Visualizzazione post con etichetta Tipo post Testimonianze. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tipo post Testimonianze. Mostra tutti i post

domenica 16 giugno 2013

E SCEGLIERE DI ANDARSENE. PER SEMPRE. - VIRGINIA WOLF








Caro Amore,
guardare in faccia la vita, guardarla attentamente e capirla al fine unico di comprenderla, amarla, e scegliere di metterla da parte, scegliere di lasciarla alla sua bellezza universale e andarsene insieme agli anni vissuti e trascorsi insieme. Ai giorni. All’amore.
Andarsene via insieme a tutto quello che la vita stessa unita alla consapevolezza della morte e al desiderio intrinseco di quest’ultima ci hanno regalato. E poi attimi. Istanti eterni…
Lasciarsi guidare in un mondo che volevo ma che non hai voluto tu. Fa che sul mio viso non scompaia mai il tuo sorriso, il tuo amarmi e il mio non voler… cosa? Farmi amare, forse. Farti soffrire, probabilmente. Mostrarti parti di me che spaventano persino me stessa, sicuramente. Me ne andrò dalla tua vita, per non farci ulteriormente del male, per non urtarci con i nostri ricatti morali, con il nostro troppo e il nostro troppo poco. Quando verrà la tua assenza mi sentirò impreparata, ancora legata a te. E tu?
Che cosa farai?
Ed io, su quale cuscino scioglierò i miei capelli?
Dove porterò quel sorriso e la mia valigia piena di vestiti che conosci?
Una frenesia nel cuore, un dubbio atroce: è finito tutto oppure non è cominciato? Fuori tutto il mondo ed ogni cosa stanno al suo posto, gli orologi girano le ore e tutto quanto il resto.
Amore mio fermami, da questi pensieri troppo fragili, da queste fiale troppo complici, dai sorrisi troppo ironici, dalla troppa solitudine.
Guardare la vita, guardarla attentamente e tentare di comprenderla al fine di amarla e scegliere di metterla da parte. Di andarsene insieme a quello che ci ha legati. Alle parole. L’amore. L’oblio.
Insieme alle ore. Quelle ore che non avranno più sorelle. E scegliere di andarsene.
Per sempre.

Virginia Woolf

lunedì 17 settembre 2012

sul TRADURRE - JOSE' SARAMAGO




Avete mai provato a cercare un testo che avete ricevuto e letto, disperso tra le mails ricevute? E nella convinzione di metterlo al sicuro, averlo archiviato ma non trovarlo più?
A me è capitato con un brano di Saramago tratto da un suo libro (che allunga la lista di quelli che dovrò acquistare, conquistando uno dei primi posti della mia urgenza). Dopo essermi concentrata sulle mail dell'ultimo mese, ho attaccato una ricerca sul web. Ma è grande ed insidioso e si finisce dove i motori di ricerca vogliono farti naufragare. E anche se non vogliamo essere maligni, non possiamo pretendere che siano intelligenti; rispondono a impulsi di caratteri e numeri. Però questa volta la ricerca mi ha portato sul blog ufficialmente tradotto da Massimo Lafronza di José: IL QUADERNO DI SARAMAGO. Confesso di essermici imbattuta più volte, ma nella mia stringa di ricerca questa volta c'era una parolina magica: scrivere.
Ed ecco apparire questo pensiero sul tradurre, atto che da qualche tempo sta contagiando anche me.
Il mio grazie a Massimo per aver consentito alla riproduzione.




José Saramago / Tradurre, Traduzir

 

"Scrivere è tradurre. Lo sarà sempre. Anche quando stiamo utilizzando la stessa lingua. Trasformiamo quello che vediamo e che sentiamo (supponendo che il vedere e il sentire, come li intendiamo in generale, siano qualcosa di più che le parole con cui ci è relativamente possibile esprimere il visto e il sentito…) in un codice convenzionale di segni, la scrittura, e lasciamo alle circostanze e alle casualità della comunicazione la responsabilità di far arrivare all’intelligenza del lettore, non la totalità dell’esperienza che ci siamo riproposti di tradurre (inevitabilmente frammentaria se rapportata alla realtà di cui si era alimentata), ma almeno un’ombra di quello che nel profondo del nostro spirito sappiamo essere intraducibile, per esempio, l’emozione pura di un incontro, la meraviglia di una scoperta, quell’istante fugace di silenzio precedente alla parola e che rimarrà nella memoria così come il resto del sogno che il tempo non cancellerà interamente. Il lavoro di chi traduce sarà quindi quello di portare in un’altra lingua (all’inizio, la sua stessa) quello che nell’opera e nell’idioma originale era già stato “traduzione”, cioè, una determinata percezione di una realtà sociale, storica, ideologica e culturale che non è quella del traduttore, nutrita, questa percezione, da un intreccio linguistico e semantico anch’esso non suo. Il testo originale rappresenta appena una delle “traduzioni” possibili dell’esperienza della realtà dell’autore, essendo poi il traduttore costretto a convertire il “testo-traduzione” in “traduzione-testo”, inevitabilmente ambivalente, visto che, dopo aver cominciato isolando l’esperienza della realtà oggetto della sua attenzione, il traduttore realizza il lavoro più grande di trasportarla intatta nell’intreccio linguistico e semantico della realtà (altra) in cui è incaricato di tradurre, rispettando, allo stesso tempo, il luogo da cui viene e il luogo verso cui va. Per il traduttore, l’istante di silenzio anteriore alle parole è quindi come l’inizio di un passaggio “alchemico” in cui quello che è deve trasformarsi in un’altra cosa per continuare a essere quello che era stato. Il dialogo tra autore e traduttore, sulla relazione tra il testo che è e il testo che sarà, non è soltanto una relazione tra due personalità particolari che devono completarsi è soprattutto un incontro tra due culture collettive che devono riconoscersi."

traduzione  di Massimo Lafronza  


lunedì 4 giugno 2012

CONOSCERE I POETI: RAYMOND CARVER







A Sky House* il mondo appare vicino e lontano allo stesso tempo. E' un pò come trovarsi su una gigantesca ma comoda nave sul bordo della cartolina che è lo stretto di Juan de Fuca e, oltre, la città di Vittoria circondata da colli..... un luogo spesso offuscato da nebbia, nuvole basse e piovose.
...

Poichè Sky House è tutta finestre, quando si sta dentro questa casa di vetro sembra di stare all'aperto, e si può osservare ogni cosa senza disturbarla. Uccelli si posano sulle cime degli alberi all'altezza degli occhi di chi osserva, portando nel becco le pagliuzze per costruire il nido.
...
C'è sempre qualcosa che va o che viene. Le ombre dei gabbiani in volo attraversano i sette lucernari e rasentano il tavolinetto di cristallo del salotto perchè anche i mobili sono stati scelti per permettere al mondo esterno di penetrare e di sfiorare il mondo interiore delle stanze, che sono piene di luce, e d'estate si riesce a leggere fino alle dieci e mezza di sera denza bisogno di accendere la lampada.
Carver passò qui l'invero e la primavera, e la casa è perfetta in questo periodo in cui le giornate sono così brevi. Insomma, se si deve restare soli, Sky House è un gran bel posto, perchè il mondo lì diventa un compagno, non solo un ospite.
Il silenzio delle stanze è molto profondo e circolare. Non si capisce bene perchè. Forse perchè qui non è mai stata pronunciata una parola irata. Forse perchè, nel cuore del mondo, c'è quell'istante fermo in cui l'uccello riposa sul ramo. Sky House è quel momento.
In quei giorni Ray si muoveva in uno sciame di poesie, come un apicoltore in estasi che se ne va in giro circondato da una nuvola di api. Cerca di vedere il mondo, ma lo vede attraverso le api (ovvero le poesie) e ogni volta che vuole dire qualcosa a qualcuno gli esce fuori una poesia. Era una specie di re Mida delle poesie. Ogni cosa che toccava o guardava si trasformava in una poesia, che per lui era come l'oro. Ma a differenza di re Mida non soffriva di questa contaminazione. Piuttosto era come se il mondo gli si avvicinasse sempre più intimamente parlando la lingua a lui più cara: la lingua della poesia, che dava al mondo l'importanza che meritava, ma allo stesso tempo, per via del rifiuto di Ray di elevare troppo il tono, lasciava al mondo il suo mistero, la distanza e la dignità di restare semplice e intatto come la neve che si posa su un ramo di abete.
Tess Gallagher

***

Quando la Gallagher, che all'epoca insegnava Syracuse, nello stato di New York, approfittando delle vacanze andava a trovarlo, l'ispirato stato di grazia, l'atmosfera satura di storie/poesie la contagiava, e anche lei scriveva poesie narrative o racconti poetici come se "le api del mio compagno mi avessero accettata e andassi in giro anch'io circondata dal bozzolo di quei satelliti della nostra essenza e del mondo che sono le poesie".

***

*Sky House è una casa che Tess Gallagher aveva progettato e dove Raymond si ritirò dopo aver ricevuto una sovvenzione esentasse di 3.500 dollari all'anno per cinque anni.

Stralcio da: Racconti in forma di poesia Edizioni Minimum Fax, 1999



venerdì 27 gennaio 2012

SHLOMO NON E' ANCORA TORNATO - SAVERIO CRISTIANI

Un racconto di Saverio Cristiani  sull'olocausto.

SILENZIO






Shlomo non è ancora tornato.

Poi venne la morte.
Venne un giorno con l’aspetto severo di un ufficiale delle SS che bussando alla mia porta con voce tagliente  mi disse: “seguimi Shlomo, la Germania ha bisogno di te”. Nei suoi occhi, celata dal ghiaccio dell’iride, una promessa ch’era già una sentenza.
E io, che di vita da offrire ne avevo una sola, senza riuscire a spiegarmi il perché, sapevo che sarebbe stata quella l’ultima giornata di sole che avrei osservato.
Sul vagone, con gli altri volti imbalsamati e vinti a contorno, mi muovevo poco per non dare fastidio al vicino; furono giorni duri e insensati, col puzzo di piscio nel naso e la sete compagna di viaggio, a storpiarmi dalla mente il ricordo di ciò che avevo lasciato. Una terra di luce rovente, le rocce bianche a capofitto sul mare di Grecia ed il pane saporito di mia madre sulla tovaglia a fiori.
Era l’alba ad Auschwitz quando arrivammo. Un odore pesante nell’aria ci accolse come presagio, e le nostre file che si allungavano all’ingresso del campo sembravano immensi vermi moribondi. Raccoglievo i pensieri cercando di non tradire la mia paura; ostentavo sicurezza e quando una guardia mi osservò ridendo le mani tremanti mi strinsi il collo nel bavero simulando un freddo che in realtà non provavo.
Era quella la mia morte, l’avevo davanti senza riconoscerla, mascherata dall’agonia inconsapevole di mille altri come me, mille ogni giorno, ed ogni giorno altri mille ancora.
Da allora spogliai uomini e donne come fosse un perdono implorato e non un dovere imposto;  alle vecchie davo le spalle perché il pudore mi fosse complice; con le altre,  mentendo, ridevo più forte per farle affrettare alla porta già spalancata.
“Presto”, sempre più presto ci urlava il Kapò.
Poi, quando tutto era finito,  come rami  da potare nel punto più buio della notte tagliavo loro i capelli per farne memoria, le trecce da una parte, il resto dall’altra.
Era l’unica traccia a rimanere prima del forno, nascosta dal mio scalpiccio viscido tra i corpi ed i sorrisi diafani da estirpare come catena.
Là era sempre inverno, un eterno gennaio grigio di fumo troppo duro a finire.
Sino a che una Pasqua qualsiasi non arrivò qualcuno a liberarci il cielo dalle nubi; e con le divise ornate di stelle rosse che camminavano attonite tra le nostre magrezze, cercammo, ognuno di noi cercò, di trovare quel filo di voce che potesse almeno recitare un “grazie”.
A testa bassa però, pentiti forse d’essere sopravvissuti per poterne raccontare.
Era finita, per molti era finita; non per me.
Ciò che rimane di quel sogno che sogno non era, sopravvive alle notti e ai ricordi; con fatica, con rammarico e pena ma sopravvive.
Così in questo giorno di primavera che nasce  voglio pensare come mi trovassi adesso in un sogno e scrivere di quand’ero vivo.
Perché io ero vivo come pianta, lo ero come animale o come onda; sollevavo il petto al respiro, aprivo gli occhi alla prima luce dell’alba che filtrava tra vetro e persiana, e terminavo il sogno con una stretta di mano alla notte ed una corsa affannosa al futuro.
Ero vivo con l’acqua fresca e ribelle tra le dita, e con una camicia profumata di cotone pulito da indossare prima che il giorno m’incontrasse per via.
Vivevo per strada, tra i ragazzi che andavano affollando la scuola, o nelle sere annoiate d’ottobre deserte d’anime e luce.
Si, io vivevo così, con la gente negli occhi,  e un sorriso profondo nel cuore, felice d’essere e d’esserci senza far torto a nessuno. Se qualcuno mi avesse incontrato, in quelle mattine rapite, avrebbe riconosciuto in me ciò che non può finire, che non è giusto abbandonare. Ciò che non è altro che peccato il solo pensare di poter tacere: io ero vivo.
Poi.
Poi venne la morte.


Ascolto dall'archivio de IL SOLE 24 ORE: GUSEN, il lager fantasma



27 GENNAIO - IL GIORNO DELLA MEMORIA - RIFLESSIONE di ELIE WIESEL

SILENZIO






Ritorno ad AUSCHWITZ

Il silenzio. Il silenzio di Birkenau. Il silenzio di Birkenau non assomiglia a nessun altro silenzio: ha in sé le grida di disperazione, le preghiere strangolate di migliaia e migliaia di comunità che il nemico condannò ad essere ingoiate dall’oscurità di una notte infinita, una notte senza nome. Il tacere degli uomini congelato nel cuore della disumanità. Silenzio eterno sotto un cielo azzurro.
Silenzio di morte nel cuore della morte…
Nel regno delle ombre che è Auschwitz nessuno cammina lentamente; la morte si getta contro la sua preda. Non ha tempo, la morte: dev’essere contemporaneamente dappertutto.
La vita, la morte: tutto si unisce in una folle velocità. Il futuro si limita qui all’attimo che precede la selezione; qui bisogna correre dietro al presente, perché non scompaia del tutto. Si corre a lavarsi. Si corre mentre ci si veste. Si corre alla distribuzione del pane, della margarina, della zuppa. Si corre all’appallo, si corre al lavoro, si corre da un blocco all’altro, alla ricerca di uno sguardo famigliare.Alla ricerca di una parola di consolazione.
L’abbaiare dei cani… le grida dei carnefici, il rumore dei randelli di gomma che si abbattono sulla nuca dei prigionieri. Il dolore rende muti gli uomini affamati e deboli; la loro umiliazione pesante come una maledizione.






sabato 26 novembre 2011

Testimonianze: Rose Ausländer e lo scrivere

giovedì, 30 giugno 2011
Testimonianze: Rose Ausländer e lo scrivere




"Qual'è il motivo per cui scrivo?
Perchè le parole mi dettano: scrivici... Il mio atteggiamento è spesso scettico, non voglio assoggettarmi alla loro dittatura, le getto al vento, ma se lo vincono, ritornano da me mi scuotono tormentandomi e alla fine cedo. Ecco, ora lasciatemi in pace".



lunedì 21 novembre 2011

UN BLOG: GUERRILLA POETRY - VITTORIO ARRIGONI

martedì, 21 giugno 2011
UN BLOG: GUERRILLA POETRY - VITTORIO ARRIGONI
 
Poche righe, un pretesto per dirottarvi in pellegrinaggio in un mondo che non conosce poesia, raccontato da chi ne aveva tanta, ma proprio tanta dentro.
Riporto qui integralmente uno dei suoi post, chiedendogli  perdono con il segno della croce e vi invito a scorrerlo tutti i nove densi e sconvolgenti, post e magari a lasciare il segno del passaggio.

Dono (autobiografico)




 31/05/2008 00:10 in Guerrilla Haiku

Ricevetti il dono di essere l'unico sopravvissuto,
vagai per il mondo alla ricerca del mio benefattore,
e di un qualunque motivo per cui scelse me.



http://guerrillapoetry.iobloggo.com/



Vittorio Arrigoni - Rapito il 14 aprile 2011 all'uscita di una palestra di Gaza che frequentava regolarmente,  viene subito mostrato in un video di  YouTube bendato e legato. In quel video, i responsabili del suo rapimento lo accusano  di essere entrato a Gaza "per diffondere la corruzione" da uno "stato infedele" e con un ultimatum, minacciano di ucciderlo entro il pomeriggio del giorno successivo se non verranno liberati alcuni militanti jihadisti, detenuti nelle carceri palestinesi.
Ma il giorno successivo, il suo  corpo viene rinvenuto in un'abitazione di Ghaza nel corso di un blitz: sarebbe morto nella notte tra il 14 e il 15 aprile per strangolamento, ipotesi confermata dall'autopsia svolta all'istituto di medicina legale dell'Università Sapienza di Roma.





Leggi i vecchi commenti


domenica 20 novembre 2011

Testimonianze: Thomas Brasch e la letteratura

giovedì, 07 aprile 2011




“La letteratura è narrazione, non è qualcosa di eterno, io le racconto qualcosa e lei lo racconta a qualcun altro, questa per me è letteratura. Quando un contadino torna a casa e dice a sua moglie: “Ero là e poi, robe da matti... c’erano due strani uccelli e all’improvviso ho avuto paura”, questo è uno scrittore, non uno che se la cava bene con la macchina da scrivere, non è un mestiere! Raccontare significa imparare a respirare e se io non potessi farlo morirei, non parlo della scrittura ma proprio del raccontare. Se Chaplin non avesse potuto recitare sarebbe morto. Recitare era per lui l’unica possibilità ed è del tutto irrilevante che fosse bravo o no. Chi racconta lancia S.O.S, vuole dire che ama, vuole dire qualcosa ad un’altra persona ed è la cosa più bella che possa succedere tra gli uomini, quella in assoluto più importante. Non “io sono così e così”, ma “voglio raccontare una storia a qualcuno e così dire qualcosa di me”.
(Da un’intervista a Thomas Brasch realizzata da Barbara Pulliero il 14 luglio del 1994 a Berlino).


Leggi i vecchi commenti


Testimonianze: Andrew Motion e le letture

sabato, 05 marzo 2011
Testimonianze: Andrew Motion e le letture



............

“Gli attori, forse, leggono meglio le poesie ma i poeti sono gli unici ad avere il diritto di leggere i loro lavori, e hanno l'interesse di donarci il loro idioma, il tono delle parole e l'enfasi. Solo loro, in modi diversi, rendono valida l'intenzione degli archivi di preservare il mistero della poesia ma soprattutto ciò scaccia lontano il pregiudizio che sostiene che la poesia sia difficile o distante dalla vita comune”.

Testimonianze: Mirò parla della sua pittura.

martedì, 01 marzo 2011
Testimonianze: Mirò parla della sua pittura.

"Cifre e costellazione amorose di una donna"  - 1959 - Joan Mirò



"Le cose andarono così: a Parigi avevo comprato un album per pulire i miei pennelli.
La prima volta che l'ho usato, sono stato sorpreso dal risultato. Poi ogni volta che iniziavo una Costellazione, pulivo i miei pennelli su un nuovo foglio di carta che diventava così lo sfondo dell'opera seguente."




".... Ho orrore della linea chiusa, della linea che può soltanto ricondurre a sé stessa."





Leggi i vecchi commenti


CHAIM - 14 ANNI - EBREO

mercoledì, 26 gennaio 2011
CHAIM - 14 ANNI - EBREO
 
« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. »

Articolo 1, Legge 211 del 20 Luglio 2000, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 177 del 31 luglio 2000





Miei cari genitori,
se il cielo fosse carta e tutti i mari del mondo inchiostro, non potrei descrivervi le mie sofferenze e tutto ciò che vedo intorno a me.
Il campo si trova in una radura. Sin dal mattino ci cacciano al lavoro nella foresta. I miei piedi sanguinano perché ci hanno portato via le scarpe... Tutto il giorno lavoriamo quasi senza mangiare e la notte dormiamo sulla terra (ci hanno portato via anche i nostri mantelli).
Ogni notte soldati ubriachi vengono a picchiarci con bastoni di legno e il mio corpo è pieno di lividi come un pezzo di legno bruciacchiato. Alle volte ci gettano qualche carota cruda, una barbabietola, ed è una vergogna: ci si batte per averne un pezzetto e persino qualche foglia.
L'altro giorno due ragazzi sono scappati, allora ci hanno messo in fila e ogni quinto della fila veniva fucilato... Io non ero il quinto, ma so che non uscirò vivo di qui. Dico addio a tutti, cara mamma, caro papà, mie sorelle e miei fratelli, e piango...



Lettera scritta in yiddish da CHAIM, un ragazzo di 14 anni nel campo di concentramento di Pustkow (Galizia) e affidata a un giovane contadino della zona che la recapitò ai suoi genitori.

Leggi i vecchi commenti


Testimonianze: Giuseppe Ungaretti parla della poesia

sabato, 20 novembre 2010
Testimonianze: Giuseppe Ungaretti parla della poesia





....
Mi pare di averlo già accennato, ma meglio di quanto potrei dirlo io in questo momento l'hanno detto i miei Fiumi, che è il vero momento nel quale la mia poesia  prende insieme a me chiara coscienza di sé: l'esperienza poetica è esplorazione d'un personale continente d'inferno, e l'atto poetico, nel compiersi, provoca e libera, qualsiasi prezzo possa costare, il sentire che solo in poesia si può cercare e trovare libertà.
....


da Il sistema letterario 2000 Casa editrice Principato
Volume TESTI - Tra le due guerre.


Per completezza riporto qui il testo della poesia citata dall'autore:
I FIUMI
Cotici il 16 agosto 1916

Mi tengo a quest’albero mutilato
Abbandonato in questa dolina
Che ha il languore
Di un circo
Prima o dopo lo spettacolo
E guardo
Il passaggio quieto
Delle nuvole sulla luna

Stamani mi sono disteso
In un’urna d’acqua
E come una reliquia
Ho riposato

L’Isonzo scorrendo
Mi levigava
Come un suo sasso
Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua

Mi sono accoccolato
Vicino ai miei panni
Sudici di guerra
E come un beduino
Mi sono chinato a ricevere
Il sole

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
Mi sono riconosciuto
Una docile fibra
Dell’universo

Il mio supplizio
È quando
Non mi credo
In armonia

Ma quelle occulte
Mani
Che m’intridono
Mi regalano
La rara
Felicità

Ho ripassato
Le epoche
Della mia vita

Questi sono
I miei fiumi

Questo è il Serchio
Al quale hanno attinto
Duemil’anni forse
Di gente mia campagnola
E mio padre e mia madre.

Questo è il Nilo
Che mi ha visto
Nascere e crescere
E ardere d’inconsapevolezza
Nelle distese pianure

Questa è la Senna
E in quel suo torbido
Mi sono rimescolato
E mi sono conosciuto

Questi sono i miei fiumi
Contati nell’Isonzo

Questa è la mia nostalgia
Che in ognuno
Mi traspare
Ora ch’è notte
Che la mia vita mi pare
Una corolla
Di tenebre