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martedì 5 gennaio 2016

E così te ne vai tu pure estate - DIEGO VALERI

A volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto certe letture quando ero ancora a scuola, se avessi avuto un insegnante capace di spiegare davvero la poesia e non farne un tormentone da buttare giù come una pillola, presto superata l'interrogazione e presto dimenticato. Nonostante tutto, sarebbe dipeso da me raccoglierla e accoglierla? Avrebbe cambiato qualcosa della mia vita? 
Come è normale, non posso darmi una risposta, solo ipotizzare e rammaricarmi di non avere almeno avuto modo di scegliere e me ne sento derubata.
Diego è uno di quegli autori del novecento che, al pari di Montale, Ungaretti, Quasimodo avrebbe potuto essere approfondito, ma il periodo era già così affollato di autori, che dubito fosse stato sulla mia antologia della quinta (o sui programmi ministeriali). 
In quanto alla poesia, non dà magari lo stesso impatto dell'ermetismo di Ungaretti e Quasimodo, ma credo che anticipi un nuovo modo di scrivere il verso, meno arroccato su se stesso, ma disteso, dolce e malinconico, arreso al cambiamento, ancora fiducioso del divenire.
Fortissimo il richiamo alla poesia di Quasimodo "Ed è subito sera".






Diego Valeri nasce a Piove di Sacco, provincia di Padova,  il 25 gennaio 1887 da Abbondio e Giovanna Fontana.  Terzo figlio della coppia, Diego è schivo, molto legato alla madre, me non col padre, una persona facile all’ira. Poco dopo la sua nascita, la madre decide di lasciare il marito e la vita agiata che offriva, per trasferirsi coi figli a Padova, nonostante le ristrettezze che la aspettano.  Valeri riesce pima a diplomarsi al liceo “Tito Livio” e poi a laurearsi in lettere  a soli ventuno anni nella università  patavina.  In quegli anni conosce Maria Minozzi che sposerà.  Nel  1911 suo fratello Ugo,  pittore incompreso, muore suicida. Ricordandolo, Valeri scrive: “La tragica morte di mio fratello Ugo fu talmente dolorosa per me, che poi, per oltre cinquant’anni, non ho avuto l’animo di scrivere su di lui e sulla sua arte neppure una pagina. Mio fratello, aveva quattordici anni più di me, ma fu a me vicinissimo e apertissimo sempre, anche quando eravamo fisicamente lontani, non somigliò mai a quel bohèmien scapigliato e burlone che qualche giornalista grosso inventò [...] ad uso e sollazzo del pubblico grosso. Egli fu, al contrario, uno spirito tormentato e un cuore sensibile, diciamo pure sentimentale, che, trovandosi a dover lottare senza quartiere per la sua arte contro la generale incomprensione del pubblico e della critica, sofferse moltissimo di non essere ‘creduto’” . La frequentazione con Ugo gli consente di conoscere altri pittori della città e gli trasmette amore per la pittura, per la bellezza dei paesaggi naturali. L’anno successivo, vince il concorso per la cattedra di italiano e latino nei licei e una borsa di studio per un corso di perfezionamento alla Sorbona e all’École pratique des Hautes Études di Parigi. Fino al 1926 Valeri insegna italiano e latino nei licei di Monza, Pinerolo, Ravenna, Voghera, Rovigo, Cremona, Vicenza e Venezia. E’ un socialista convinto e dopo l’avvento del fascismo, per non essere iscritto al Partito Fascista, viene dapprima escluso da un concorso, restando ad insegnare come professore incaricato e successivamente viene allontanato anche dall’insegnamento secondario. Inizia a lavorare alla Sovrintendenza delle Belle Arti di Venezia e assume un ruolo di primo piano nell’ambiente antifascista. Quando Mussolini viene arrestato, Valeri assume la direzione del quotidiano veneziano “Il Gazzettino”, che trasforma in un giornale libero, indipendente, antifascista. Il 13 agosto 1943, il suo primo articolo da direttore Valeri scrive: “Tutti abbiamo in cuore almeno un viso di giovane caduto per il nostro paese, combattendo uno contro dieci, ad armi impari, senza illusioni e, spesso, senza speranze. Tutti sappiamo di altri giovani che han sofferto e soffrono tuttavia (ma perché?) il carcere dei delinquenti comuni per aver servito un’idea politica non conforme all’idea tipo. Ebbene: quei morti garantiscono per i vivi questi reclusi testimoniano per la libertà. Gli uni e gli altri ci assicurano che una gioventù italiana degna di questo nome, esiste pur sempre; ci annunciano che un nuovo fiore sta per aprirsi al sole nuovo di queste tempestose giornate. E vero frutto verrà dopo il fiore.” Dopo l’8 settembre 1943 si rifugia in Svizzera in esilio, dapprima destinato al campo di Mürren, nello Jungfrau, a duemilacinquecento metri d’altezza. Con lui sono esuli Amintore Fanfani, Dino e Nelo Risi, Giorgio Strehler. Insieme ad altri professori esuli organizza un’università popolare, mantiene una fitta corrispondenza con la famiglia e la sua principale preoccupazione nel periodo di “permanenza forzata” in Svizzera, è quella di mandare degli aiuti alle sue donne che lo aspettano. Non è facile ricostruire gli eventi e le circostanze precise di cui si compone la vita di Valeri, principalmente perché il suo modo di fare è caratterizzato sempre da una forte riservatezza, egli stesso è solito affermare: “Non è nelle mie abitudini, parlare tanto di me”. Dopo la guerra ottiene la revisione di uno dei concorsi universitari da cui era rimasto escluso per non essere iscritto al Partito Fascista, classificandosi al primo posto e viene subito chiamato dalla Facoltà di Lettere dell’Università di Padova come Professore Ordinario di Letteratura francese e Incaricato di Storia della Letteratura italiana moderna e contemporanea. Incarico che mantiene fino al 1957 anno in cui esce di ruolo per raggiunti limiti di età, ottenendo la qualifica di Professore Emerito.  Nutre un grandissimo affetto per le sue due figlie Giovanna e Marina (chiamate da lui amorevolmente Nini e Momi). In una lettera dell’1 febbraio 1948 loro indirizzata, Diego Valeri scrive : “Io sono sempre dell’opinione che espressi una volta [...]: che se avessi potuto scegliere prima le mie figliole, avrei scelto proprio voi [...] E’ la pura verità: vi avrei fatto così come siete, se avessi potuto farvi con intenzione...”.  A oltre ottant’anni accusa problemi cardiaci e Venezia  con i suoi numerosi ponti, si fa faticosa da vivere, così nel marzo del 1976, Valeri si  trasferisce dalla figlia a Roma, dove morirà qualche mese più tardi, il 27 novembre, nella clinica Villa Claudia. Sulla sua casa a Venezia, in Calle Cereri, n. 2448 B, vicino ai Carmini, è stata affissa una targa in sua memoria, su cui si legge la prima lirica della raccolta Calle del vento:




E così te ne vai tu pure estate


E così te ne vai tu pure, estate.
Di giorno in giorno più breve è la luce,
più basso il cielo.
Un'ala lunga di vento
si stende liscia su la faccia del mondo.
E’ il vento umido, molle, delle sere precoci.
Cosa più resta al vecchio cuore
che già si gonfia di pianto?
Restano le tristi dolcezze di autunno
E la luce dell’ultima sera.

(Diego Valeri, Poesie, Ed. Mondadori)






domenica 23 settembre 2012

NON HO CAMMINATO NEI TUOI SOGNI - BORIS RYZYJ


In questo testo di Boris sembra quasi di vederne le cancellature, tale è l'immediatezza, l'impetuosità di questi versi.
In generale, di Ryzyj mi hanno sempre colpito i suoi versi inconsueti, diversi da quelli cui sono abituata, non a caso Wikipedia li definisce "a volte volgari e spavaldi, altre volte formali". 
C'e quasi una rabbia repressa anche in una poesia che - dovrebbe - essere dolce, come questa. 

Riparo alla omissione della biografia nel mio primo inserimento. Al tempo non avevo pensato di cercare nelle pagine Russe. 







Boris Ryzhy Borisovich (in Russo Борис Борисович Рыжий) nasce a Chelyabinsk l'8 settembre 1974 e cresce a Sverdlovsk, città industriale degli Urali, cupo regno delle miniere, dove suo padre fa l'ingegnere minerario. Pare sia stato un territorio popolato per mille anni da poliziotti e ladri in parti uguali. Si dice sia cresciuto in mezzo ad ex detenuti, risse e bagordi, iniziando a 14 anni a scrivere poesie. E' più noto come campione di pugilato ed a lui piace quella immagine di sè. A 18 si sposa. A venti ha un figlio. Si laurea nel 1998 in geofisica e geoecologia presso l'Accademia mineraria degli Urali e si specializza in geofisica, nel 2000 presso a sezione degli Urali dell'Academia russa delle scienze, diventando ricercatore geo fisico degno di menzioni accademiche per aver pubblicato numerosi articoli scientifici. Al momento della sua morte, Boris aveva iniziato ricevere riconoscimenti per le sue poesie ed era considerato come uno dei maggiori poeti della sua generazione. Aveva ricevuto l'Anti-Booker Prize ed aveva accettato di partecipare al Festival di Poesia di Rotterdam. Ma come tutti i poeti, indossava una maschera. “Di tutti i suicidi possibili l’impiccagione è il più triste perché rivela un disprezzo di sé peggiore di qualsiasi altra morte. La pallottola nella tempia uccide un infrequentabile avversario. Ripara un torto. Nobilita il morto. Il fuoco lo santifica. L’acqua gli dà un nuovo battesimo. Ma ci si impicca perché ci si disprezza, vecchio straccio, oggetto di rifiuto”.
Il cadavere venne rinvenuto il 7 maggio 2001. Il poeta si era impiccato ricorrendo alla maniglia di una porta intorno alla quale aveva fatto scorrere la corda. Lasciava, a soli 26 anni, un figlio, Artjom (nato nel 1994) ed una moglie, Irina.
Dopo la sua morte inizia ad essere conosciuto anche fuori dalla Russia e alcuni suoi testi sono stati tradotti  in inglese, italiano, tedesco e olandese.






 

Non ho camminato nei tuoi sogni...

 

Non ho camminato nei tuoi sogni,
nè mi sono mostrato in mezzo alla folla,
non sono apparso nel cortile
dove pioveva o meglio cominciava
a piovere (questo verso
lo cancello e non lo sostituirò),
era allettante credere, come uno stupido,
che ti avrei incontrato presto,
eri tu che mi apparivi in sogno
(e mi prendeva una dolce tenerezza),
mi sistemavi i capelli sulle tempie.
Quell'autunno perfino le poesie
in parte mi riuscivano bene
(però mancava sempre un verso o una rima
per essere felice).





Борис Рыжий


Я по снам по твоим не ходил
и в толпе не казался,
не мерещился в сквере, где лил
дождь, верней - начинался
дождь (я вытяну эту строку,
а другой не замечу),
это блазнилось мне, дураку,
что вот-вот тебя встречу,
это ты мне являлась во сне,
и меня заполняло
тихой нежностью, волосы мне
на висках поправляла.
В эту осень мне даже стихи
удавались отчасти
(но всегда не хватало строки
или рифмы - для счастья).



sabato 22 settembre 2012

E TUTTO PASSERA' - MARIA ANTONIETTA LE QUESNE


A questo autore sono arrivata tramite Poemas del Alma. E' un sito letterario su cui si possono pubbicare le proprie poesie...in spagnolo, ma che contiene numerose poesie di autori affermati. Questa era la "poesia del giorno" dell'altro ieri che mi aveva sinceramente commosso anche prima di averla tradotta. 
Il problema più grosso è stato trovare notizie di Maria Antonietta. Nei siti di lingua italiana è sconosciuta, ma anche in quelli di lingua spagnola e inglese (sempre molto accorti a recensire e pubblicare ogni autore valido). Per le notizie biografiche, ho integrato quelle scarne reperite in rete, con quelle che mi ha fornito l'amica Alejandra Ziebrecht (la ricordate?), cilena come la Le quesne e che ringrazio per la disponibilità.
Quanto al testo della poesia, vi rimando all'introduzione della antologia che ho riportato, traducendola. 
Non credo siano necessari ulteriori commenti.







Maria Antonietta Le Quesne nasce a Santiago nel 1895. Collaborò nel 1918 con la rivista “Selva Lirica” diretta da Segura Castro e J. Egana e nel 1919 col periodico di Arte "Númen"di Valparaiso.
Nel 1920 fu segretaria della rivista letteraria “Siembra”.
Muore nel 1921 di tubercolosi a ventisei anni e nello stesso anno viene pubblicata postuma dall'editore Ateneo di Valparaiso, una selezione di poesie da “Recodo Azul”, uno dei suoi due libri inediti, l'altro era "Otoño".
Più tardi le Edizioni “Juventud” pubblicarono la sua opera completa.

"Delicata e profonda, questa poetessa dalla esistenza martirizzata, lega il suo verso alla tremenda disperazione di sentire sfuggire la vita. Il suo pensiero imprigiona a volte sottili ansie: il lamento di amore nascosto, il battito affrettato del suo respiro ansimante. Non si preoccupa della forma. È solo animata da una forza segreta per lanciare velocemente gli ultimi scampoli di vita nelle sue strofe. Frasi semplici, dolorose che portano il messaggio singhiozzante della sua gioventù, ribellata contro l'implacabile fatalità."
(dal libro “La mujer en la poesia chilena (1784-1961)” a cura di Maria Urzua y Ximena Adriasola, Editore Nascimiento, Santiago, 1963, Cile)







E TUTTO PASSERA'


So che ci sono segni che mettono
un limite alla mia vita...

La Morte?
Credo a lei come alla Primavera:
più ansie che cure...
(Però penso alla tomba
e sento freddo, fratelli...)
….................................
….................................

Un pomeriggio di autunno
i fiori tremeranno nelle vostre mani,
una volta, vostre profumate sensazioni
e cadranno nella mia tomba, con la rinunzia
dei bambini, cuori sanguinanti ...

E tutto passerà...
verrà il crepuscolo,
tornerete, abbattuti, i più affezionati
- dopo che mi avrete salutato - alle vostre case...
penserete qualche ora alla morte,
e tutto passerà ….

Dopo verrà l'inverno
e piangerà l'angoscia
delle inquietudini di secoli
nella mia vecchia emozione
e filtrerà le sue lacrime,
senza un aroma nuovo
di mani affettuose,
sopra il mio cuore...


Y todo pasará

Yo sé que hay signos que a mi vida marcan
un límite cercano...

¿La Muerte?
Pienso en ella como en la Primavera:
más ansias que cuidado...
(Pero pienso en la tumba
y siento frío, hermanos...)
....................................................
....................................................

Una tarde de otoño,
las flores temblarán en vuestras manos,
una vez, sus fragantes emociones
y caerán en mi tumba, con blandura
de infantiles, sangrantes corazones...

Y todo pasará...
Vendrá el crepúsculo,
tornaréis, cabizbajos, los más fieles,
—que me habréis despedido— a vuestro hogar...
pensaréis unas horas en la muerte,
y todo pasará...

Luego vendrá el invierno
y llorará la angustia
de inquietudes de siglos
en mi vieja emoción
y filtrará sus lágrimas,
sin un aromo nuevo
de manos cariñosas,
sobre mi corazón...



domenica 18 dicembre 2011

TRA DI NOI - ALEJANDRA ZIEBRECHT

Da qualche tempo, quando inserisco delle poesia di autori stranieri, mi sono profissa di trovare la poesia nella lingua originale. Questo perchè a volte ho trovato delle versioni della stessa poesia ridotte arbitrariamente da non sapere più quale sia quella giusta. Così sono capitata nel sito 

 Fundación Cultural Latinoamericana

e non ho resistito a leggere le poesie che erano inserite in quel sito. Tra le tante, mi ha colpito molto questa di Alejandra; aveva un tono pacato, un uso sciolto della metafora ed era anche di facile intuizione quindi con pochi dubbi di interpretazione. Cosa desiderare di più? La sua autorizzazione, naturalmente, che ho recentemente ottenuto. Quindi ecco  la mia traduzione della sua poesia; dovrebbe essere la  seconda tradotta in italiano. Se conoscete lo spagnolo, potete trovare molte sue poesie in rete lanciando una ricerca con il suo nome; io vi segnalo il suo blog che è http://alejandraziebrecht.blogspot.com/.


 



Alejandra Ziebrecht è poeta, docente di letteratura e promotrice culturale. Nata a Concepción, Chile, nel 1959. Fondatrice di círcoli letterari nelle città di Talcahuano e Concepción; redattrice della rivista  "Casa de la Juventud". Nel 1999 fondò il Centro Culturale  “Miguel Hernández” e nel 2000 la "Casa del Escritor de Chile".
Ha ricevuto vari premi, come il  Premio Municipal de Arte y Cultura di Talcahuano, il Premio Migliore Opera Edita del Consejo Nacional del Libro, Género Poesía (2001). Le sue poesie appaiono in varie antologie e riviste.
Numerosi i libri:
EL SUEÑO, Mosquito Comunicaciones 2009.
El Juego del condenado. Santiago: Lom, 2002. 
Nochedumbre. Santiago: Lom, 2000. 
Diario de Infancia. Argentina: Argos, 1999.  
A través del Espejo. Concepción: Etcètera,1999. 
Enrompecaída. Concepción: Letra Nueva,1996. 
Dos Poetas. Concepción: Letra Nueva, 1994.






TRA DI NOI


Chi ha detto che non valeva la pena
prolungare i giorni bui dell'autunno
le orme sulle foglie
e versi come grandine
Il pane umido
la tua bocca impetuosa
i tuoi denti carnivori
Il mondo
cade ai tuoi piedi.

Chi ha detto che non valeva la pena
morire
dopo aver visto l'autunno
impadronirsi delle case
e sistemarsi sotto i letti
Le mie colline piangono lacrime di fango
ci appartiamo per poter
scampare a questo autunno
così incupito
Solo la follia della mia mano
sul tuo ventre
è una breve estate
una pioggerella tra due bufere.



Entre nos

Quién dijo que no valía la pena
prolongar el otoño de días oscuros
las pisadas sobre las hojas
y los versos como granizos
El pan húmedo
tu boca tempestad
tus dientes carnívoros
El mundo
cae en tu rodilla

Quién dijo que no valía la pena
morir
luego de ver al otoño
apoderarse de las casas
Instalarse debajo de los catres
Mis cerros lloran lágrimas de barro
Nos apareamos por necesidad
de esquivar este otoño
tan ennegrecido
Sólo la locura de mi mano
en tu vientre
es un verano breve
una llovizna entre dos tempestades.


sabato 26 novembre 2011

AUTUNNO - VINCENZO CARDARELLI

sabato, 05 novembre 2011
 
Ho fatto un passo indietro nel tempo e non mi sono allontanata molto. Ma questa poesia mi sembra così tanto tristemente attuale, con le emergenze-maltempo di questi giorni, che quel "brivido persorse la terra / che ora, nuda e triste, / accoglie un sole smarrito" sembra un verso scritto per quei paesi della Liguria e del Piemonte.
Vincenzo Cardarelli, pur essendo uomo di fine ottocento, è stato anche un uomo razionale, che non si è lasciato trasportare dai sentimenti, ma li ha gestiti dentro il suo essere semplice e misurato.





AUTUNNO

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d'agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora che passa e declina,
in quest'autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.


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domenica 20 novembre 2011

SILENZIOSA, SVETTANTE - RYSZARD KRYNICKI

lunedì, 27 dicembre 2010
SILENZIOSA, SVETTANTE - RYSZARD KRYNICKI
 
Ogni minima cosa diventa pretesto per condividere, ma quando non hai nessuno con cui farlo, ecco arrivare lancinante la consapevolezza, quella del suo verso ultimo.




SILENZIOSA, SVETTANTE

Silenziosa, svettante,
la luce del primo autunno
ha brillato fuori dalla finestra.

Mi manchi.




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MORTE DI UNA STAGIONE - ANTONIA POZZI

sabato, 25 settembre 2010
MORTE DI UNA STAGIONE - ANTONIA POZZI
 
E' sorprendente la stesura di questa poesia.
Lo stile  è fresco, moderno; la resa poetica asciutta e piena di significati.
Certo, ognuno adatta la poesia al proprio vissuto: questo è uno degli indicatori del gradimento o meno di una lettura.
Ma c'è anche l'interpretazione dei versi.
Penso di aver già espresso questa mia (innocua) convinzione e mi scuserete se mi ripeto.
Ma ha un senso leggere passivamente una poesia? Leggerla per il solo gusto di ascoltare come suonano bene insieme  le parole come per esempio
"entro un tuonare lugubre di pietre"
senza chiedersi quali pietre tuonano lugubramente?
E' solo un esempio, naturalmente, ma se faccio finta di essere Antonia ed indosso la sua vita, quali motivi mi spingono a scrivere quei versi?
Le memorie dell'estate rappresentano un suo amore forse non proprio finito, ma ostacolato, proprio per via di quel verso di cui dicevo prima (sembra quasi voler descrivere una frana) e quell'esplorare nel buio il "pericolo dei ponti", è forse la paura che questi crollino, che si interrompano i contatti.
Tornando ad una calma relativa, metaforicamente all'alba, troviamo le rondini, simbolo di primavera, ma che migrano ai primi accenni dell'autunno, ancore incerte se andare o restare, messe a simbolo, forse, dell'indecisione dell'autrice stessa.
Guardati  da questa angolazione, i versi  hanno  un nuovo sapore.





MORTE DI UNA STAGIONE


Piovve tutta la notte
sulle memorie dell'estate.
Al buio uscimmo
entro un tuonare lugubre di pietre,
fermi sull'argine reggemmo lanterne
a esplorare il pericolo dei ponti.
All'alba pallidi vedemmo le rondini
sui fili fradice immote
spiare cenni arcani di partenza
e le specchiavano sulla terra
le fontane dai volti disfatti.





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GIA' LA PIOGGIA E' CON NOI - SALVATORE QUASIMODO

mercoledì, 15 settembre 2010
GIA' LA PIOGGIA E' CON NOI - SALVATORE QUASIMODO

Non avrei mai pensato di dirlo: amo Quasimodo.
Questa sua poesia è perfetta per questo inizio d'autunno.
Chissà perchè l'autunno inizia in genere con un acquazzone.



“Notturno con pioggia” acquerello del pittore faentino Silvano Drei, raffigura la piazza del Popolo di Faenza.


GIA' LA PIOGGIA E' CON NOI

Già la pioggia è con noi,
scuote l’aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre i recinti degli orti.

Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d’improvviso un giorno.



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