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domenica 8 ottobre 2017

TI AVREI SCRITTO MOLTO TEMPO FA - NINA CASSIAN


Questa è la prima di sette poesie che formano il capitolo "Lettere" della raccolta "C'è modo e modo di sparire", dove la Adelphi ha radunato la produzione di Nina dal 1945 al 2007 e che pare siano le uniche tradotte e sopravvissute ad oggi (C'è stata una piccola silloge edita negli anni 60 da un piccolo, lungimirante editore). E in questa antologia a mio parete c'è una traslitterazione di se stessa in versi. Versi che sembrano essere l'unico modo possibile di esprimersi:
"Da questa matita si diparte una strada di grafite / e sulla strada passeggia una lettera, come un cane, / ed ecco una parola come una città abitata / dove forse arriverò domani." (da Poesia)
e ancora, da Dedica, poesia con cui inizia il libro, il distico finale:
"Leggi il mio libro e inebriati / dell’aroma della mia carne."
Poesie che sembrano quasi - un quasi d'obbligo per la soggettività che caratterizza ogni lettore -  esplosioni improvvise e impreviste, come pochi autori sanno creare.






Nina Cassian è lo pseudonimo di Renée Annie Cassian-Mătăsaru. Poetessa, scrittrice e traduttrice romena, nasce a Galați il 27 novembre 1924 in una famiglia ebraica (il padre I. Cassiano-Mătăsaru era un noto traduttore). Tra il 1926 e il 1935 vive e studia presso la scuola annessa alla sinagoga di Brașov, in Transilvania. Città antichissima dove si intrecciano razze, lingue e religioni: romeni, ungheresi, ebrei e tedeschi. Si trasferisce poi a Bucarest dove termina gli studi liceali. Nella capitale inizia a frequentare corsi di recitazione, scuola di pittura e studia pianoforte. Nel 1943 sposa lo scrittore Vladimir Colin da cui divorzia nel 1948, per sposarsi con il critico letterario Al. I. Stefanescu. con cui resterà per 36 anni, fino alla sua morte. Nel 1944 si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia, che abbandona dopo solo un anno. Nel 1945 pubblica la sua prima poesia sul giornale România liberă, seguita a due anni di distanza dal volume La scară, opera stilisticamente vicina all'espressività delle avanguardie artistiche e per questo definita decadente dalla critica ufficiale comunista. Negli anni successivi aderirà allo stile imposto dal regime scrivendo versi elogiosi verso il regime comunista e i suoi leader ma ritornerà presto al suo modo di sentire la poesia. Rende traduzioni notevoli di scrittori come Shakespeare, Bertolt Brecht, Christian Morgenstern, Iannis Ritsos e Paul Celan. Inventa un nuovo linguaggio poetico e pubblica oltre 50 libri di poesie, saggi e prose. Nel 1985 è invitata come visiting professor negli Stati Uniti per tenere un corso di "Creative Writting" all'Università di New York. Dopo un mese, il suo caro amico Gheorghe Ursu viene arrestato e ucciso in carcere. Nel diario che teneva vengono trovate le trascrizioni di alcune sue poesie satiriche con il regime di Ceausescu che la rendano una "sovversiva". Decide di non rientrare più in patria e il suo appartamento viene confiscato, i suoi libri vietati e ritirati dalle librerie. Solo dopo la caduta del regime le sue poesie vendono tradotte e diffuse negli Stati Uniti e in Inghilterra. Solo nel 2008 torna in Romania per la presentazione di un suo libro di poesie, e poi nel 2010 per un volume di racconti per bambini. In occasione della Giornata mondiale della poesia del 2014, le viene reso omaggio a Venezia con la pubblicazione di un volume tradotto nella nostra lingua "C'è modo e modo di sparire". Vive a New York fino alla morte, avvenuta il 15 aprile 2014, all'età di 89 anni, a seguito di un attacco cardiaco. Per suo desiderio, le sue ceneri sono in Romania, a Bucarest assieme a quelle dei propri genitori e di Stefanescu, l'amore della sua vita. 


Foresta storta - Polonia



Ti avrei scritto molto tempo fa ma prima ho atteso
di essere fuori dalla solitudine
ovvero fuori da quella contrada dove gli alberi
stanno in posizione orante,
in se stessi inginocchiati,
e i fiumi scorrono in se stessi,
essendo a un tempo corpo e anima,
impossibili da distinguere; ho atteso
che se ne andasse anche il ragno che
con una punta d’argento si era disegnato sulla spalla
e ora eccomi pronta a dirti
che non ti amo.





Ţi-aş fi scris mai demult, dar am aşteptat
întâi să fiu în afara singurătăţii, adică
în afara acelui ţinut în care copacii
stau în poziţie de rugă,
îngenuncheaţi înăuntrul lor,
şi râurile curg de asemeni înăuntrul lor,
fiindu-şi totodată trup şi suflet,
cu neputinţă de deosebit; am aşteptat
să plece şi păianjenul care
se desenase singur cu un vârf de argint pe umărul meu
şi iată-ma acum, gata să-ţi spun
că nu te iubesc.


Traduzione di Anita Natascia Bemacchia e Ottavio Fatica

domenica 25 dicembre 2016

REGALI DI NATALE - VIVIAN LAMARQUE

Non so quando tornerà un nuovo natale in cui ci sia davvero "pace". Per il momento ci si deve destreggiare tra attentati, sbarchi clandestini e corpi da riprendere dal mare, ostilità per i sopravvissuti, indifferenza per chi muore di freddo in strada. 
Questo è ancora il natale di oggi, anche se gli addobbi sono sempre più belli, i regali sotto gli alberi sempre più numerosi (non so se anche più costosi), il presepe sempre preparato con lo stesso (?) spirito  religioso (?) di sempre. 





REGALI DI NATALE

Per Natale ti faccio i seguenti regali due punti
caramelle svizzere per quando hai la tosse forte da far paura
che non mangerai mai
filtri per quando fumi che butterai dalla finestra
un bicchiere piccolo per bere di meno figuriamoci
dei gettoni per telefonarmi una sera da un bar
una bugia di terracotta per quando avremo buio
una piccola spada perchè sei il mio amore pericoloso
e poi anche un pezzetto di me quale vuoi?




domenica 29 marzo 2015

PRIMAVERA - EMILY DICKINSON

Emily Dickinson è una scrittrice cara a un caro amico che, per vari motivi non sento da molto tempo e mi manca.
Mi è capitato di leggere questa poesia e da qui capisco il suo bisogno di spazio, il gusto per le descrizioni ed i suoi rimproveri ai miei testi. 
Si può dire qualcosa che non sia già stato detto delle poesie della Dickinson? 
 Pare non abbia mai considerato concluso un testo. Spesso segnava i suoi manoscritti con asterischi,  ed a margine riscriveva dei versi alternativi. Attribuiva una grance importanza alla punteggiatura; i segni che inseriva nei suoi testi erano sempre diversi per forma e dimensioni. Al momento della pubblicazione, i testi furono rivisti e i segni soppressi quasi interamente a causa di una censura che operò soprattutto su parole e linguaggio. 
Nel testo che segue è pregevole il clima di aspettativa reso dall'insieme delle frasi spezzate che raccoglie in un mazzo nella riflessione finale.
Riguardo alla traduzione, ho trovato un sito contenente anche questa poesia, ma non aveva, a mio avviso, la stessa musicalità di questo testo, per cui ho lasciato che resti anonimo il suo autore, salvo rettificarlo quando potrò attribuirlo con certezza.





                   PRIMAVERA

Qualcosa di cambiato nell'aspetto dei monti;
Una luce splendente che riempie il villaggio;
Un'aurora più vasta;
Più profondo il crepuscolo sul prato;
L'orma di un piede vermiglio;
Un dito porporino sul pendio;
Una mosca insolente contro i vetri;
Un ragno che ritorna al suo lavoro;
Più maestoso l'incedere del gallo;
Un'attesa di fiori dappertutto;
L'ascia che canta stridula nei boschi;
Odor di felci su vie non battute,
Queste e altre cose che non posso dire,
L'aria furtiva che anche voi sapete,
Ed il mistero di Nicodemo
Ha la sua replica annuale.



SPRING

An altered look about the hills;
A Tyrian light the village fills;
A wider sunrise in the dawn;
A deeper twilight on the lawn;
A print of a vermilion foot;
A purple finger on the slope;
A flippant fly upon the pane;
A spider at his trade again;
An added strut in chanticleer;
A flower expected everywhere;
An axe shrill singing in the woods;
Fern-odors on untravelled roads,
All this, and more I cannot tell,
A furtive look you know as well,
And Nicodemus' mystery
Receives its annual reply.


domenica 22 marzo 2015

LETTERA A UNO CHE NON VISSE COME VOLEVA - EUNICE ODIO

Direi che oggi, Giornata Internazionale della poesia, è la giornata ideale per inserire un nuovo autore e quasi inedito in italia con una poesia tratta da COME LE ROSE DISORDINANDO L’ARIA” un volume che raccoglie una ampia selezione di poesie, curato e tradotto da Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli, in uscita nel prossimo aprile per la Casa Editrice Passigli.
Dalla quarta di copertina:
"La poesia di Eunice Odio è stata oggetto di una grande riscoperta negli ultimi anni; una poesia che certamente si avvicina alle esperienze del surrealismo, introdotto in America Latina in particolare dal poeta cileno Vicente Huidobro (e che peraltro arrivò a influenzare anche il giovane Pablo Neruda), ma che qui non vuole mai allontanarsi da una radice profondamente concreta, fisica, corporea. [ ] Ma l’originalità dell’opera poetica di questa scrittrice appare oggi ancora più netta ed è un  tutt’uno con il suo spirito indomito e indipendente. [ ] per capire ancora più a fondo la poesia di Eunice Odio è necessario comprendere la solitudine che sempre accompagnò la sua vita, un senso di perdita costante che la portava a celebrare con lucidità profonda ogni aspetto dell’esistenza come ricerca estenuante dell’amore totale e terreno, come dono naturale ed unico consegnato interamente in ogni gesto e parola.”
Sono sicura che per me sarà una gradita scoperta, una collezione di figure e sensazioni forti come già la poesia qui presentata ci propone.






Yolanda Eunice Odio Infante nasce a San José (Costa Rica) da Don Aniceto Odio Escalante e doña Graciela Infante Álvarez un 9 di Ottobre. Curiosamente, ma probabilmente per colpa della stessa Eunice che rimuove l'anno dalla sua data di nascita, per molto tempo viene creduto essere il 1922. Successivamente la studiosa Alicia Miranda Hevia lo rettifica, documenti alla mano, nel 1919. 
Inizia a studiare presso la scuola Delia U. de Guevara e il Collegio superiore per giovani signorine, completando poi gli studi con vaste letture, in particolare poesie moderne. A 16 anni ha una relazione con il poeta Roberto Brenes Mesén. Si sposa con l'Avvocato Enrique Coto Conde ma il matrimonio fallisce dopo solo due anni e messo, ma le permette di accedere alla vasta biblioteca della famiglia del marito.
Viaggia molto, Nicaragua, El Salvador, Honduras, Guatemala, Cuba e Stati Uniti e rientra nel paese mei primi anni quaranta. Le sue poesie sono lette alla radio con lo pseudonimo di Catherine Mariel e pubblicate sui periodici La Tribuna e Mujer y Hogar. Nel 1947 partecipa e vince il concorso centroamericano di poesia con la raccolta inedita "Gli elementi terrestri" che verrà pubblicato un anno dopo, si reca in Guatemala per ritirare il premio e dare a lezioni e conferenze ma decide di restare là, ne acquisisce la nazionalità e lavora presso il Ministero dell'Istruzione . Nel 1955, problemi personali la costringono a stabilirsi in Messico, dove restera quasi ininterrottamente fino alla sua morte.
Nel 1956 subisce due lutti: di suo padre e della sua amica narratrice e saggista Yolanda Oreamuno che assiste nella sua infermità e che muore tra le sue braccia.
L'anno successivo invia "Transito di fuoco" al concorso di cultura di San Salvador. Gli organizzatori non ricevono il plico in tempo e resta fuori concorso però il merito del suo lavoro è innegabile e le viene concesso un premio equivalente alla metà di quanto è riservato al secondo classificato oltre alla pubblicazione. Ancora oggi è considerato il suo libro migliore e uno dei più grandi successi della poesia centroamericana del XX Secolo.
Nel 1962 ottiene la cittadinanza Messicana; lavora nel giornalismo e come traduttrice. Pubblica diversi articoli contro il comunismo e Fidel Castro che le valgono l'inimicizia della intellighenzia di sinistra messicana e conseguenti ostacoli nel lavoro. Negli ultimi anni la sua vita è sostenuta dall'alcol e da una rabbia che la rende insopportabile, tanto che nelle note del suo libro postumo si parla di lei come una donna passionale, piena di ansia dolorosa, aggressiva, viscerale e strana.
Muore a Città del Messico in assoluta solitudine e in una data incerta; il suo corpo viene ritrovato nella vasca da bagno dieci giorni dopo il decesso e c'è anche un errore di trascrizione del mese, da marzo a maggio.
Ci sono anche pareri discordi anche sulle presunte cause della morte di Eunice: il suicidio da veleno, incidente domestico (slittamento nella vasca), congestione alcolica, congestione viscerale, fino all'omicidio.
Comunemente la data in cui viene ricordata è quella del 23 marzo 1974.










LETTERA A UNO CHE NON VISSE COME VOLEVA

Fratello, amico mio,
è per te questa carta che si è fatta aspettare
come i germogli del petto nell’estate.
Ti scrivo che ho pensato molto a te
e ti vedo adesso con il tuo collo inchiodato
che fugge dal torace e dalle mani:
con questo tuo modo di tenere gli zigomi
fuori di te,
più lontano dalla tua pelle che dal tuo nome.
Come credo ti dissi, giungerò d’improvviso
un giorno in cui nessuno viaggia,
un giorno ineguale che accorrerà ai miei occhi
quando io lo chiamo
e si sfilaccerà nel mio profilo
cresciuto di grappoli e di greggi.

Però adesso, precisamente adesso,
che ho di fronte una madre di Picasso
della epoca azzurra,
una madre inondata dei suoi materni echi
e dei suoi stessi verbi circondata,
dalle cui labbra sbocca un bimbo
intermittente e minimo,
precisamente adesso – dico –
mi viene la tua casa nel ricordo
e so, dall’odore e dalla passione e dal tatto,
che cosa mi dirai quando ritorni:
del colpo nella quiete del bambino
e del grembiule con iniziali,
all’ordine del giorno negli accordi familiari.

«Povero piccolo, cascò dall’arancio
la scorsa settimana, tutto intero cascò,
e non gli rimase altro
che una parte minima di labbro,
per piangere a dirotto per le ginocchia
e il vestito e la caduta.»
E la ragazza altissima con palpebre d’uva,
dove discorrono nella sera le rondini,
e la zia con pettinini nella chioma odorosa
e le braccia dolcissime.

E il pane in controluce di velluto
sui declivi dentro cesti abbagliati,
il pane udito sempre,
nella forma mutevole di braccia,
il molle pane
fratello primogenito del grano,
il cui fianco si ruppe in pianura.
Il pane, fratello,
il pane,
pane della tua casa
e della mia
e del fratello eterno che ci segue.
Il pane che giustifica la mitezza in pace,
quello che ci fa guardare verso l’alto la terra,
quello del lievito che trascorre in un abbraccio.
Il pane dell’uomo che riposa
col mio collo nella sua anima
ed il mio ventre in suo figlio;
il tuo,
il mio,
quello di tutti.
È per lui che,
quando nelle vendemmie imbrunisce,
tutti domandano se arrivò alla bocca,
o se è il suo odore di abituato albore
che ritorna alla bocca,
che prima del pane incarna
ed è il verbo e la voce di colomba.

Ti ho raccontato del pane,
fratello,
e della casa
dove il lievito cresce nella notte
e lo si sente sollevare
l’edificio del sangue;
dove il lievito
organizza il silenzio che lo abita,
aggruppa l’aria
e fonda l’acqua che lo fanno
profonda materia radunata e pura.

Ho poco ormai da raccontarti,
se non fosse che per svelarti tutto questo
ho lasciato momentaneamente tra le mie cose:
libri, quadri, vesti,
il mio cuore in un ramo,
e sono adesso così vicina alla sua assenza
che quasi ne ignoro la causa;
tanto assoggettata a lui che devo già tornare,
senza attardarmi,
per aiutarlo a realizzare il suo compito
di palpitare a tempo e di bastarmi.



CARTA A UNO QUE NO VIVIÓ COMO QUISO

Hermano, amigo mío,
para ti esta carta que se hace esperar
como los renuevos del pecho en verano.
Te cuento que he pensado mucho en ti
y te veo ahora con tu cuello enclavado
huyéndole al torso y a las manos:
con esa tu manera de tener los pómulos
fuera de ti,
más lejos de tu piel que de tu nombre.
Como creo que te dije, voy a llegar de pronto
un día en que no viaje nadie,
un día desigual que acudirá a mis ojos
cuando yo lo llame
y desfilará por mi perfil
crecido de racimos y rebaños.

Pero ahora, precisamente ahora,
teniendo frente a mí una madre de Picasso
de la época azul,
una madre inundada de sus maternos ecos
y de sus propios verbos circundada,
por cuyos labios desemboca un niño
entrecortado y mínimo,
precisamente ahora – digo –
me aviene tu casa al recuerdo
y sé, por el olor y la pasión y el tacto,
lo que me va a decir cuando regrese:
lo del palote en la quietud del niño
y lo del delantal con iniciales,
a la orden del día en los acuerdos familiares.

«Pobre pequeño, se cayó del naranjo
la semana pasada, todo entero cayó,
y no le quedó arriba
más que una parte mínima de labio,
para llorar muy alto por la rodilla
y el vestido y la caída.»
Y la muchacha altísima con párpados de uva,
donde discurren por la tarde las golondrinas,
y la tía con peinetas en el pelo oloroso
y los brazos dulcísimos.

Y el pan a contraluz de terciopelo
a cuestas en los cestos deslumbrados,
el pan oído siempre,
en la forma mudable de los brazos,
el tierno pan
hermano primogénito del trigo,
cuya cadera se quebró en el llano.
El pan, hermano,
el pan,
pan de tu casa
y de la mía
y del hermano eterno que nos sigue.
El pan que justifica la blandura en paz,
el que hace que miremos para arriba la tierra,
el de la levadura trascurrida en un abrazo.
El pan del hombre que reposa
con mi cuello en su alma
y con mi vientre en su hijo;
el tuyo,
el mío,
el de todos.
Por el que,
cuando en las vendimias anochece,
todos preguntan si llegó a la boca,
o si es su olor de acostumbrada albura
que regresa a la boca,
que antes que el pan encarna
y es el verbo y la voz de la paloma.

Te he hablado del pan,
hermano,
y de tu casa
en que la levadura crece por la noche
y se la siente levantando
el edificio de la sangre;
en que la levadura
organiza el silencio que la habita,
agrupa el aire
y funda el agua que la hagan
honda materia congregada y pura.

Poco tengo ya que decirte,
si no es que para hablarte de todo esto
he dejado momentáneamente entre mis cosas:
libros, cuadros, trajes,
mi corazón en rama,
y estoy ahora tan cerca de su ausencia
que hasta ignoro su causa;
tan por debajo de él que he de regresar ya,
sin tardarme,
para ayudarle a realizar su oficio
de palpitar a tiempo y alcanzarme.























lunedì 26 gennaio 2015

NOI EBREI - GERTRUD KOLMAR

Della Kolmar sono sono andate disperse molte poesie, soprattutto le ultime ma nonostante questo ne sono rimaste  450, delle quali pochissime tradotte in italiano. Un primo volume risale al 1990, Il canto del gallo nero, edito da Essedue Edizioni, un secondo molto più piccolo è del 2008, Metamorfosi e altre liriche edito dalla solita Via del Vento Edizioni.
In  Germania è raro trovarla nelle enciclopedie e il suo nome è quasi sconosciuto all'estero.
La sua storia ricorda molto quella di Antonia Pozzi, entrambe avevano una relazione osteggiata dai genitori, entrambe scelgono il suicidio come via di fuga, ma Gertrud trova poi il coraggio di vivere la scelta consapevole di restare, non la fuga come altri. Mi viene il dubbio che sia stato un modo per espiare una colpa che si sentiva addosso.
Le verrà reso onore postumo con l'apposizione  di una lapide a ricordo il 24 febbraio 1993 nella  Haus Ahornallee 37  a Charlottenburg, un sobborgo di Berlino e nella stessa città, una strada porta il suo nome  (ma quanti autori non hanno avuto nessuno a sopravvivergli, a raccogliere  i loro versi?).
Le poesie scritte tra il 1933 e il 1943 sono solenni  "La città è per me un vino colorato / in un levigato calice di pietra / che sta e brilla davanti alla mia bocca / e specchia la mia immagine nella sua cavità. / (La straniera) accusatoria "Vieni dunque e uccidi! / Per te posso essere solo un disgustoso animale: / io sono il rospo / e porto il gioiello. (Il rospo), dura e senza incertezze "Si affaticano come dementi, grigi, devastati, / separati dall’umanità variopinta, / irrigiditi, timbrati e marcati, / come bestiame da macello che aspetta il beccaio / e non conosce che il fetido truogolo e il recinto." (Nei lager).  Per molti versi ricorda la Acmatova davanti al carcere di Leningrado nel rispondere "Posso" alla domanda " Ma questo lei può descriverlo?" 
Diverse per intensità e calore sono invece le poesie dedicate all'amante, ma di quelle vi dirò in un prossimo post.






Gertrud Kolmar è lo pseudonimo scelto dalla scrittrice per sostituire il cognome di origine polacca e di difficile pronuncia: Chodziesner, che deriva da Chodziesen in Posnania, città da cui proviene la famiglia paterna. Di origini ebraiche, nasce a Berlino il 10 dicembre del 1984. Il padre Ludwig è avvocato penalista, la madre Elise una pianista. Ha tre fratelli, Margot Georg e Hilde. Frequenta la scuola secondaria a Berlino ed un corso di economia domestica ad Arvedshof, nei pressi di Lipsia e si dedica allo studio delle lingue, ottenendo un diploma per l’insegnamento del Francese, Inglese e Russo.  Intorno al 1916 ha una relazione con Karl Jodel, un ufficiale tedesco e sposato; resta incinta, ma la sua famiglia per la "convenienza" e la "buona reputazione" le fa pressione per abortire e chiudere il rapporto con Karl. Questa maternità negata produce in Gertrud un trauma da cui non si riprenderà mai, tentando il suicidio. Il padre per farle superare il dolore ottiene da un editore la pubblicazione di una sua raccolta di poesie, che esce nel 1917. Per lei si prodigheranno anche il cugino Walter Benjamin, filosofo e scrittore che intuisce subito il valore delle sue poesie, e Nelly Sachs conosciuta nelle serate di lettura della Lega della cultura ebraica.
Dal 1919 al 1927 lavora come istitutrice in Francia. Ritorna a Berlino nel 1928 per curare la madre ammalatasi di cancro e vi resta anche dopo la sua morte, quasi relegata nel giardino della sua casa assieme al padre anzano e malato.
Con le vicende storiche occorse in Germania, la famiglia è fortemente indebitata. Nonostante la nomina di Hitler a Cancelliere nel 1933, il crescente antisemitismo e l'applicazione delle leggi razziali, il padre resta convinto - come tantissimi altri ebrei in quello stesso periodo - che non possa succedere nulla alla sua famiglia in quanto tedesca e pienamente integrata.  Ma nel 1939 sono costretti a vendere la loro casa per trasferirsi presso la "casa degli ebrei".  Gertrud si dedica allo studio dell'ebraico:  
"Ieri, 14 maggio, dopo la quinta lezione, ho “combinato” la mia prima poesia in ebraico. Prima o poi te la farò sentire, forse è ancora imperfetta, però ne sono orgogliosa come lo sarà Sabine quando avrà scritto la sua prima “vera”parola." Lettera scritta alla sorella Hilda e datata 15 maggio 1940. 
Nel 1942 il padre viene deportato a Theresienstadt dove muore un anno dopo, mentre lei lavora come forzata nelle fabbriche di Berlino, scampando più volte alla deportazione perché giudicata una forza lavoro indispensabile, fino al 27 febbraio 1943  quando, durante la cosiddetta “Azione nelle fabbriche” viene arrestata assieme agli altri lavoratori forzati ebrei di
Berlino e condotta in un campo di smistamento. Il 2 marzo del 1943, sale sul treno del "Trentaduesimo trasporto dall'Est" verso Auschwitz, dove muore.









NOI EBREI


Solo la notte è in ascolto: ti amo, ti amo popolo mio,
voglio abbracciarti forte,
come una donna fa col suo compagno alla gogna, nella fossa,
la madre non lascia il suo figlio ingiuriato precipitare da solo.

E se un bavaglio ti soffoca in gola il grido straziato,
e - crudeli - ti legano le braccia tremanti,
lasciami essere la voce che cade nell’abisso dell’eternità,
la mano che si tende a toccare Dio in cielo.

Dalle rocce delle montagne il Greco trascinò giù i suoi pallidi dei,
e Roma lanciò sulla terra uno scudo di ferro,
un turbinio vorticoso dal cuore dell’Asia, orde di mongoli si sollevarono,
gli imperatori da Aquisgrana seguivano il sud con lo sguardo.

E la Germania e la Francia portano un libro e una spada fiammeggiante,
sulle navi l’Inghilterra percorre un sentiero d’argento e d’azzurro,
e la Russia è un’ombra che incombe, una fiamma arde sul suo focolare,
e noi, noi siamo nati dal patibolo e dalla forca!

Questo cuore che scoppia, trasudare di morte, senza lacrime gli occhi,
e al palo della tortura il gemito eterno che il vento, ululando, consuma,
e la mano scarna - le vene come vipere verdi - la povera mano
che lotta contro la morte fra roghi e capestri.

L’inferno ha bruciato la barba canuta, gli artigli del diavolo l’han fatta a brandelli,
l’orecchio mutilato, le ciglia strappate; gli occhi, velati, si offuscano:
Oh, voi ‘ Quando giunge l’ora fatale, qui ed ora, io voglio alzarmi,
voglio essere il vostro arco trionfale attraverso il quale passano le pene e i tormenti!

Non bacerò la mano che agita il turgido scettro dei pieni poteri,
non bacerò il ginocchio di bronzo, ne il piede d’argilla del dio d’un tempo crudele;
Oh, potessi - io, fiaccola ardente - levare la voce
nell’oscuro deserto del mondo: giustizia! giustizia! giustizia!

Caviglie. Ho trascinato catene, risuona il mio passo di prigioniero.
Labbra. Serrate, sigillate da cera incandescente.
Cuore. Una rondine in gabbia che supplica di volare.
E sento la mano che trascina su un mucchio di cenere il mio viso piangente.

Solo la notte è in ascolto: ti amo popolo mio, vestito di stracci:
come il figlio di Gea, terra dei pagani, si trascina spossato verso la madre,
tu ora buttati in basso, sii debole, abbraccia il dolore,
un giorno il tuo piede di viandante, stanco, calpesterà il capo dei potenti!

15.9.1933

Traduzione Germana Carlino

Tratta dall'opuscolo GERTRUD KOLMAR. LA STRANIERA 1894 - 1943 che trovate qui


Wir Juden

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, ich liebe dich, mein Volk,
Und will dich ganz mit Armen umschlingen heiß und fest,
So wie ein Weib den Gatten, der am Pranger steht, am Kolk
Die Mutter den geschmähten Sohn nicht einsam sinken lässt.

Und wenn ein Knebel dir im Mund den blutenden Schrei verhält,
Wenn deine zitternden Arme nun grausam eingeschnürt,
So lass mich Ruf, der in den Schacht der Ewigkeiten fällt,
Die Hand mich sein, die aufgereckt an Gottes hohen Himmel rührt.

Denn der Grieche schlug aus Berggestein seine weißen Götter hervor,
Und Rom warf über die Erde einen ehernen Schild,
Mongolische Horden wirbelten aus Asiens Tiefen empor,
Und die Kaiser in Aachen schauten ein südwärts gaukelndes Bild.

Und Deutschland trägt und Frankreich trägt ein Buch und ein blitzendes Schwert,
Und England wandelt auf Meeresschiffen bläulich silbernen Pfad,
Und Russland ward riesiger Schatten mit der Flamme auf seinem Herd.
Und wir, wir sind geworden durch den Galgen und das Rad!

Dies Herzzerspringen, der Todesschweiß, ein tränenloser Blick
Und der ewige Seufzer am Marterpfahl, den heulenden Wind verschlang.
Und die dürre Kralle, die elende Faust, die aus Scheiterhaufen und Strick,
Ihre Adern grün wie Vipernbrut dem Würger entgegenrang.

Der greise Bart, in Höllen versengt, von Teufelsgriff zerfetzt,
Verstümmelt Ohr, zerrissene Brau und dunkelnder Augen Fliehn:
Ihr! Wenn die bittere Stunde reift, so will ich aufstehn hier und jetzt,
So will ich wie ihr Triumphtor sein, durch das die Qualen ziehn!

Ich will den Arm nicht küssen, den ein strotzendes Zepter schwellt,
Nicht das erzene Knie, den tönernen Fuß des Abgotts harter Zeit;
O könnt ich wie lodernde Fackel in die finstere Wüste der Welt
Meine Stimme heben: Gerechtigkeit! Gerechtigkeit! Gerechtigkeit!

Knöchel. Ihr schleppt doch Ketten, und gefangen klirrt mein Gehn.
Lippen. Ihr seid versiegelt, in glühendes Wachs gesperrt.
Seele. In Käfiggittern einer Schwalbe flatterndes Flehn.
Und ich fühle die Faust, die das weinende Haupt auf den Aschenhügeln mir zerrt.

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, mein Volk im Plunderkleid:
Wie der heidnischen Erde, Gäas Sohn entkräftet zur Mutter glitt,
So wirf dich zu dem Niederen hin, sei schwach, umarme das Leid,
Bis einst dein müder Wanderschuh auf den Nacken des Starken tritt!

(Das Lyrische Werk S.101)



mercoledì 10 dicembre 2014

SONO PESI QUESTE MIE POESIE - NIKA TURBINA

Un altro autore che vale la pena di leggere a mio avviso è Nika.  La storia di questa bambina che scrive versi  potrebbe influenzarci nella lettura delle sue poesie e come Evtushenko il primo pensiero è che non sono interamente opera della bambina, che qualcuno glieli ha corretti.  Poi la ascoltiamo declamarli in vecchi video riproposti da You tube e al pari di chi la ascoltava per la prima volta, le crediamo, ciecamente.
Quella riportata è una delle sue poesie più famose e diffuse nel web ed è una di quelle  scritte a 7 anni (circa).  Eppure ci troviamo il mito di Sisifo, versi e strofe sono trattati con disinvoltura ma senza ostentazione. Ammetto che il tono è fin troppo solenne in un autore maturo, ma perdonabilissimo in una Nika al suo esordio.
Se vi interessa, esiste un libricino di poche pagine edito da Via del vento Edizioni, collana Acquamarina, con una selezione delle sue poesie e con in calce l'anno in cui sono state scritte.



Nika Turbina Georgievna nasce a Yalta il 12 dicembre del 1974.  Sua madre, Maya Nikanorkina è un'artista, di salute cagionevole, il padre la abbandona quando lei è ancora in fasce.
La nonna Lyudmila Karpova, è un'interprete e Anatoly Nikanorkin, suo nonno, è  poeta e prosatore.
Sofferente di diabete e di una grave forma di asma, ha paura di dormire (la nonna ricorderà che dormivano tutti poco). Di notte si mette a sedere sul letto, respirando a fatica e si accorge di mormorare delle parole. Chiama allora la madre e le chiede di scrivere per lei (a quattro anni, non sapeva ancora scrivere). "Le poesie arrivavano all'improvviso, quando stavo male ed ero spaventata. E' per questo che le mie poesie portavano dolore", ricorderà poi.
Lyudmila è consapevole del potenziale di quelle poesie: la sua casa è frequentata da poeti.
Nell'hotel in cui lavora spesso soggiorna Yulian Semyonov, un noto scrittore e lei pensa spesso a come riuscire fargli leggere le poesia di Nika. Trascrive tutti i testi, nell'attesa di una occasione e questa arriva  quando Yulian le chiede un'auto.
"Non le darò un auto finchè non leggerà questi versi". 
Una frase molto grave, che le costerebbe il licenziamento e Yulian è spesso importunato da nonni e nonne convinti di avere nipoti brillanti, però cede. Si siede, inizia a leggere e trova le poesie intense e brillanti. Col suo interessamento, alcuni testi vengono pubblicati sul Pravda, un quotidiano nazionale. Nika ha solo 7 anni e continua, dapprima a dettare, poi a scrivere fino ai 12 anni. Dopo le poesie si fanno più rare, forse per un dramma familiare (la madre si risposa e ha un cattivo rapporto col patrigno e la sorellastra).
Nel 1984 esce la prima raccolta di poesie, BOZZA con una prefazione di Evgenij Evtushenko che, vinto un un iniziale scetticismo, contribuisce a organizzarle incontri in tutto il paese.
Nel 1985 le viene conferito il Grande Leone d'Oro di Venezia, nell'ambito del Festival Internazionale di Poesia "Poeti e Terra". L'unico altro poeta russo di ricevere questo premio era stata Anna Achmatova. In questo periodo visita gli Stati Uniti e incontra Josef  Brodsky.
 "Se una persona non è un idiota completo, cade di tanto in tanto nella depressione. A volte si vuole solo andarsene, chiudere la porta e mandare tutto al diavolo ", dice Niki, infatti lotta per molto tempo con la solitudine a modo suo: scappa di casa, prende sonniferi, si taglia le vene.
A Mosca frequenta corsi di cinematografia, recita in alcuni films, lavora in TV e radio ma è impressionabile, cagionevole e dai nervi fragili; nel 1990, all’età di sedici anni, si fa ricoverare in una clinica psichiatrica svizzera, sposa un professore di psichiatria, all’epoca settantaseienne ma presto torna a Mosca, dove ritrova il suo primo amore. La storia però è di breve durata e inizia a bere pesantemente. Trova un nuovo amore, un uomo d'affari, ma la loro relazione non dura a lungo. Viene ricoverata in un ospedale psichiatrico. Nel 1991 esce la sua seconda collezione di poesie  "Passi in su, passi in giù..."  e nel frattempo vengono  tradotte e pubblicate in più di dodici paesi.  A seguito di un tentativo di suicidio nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997,  Nika Turbina viene sottoposta a numerose e delicate operazioni, che le permettono di tornare, con difficoltà, a camminare. L'11 maggio 2002  "cade" di nuovo dal balcone del quinto piano e questa volta muore, all'età di 27 anni.
Si parlò subito di suidìcidio, una versione molto romantica e di forte impatto emotivo, che richiama una frase del suo diario:
“Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna”
Ma la famiglia ha sempre sostenuto che stava superando la depressione e che pensava al futuro. Il suo corpo rimase all'obitorio per otto giorni come un non identificato e viene cremata ma non sepolta, sarà fatto successivamente nel cimitero Vagankovky.





 [Sono pesi queste mie poesie]


Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

(1981)

Traduzione di Federico Federici

Тяжелы мои стихи


Тяжелы мои стихи,
Камни в гору.
Донесу их до скалы,
До упору.
Упаду лицом в траву,
Слёз не хватит.
Разорву строку свою,
Стих заплачет.
Больно врежется в ладонь
Крапива.
Превратится горесть дня
Вся в слова.


martedì 9 dicembre 2014

BREVE - MEIRA DELMAR

"Lascio la vita come un mazzo di rose / che s'abbandona per proseguire il cammino / e alla morte che starà / dietro di me, seguendomi / andranno tutte le cose amate / il silenzio che ci univa/ l'amore forte che non avrebbe mai potuto vincere il tempo / la ruvidezza delle tue mani / le sere in riva al mare, le tue promesse. "

Questo l'addio di Meira, con quel modo suo di scegliere le parole a formare versi.
E poichè è una mia traduzione, vi riporto il testo originale, tratto dal blog a lei dedicato:

"Yo dejaré la vida como un ramo de rosas/ que se abandona para proseguir el camino/ y emprenderé la muerte/ detrás de mí, siguiéndome/ irán todas las cosas amadas/ el silencio que nos uniera/ el arduo amor que nunca pudo vencer el tiempo/ el roce de tus manos/ las tardes junto al mar, tu palabra”.

Tutte le poesie che ho letto di questa autrice, confermano le notizie trovate: una penna davvero felice per espressività e contenuti e quella proposta ne è un esempi.
Un peccato che sia stata tradotta solo frammentariamente, che vadano persi così tanti versi.




Olga Isabel Eljach Chams conosciuta con lo pseudonimo di Meira Delmar, nasce a Barranquilla il 21 aprile del 1922. Libanese di origini, figlia di Julian E. Chams e Isabel Eljach, è considerata uno dei poeti colombiani più importanti del XX secolo e una delle maggiori rappresentanti femminili.
Frequenta il Liceo della sua città natale, studia letteratura al Centro Studi Dante Alighieri di Roma oltre che musica alla Scuola di Belle Arti dell'Università dell'Atlantico. Conosce e ama i grandi poeti del Sud: Gabriela Mistral , Alfonsina Storni , Agustini e Juana de Ibarbourou ma anche Gustavo Adolfo Becquer , Pablo Neruda , Aurelio Arturo , Raúl Gómez Jattin , Miguel de Cervantes e Miguel Iriarte. A nove anni si trasferisce con la famiglia in Libano, dopo un lungo viaggio (forse quello descritto nella poesia Immigranti).
Inizia a scrivere poesie all'età di 11 anni e quando nel 1937 pubblicano le sue prime poesie - Tú me crees de piedra, Cadena, Promesa e El regalo de la lluvia – vengono pubblicate sulla rivista di L'Avana «Vanidades», adotta uno pseudonimo per nasconderlo ai suoi genitori: Delmar (raramente scritto Del mar) in omaggio al suo amore per il mare e Meira come variazione accettabile del nome arabo Omaira. Su richiesta e insistenza dei suoi amici, nel 1942 pubblica il suo primo libro Alba de olvido in una cinquantina di copie e nel 1999 questa opera viene ricompresa tra le cento migliori opere colombiane del XX secolo; Meira è l'unica donna che appare nella sezione poesia.
Mesi dopo quella prima pubblicazione, decide di inviare una lettera con una sua poesia e il libro a Juana de Ibarbourou, momentaneamente residente a Montevideo, per ottenere un parere e quella risposta è stata il motivo che la spinse a continuare a scrivere.
Nel 1944 pubblica il suo secondo libro, Sitio del amor, seguito nel 1946 da Verdad del sueño. Nel 1950 debutta in concerto e l'anno seguente pubblica un nuovo libro, Secreta Isla con cui raggiunge una piena maturità.
Dal 1958 e per trentasei anni è direttrice della Biblioteca Pública Departamental del Atlántico; oggi, per decreto governativo questa porta il suo nome, come pure altri edifici.
Dal 1980 in poi onorificenze e titoli si moltiplicano, fino al riconoscimento della Medaglia Simón Bolivar, assegnatale dal Ministero dell'Educazione, il più alto che governo può concedere.
Muore a Londra il 18 marzo del 2009.
Non si è mai sposata perchè diceva di aver sempre aspettato l'amore ma non è mai arrivato, però si riteneva fortunata per le tante e grandi amicizie di cui era circondata.
In suo onore è stato creato nel 2008 il Premio Nazionale di Poesia Meira Delmar per valutare, riconoscere e determinare il più importante libro di poesie pubblicato e scritto da un poeta colombiano, residente nel paese o all'estero. 






BREVE


Arrivi quando meno
ti ricordo, quando
più lontano sembrI
dalla mia vita.
Inatteso come
quelle tempeste che si inventa
il vento
un giorno immensamente azzurro.

Poi la pioggia
         trascina i suoi stracci
e cancella le tue impronte.


Traduzione  di Giulia Spagnesi



  BREVE

Llegas cuando menos
te recuerdo, cuando
más lejano pareces
de mi vida.
Inesperado como
esas tormentas que se inventa
el viento
un día inmensamente azul.

Luego la lluvia
        arrastra sus despojos
y me borra tus huellas.

sabato 6 settembre 2014

ORMAI NO - IDEA VILARINO

Idea Vilariño era già presente come autrice in questo blog, ma avendo trovato notizie scarse biografiche, avevo dato più rilievo a brani sulla sua relazione con Onetti. Oggi ripropongo la sua biografia e la  poesia che viene citata.
Una poesia sulla rassegnazione, su tutto quello che non sarà.  A ragione, è stata definita un saggio sull'addio. Lo avrà scritto per aiutarsi a superare il suo dolore o dopo la maturazione di questo lutto? Difficile a dirsi... possiamo solo  ammirarne la costruzione e gli accorati ultimi due versi.





Idea Vilariño nasce a Montevideo il 18  agosto del 1920.  Poeta, saggista e critico letterario, appartiene al gruppo chiamato Generazione 45, lo stesso di  Mario Benedetti con cui mantenne una salda amicizia e Juan Carlos Onetti con cui intrecciò una relazione passionale e da cui trasse ispirazione per moltissime poesie. Ya no, per esempio, è uno dei saggi più toccanti d'un addio. 
Tra le sue attività meno note ci sono quelle di traduttore, compositore e insegnante.
Nata in una famiglia di ceto medio, colta, dove erano presenti musica e letteratura. Suo padre, Leandro Vilariño (1892-1944) è stato un poeta le cui opere non furono pubblicate dutante la sua vita; sua madre, Josefina Romani amava la letteratura europea - purtroppo morirà a soli 42 anni - incoraggia i figli ad imparare a suonare il piano.  Di idee anarchiche, il padre diede ai duoi figli dei nomi  inusuali: Poema, Azul, che suonava la chitarra, e morì all'età di 23 anni, Alma e Numen entrambi pianisti.  Per la nostra scelse il nome di Ideal che poi fu modificato in Idea. Anche lei studia musica, suona il violino, ma smette per dedicarsi alla poesia.
E' stata insegnante di Letteratura di scuola secondaria dal 1952 fino al colpo di stato del 1973. Quando verre restaurata la democrazia nel 1985, è stata docente presso il Dipartimento di Letteratura Uruguaiana e latino-americana della Facoltà di Lettere e Scienze della formazione dell'Università della Repubblica.
Le sue prime poesia sono state scritte tra i 17 e i 21 anni e il suo primo libro La suplicante è stato pubblicato nel 1945 solo col suo nome, Idea.
Negli anni successivi fu conosciuta a livello internazionale e premiata numerose volte.
E' stata tra i fondatori della rivista Clinamen e Numero, dove conobbe  Juan Ramón Jiménez.
Anche le sue traduzioni hanno avuto successo; quelle di Shakespeare per esempio che permisero di rappresentare le se opere nei teatri della sua città natale.
Muore a Montevideo il 28 aprile 2009, a seguito delle complicazioni di un intervento chirurgico a cui si era sottoposta per una occlusione intestinale.  







ORMAI NO

Ormai non sarà
ormai no
non vivremo uniti, 
non alleverò tuo figlio
non cucirò i tuoi vestiti
non ti possederò di notte
non ti bacerò prima di uscire
non saprai mai chi sono stata
perchè altri mi amarono.

Non riuscirò mai a sapere
perché né come
né se era vero
quello che dicesti che era
né chi sei stato
né cosa sono stata per te
né come sarebbe stato
vivere uniti
amarci
aspettarci
rimanere.

Ormai non sono altro che io
per sempre e tu
ormai
per me non sarai
che tu.  Ormai non sei
in un giorno futuro
non saprò dove vivi
con chi
né se ti ricordi.
Non mi abbraccerai mai
come questa notte
mai.

Non potrò più toccarti.

Non ti vedrò morire.
       


“Ya no será”

Ya no será
ya no
no vivremos juntos
no criaré a tu hijo
no coseré tu ropa
no te tendré de noche
no te besaré al irme
Nunca sabrás quién fui
por qué me amaron otros.

No llegaré a saber por qué
ni cómo nunca
ni si era de verdad
lo que dijiste que era
ni quién fuiste
ni qué fui para ti
ni cómo hubiera sido
vivir juntos
querernos
esperarnos
estar.

Ya no soy más que yo
para siempre y tú ya
no serás para mí
más que tú.
Ya no estás
en un día futuro
no sabré dónde vives
con quién
ni si te acuerdas.
No me abrazarás nunca
como esa noche
nunca.

No volveré a tocarte.

No te veré morir.