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sabato 3 gennaio 2015

L'ULTIMO DESIDERIO DI JOSE' SARAMAGO

 18 GIUGNO 2010 - 18 GIUGNO 2011





Ad un anno dalla scomparsa dello scrittore e egiornalista portoghese José Saramago, sua moglie Pilar Del Rio ha reso possibile l'ultimo desiderio dell'artista e cioè che le sue ceneri fossero sepolte sotto un albero di olivo.
La singolare cerimonia ha avuto luogo nel Campo Das Cebolas, vicino al fiume Tago. L'ulivo si trova dove ha sede la fondazione Saramago. Alla cerimonia hanno partecipato circa 300 persone, tra amici, familiari, seguaci, giornalisti e il sindaco della città Antonio Costa ha deposto sull'urna coi resti, della terra portata da Lanzarote dove lo scrittore visse gli ultimi anni della sua vita in compagnia di sua moglie.
Pilar Del Rio in questa occasione ha annunciato ai media che durante i mesi successivi la capitale portoghese sarebbe stata piena di esposizioni, conferenze ed eventi sulla figura dello scrittore.
Fonte: TN.com



mercoledì 25 dicembre 2013

NATALE 2013


Lo scorso anno in occasione del post di Natale, parlavo di speranza , di difficoltà dei tempi attuali e di quelli che si preparavano.
Oggi sembra che le cose stiano peggiorando un po' dappertutto. Molte aziende chiudono (e non parlo per statistica, ma lo tocco con mano mese per mese) e in pochi hanno le risorse per aprirne di nuove, dato che le banche sembrano non fare il loro lavoro di raccolta del risparmio e contemporaneo investimento in attività nel territorio. Ma non è mia intenzione lanciare accuse verso chi avrebbe la possibilità di smuovere l'economia e invece sta arroccato sulle proprie posizioni, a scapito di noi tutti, tutto sommato; non è questa la sede.
Volevo solo constatare che, se da questa parte del mondo c'è chi combatte per un posto di lavoro e chi approfitta di questo stato di cose per ottenere del personale con costi sempre più bassi, o più semplicemente combatte per avere in tavola del cibo anche gli ultimi due giorni del mese (e vi risparmio quanto e come), in altre parti del mondo c'è chi deve aggiungere a queste nostre amene preoccupazioni, il cercare di rimanere vivo.
E' il caso di ieri, ma potrebbe capitare anche domani, o dopo, ed è già capitato nei giorni e mesi scorsi in territori e con motivazioni differenti. Un carro armato spara contro una abitazione privata di una cittadina della striscia di Gaza, e delle persone muoiono. Dei bambini muoiono. Questa volta si tratta di una piccola di tre anni, ma quanti prima di lei? E domani ci ricorderemo questo nome, Hala? E per quanto lo ricorderemo? Farà parte della Storia? E se i suoi tre anni non sono stati abbastanza importanti da lasciare poco più di un ritratto insanguinato, a che scopo averla fatta nascere e crescere se il suo sorriso non avrebbe potuto cambiare il mondo? 
Pensate anche a questo, questo Natale.




 J. Busquets - Facciata della Natività (particolare) - Sagrada Familia - Barcellona


L'interno della grotta era buio, l'indebolita luce esterna si fermava all'ingresso, ma in poco tempo, avvicinando una manciata di paglia alle braci e soffiando, con le fascine la schiava fece un falò che sembrava un'aurora. Poi accese il lume che era già lì, appeso ad una sporgenza della parete, e dopo aver aiutato Maria a sdraiarsi, andò a prendere un po' d'acqua ai pozzi di Salomone, proprio nei pressi. Di ritorno, trovò Giuseppe fuori di sé, non sapeva che cosa fare, e non dobbiamo biasimarlo, perché agli uomini non insegnano a rendersi utili in simili occasioni, loro non vogliono saperne, al massimo saranno capaci di tenere la mano alla moglie sofferente, restandosene ad aspettare che tutto vada per il meglio. Maria, però è sola, il mondo morirebbe di sgomento se un ebreo di questo tempo osasse compiere quel minimo. Entrò la schiava, rivolse una parola di sostegno, Coraggio, poi si inginocchiò fra le gambe aperte di Maria, proprio nella posizione in cui devono stare le gambe delle donne per ciò che entra e ciò che esce, ormai Zelomi aveva perso il conto dei bimbi che aveva visto nascere, e il patimento di questa poverina è tale e quale a quello di tutte le altre donne, come ha deciso il Signore Iddio quando Eva commise il peccato di disobbedienza, Moltiplicherò le sofferenza della tua gravidanza, i tuoi figli nasceranno nel dolore, e oggi, trascorsi ormai tanti secoli, accumulato tanto dolore, ancora Dio non si dà per soddisfatto, e l'agonia continua. Giuseppe non è più lì, e neppure all'ingresso della grotta. E' scappato via per non sentire le urla, ma le urla lo seguono, è come se urlasse la terra, tanto che tre pastori, che si trovavano nei pressi con le loro greggi di pecore, si avvicinarono a Giuseppe e gli domandarono, Che cos'è, sembra che la terra stia urlando, e lui rispose, E' mia moglie, sta partorendo laggiù in quella grotta, e quelli dissero, Non sei di queste parti, non ti conosciamo, Siamo venuti da Nazareth in Galilea per il censimento, appena arrivati le sono aumentati i dolori, e adesso sta nascendo. Il crepuscolo lasciava intravedere a stento i visi dei quattro uomini, ben presto i lineamenti sarebbero svaniti, ma le voci proseguivano, Hai da mangiare, domandò uno dei pastori, Poco, rispose Giuseppe, e la stessa voce, Quando tutto sarà finito, avvertimi e ti porterò un po' di latte delle mie pecore, e poi si udì la seconda voce, E io ti darò un po' di formaggio. Poi ci fu un lungo e inesplicabile silenzio, prima che il terzo pastore parlasse. Infine, con una voce che sembrava provenire anch'essa da sottoterra, disse, E io vi porterò del pane.
Come tutti i figli degli uomini, il figlio di Giuseppe e Maria nacque sporco del sangue di sua madre, vischioso delle sue mucosità e soffrendo in silenzio. Pianse perché lo fecero piangere, e avrebbe pianto per quest'unico e solo motivo. Avvolto nelle fasce, riposa nella mangiatoia, non lontano dall'asino, ma non c'è pericolo di morsi, che la bestia l'hanno legata corta, Zelomi è andata fuori a sotterrare la placenta, mentre Giuseppe si sta avvicinando. Lei aspetta che lui entri e si ferma a respirare l'aria fresca dell'imbrunire, stanca come se avesse partorito lei stessa, nell'immaginazione, perché figli non ne ha mai avuti.
Scendendo dal pendio, tre uomini di avvicinano. Sono i pastori. Entrano insieme nella caverna. Maria è sdraiata e tiene gli occhi chiusi. Giuseppe, seduto sopra un sasso, ha il braccio posato sulla mangiatoia e sembra guardare il figlio. Si fece avanti il primo pastore e disse, Con queste mani ho munto le mie pecore e ho raccolto il loro latte. Maria, aprendo gli occhi sorrise. Avanzò il secondo pastore e disse, Con queste mani ho lavorato il latte e ho fatto il formaggio. Maria accennò col capo e sorrise di nuovo. Poi si avvicinò il terzo pastore, per un istante parve riempire la grotta con la sua statura e disse, senza guardare né il padre, né la madre del bimbo appena nato, Con queste mani ho impastato il pane che ti offro, col fuoco che esiste solo dentro la terra io l'ho cotto. E Maria seppe chi era. 

(Josè Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo)



domenica 23 settembre 2012

da: MANUALE DI LETTURA E CALLIGRAFIA - JOSE' SARAMAGO








“Amore mio”. Meu amor. Ripetere queste due parole per dieci pagine, scriverle ininterrottamente, senza sosta, senza spazi bianchi, prima lentamente, lettera dopo lettera, disegnando le tre colline della M manoscritta, l’anello tenue della E simile a braccia che riposano, il letto profondo di un fiume che si scava nella U, e poi lo sgomento o il grido della A sulle onde del mare, eccole, dell’altra M, e la O che non può essere se non quest’unico nostro sole, e infine la R divenuta casa, o tetto, o baldacchino.
E subito dopo trasformare questo lento disegno in un unico filo tremolante, la traccia di un sismografo, perché le membra rabbrividiscono e si turbano, il mare bianco della pagina, una distesa di luce o un lenzuolo levigato.
“Meu amor, “amore mio” hai detto, e l’ho detto anch’io, spalancandoti la mia porta, e tu sei entrata. Tenevi gli occhi bene aperti venendomi incontro, per vedermi meglio o più di me, e hai posato la borsa per terra. E, prima che ti baciassi, per poterlo dire serenamente, hai detto: “Stanotte rimango con te”.

(Collana Universale Economica - Feltrinelli Editore)

lunedì 17 settembre 2012

sul TRADURRE - JOSE' SARAMAGO




Avete mai provato a cercare un testo che avete ricevuto e letto, disperso tra le mails ricevute? E nella convinzione di metterlo al sicuro, averlo archiviato ma non trovarlo più?
A me è capitato con un brano di Saramago tratto da un suo libro (che allunga la lista di quelli che dovrò acquistare, conquistando uno dei primi posti della mia urgenza). Dopo essermi concentrata sulle mail dell'ultimo mese, ho attaccato una ricerca sul web. Ma è grande ed insidioso e si finisce dove i motori di ricerca vogliono farti naufragare. E anche se non vogliamo essere maligni, non possiamo pretendere che siano intelligenti; rispondono a impulsi di caratteri e numeri. Però questa volta la ricerca mi ha portato sul blog ufficialmente tradotto da Massimo Lafronza di José: IL QUADERNO DI SARAMAGO. Confesso di essermici imbattuta più volte, ma nella mia stringa di ricerca questa volta c'era una parolina magica: scrivere.
Ed ecco apparire questo pensiero sul tradurre, atto che da qualche tempo sta contagiando anche me.
Il mio grazie a Massimo per aver consentito alla riproduzione.




José Saramago / Tradurre, Traduzir

 

"Scrivere è tradurre. Lo sarà sempre. Anche quando stiamo utilizzando la stessa lingua. Trasformiamo quello che vediamo e che sentiamo (supponendo che il vedere e il sentire, come li intendiamo in generale, siano qualcosa di più che le parole con cui ci è relativamente possibile esprimere il visto e il sentito…) in un codice convenzionale di segni, la scrittura, e lasciamo alle circostanze e alle casualità della comunicazione la responsabilità di far arrivare all’intelligenza del lettore, non la totalità dell’esperienza che ci siamo riproposti di tradurre (inevitabilmente frammentaria se rapportata alla realtà di cui si era alimentata), ma almeno un’ombra di quello che nel profondo del nostro spirito sappiamo essere intraducibile, per esempio, l’emozione pura di un incontro, la meraviglia di una scoperta, quell’istante fugace di silenzio precedente alla parola e che rimarrà nella memoria così come il resto del sogno che il tempo non cancellerà interamente. Il lavoro di chi traduce sarà quindi quello di portare in un’altra lingua (all’inizio, la sua stessa) quello che nell’opera e nell’idioma originale era già stato “traduzione”, cioè, una determinata percezione di una realtà sociale, storica, ideologica e culturale che non è quella del traduttore, nutrita, questa percezione, da un intreccio linguistico e semantico anch’esso non suo. Il testo originale rappresenta appena una delle “traduzioni” possibili dell’esperienza della realtà dell’autore, essendo poi il traduttore costretto a convertire il “testo-traduzione” in “traduzione-testo”, inevitabilmente ambivalente, visto che, dopo aver cominciato isolando l’esperienza della realtà oggetto della sua attenzione, il traduttore realizza il lavoro più grande di trasportarla intatta nell’intreccio linguistico e semantico della realtà (altra) in cui è incaricato di tradurre, rispettando, allo stesso tempo, il luogo da cui viene e il luogo verso cui va. Per il traduttore, l’istante di silenzio anteriore alle parole è quindi come l’inizio di un passaggio “alchemico” in cui quello che è deve trasformarsi in un’altra cosa per continuare a essere quello che era stato. Il dialogo tra autore e traduttore, sulla relazione tra il testo che è e il testo che sarà, non è soltanto una relazione tra due personalità particolari che devono completarsi è soprattutto un incontro tra due culture collettive che devono riconoscersi."

traduzione  di Massimo Lafronza  


domenica 20 novembre 2011

VENGANO INFINE - JOSE' SARAMAGO

sabato, 14 agosto 2010
VENGANO INFINE - JOSE' SARAMAGO
 
Si ha voglia di abbandonarci, a volte.
Andare alla deriva, capiti quello che capiti, non faremo nulla per cambiare le cose, alzare una vela, catturare il vento.
E' questo il sentimento che leggo in questa poesia di Josè; struggente come solo una Voce così grande poteva concepire.





VENGANO INFINE


Vengano infine le alte allegrie,
le ardenti aurore, le notti calme,
venga la pace agognata, le armonie,
e il riscatto del frutto, e il fiore delle anime.
Che vengano, amor mio, perché questi giorni
son di stanchezza mortale,
di rabbia e agonia
e nulla.




IL VIAGGIO NON FINISCE MAI - JOSE' SARAMAGO

domenica, 25 luglio 2010
IL VIAGGIO NON FINISCE MAI - JOSE' SARAMAGO



"Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito."


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STELLE POCHE - JOSE' SARAMAGO

domenica, 04 luglio 2010
STELLE POCHE - JOSE' SARAMAGO
 
In definitiva, cos'è che rende così particolare quello che ci emoziona veramente?
Inutile che vi affanniate a rispondere: io non lo capirei.
Potrei solo ascoltarvi, prendere le misure della vostra emozione e rovistare tra le mie per vedere se ce n'è una che potrebbe andar bene, che possa aiutarmi a viverla di riflesso.
Questo il messaggio di Josè, quello che trasmette a me con una resa in versi limpidissima, fluente, suggestiva.





STELLE POCHE

Chiamarti rosa, aurora, acqua fluente,
cos'è se non parole raccattate
tra i rifiuti d'altre lingue, d'altre bocche?
I misteri non sono quello che sembrano,
o non riescono a dirli le parole:
nello spazio profondo, stelle poche.



( Le poesie - Einaudi - traduzione di Fernanda Toriello)


sabato 19 novembre 2011

DEV' ESSERCI - JOSE' SARAMAGO

giovedì, 24 giugno 2010
DEV' ESSERCI - JOSE' SARAMAGO
 
C'è in questa "poesia tardiva" come un senso di  frustrazione nel non trovare parole adatte ad esigenze nuove del suo dire o forse nel non saperne creare di nuove. Eppure la poesia è bilanciata, divisa in tre quartine quasi tutte endecasillabe. Ma i poeti sono tormentati dalla perfezione del verso. Non si fanno nessuno sconto per sè stessi,anche se sono magnanimi con altri.


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DEV'  ESSERCI...


Dev' esserci un colore da scoprire,
un recondito accordo di parole,
dev' esserci una chiave per aprire
nel muro smisurato questa porta.

Dev' esserci un'isola più a sud,
una corda più tesa e più vibrante,
un altro mar che nuota in un altro blu,
un'altra intonazione più cantante.

Poesia tardiva che non riesci
a dire la metà di quel che sai:
non taci, quando puoi, e non sconfessi
questo corpo casuale e inadeguato.


(Trad. F. Toriello)


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ADDIO AL NOBEL JOSE' SARAMAGO

sabato, 19 giugno 2010
ADDIO AL NOBEL JOSE' SARAMAGO


(18/06/2010) Lo scrittore portoghese è deceduto nella sua casa alle Isole Canarie, dove risiedeva dal 1991
Lo scrittore portoghese e premio Nobel José Saramago è morto nella sua residenza a Tias, località di Lanzarote, nelle Isole Canarie. Affetto da leucemia cronica, l'autore è deceduto intorno alle 13 e al suo capezzale c'era la moglie, Pilar del Rio. Aveva trascorso una notte tranquilla e fatto colazione. Poi si è sentito male. Saramago avrebbe compiuto 88 il prossimo 16 novembre. La camera ardente è stata aperta nel pomeriggio nella biblioteca Josè Saramago a Lanzarote. Poeta, romanziere e giornalista, è stato l’unico autore di lingua portoghese ad avere ricevuto il Nobel per la Letteratura. Ateo confesso, ebbe problemi con il governo portoghese che rifiutò di presentare il suo Vangelo secondo Gesù Cristo al Premio Letterario Europeo, abbandonando per protesta il Paese e trasferendosi a Lanzarote.

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SILENZI - JOSE' SARAMAGO

sabato, 12 dicembre 2009
SILENZI - JOSE' SARAMAGO

A volte tante parole sono inutili.
Basta sentirsi accanto qualcuno per stare bene, sapere che allungando una mano ne trovi subito una pronta ad afferrarla ed a stringerla.
Molti hanno molto meno, ricordiamolo.
Mi ha colpito molto questa riflefìssione di Sarmago.






José Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo il 16 novembre 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia in giovane età, abbandonò gli studi universitari per difficoltà economiche, mantenendosi con i lavori più diversi. Ha infatti lavorato come fabbro, disegnatore, correttore di bozze, traduttore, giornalista, fino a impiegarsi stabilmente in campo editoriale, lavorando per dodici anni come direttore letterario e di produzione.
Il suo primo romanzo, "Terra del peccato", del 1947, non riceve un grande successo nel Portogallo oscurantista di Salazar, il dittatore che Saramago non ha mai smesso di combattere, ricambiato con la censura sistematica dei suoi scritti giornalistici. Nel 1959 si iscrive al Partito Comunista Portoghese che opera nella clandestinità sfuggendo sempre alle insidie ed alle trappole della famigerata Pide, la polizia politica del regime. In effetti, bisogna sottolineare che per capire la vita e l'opera di questo scrittore non si può prescindere dal costante impegno politico che ha sempre profuso in ogni sua attività.
Nel '66 pubblica la sua prima raccolta di poesie "I poemi possibili".
Diventa quindi come detto direttore letterario e di produzione per dodici anni di una casa editrice e, dal 1972 al '73, è curatore del supplemento culturale ed editoriale del quotidiano "Diario de Lisboa"
Sino allo scoppio della cosiddetta Rivoluzione dei Garofani, nel '74, Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie ("Probabilmente allegria", 1970), cronache ("Di questo e d'altro mondo", 1971; "Il bagaglio del viaggiatore", 1973; "Le opinioni che DL ebbe", 1974) testi teatrali, novelle e romanzi.
Il secondo Saramago (vice direttore del quotidiano "Diario de Noticias" nel '75 e quindi scrittore a tempo pieno), libera la narrativa portoghese dai complessi precedenti e dà l'avvio ad una generazione post-rivoluzionaria.
Nel 1977 lo scrittore pubblica il lungo e importante romanzo romanzo "Manuale di pittura e calligrafia", seguito nell'ottanta da "Una terra chiamata Alentejo", incentrato sulla rivolta della popolazione della regione più ad Est del Portogallo. Ma è con "Memoriale del convento" (1982) che ottiene finalmente il successo tanto atteso.
In sei anni pubblica tre opere di grande impatto (oltre al Memoriale, "L'anno della morte di Riccardo Reis" e "La zattera di pietra") ottenendo numerosi riconoscimenti.
Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con "L'assedio di Lisbona" e "Il Vangelo secondo Gesù", e quindi con "Cecità". Ma il Saramago autodidatta e comunista senza voce nella terra del salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe della notorietà conservando una schiettezza che spesso può tradursi in distacco. Meno riuscito è il Saramago saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente frutto di necessità contingenti, non ultima quella di tenere vivo il suo nome sulla scena letteraria contemporanea.
Nel 1998, sollevando un vespaio di polemiche soprattutto da parte del Vaticano, gli è stato conferito il Nobel  per la letteratura.
Attualmente vive a Lanzarote, nelle Isole Canarie.
http://biografieonline.it



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SILENZI


Oggi non era giorno di parole,
con mire di poesie o di discorsi,
né c'era strada che fosse nostra.
A definirci bastava solo un atto,
e visto che a parole non mi salvo,
parla per me, silenzio, ch'io non posso.
 


SARAMAGO E' DECEDUTO IL 18 GIUGNO 2010 A TIAS (ISOLE CANARIE)


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