica:

per te Miky
ti dono questo libro e non è un gran dono ma forse un giorno basterà a farti rammentare me lontano.
Ricordami allora con dolcezza se tutto sarà finito.
Ma infine se tutto finisce voglio che finisca in cielo...
Ti amo
Pierluigi


Dite che sono troppo romantica, che l'ho preso solo per la dedica??
Eppure i versi sulla prima pagina non si trovano sui marciapiedi come i coriandoli a carnevale...
Evidentemente libro e dedica non sono stati sufficienti a far ricordare Pierluigi a Micky, nonostante le leggere sottolineature ai versi di molte poesie, fatte con una matita blu come quelle usate dalle maestre per correggere i compiti.
Vi dirò: mi dispiace quasi d'essere così contenta di averlo acquistato. Mi dispiace perchè la storia dei due, per qualche motivo non è più importante, ma nello stesso tempo ne sono contenta. Il libro è finito, dopo non so quanto tempo, nelle mie mani; mi è sembrato un segno, che il libro stesso mi abbia chiamato, di averlo salvato dall'oblio. Per questo racconto questo aneddoto: per far uscire la dedica da quelle pagine quasi ammuffite, per farle volare di nuovo e tornare a loro, e il prezzo pagato (tre euro) mi sembra un riscatto irrisorio, senza considerare che ho comunque il libro.
Io credo di aver fatto un ottimo affare.





Miguel Hernandez, drammaturgo e poeta spagnolo, nasce a Orihuela il 30 ottobre1910, secondogenito di quattro figli, in una famiglia di pastori poverissima, senz'altra istruzione che quella della scuola elementare che frequenta in una età diversa da quella dei suoi coetanei.
Per volontà del padre, uomo rude e taciturno, nel 1925 abbandona gli studi presso il collegio dei Padri Gesuiti Santo Domingo de Orihuela e inizia a fare il pastore di capre, anche se al tempo stesso legge avidamente e scrive poesie.
Nel 1931 parte per Madrid, con inebrianti ma assurde speranze di gloria; un atto di coraggio per uscire dall'ambiente familiare e sociale. Ha due lettere in tasca: una prima di raccomandazione per il direttore de “La Gaceta Literaria” e la seconda per essere ricevuto da Juan Ramon Jiménez.. Presentandosi come postore-poeta, dalla prima ottiene solo un trafiletto sulla rivista in cui lo si definisce un poeta naif in cerca di un lavoro nella capitale, dalla seconda, ancora meno, dato che – sembra – l'incontro tra i due poeti non sia mai avvenuto.
Miguel resiste nella capitale fino al maggio del 1932, grazie agli aiuti degli amici di Orihuela, ma il freddo e la fame lo costringono a tornare a casa ed a accantonare le sue illusioni.
L'anno successivo incontra Josefina Manresa, una giovane sarta di cui si innamora e intrattiene una corrispondenza incoraggiante con Federico Garcia Lorca, riuscendo a tornare di nuovo a Madrid, grazie ad un impiego presso l'enciclopedia taurina.
L'amore e nuove amicizie letterarie (Manuel Altolaguirre, Pablo Neruda, Raphael Alberti, Luis Cernuda ed altri) lo maturano, allontanandolo dallo stile provinciale e campagnolo delle sue prime poesie.
All'inizio della Guerra Civile Spagnola del 1935, si arruola come volontario, nel 5° reggimento. Assegnato inizialmente a scavare trincee, gira poi per il territorio spagnolo. Ma dopo due anni è stanco e depresso, provato dai disagi e dalle sofferenze della guerra ed i medici, dopo una diagnosi di anemia cerebrale, lo spingono al riposo. Miguel ne approfitterà per fare un viaggio nell'Unione Sovietica assieme ad altri scrittori spagnoli per il Festival del Teatro di Mosca.
Tornato in Spagna, torna anche a combattere, ma è costretto di nuovo al riposo dei suoi frequenti mal di testa. Nel marzo del 1939, con l'entrata delle truppe di Franco a Madrid, finisce la guerra. L'esercito presente nella capitale si disperse e molti furono fatti prigionieri e giustiziati con processi sommari.
Miguel cerca di raggiungere il Portogallo e da una cittadina vicina al confine scrive a Josefina di star pronta a partire per raggiungerlo, ma viene arrestato. Viene portato dapprima a Siviglia, poi alla prigione di Torrijos a Madrid. Nelle sue lettere racconta della sua vita nella prigione, ma traspare la preoccupazione per la moglie ed il figlio (si erano sposati nel 1937 ed ebbero due figli, il primo nel 1938 visse solo pochi mesi, il secondo nel 1939) che sa vivere stentatamente.
Pablo Neruda dalla Francia di adopera per la sua scarcerazione ma tuttavia per un motivo inspiegabile, a metà settembre del 1939 viene scarcerato: forse un errore burocratico, forse per una disposizione male interpretata. Si reca comunque all'ambasciata cilena per ottenere asilo politico e partire per il continente americano, ma c'erano già diciassette repubblicani in attesa di partire e dal momento che “probabilmente era compromesso” a causa delle sue poesie contro il generale Franco, l'ambasciatore gli nega il visto.
Miguel commette l'errore di tornare nella sua Orihuela e viene arrestato di nuovo. E proprio nella sua città vive il peggior periodo di carcerato. Per interessamento di Neruda, l'incaricato d'affari del Cile invia aiuti alla sua famiglia e al suo processo, svolto intorno al 1940, avrà un avvocato difensore procuratogli, questa volta dai suoi amici. Viene incolpato di essere stato un Commissario politico e senza grandi garanzie giuridiche, come succede nei dopo rivoluzione, viene condannato a morte.
Inizia l'attesa dell'esecuzione della condanna di giorno in giorno, di ora in ora, ma intanto Miguel studia francese, scrive lunghe lettere e manda disegni di piccoli animali al figlio; resiste alla proposta di sottoscrivere la sua adesione al regime franchista. A Luglio del 1940 la pena di morte viene commutata in trent'anni di prigione, ma lo trasferiscono di prigione in prigione, dove soffre il freddo e la fame. L'estate e l'autunno del 1941 sono periodi di serenità relativa. Riesce a vedere una volta alla settimana la famiglia, legge e studia l'inglese. Ma a novembre cade nuovamente ammalato: Paratifo B, che con un decorso lentissimo, lo lascia stremato e senza difese immunitarie, cosicché vinto il paratifo, deve iniziare a combattere contro una forma di tubercolosi polmonare acuta e sarà una battaglia che perderà. La cura è quella di sottoporsi ad una supernutrizione, impossibile nella sua condizione di detenuto. Non può muoversi dall'infermeria e viene negato alla moglie il permesso di visitarlo, dal momento che non sono sposati religiosamente. Lo farà solo il 4 marzo del 42, cedendo al desiderio di vedere la moglie. Morirà il giorno 28 dello stesso mese, con un ultimo pensiero rivolto a lei.






Baciarsi, donna,
al sole, è baciarci
per tutta la vita.

Risalgono i labbri 
elettricamente
vibranti di raggi,
con tutto il fulgore
di un sole tra quattro.

Baciarsi alla luna, 
donna, è baciarci
per tutta la morte.

Discendono i labbri
con tutta la luna,
invocandone il tramonto:
così consunta e gelida
e in quattro parti.

da POESIE - Feltrinelli Editore - 1970



Besarse, mujer


Besarse, mujer,
al sol, es besarnos
en toda la vida.


Asciende los labios,
eléctricamente
vibrantes de rayos,
con todo el furor
de un sol entre cuatro.

Besarse a la luna,
mujer, es besarnos
en toda la muerte.


Descienden los labios,
con toda la luna
pidiendo su ocaso,
gastada y helada
y en cuatro pedazos.



 

domenica 27 maggio 2012

LE STRADE NON PORTANO... - JOSE' HIERRO

Le strade non portano
a nessuna meta; tutte
terminano in noi.

E' un messaggio forte. Per quanto facciamo, diciamo e doniamo, la sera torniamo ad essere soli con noi e dovremmo essere soddisfatti.

Non molto è stato tradotto di questo autore, però per chi volesse approfondire, ho visto in rete che esiste una pubblicazione della casa editrice Raffaelli Editore:  Poesie Scelte (Collana Poesia Contemporanea- 2003).
E con questo, ditemi se non vi voglio bene.





José Hierro è  stato uno dei grandi poeti spagnoli del Novecento. Nacque a Madrid il 3 aprile del 1922, per caso, dato che la sua famiglia si trasferì a Santander quando José era piccolissimo e nonostante abbia vissuto a Valencia e a Madrid, si è sempre considerato un "montañés", un montanaro.  Ma a Santander inizia i suoi studi ed intraprende la carriera di perito industriale, che interrompe nel 1936. Durante la Guerra Civile si dedicò ad attività clandestine a causa delle quali fu arrestato e processato. Rimase in carcere dal 1939 al 1944, interessandosi di letteratura. Uscito dal carcere, si trasferisce a Valencia, iniziando a scrivere, collaborando alla stesura di un dizionario mitologico. Con José Luis Hidalgo fonda la rivista Corcel e inizia la sua attività di critico d'arte sul lavoro del pittore Prugne Benito.
Negli anni 40 torna a Santander, impegnandosi in diverse attività, lavorando nella rivista della Camera di Commercio dove scrive di economia e degli uomini illustri della Cantabria.
Nel 1950 si stabilisce a Madrid, dove inizia a lavorare alla Radio Nacional di Spagna e nei decenni successivi continua a scrivere poesie, a partecipare ad attività letterarie, entrando a far parte di giurie  Partecipa a molte conferenze sulla poesia e sull'arte in varie capitali europee e le sue poesie vengono incluse nelle più importanti antologie di poesia contemporanea.
Con Gabriel Celaya, il prematuramente scomparso José Luis Hidalgo, Blas de Otero e altri, José Hierro Real appartiene a quella generazione di poeti che doveva misurarsi con quella immediatamente precedente, con poeti come Lorca, Alberti, Hernández, Aleixandre, un'impresa quasi disperata.
"Scrivo per la necessità di farlo e niente altro. Scrivo solo per me". Questo diceva José, per questo ha avuto periodi di scrittura intensi e periodi di silenzi, quando quella necessità si placava.
Hierro  è morto nella stessa Madrid il 21 dicembre del 2002.





LE STRADE NON PORTANO...


Le strade non portano
a nessuna meta; tutte
terminano in noi.
La fiamma del crepuscolo
ci fonde in unità.

È bello camminare,
sognare, cantare. Bello
essere gran tenerezza
con un cuore vicino,
(con un dolore remoto).

La sera si denuda,
mostra i suoi ori profondi.
Ogni forma ci incanta
col suo vino gioioso.

Ormai non c’è nulla: – passato,
futuro, ombre, gioie –,
fuori di noi.
La sera spolvera
il suo caldo tesoro.

I suoi pampini di fuoco
stillano nei nostri occhi.
La sera è nostra. Il mondo
fu fatto per noi.

Siamo il suo centro vivo
e gira il tempo intorno.
Passa e non può ferire
col suo dolore remoto
il nostro cuore vicino.

Le strade non portano
a nessuna meta; tutte
terminano in noi.


da Con le pietre, con il vento (1950)






Los caminos no van


Los caminos no van
a ningún fin, que todos
acaban en nosotros.
La llama del crepúsculo
nos funde en uno sólo.
Hermoso es caminar,
soñar, cantar. Hermoso
ser una gran ternura
con un corazón próximo,
(con un dolor remoto).
La tarde se desnuda,
muestra sus hondos oros.
Encanta cada forma
con su vino glorioso.
Ya no hay nada : - pasado,
futuro, sombras, gozos -,
por fuera de nosotros.
La tarde desempolva
su cálido tesoro.
sus pámpanos de fuego
zuman en nuestros ojos.
La tarde es nuestra. El mundo
se hizo para nosotros.
Somos su centro vivo
y gira el tiempo en torno.
Pasa y no puede herir
con su dolor remoto
nuestro corazón próximo.
Los caminos no van
a ningún fin, que todos
acaban en nosotros.




sabato 26 novembre 2011

Presentazione libro: BRACI di Juan Vicente Piqueras

martedì, 22 novembre 2011
Presentazione libro: BRACI di Juan Vicente Piqueras
 
Vi devo delle scuse, per la mia apparente latitanza.
Stavo salvando l'intero blog, compresi i vostri commenti che mi hanno alleggerito la fatica e tentato di fermarmi a pensare ancora una volta a quanto mi avete scritto in questi oltre tre anni. Non ho ancora finito, ma sono a buon punto. Quando sarò pronta, inserirò il link del nuovo blog, mantenendo comunque in parallelo entrambi, sperando sempre che sia solo un brutto sogno...
Volevo invece segnalarvi la presentazione del libro BRACI di Juan Vicente Piqueras, cui parteciperà l'autore. Prendete nota e liberatevi dagli impegni:
Martedì 29 novembre nella sala dell’Istituto Cervantes di Roma, in Piazza Navona 91 alle ore 19, l’autore presenterà Braci. L’evento prevede la doppia presentazione di Braci e dell’opera Il toro non sbaglia mai di Matteo Nucci ed. Ponte alle Grazie.




Dunque, qui qualche notizia, dalla scheda-autore della casa editrice Esperia di Roma:
Edizioni Empirìa
via Baccina 79 00184 Roma
tel. o6 69940850 fax 0645426832
www.empiria.com info@empiria.com
Juan Vicente PiquerasBRACI
Introduzione di Luis Sepúlveda. Traduzione di Carola Silvestrelli
Collana Sassifraga
2010, pp.128 € 14,00
ISBN 978-88-96218-16-7
Gli aforismi poetici di Piqueras nascono per non morire mai. Il lettore non può definire il loro significato in un’unica interpretazione: si tratta di materiale puro e ancora incandescente di alto valore creativo. Come faville di senso e sentenze improvvise che attraversano e fendono il pensiero, prima di sistemarsi nella forma poetica. Piqueras conserva questi versi, appunto come “braci”: ciò che resta di un vecchio fuoco e che può sempre divampare in una nuova fiamma. Frasi-formula che ci riportano alla rovente fucina dell’artista e dell’alchimista, il laboratorio delle meraviglie, in cui si prepara e si aspetta qualcosa di sorprendente. La raccolta vanta la prestigiosa introduzione di Luis Sepúlveda, che paragona Braci allo studio di uno scultore, dove “tra le opere finite si vedono pezzi di terracotta apparentemente informi che l’artista conserva perché in essi sta il segreto della scultura finita”. L’edizione, corredata di testo originale spagnolo a fronte (Ascuas), è tradotta da Carola Silvestrelli.
Juan Vicente Piqueras, nato nel 1960 a Valencia, ha vissuto tra Francia, Italia e Grecia. Autore in Spagna di molte opere di poesia e di traduzioni poetiche è vincitore nel 2007 del Premio internazionale di poesia del Festival di Medellìn, Colombia. Attualmente è direttore accademico dell’Istituto Cervantes di Atene. Nel 2005 ha pubblicato la raccolta poetica Palme/Palmeras presso Empirìa.

Vorrei segnalare di nuovo i post che gli ho dedicato, per ricordarvi le sue poesie e per proporle a chi non le avesse mai lette.
https://natakarla.blogspot.com/search/label/PIQUERAS%20JUAN%20VICENTE
e altri in cui è possibile ascoltarlo:

Al festival della poesia di Madellin, Colombia, una delle più prestigione e ricche manifestazioni a livello Mondiale
A Fiorano Modenese 2005

E'  stato ospite della prima edizione del Festival internazionale della Poesia di Genova,  organizzata da Claudio Pozzani ed il Circolo dei viaggiatori nel tempo: una vetrina da cui sono sfilati moltissimi grandi autori stranieri (presenti anche sulle mie pagine) e promesse del panorama letterario italiano.

http://www.festivalpoesia.org/2008/index.php?option=com_content&view=category&id=76&layout=blog&Itemid=120

Pensateci e gironzolate da quelle parti di Roma, il prossimo Martedì. Magari vi viene voglia di entrare.
Io conto di andare.



L'ORA DI RESTARE - JUAN VICENTE PIQUERAS

mercoledì, 06 luglio 2011
L'ORA DI RESTARE - JUAN VICENTE PIQUERAS
 
Visto che qualche giorno fa ci sono state moltissime visite al blog, con una stringa di ricerca del nome "Juan Vicente Piqueras", oppure "Vigilia di Restare" (il post ha avuto ben quaranta visite e non mi capacito ancora del perchè, anche se la poesia merita veramente più di una lettura), vi propongo una versione leggermente diversa della poesia stessa, a opera dell'autore.
Inserita nel suo libro PALME, Edizioni Empiria, nonostante le parole delle due poesie siano quasi identiche, in questa c'è una situazione o meglio determinazione diversa dell'autore, una sfumatura rilevabile - ed apprezzabile - anche da un diverso tono di lettura.
I presupposti sono identici,
"Tutto è pronto:....."
ma qui Juan è pronto ad affrontare il suo viaggio, perchè adesso ha
"... il come, il quando, il dove,..."
E non c'è orizzonte che possa fare paura dentro "La nave di noi". Qui è appena abbozzata l'idea che poi riprende già dal titolo, in una successiva poesia, che avevo già postato.
Non c'è nessuno che mi sciolga la curiosità di quella concentrazione di ricerche??
Incidentalmente, è uscito in Spagna un suo nuovo libro di poesie La hora de irse, edito da Hiperión. Per chi si diletta con la lingua madre dell'autore, sono sicura che sarà una buona lettura.






L'ORA DI RESTARE

Tutto è pronto: la valigia,
le camicie, le mappe, la mutua speranza.

Mi spolvero le palpebre
Ho messo all'occhiello
la rosa dei venti.

Tutto è pronto: il mare, l'atlante, l'aria.

Ho il come, il quando, il dove,
un diario di bordo, le carte
di navigazione, venti a favore,
il coraggio e qualcuno che mi ama
come non so amarmi io.

La nave di noi, gli sguardi,
i pericoli, le mani incantate,
il filo ombelicale dell'orizzonte
che sottolinea questi versi sospesi...

Tutto è pronto. Sul serio. Andiamo






LA HORA DE QUEDARSE

Todo está preparado: la maleta,las camisas, los mapas, la mutua esperanza.

Me estoy quitando el polvo de los párpados.
Me he puesto en la solapala rosa de los vientos.

Todo está a punto: el mar, el aire, el atlas.

Ya tengo el como,  el cuándo,
el adónde, un cuaderno de bitácora,
cartas de marear, vientos propicios,
valor y alguien que sabe
quererme como no me quiero yo.

La nave de nosotros, las miradas,
los peligros, las manos del asombro,
el hilo umbilical del horizonte
que subraya estos versos suspensivos...

Todo está preparado. En serio. Vamos.









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lunedì 21 novembre 2011

PEREGRINO - LUIS CERNUDA BIDON

martedì, 28 giugno 2011
PEREGRINO - LUIS CERNUDA BIDON
 
Tutta la vita di Luis si basa sul principio che chi non ha radici, non torna mai indietro, vagando di paese in paese, senza nessun rimpianto quando si decide di cambiare, per necessità o capriccio.
Chi ne ha, soffre per l'essere trattenuto o per fare la scelta di restare (un concetto espresso molto bene da Juan Piqueras nella sua Stirpe di isole), invidiando il potere di disporre di sé stessi di chi è libero, mentre questi ultimi, soffrono per mancanza di stabilità.
L'insoddisfazione umana crea spesso contraddizioni come questa.
Apprezzata (da me) in particolare la terzina che chiude la poesia.





Luis Cernuda Bidón, nato a Siviglia il 21 settembre 1902 e morto a Città del Messico il 5 novembre 1963, è stato un poeta spagnolo.
Il padre, militare di professione, lo ha educato con modi rigide ed intransigenti.
Alla Università di Siviglia, dove studia giurisprudenza,  segue i corsi di Pedro Salinas.e quando entra in possesso dell'eredità del padre, fa un viaggio a Malaga, dove conosce il poeta ed editore Manuel Altolaguirre.
Una volta trasferitosi a Madrid, entra in contatto con gli ambienti letterari della città che più tardi saranno conosciuti come la "Generazione del '27". Lavorando in una libreria e si innamora del giovane Serafín, che tuttavia non ricambia l'attenzione.  Benché sia definito "disadaptado" a causa della sua omosessualità, lui non negò mai questa sua condizione, diversamente da Federico García Lorca, o dall'americano Walt Whitman,  ribellandosi alla mentalità chiusa e bigotta della Spagna del Dopoguerra, "un paese dove tutto nasce morto, vive morto e muore morto", come dirá in Desolación de la Quimera. Per questo si considerò sempre un emarginato, "come una carta che ha perso il suo mazzo".
Lavorò come lettore di spagnolo presso l'Università di Tolosa per un anno. Con la proclamazione della Seconda Repubblica Spagnola aspira ad una Spagna più tollerante, colta e liberale. L'anno dello scoppio della Guerra Civile Spagnola pubblica la prima edizione della sua opera poetica completa fino ad allora, con il titolo La realidad y el deseo (1936). Nel 1938, inizia il suo esilio nordamericano, dove insegna letteratura ed ottiene la tanto agognata stabilità economica. Si trasferisce in Messico nel 1952, dove si innamora di un culturista, al quale dedica Poemas para un cuerpo. È qui che conosce Octavio Paz e la famiglia di Altolaguirre, in particolar modo sua moglie Concha Méndez, e qui muore.








PEREGRINO

Tornare? Torni chi ha
dopo lunghi anni, dopo un lungo viaggio,
stanchezza del cammino e una gran voglia
della sua terra, della sua casa, dei suoi amici,
dell'amore che al ritorno fedele lo aspetta.

Piuttosto, e tu? tornare? non pensi a tornare,
ma a proseguire libero avanti,
disponibile per sempre, giovane o vecchio,
senza un figlio che ti cerchi, come Ulisse,
senza un'Itaca che aspetti e senza Penelope.

Prosegui, vai avanti e non tornare indietro,
fedele fino alla fine del cammino e della tua vita.
Non sentire nostalgia di un destino più facile,
i tuoi piedi sopra la terra non calpestata prima,
i tuoi occhi di fronte a ciò che non hai mai visto prima.







    PEREGRINO
¿Volver? Vuelva el que tenga,
Tras largos años, tras un largo viaje,
Cansancio del camino y la codicia
De su tierra, su casa, sus amigos,
Del amor que al regreso fiel le espere.
Mas, ¿tú? ¿Volver? Regresar no piensas,
Sino seguir libre adelante,
Disponible por siempre, mozo  o viejo,
Sin hijo que te busque, como a Ulises,
Sin Ítaca que aguarde y sin Penélope.
Sigue, sigue adelante y no regreses,
Fiel hasta el fin del camino y tu vida,
No eches de menos un destino más fácil,
Tus pies sobre la tierra antes no hollada,
Tus ojos frente a lo antes nunca visto.
  




ETERNA PRESENZA - PEDRO SALINAS

domenica, 29 maggio 2011
ETERNA PRESENZA - PEDRO SALINAS
 
Sapete, è stimolante avere scambi di opinioni con altre persone. Offrono in genere un nuovo angolo di prospettiva di una poesia, degli stimoli per cercare di nuove, dello stesso o di un nuovo autore, ma soprattutto spunti di riflessione. E' il momento di confronto che in tanti blog manca. Si pubblicano poesie - di altri, nella maggioranza dei casi - e si incassano commenti: tutto qui. Belle vetrine.
Ma se la poesia si ama, la si proclama ad alta voce, la si mangia (come dice Mark), ce la rigiriamo in bocca (idea di Ryszard) , lasciamo che ci possieda (concetto di Sylvia).
Perchè questa premessa? Perchè incontro sempre nuove e belle persone che condividono con me questo modo di sentire la poesia. Come Rita, uno dei miei ultimi contatti; recentemente abbiamo concordato nel suo blog quanto l'amore espresso da Salinas, trascenda il tempo. Mi è venuta nostalgia dei suoi versi, così ho cercato quelli che lei mi aveva accennato nel nostro scambio d'idee, ed ho trovato una nuova emozionante poesia.
Recentemente mi hanno posto davanti a due poesie anonime, di cui avremmo dovuto riconoscere l'autore.
Entrambe a me sconosciute, della prima aveno indivuduato la nazionalità, per la passionalità latina, ma non l'autore, peraltro famoso e presente nel blog; della seconda avevo istintivamente pensato proprio al suo autore (era Prevert) per  il timbro avvolgente dei versi delle poesie d'amore, ma lo avevo, alla fine, confuso nuovamente con uno spagnolo.
Trovo simili Salinas e Prevert in questi loro incipit

"Questo amore
Cosi violento
Cosi fragile
Cosi tenero
Cosi disperato"
(Prevert, Questo amore)

"Non importa che non ti abbia,
non importa che non ti veda."
(Salinas, Eterna presenza)
Sembrano generati dallo  stesso respiro, anche se Prevert sembra volersi distaccare dai suoi sentimenti (e mi chiedo se sia stato per un pudore di poeta), mentre Salinas sembra viverli, impastarli  quasi, mentre li distende sulla carta. Devo tenerlo a mente per il prossimo indovinello poetico.





ETERNA PRESENZA

Non importa che non ti abbia,
non importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo tutta,
ti desideravo intera.
Oggi non chiedo più
né alle mani, né agli occhi,
le ultime prove.
Di starmi accanto
ti chiedevo prima,
sì, vicino a me, sì,
sì, però lì fuori.
E mi accontentavo
di sentire che le tue mani
mi davano le tue mani,
che ai miei occhi
assicuravano presenza.
Quello che ti chiedo adesso
è di più, molto di più,
che bacio o sguardo:
è che tu stia più vicina
a me, dentro.
Come il vento è invisibile, pur dando
la sua vita alla candela.
Come la luce è
quieta, fissa, immobile,
fungendo da centro
che non vacilla mai
al tremulo corpo
di fiamma che trema.
Come è la stella,
presente e sicura,
senza voce e senza tatto,
nel cuore aperto,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è solo che tu sia
anima della mia anima,
sangue del mio sangue
dentro le vene.
che tu stia in me
come il cuore
mio che mai
vedrò, toccherò
e i cui battiti
non si stancano mai
di darmi la mia vita
fino a quando morirò.
Come lo scheletro,
il segreto profondo
del mio essere, che solo
mi vedrà la terra,
però che in vita
è quello che si incarica
di sostenere il mio peso,
di carne e di sogno,
di gioia e di dolore
misteriosamente
senza che ci siano occhi
che mai lo vedano.
Quello che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza,
non sia per noi dimenticanza,
né fuga, né mancanza:
ma che sia per me
possessione totale
dell'anima lontana,
eterna presenza.




Eterna presencia

No importa que no te tenga,
no importa que no te vea.
Antes te abrazaba,
antes te miraba,
te buscaba toda,
te quería entera.
Hoy ya no les pido,
ni a manos ni a ojos,
las últimas pruebas.
Estar a mi lado
te pedía antes;
sí, junto a mí, sí,
sí, pero allí fuera.
Y me contentaba
sentir que tus manos,
me daban tus manos,
sentir que a mis ojos
les dabas presencia.
Lo que ahora te pido
es más, mucho más,
que beso o mirada:
es que estés más cerca
de mí mismo, dentro.
Como el viento está
invisible, dando
su vida a la vela.
Como está la luz
quieta, fija, inmóvil,
sirviendo de centro
que nunca vacila
al trémulo cuerpo
de llama que tiembla.
Como está la estrella,
presente y segura,
sin voz y sin tacto,
en el pecho abierto,
sereno, del lago.
Lo que yo te pido
es sólo que seas
alma de mi ánima,
sangre de mi sangre
dentro de las venas.
Es que estés en mí
como el corazón
mío que jamás
veré, tocaré,
y cuyos latidos
no se cansan nunca
de darme mi vida
hasta que me muera.
Como el esqueleto,
el secreto hondo
de mi ser, que sólo
me verá la tierra,
pero que en el mundo
es el que se encarga
de llevar mi peso
de carne y de sueño,
de gozo y de pena
misteriosamente
sin que haya unos ojos
que jamás le vean.
Lo que yo te pido
es que la corpórea
pasajera ausencia
no nos sea olvido,
ni fuga, ni falta:
sino que me sea
posesión total
del alma lejana,
eterna presencia.


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domenica 20 novembre 2011

PRESENTAZIONE LIBRO: BRACI di Juan Vicente Piqueras

martedì, 08 marzo 2011
PRESENTAZIONE LIBRO




Non avevo mai letto un libro di aforismi. Ne conosco alcuni, tematici, ma li avevo sempre considerati come opinioni, pensieri poetici di persone che in un modo o nell'altro sono state (o sono) importanti e/o famose; una specie di reliquie del pensiero dei grandi: questo credevo.
Il libro di Juan mi ha fatto cambiare idea.
Partiamo dal titolo: BRACI.
L'autore li pensa come "versi vedovi, che non hanno trovato rifugio in una poesia e sono rimasti soli".
Luis Sepulveda, che ne ha scritto la prefazione, dice tra le altre cose:
"...questo libro ha qualcosa di un caleidoscopio, i cui vetri sono fatti di parole. Basta agitarlo leggermente, mettere l'occhio e in quel momento si posizionano in maniera sorprendente."
Ma Luis è uno scrittore, quindi è normale che il suo pensiero punti subito alle parole.
Io invece sono più suggestionata dal pensiero di Juan (spero che Luis non me ne voglia) così penso ad una serie di musiche di cui si stanno  facendo le prove prima di uno spettacolo importante, così, sfogliando ancora il suo libro sono andata alla ricerca di un filo armonico,  di qualche accordo, accostando semplicemente tra di loro alcuni aforismi.
Ho pensato potesse essere un modo carino di proporvi i suoi versi perduti, ma sono passati attraverso di me, quindi non saranno assolutamente rispondenti a quello che Juan avrebbe scritto;  spero tanto nel suo perdono per questo bizzarro esperimento e per averne arbitrariamente spezzati molti che invece nel libro hanno un più ampio respiro.
Ho bisogno di spendere due parole anche sulla copertina; c'è una sagoma che si tuffa, disegno di Esther Sancho. Una metafora splendida per indicare l'atto di accostarsi ad un libro: immergersi dentro al suo scritto, quale che sia prosa o poesia.
Con questa premessa, quando un autore riesce a prenderti e portarti con sé, può ben dire di essere un grande.






Che  faccio sveglio
con queste braci in mano?                             Pag. 97

Ogni più ha il suo sempre.                             Pag. 25

Giorno: l'ombra delle cosse sulla terra.
Notte: l'ombra della terra sulle cose.              Pag. 15

Ogni giorno che passa somigliamo di più
ai giorni che passano.                                   Pag. 45

Sono il tempo che perdi.                               Pag. 43

Finisco questa vita e me ne vado.                  Pag. 117




E ancora:







Dentro il cuore c'è uno specchio
dove non si è guardato nessun uomo

(Kabir) Pag. 39

Ma, scusa, mi disse un amico,
a te che ti ha fatto l'Io?                                Pag 33

Io non ha importanza.                                   Pag. 67

So che non sono più io
e so che non sono ancora io.                         Pag. 51

Ci sono giorni in cui credo
che dovrei passare il resto dei miei giorni
chiedendomi perdono.                                  Pag. 59

Di quale isola sono mare?
Di quale mare isola?                                     Pag. 11

Ho inghiottito acqua di mare.
Ho sentito secoli di sete
smarrita e sola nella gola.                            Pag. 27

Questa notte ho un appuntamento
con un'altro io.                                            Pag. 63

Guardo l'ombra del treno in cui viaggio
allontanarsi da me.                                      Pag. 63



Braci
Edizioni Empiria - Roma.