domenica 22 marzo 2015

LETTERA A UNO CHE NON VISSE COME VOLEVA - EUNICE ODIO

Direi che oggi, Giornata Internazionale della poesia, è la giornata ideale per inserire un nuovo autore e quasi inedito in italia con una poesia tratta da COME LE ROSE DISORDINANDO L’ARIA” un volume che raccoglie una ampia selezione di poesie, curato e tradotto da Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli, in uscita nel prossimo aprile per la Casa Editrice Passigli.
Dalla quarta di copertina:
"La poesia di Eunice Odio è stata oggetto di una grande riscoperta negli ultimi anni; una poesia che certamente si avvicina alle esperienze del surrealismo, introdotto in America Latina in particolare dal poeta cileno Vicente Huidobro (e che peraltro arrivò a influenzare anche il giovane Pablo Neruda), ma che qui non vuole mai allontanarsi da una radice profondamente concreta, fisica, corporea. [ ] Ma l’originalità dell’opera poetica di questa scrittrice appare oggi ancora più netta ed è un  tutt’uno con il suo spirito indomito e indipendente. [ ] per capire ancora più a fondo la poesia di Eunice Odio è necessario comprendere la solitudine che sempre accompagnò la sua vita, un senso di perdita costante che la portava a celebrare con lucidità profonda ogni aspetto dell’esistenza come ricerca estenuante dell’amore totale e terreno, come dono naturale ed unico consegnato interamente in ogni gesto e parola.”
Sono sicura che per me sarà una gradita scoperta, una collezione di figure e sensazioni forti come già la poesia qui presentata ci propone.






Yolanda Eunice Odio Infante nasce a San José (Costa Rica) da Don Aniceto Odio Escalante e doña Graciela Infante Álvarez un 9 di Ottobre. Curiosamente, ma probabilmente per colpa della stessa Eunice che rimuove l'anno dalla sua data di nascita, per molto tempo viene creduto essere il 1922. Successivamente la studiosa Alicia Miranda Hevia lo rettifica, documenti alla mano, nel 1919. 
Inizia a studiare presso la scuola Delia U. de Guevara e il Collegio superiore per giovani signorine, completando poi gli studi con vaste letture, in particolare poesie moderne. A 16 anni ha una relazione con il poeta Roberto Brenes Mesén. Si sposa con l'Avvocato Enrique Coto Conde ma il matrimonio fallisce dopo solo due anni e messo, ma le permette di accedere alla vasta biblioteca della famiglia del marito.
Viaggia molto, Nicaragua, El Salvador, Honduras, Guatemala, Cuba e Stati Uniti e rientra nel paese mei primi anni quaranta. Le sue poesie sono lette alla radio con lo pseudonimo di Catherine Mariel e pubblicate sui periodici La Tribuna e Mujer y Hogar. Nel 1947 partecipa e vince il concorso centroamericano di poesia con la raccolta inedita "Gli elementi terrestri" che verrà pubblicato un anno dopo, si reca in Guatemala per ritirare il premio e dare a lezioni e conferenze ma decide di restare là, ne acquisisce la nazionalità e lavora presso il Ministero dell'Istruzione . Nel 1955, problemi personali la costringono a stabilirsi in Messico, dove restera quasi ininterrottamente fino alla sua morte.
Nel 1956 subisce due lutti: di suo padre e della sua amica narratrice e saggista Yolanda Oreamuno che assiste nella sua infermità e che muore tra le sue braccia.
L'anno successivo invia "Transito di fuoco" al concorso di cultura di San Salvador. Gli organizzatori non ricevono il plico in tempo e resta fuori concorso però il merito del suo lavoro è innegabile e le viene concesso un premio equivalente alla metà di quanto è riservato al secondo classificato oltre alla pubblicazione. Ancora oggi è considerato il suo libro migliore e uno dei più grandi successi della poesia centroamericana del XX Secolo.
Nel 1962 ottiene la cittadinanza Messicana; lavora nel giornalismo e come traduttrice. Pubblica diversi articoli contro il comunismo e Fidel Castro che le valgono l'inimicizia della intellighenzia di sinistra messicana e conseguenti ostacoli nel lavoro. Negli ultimi anni la sua vita è sostenuta dall'alcol e da una rabbia che la rende insopportabile, tanto che nelle note del suo libro postumo si parla di lei come una donna passionale, piena di ansia dolorosa, aggressiva, viscerale e strana.
Muore a Città del Messico in assoluta solitudine e in una data incerta; il suo corpo viene ritrovato nella vasca da bagno dieci giorni dopo il decesso e c'è anche un errore di trascrizione del mese, da marzo a maggio.
Ci sono anche pareri discordi anche sulle presunte cause della morte di Eunice: il suicidio da veleno, incidente domestico (slittamento nella vasca), congestione alcolica, congestione viscerale, fino all'omicidio.
Comunemente la data in cui viene ricordata è quella del 23 marzo 1974.










LETTERA A UNO CHE NON VISSE COME VOLEVA

Fratello, amico mio,
è per te questa carta che si è fatta aspettare
come i germogli del petto nell’estate.
Ti scrivo che ho pensato molto a te
e ti vedo adesso con il tuo collo inchiodato
che fugge dal torace e dalle mani:
con questo tuo modo di tenere gli zigomi
fuori di te,
più lontano dalla tua pelle che dal tuo nome.
Come credo ti dissi, giungerò d’improvviso
un giorno in cui nessuno viaggia,
un giorno ineguale che accorrerà ai miei occhi
quando io lo chiamo
e si sfilaccerà nel mio profilo
cresciuto di grappoli e di greggi.

Però adesso, precisamente adesso,
che ho di fronte una madre di Picasso
della epoca azzurra,
una madre inondata dei suoi materni echi
e dei suoi stessi verbi circondata,
dalle cui labbra sbocca un bimbo
intermittente e minimo,
precisamente adesso – dico –
mi viene la tua casa nel ricordo
e so, dall’odore e dalla passione e dal tatto,
che cosa mi dirai quando ritorni:
del colpo nella quiete del bambino
e del grembiule con iniziali,
all’ordine del giorno negli accordi familiari.

«Povero piccolo, cascò dall’arancio
la scorsa settimana, tutto intero cascò,
e non gli rimase altro
che una parte minima di labbro,
per piangere a dirotto per le ginocchia
e il vestito e la caduta.»
E la ragazza altissima con palpebre d’uva,
dove discorrono nella sera le rondini,
e la zia con pettinini nella chioma odorosa
e le braccia dolcissime.

E il pane in controluce di velluto
sui declivi dentro cesti abbagliati,
il pane udito sempre,
nella forma mutevole di braccia,
il molle pane
fratello primogenito del grano,
il cui fianco si ruppe in pianura.
Il pane, fratello,
il pane,
pane della tua casa
e della mia
e del fratello eterno che ci segue.
Il pane che giustifica la mitezza in pace,
quello che ci fa guardare verso l’alto la terra,
quello del lievito che trascorre in un abbraccio.
Il pane dell’uomo che riposa
col mio collo nella sua anima
ed il mio ventre in suo figlio;
il tuo,
il mio,
quello di tutti.
È per lui che,
quando nelle vendemmie imbrunisce,
tutti domandano se arrivò alla bocca,
o se è il suo odore di abituato albore
che ritorna alla bocca,
che prima del pane incarna
ed è il verbo e la voce di colomba.

Ti ho raccontato del pane,
fratello,
e della casa
dove il lievito cresce nella notte
e lo si sente sollevare
l’edificio del sangue;
dove il lievito
organizza il silenzio che lo abita,
aggruppa l’aria
e fonda l’acqua che lo fanno
profonda materia radunata e pura.

Ho poco ormai da raccontarti,
se non fosse che per svelarti tutto questo
ho lasciato momentaneamente tra le mie cose:
libri, quadri, vesti,
il mio cuore in un ramo,
e sono adesso così vicina alla sua assenza
che quasi ne ignoro la causa;
tanto assoggettata a lui che devo già tornare,
senza attardarmi,
per aiutarlo a realizzare il suo compito
di palpitare a tempo e di bastarmi.



CARTA A UNO QUE NO VIVIÓ COMO QUISO

Hermano, amigo mío,
para ti esta carta que se hace esperar
como los renuevos del pecho en verano.
Te cuento que he pensado mucho en ti
y te veo ahora con tu cuello enclavado
huyéndole al torso y a las manos:
con esa tu manera de tener los pómulos
fuera de ti,
más lejos de tu piel que de tu nombre.
Como creo que te dije, voy a llegar de pronto
un día en que no viaje nadie,
un día desigual que acudirá a mis ojos
cuando yo lo llame
y desfilará por mi perfil
crecido de racimos y rebaños.

Pero ahora, precisamente ahora,
teniendo frente a mí una madre de Picasso
de la época azul,
una madre inundada de sus maternos ecos
y de sus propios verbos circundada,
por cuyos labios desemboca un niño
entrecortado y mínimo,
precisamente ahora – digo –
me aviene tu casa al recuerdo
y sé, por el olor y la pasión y el tacto,
lo que me va a decir cuando regrese:
lo del palote en la quietud del niño
y lo del delantal con iniciales,
a la orden del día en los acuerdos familiares.

«Pobre pequeño, se cayó del naranjo
la semana pasada, todo entero cayó,
y no le quedó arriba
más que una parte mínima de labio,
para llorar muy alto por la rodilla
y el vestido y la caída.»
Y la muchacha altísima con párpados de uva,
donde discurren por la tarde las golondrinas,
y la tía con peinetas en el pelo oloroso
y los brazos dulcísimos.

Y el pan a contraluz de terciopelo
a cuestas en los cestos deslumbrados,
el pan oído siempre,
en la forma mudable de los brazos,
el tierno pan
hermano primogénito del trigo,
cuya cadera se quebró en el llano.
El pan, hermano,
el pan,
pan de tu casa
y de la mía
y del hermano eterno que nos sigue.
El pan que justifica la blandura en paz,
el que hace que miremos para arriba la tierra,
el de la levadura trascurrida en un abrazo.
El pan del hombre que reposa
con mi cuello en su alma
y con mi vientre en su hijo;
el tuyo,
el mío,
el de todos.
Por el que,
cuando en las vendimias anochece,
todos preguntan si llegó a la boca,
o si es su olor de acostumbrada albura
que regresa a la boca,
que antes que el pan encarna
y es el verbo y la voz de la paloma.

Te he hablado del pan,
hermano,
y de tu casa
en que la levadura crece por la noche
y se la siente levantando
el edificio de la sangre;
en que la levadura
organiza el silencio que la habita,
agrupa el aire
y funda el agua que la hagan
honda materia congregada y pura.

Poco tengo ya que decirte,
si no es que para hablarte de todo esto
he dejado momentáneamente entre mis cosas:
libros, cuadros, trajes,
mi corazón en rama,
y estoy ahora tan cerca de su ausencia
que hasta ignoro su causa;
tan por debajo de él que he de regresar ya,
sin tardarme,
para ayudarle a realizar su oficio
de palpitar a tiempo y alcanzarme.























mercoledì 28 gennaio 2015

CORTILE - JORGE REIS-SA

Dal sito di Parco poesia e in attesa di pubblicazione da parte della Edizioni Kolibris, una poesia di quella che è considerata una  delle più importanti voci della giovane poesia portoghese. Sono dei versi dedicati al padre. Un tema di difficile svolgimento ma che dimostra quanto Jorge sappia imbrigliare l'emozione per renderla in modo apparentemente semplice e quanto sia meritata la considerazione di cui gode.
Ma in verità tutti i versi dedicatigli sono pieni di un amore sconfinato, tanto da farmi sentire un poco in colpa per non avere avuto dentro la stessa calda preoccupazione,  il pensiero costante negli anni, la percezione quotidiana di una presenza. Certo, ognuno vive e risolve i suoi lutti in modo personale e fa, nella contingenza della malattia, quello che fa. E' che il suo modo, così come è raccontato, sembra così puro, ineccepibile e logico...
Queste sono considerazioni di cuore me ne rendo conto, ma sono motivate e sostenute senza dubbio dalla accessibilità dell'emozione, offerta senza pudore e sviscerata fino al sanguinamento e in fondo la poesia è prima di ogni altra cosa sentimento tradotto, o tradito se preferite, con parole cucite assieme da quell'insieme di figure retoriche in continua evoluzione.
Mai come questa volta credo in un autore e se è vero come dicono, che riesco a distinguere tra verso e Verso, Jorge avrà un cammino felice, costellato di molti riconoscimenti.




 Jorge Reis-Sá è nato a Vila Nova de Famalicão, una piccola città nel Nord del Portogallo, il 9 aprile 1977. Tra il 1994 e il 2000 ha studiato Astronomia e Biologia presso la facoltà di Scienze alla Università di Porto, resta come tirocinante di Patologia Molecolare e Immunologia studiando la genetica delle popolazioni. Interrompe per fondare la  Quasi Edições, che ha diretto dal 1999 al 2009, anno della chiusura ed è stato direttore editoriale di Babel dal 2010 al 2013. Ha curato numerose antologie, tra cui ricordiamo Poemas portugueses, la più completa antologia di poesia pubblicata in Portogallo. La sua opera poetica è racchiusa nel volume Instituto de Antropologia. Ha inoltre pubblicato i romanzi Todos os dias e O Dom, e i libri di racconti, Por ser preciso e Terra. È assiduo collaboratore di vari giornali e riviste portoghesi, come “Público”, “LER” e “Sábado”, tra gli altri. I suoi due romanzi sono stati pubblicati in Brasile dalla Record e suoi testi sono stati tradotti in italiano, spagnolo, inglese e lituano. Ha appena terminato il suo terzo romanzo. Vive a Lisbona con la moglie e il figlio.





CORTILE


Avevo giurato di scordare i tuoi gesti in mezzo ai miei
versi, lo sai bene. Mi aveva detto che era ora di parlare
di farfalle; di Joana, la piccola che si nasconde nell’orto
della nonna. Ma ci sei, come tutti i giorni, talvolta un breve
ricordo, altre un dardo nel punto in cui dicono io abbia

un cuore. Oggi è stato un giorno tanto triste. Il tuo nome
sulla targa d’argento che il signor Albino dell’oreficeria
fece più di quindici anni fa. Era necessario dare alle
auto il nome del proprietario e tu, diligente, scrivesti
sulla Rover il tuo, inciso in argento e verità. Ci sei

perché oggi abbiamo venduto la tua auto. È sparito un altro
pezzo di te e ha fatto tanto male. Non bastavano il corpo e la
memoria con gli anni – papà, se un giorno ti scorderò per il
dolore, mi perdonerai? – anche le cose che ti davano
uno status si vanno perdendo a una a una. Gli abiti, dentro
l’armadio dell’ingresso, che mamma, quasi in silenzio, disse
d’aver dato via perché i vermi che ti smangiano la carne
inondano il tessuto che per anni la protesse. L’auto.Venduta,

che svaniva nella curva della strada. La vidi l’ultima volta
quando la portai fuori dal garage e piansi. Era te che stavo
perdendo un’altra volta. Restò il pezzo d’argento dove giace
il tuo nome e che custodisco come fa un figlio orfano con

la memoria del padre. Con il tuo corpo smangiato sotto al
marmo e il nostro pianto, mamma ha comprato un piccolo
baule per custodirti. C’è un pacchetto di tabacco, l’ultimo
che fumasti e che finì per ucciderti; i tuoi occhiali; la
tua vita in miniatura. Manca la tua fede che porto

al dito e che un giorno metterò là. (Papà, se un
giorno ti scorderò per il dolore, mi perdonerai?)


Trad. Chiara De Luca



QUINTAL


Eu tinha jurado esquecer os teus gestos no meio dos meus
versos, bem sabes. Tinha-me dito que era altura de falar
de borboletas; da Joana, a pequena que late no quintal
da avó. Mas aqui estás, como todos os dias, às vezes uma
curta recordação, outras um dardo no sítio onde dizem que

tenho um coração. Hoje foi um dia tão triste. O teu nome
na placa de prata que o senhor Albino da ourivesaria
fez há mais de quinze anos. Era necessário chamar aos
carros o nome do seu dono e tu, diligente, escreveste
no Rover o teu, gravado em prata e verdade. Estás aqui

porque hoje vendemos o teu carro. Desapareceu mais
um bocado de ti e dói tanto. Já não bastava o corpo e a
memória com os anos – pai, se um dia te esquecer pela
doença, perdoar-me-ás? – também as coisas que te davam
circunstância se vão gastando uma a uma. A roupa, no
armário da entrada, que a mãe, quase em silêncio, disse ter
dado porque os vermes que tragam a tua carne inundaram 
o tecido que tantos anos a protegeu. O carro. Vendido,

desaparecendo na curva da estrada. Olhei-o uma última
vez quando o tirei da garagem e chorei. Eras tu quem eu
perdia uma vez mais. Sobrou o bocado de prata onde jaz
o teu nome e que guardo como um filho órfão guarda

a memória de um pai. Com o teu corpo tragado debaixo
do mármore e do nosso choro, a mãe comprou um pequeno
baú para te guardar. Tem um maço de tabaco, o último que
fumaste e que te acabou por matar; tem os teus óculos; tem
a tua vida em ponto pequeno. Falta a tua aliança que trago

no dedo e que um dia lá colocarei. (Pai, se um
dia te esquecer pela doença, perdoar-me-ás?)






lunedì 26 gennaio 2015

da ‘SHOAH’ di Claude Lanzmann

Senza parole.





“Difficile da riconoscere, ma era qui.
Qui bruciavano la gente.
Molta gente è stata bruciata qui.
Si, questo è il luogo.
Nessuno ripartiva mai di qui.
I camion a gas arrivavano là...
C’erano due immensi forni...
e dopo, gettavano i corpi in quei forni,
e le fiamme salivano fino al cielo.
Fino al cielo?
Si.
Era terribile.
Questo non si può raccontare.
Nessuno può immaginare quello che è successo qui.
Impossibile. E nessuno può capirlo.
e anche io, oggi...
Non posso credere di essere qui.
No, questo non posso crederlo.
Qui era sempre così tranquillo. Sempre.
Quando bruciavano ogni giorno duemila persone, ebrei,
era altrettanto tranquillo.
Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro.
Era silenzioso. Calmo.
Come ora.”

tratto da ‘SHOAH’ di Claude Lanzmann


NOI EBREI - GERTRUD KOLMAR

Della Kolmar sono sono andate disperse molte poesie, soprattutto le ultime ma nonostante questo ne sono rimaste  450, delle quali pochissime tradotte in italiano. Un primo volume risale al 1990, Il canto del gallo nero, edito da Essedue Edizioni, un secondo molto più piccolo è del 2008, Metamorfosi e altre liriche edito dalla solita Via del Vento Edizioni.
In  Germania è raro trovarla nelle enciclopedie e il suo nome è quasi sconosciuto all'estero.
La sua storia ricorda molto quella di Antonia Pozzi, entrambe avevano una relazione osteggiata dai genitori, entrambe scelgono il suicidio come via di fuga, ma Gertrud trova poi il coraggio di vivere la scelta consapevole di restare, non la fuga come altri. Mi viene il dubbio che sia stato un modo per espiare una colpa che si sentiva addosso.
Le verrà reso onore postumo con l'apposizione  di una lapide a ricordo il 24 febbraio 1993 nella  Haus Ahornallee 37  a Charlottenburg, un sobborgo di Berlino e nella stessa città, una strada porta il suo nome  (ma quanti autori non hanno avuto nessuno a sopravvivergli, a raccogliere  i loro versi?).
Le poesie scritte tra il 1933 e il 1943 sono solenni  "La città è per me un vino colorato / in un levigato calice di pietra / che sta e brilla davanti alla mia bocca / e specchia la mia immagine nella sua cavità. / (La straniera) accusatoria "Vieni dunque e uccidi! / Per te posso essere solo un disgustoso animale: / io sono il rospo / e porto il gioiello. (Il rospo), dura e senza incertezze "Si affaticano come dementi, grigi, devastati, / separati dall’umanità variopinta, / irrigiditi, timbrati e marcati, / come bestiame da macello che aspetta il beccaio / e non conosce che il fetido truogolo e il recinto." (Nei lager).  Per molti versi ricorda la Acmatova davanti al carcere di Leningrado nel rispondere "Posso" alla domanda " Ma questo lei può descriverlo?" 
Diverse per intensità e calore sono invece le poesie dedicate all'amante, ma di quelle vi dirò in un prossimo post.






Gertrud Kolmar è lo pseudonimo scelto dalla scrittrice per sostituire il cognome di origine polacca e di difficile pronuncia: Chodziesner, che deriva da Chodziesen in Posnania, città da cui proviene la famiglia paterna. Di origini ebraiche, nasce a Berlino il 10 dicembre del 1984. Il padre Ludwig è avvocato penalista, la madre Elise una pianista. Ha tre fratelli, Margot Georg e Hilde. Frequenta la scuola secondaria a Berlino ed un corso di economia domestica ad Arvedshof, nei pressi di Lipsia e si dedica allo studio delle lingue, ottenendo un diploma per l’insegnamento del Francese, Inglese e Russo.  Intorno al 1916 ha una relazione con Karl Jodel, un ufficiale tedesco e sposato; resta incinta, ma la sua famiglia per la "convenienza" e la "buona reputazione" le fa pressione per abortire e chiudere il rapporto con Karl. Questa maternità negata produce in Gertrud un trauma da cui non si riprenderà mai, tentando il suicidio. Il padre per farle superare il dolore ottiene da un editore la pubblicazione di una sua raccolta di poesie, che esce nel 1917. Per lei si prodigheranno anche il cugino Walter Benjamin, filosofo e scrittore che intuisce subito il valore delle sue poesie, e Nelly Sachs conosciuta nelle serate di lettura della Lega della cultura ebraica.
Dal 1919 al 1927 lavora come istitutrice in Francia. Ritorna a Berlino nel 1928 per curare la madre ammalatasi di cancro e vi resta anche dopo la sua morte, quasi relegata nel giardino della sua casa assieme al padre anzano e malato.
Con le vicende storiche occorse in Germania, la famiglia è fortemente indebitata. Nonostante la nomina di Hitler a Cancelliere nel 1933, il crescente antisemitismo e l'applicazione delle leggi razziali, il padre resta convinto - come tantissimi altri ebrei in quello stesso periodo - che non possa succedere nulla alla sua famiglia in quanto tedesca e pienamente integrata.  Ma nel 1939 sono costretti a vendere la loro casa per trasferirsi presso la "casa degli ebrei".  Gertrud si dedica allo studio dell'ebraico:  
"Ieri, 14 maggio, dopo la quinta lezione, ho “combinato” la mia prima poesia in ebraico. Prima o poi te la farò sentire, forse è ancora imperfetta, però ne sono orgogliosa come lo sarà Sabine quando avrà scritto la sua prima “vera”parola." Lettera scritta alla sorella Hilda e datata 15 maggio 1940. 
Nel 1942 il padre viene deportato a Theresienstadt dove muore un anno dopo, mentre lei lavora come forzata nelle fabbriche di Berlino, scampando più volte alla deportazione perché giudicata una forza lavoro indispensabile, fino al 27 febbraio 1943  quando, durante la cosiddetta “Azione nelle fabbriche” viene arrestata assieme agli altri lavoratori forzati ebrei di
Berlino e condotta in un campo di smistamento. Il 2 marzo del 1943, sale sul treno del "Trentaduesimo trasporto dall'Est" verso Auschwitz, dove muore.








NOI EBREI


Solo la notte è in ascolto: ti amo, ti amo popolo mio,
voglio abbracciarti forte,
come una donna fa col suo compagno alla gogna, nella fossa,
la madre non lascia il suo figlio ingiuriato precipitare da solo.

E se un bavaglio ti soffoca in gola il grido straziato,
e - crudeli - ti legano le braccia tremanti,
lasciami essere la voce che cade nell’abisso dell’eternità,
la mano che si tende a toccare Dio in cielo.

Dalle rocce delle montagne il Greco trascinò giù i suoi pallidi dei,
e Roma lanciò sulla terra uno scudo di ferro,
un turbinio vorticoso dal cuore dell’Asia, orde di mongoli si sollevarono,
gli imperatori da Aquisgrana seguivano il sud con lo sguardo.

E la Germania e la Francia portano un libro e una spada fiammeggiante,
sulle navi l’Inghilterra percorre un sentiero d’argento e d’azzurro,
e la Russia è un’ombra che incombe, una fiamma arde sul suo focolare,
e noi, noi siamo nati dal patibolo e dalla forca!

Questo cuore che scoppia, trasudare di morte, senza lacrime gli occhi,
e al palo della tortura il gemito eterno che il vento, ululando, consuma,
e la mano scarna - le vene come vipere verdi - la povera mano
che lotta contro la morte fra roghi e capestri.

L’inferno ha bruciato la barba canuta, gli artigli del diavolo l’han fatta a brandelli,
l’orecchio mutilato, le ciglia strappate; gli occhi, velati, si offuscano:
Oh, voi ‘ Quando giunge l’ora fatale, qui ed ora, io voglio alzarmi,
voglio essere il vostro arco trionfale attraverso il quale passano le pene e i tormenti!

Non bacerò la mano che agita il turgido scettro dei pieni poteri,
non bacerò il ginocchio di bronzo, ne il piede d’argilla del dio d’un tempo crudele;
Oh, potessi - io, fiaccola ardente - levare la voce
nell’oscuro deserto del mondo: giustizia! giustizia! giustizia!

Caviglie. Ho trascinato catene, risuona il mio passo di prigioniero.
Labbra. Serrate, sigillate da cera incandescente.
Cuore. Una rondine in gabbia che supplica di volare.
E sento la mano che trascina su un mucchio di cenere il mio viso piangente.

Solo la notte è in ascolto: ti amo popolo mio, vestito di stracci:
come il figlio di Gea, terra dei pagani, si trascina spossato verso la madre,
tu ora buttati in basso, sii debole, abbraccia il dolore,
un giorno il tuo piede di viandante, stanco, calpesterà il capo dei potenti!

15.9.1933

Tratta dall'opuscolo GERTRUD KOLMAR. LA STRANIERA 1894 - 1943 che trovate qui


Wir Juden

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, ich liebe dich, mein Volk,
Und will dich ganz mit Armen umschlingen heiß und fest,
So wie ein Weib den Gatten, der am Pranger steht, am Kolk
Die Mutter den geschmähten Sohn nicht einsam sinken lässt.

Und wenn ein Knebel dir im Mund den blutenden Schrei verhält,
Wenn deine zitternden Arme nun grausam eingeschnürt,
So lass mich Ruf, der in den Schacht der Ewigkeiten fällt,
Die Hand mich sein, die aufgereckt an Gottes hohen Himmel rührt.

Denn der Grieche schlug aus Berggestein seine weißen Götter hervor,
Und Rom warf über die Erde einen ehernen Schild,
Mongolische Horden wirbelten aus Asiens Tiefen empor,
Und die Kaiser in Aachen schauten ein südwärts gaukelndes Bild.

Und Deutschland trägt und Frankreich trägt ein Buch und ein blitzendes Schwert,
Und England wandelt auf Meeresschiffen bläulich silbernen Pfad,
Und Russland ward riesiger Schatten mit der Flamme auf seinem Herd.
Und wir, wir sind geworden durch den Galgen und das Rad!

Dies Herzzerspringen, der Todesschweiß, ein tränenloser Blick
Und der ewige Seufzer am Marterpfahl, den heulenden Wind verschlang.
Und die dürre Kralle, die elende Faust, die aus Scheiterhaufen und Strick,
Ihre Adern grün wie Vipernbrut dem Würger entgegenrang.

Der greise Bart, in Höllen versengt, von Teufelsgriff zerfetzt,
Verstümmelt Ohr, zerrissene Brau und dunkelnder Augen Fliehn:
Ihr! Wenn die bittere Stunde reift, so will ich aufstehn hier und jetzt,
So will ich wie ihr Triumphtor sein, durch das die Qualen ziehn!

Ich will den Arm nicht küssen, den ein strotzendes Zepter schwellt,
Nicht das erzene Knie, den tönernen Fuß des Abgotts harter Zeit;
O könnt ich wie lodernde Fackel in die finstere Wüste der Welt
Meine Stimme heben: Gerechtigkeit! Gerechtigkeit! Gerechtigkeit!

Knöchel. Ihr schleppt doch Ketten, und gefangen klirrt mein Gehn.
Lippen. Ihr seid versiegelt, in glühendes Wachs gesperrt.
Seele. In Käfiggittern einer Schwalbe flatterndes Flehn.
Und ich fühle die Faust, die das weinende Haupt auf den Aschenhügeln mir zerrt.

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, mein Volk im Plunderkleid:
Wie der heidnischen Erde, Gäas Sohn entkräftet zur Mutter glitt,
So wirf dich zu dem Niederen hin, sei schwach, umarme das Leid,
Bis einst dein müder Wanderschuh auf den Nacken des Starken tritt!

(Das Lyrische Werk S.101)



martedì 6 gennaio 2015

BRUXELLES - UMBERTO CROCETTI

 "Come si può dimenticare la bellezza? / Come riviverla quando la si è persa? "
È un distico intenso, accorato, in bilico tra due sestine contenenti ognuna fondamento e soluzione dei due interrogativi. Sono dei versi inediti di Umberto Crocetti, come sempre asciutti ed essenziali, ogni soluzione trovata è una piccola meraviglia e ogni verso ne contiene una. Io non so come si senta il suo autore quando scrive una frase perfetta come quella riportata sopra,  non so se ne sia orgoglioso, se si senta  soddisfatto come dichiara Pacheco, o ne tenti sempre altre varianti. Leggo questo testo e so che l'autore è andato oltre il già arduo fare poesia, questa è una poesia "Per Sempre",  al pari delle molte presenti nel blog. 






BRUXELLES


Brillava nei suoi occhi la Grand Place,
quella camicia aperta
regalava alla quiete la tempesta del
petto e le sue labbra, sporche di cioccolato
posavano sulle mie
il senso del sorriso.

Come si può dimenticare la bellezza?
Come riviverla quando la si è persa?

Le città hanno il colore degli anni,
assorbono i pensieri della gente,
li nascondono nei vicoli
in un ordine preciso di memorie,
per riaffidarli un giorno a chi li sa ascoltare
o a chi ritorna per riprendersi il passato.



lunedì 5 gennaio 2015

PERCHE' QUANDO TI PARLO - GERARDO DIEGO

Ci sono nazioni che eleggono periodicamente un Poeta Laureato, ci sono città che dedicano ai poeti delle strade, ma nelle nazioni di lingua spagnola e portoghese, il Poeta è decisamente amato, senza considerare che tutti, ma proprio tutti conoscono a memoria dei versi.
Gerardo Diego, per esempio, ha una statua nel centro di Soria che lo vede seduto ad un tavolo di caffè intento a leggere un libro, una a Santader, anche qui seduto su una panchina e una nella strada Pío Baroja di Madrid, davanti la Casa di Cantabria.  Non voglio innestare una polemica. E' solo un pretesto per raccontare qualcosa in più del poeta e introdurre una delle sue poesie.






PERCHE' QUANDO TI PARLO

Perché quando ti parlo
chiudo gli occhi?
Io penso a quel giorno
In cui tu me li chiuderai
- speranza infinita -,
per vedere se le mie parole
- mia lunga abitudine –
possono più che la morte.




POR QUÉ CUANDO TE HABLO...?


¿Por qué cuando te hablo
cierro los ojos?
Yo pienso en aquel día
y en que tú me los cierres
– esperanza infinita -,
a ver si mis palabras
– costumbre larga mía -
pueden más que la muerte.












sabato 3 gennaio 2015

L'ULTIMO DESIDERIO DI JOSE' SARAMAGO

 18 GIUGNO 2010 - 18 GIUGNO 2011





Ad un anno dalla scomparsa dello scrittore e egiornalista portoghese José Saramago, sua moglie Pilar Del Rio ha reso possibile l'ultimo desiderio dell'artista e cioè che le sue ceneri fossero sepolte sotto un albero di olivo.
La singolare cerimonia ha avuto luogo nel Campo Das Cebolas, vicino al fiume Tago. L'ulivo si trova dove ha sede la fondazione Saramago. Alla cerimonia hanno partecipato circa 300 persone, tra amici, familiari, seguaci, giornalisti e il sindaco della città Antonio Costa ha deposto sull'urna coi resti, della terra portata da Lanzarote dove lo scrittore visse gli ultimi anni della sua vita in compagnia di sua moglie.
Pilar Del Rio in questa occasione ha annunciato ai media che durante i mesi successivi la capitale portoghese sarebbe stata piena di esposizioni, conferenze ed eventi sulla figura dello scrittore.
Fonte: TN.com



venerdì 2 gennaio 2015

IN FIN DEI CONTI e MEMORIA - JOSE' EMILIO PACHECO

Un'altra grave perdita nel mondo poetico e spero sia l'ultima, è stata ad inizio anno 2014, quando morì Emilio Pacheco. Un bell'aneddoto su di lui è stato riportato sulla rivista Poesia dello scorso Aprile: 
"A chi lo definì uno dei massimi poeti latinoamericani, in occasione del conferimento del Premio Cervantes, nel 2010, José Emilio Pacheco rispose, con la consueta grande modestia: Ma non sono nemmeno uno  dei migliori poeti del mio quartiere! Non sapete che sono vicino di casa di Gelman?"
Ed entrambi  se ne sono andati a distanza di poco più di dieci giorni.
E altra prova della sua modestia, l'ho trovata in una intervista molto interessante uscita su El Pais a firma di Pabro Ordaz, ripresa dal sito http://blog.edizionisur.it e tradotta da Raffaella Accroglianò:
"Pacheco si scusa: «Il paradosso è che a me piace molto leggere le interviste, eppure, quando a volte mi domandano: “e lei cosa voleva trasmettere con questa poesia…?” Ah, io ecco non so cosa rispondere… Preferisco se parliamo tranquillamente e poi scrivi quello che preferisci. Hai già preso il caffè? Quale poesia mi dicevi che ti era piaciuta?»"
Già, quale poesia mi è piaciuta di più??




José Emilio Pacheco nasce a Città del Messico il 30 giugno 1939. Studia presso l'Università Nazionale Autonoma Messicana.  Il suo lavoro viene riconosciuto molto presto: già dagli anni cinquanta  appare nelle antologie a fianco dei grandi poeti dell'America Latina.   Oltre scrivere - e pubblicare - poesia e  prosa, esercita un lavoro incredibile come traduttore.  E' direttore e redattore di numerose pubblicazioni, raccolte e supplementi culturali.  Ha insegnato in diverse università del mondo e  viene tradotto nei principali idiomi.  La sua opera ha molteplici riconoscimenti nazionali ed internazionali. Tra gli ultimi e più importanti: "Premio Octavio Paz" (2003), "Premio Iberoamericano di letteratura Pablo Neruda" (2004), "Premio internazionale di Poesia Città di Granada - Federico Garcia Lorca" (2005), Premio Cervantes (2009), Premio Poesia iberoamericana “Reina Sofia” (2009).
Muore il 26 gennaio 2014, a 74 anni  in una clinica di Città del Messico per un arresto cardiaco.






 IN FIN DEI CONTI


Dov'è finito ciò che accadde
e che fine ha fatto tanta gente?

Via via che passa il tempo
ci facciamo più sconosciuti.

Degli amori non è rimasto
nemmeno un segno tra gli alberi.

E gli amici se ne vanno sempre.
Sono viaggiatori sui binari.

Anche se uno esiste per gli altri
(senza di loro è inesistente),

conta soltanto la solitudine
per dirle tutto e fare i conti.

da Fin d'allora (1975-1978)


EN RESUMIDAS CUENTAS

¿En dónde está lo que pasó
y qué se hizo de tanta gente?

A medida que avanza el tiempo
vamos haciendo más desconocidos.

De los amores no quedó
ni una señal en la arboleda.

Y los amigos siempre se van.
Son viajeros en los andenes.

Aunque uno existe para lo demás
(sin ellos es inexistente),

tan sólo cuenta con la soledad
para contarle todo y sacar cuentas.

de Desde entonces (1975-1978)






MEMORIA


Non prendere molto sul serio
ciò che ti dice la memoria.

Forse questa sera non è mai esistita.
Chissà se tutto fu un autoinganno.
La grande passione
esiste soltanto nel tuo desiderio.

Chi ti dice che non ti racconta finzioni
per prolungare il finale
e per suggerire che tutto questo
aveva almeno qualche senso.

(Traduzione di Susanne Detering)


 Memoria

No tomes muy en serio
lo que te dice la memoria.

A lo mejor no hubo esa tarde.
Quizá todo fue autoengaño.
La gran pasión
sólo existió en tu deseo.

Quién te dice que no te está contando ficciones
para alargar la prórroga del fin
y sugerir que todo esto
tuvo al menos algún sentido.


DA UN LAGO SVIZZERO - EUGENIO MONTALE

Questa poesia è una di quelle vai e vieni. No, non come la stanza delle necessità di Harry Potter!  E' che l'ho cercata senza trovarla e quando l'ho trovata credevo di averla salvata: lo credevo perchè poi non l'ho più trovata. Se la posto non corro più nessun rischio.
 Ne sentii parlare ad una giornata di conversazione sulla poesia, in cui il relatore ci fece provare a scrivere una poesia con un acronimo a nostra scelta, citando appunto la famosa poesia di Montale dedicata a Maria Luisa Spaziani. Se ricordate quello che ho detto a proposito dello scrivere e del fare poesia, ritengo che il mio fu solo un esperimento, ma il risultato è stato... singolare. Ho etichettato questa modalità come "interessante", lasciando che si evolva come deve. Per i curiosi, ci dissero che dovevamo scegliere un oggetto / idea che vedevamo dalla nostra posizione (terrazza a vetri, con vista su tetti di una città) e pensare a quella. In altre parole, era la parola che doveva condurci alla poesia e non doveva essere la poesia a piegarsi all'acronimo. Potete provare...
 Montale ha usato un bellissimo incipit (Volpe era il soprannome della Spaziani)  e continua con metafore, non molto velate, su un momento della loro relazione.





DA UN LAGO SVIZZERO


Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta
assassinato”: là nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.
Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
àlacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.

(La Bufera--Madrigali privati)

martedì 30 dicembre 2014

TENENDO LE COSE ASSIEME e IL GRANDE POETA RITORNA - MARK STRAND

Uno dei nomi che sono venuti a mancare in questo ultimo anno, è  quello di Mark Strand.  Poeta Laureato americano negli anni 1990-1991, è morto lo scorso 29 novembre,  un sabato nel ponte del ringraziamento, a Brooklyn nella casa della figlia Jessica, a 80 anni a causa di un liposarcoma, un raro tumore delle cellule di grasso.
Ha trascorso i suoi ultimi anni in Spagna, a Madrid in una casa a Calle Monteesquinza dove viveva con la compagna e gallerista Maricruz Bilbao.
La scorsa primavera si era trasferito a New York, forse in cerca di quei paesaggi urbani sparsi e silenziosi di Edward Hopper , pittore che ha ammirato molto e al quale ha dedicato uno dei suoi saggi.
In rete tra i vari post con la notizia della sua morte, c'è una riflessione che vi riporto, con il link relativo; l'ho trovata molto vera:
"i poeti che ami vorresti non morissero mai, e se li ami, muoiono un po’ meno"
Propongo di seguito due testi perchè non sono riuscita a scegliere tra i due. Sono entrambi significativi di una repentina assenza, il primo testo  forse più pregnante ed aderente alla sua scomparsa. Il secondo forse un po' meno, ma contiene una frase particolare: "Non c'è fretta" che per me ha un significato particolare.





TENENDO LE COSE ASSIEME


In un campo
io sono l'assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l'aria
e sempre
l'aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.

da Sleeping with one eye open



Keeping Things Whole


In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body's been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.





IL GRANDE POETA RITORNA


Quando la luce si riversò da uno spiraglio fra le nubi,
capimmo che il grande poeta si sarebbe mostrato. E così fu.
Scese da una limousine con le gomme bianche e vetri
fumé, quindi con andatura nitida e felpata,
entrò nella hall. Si fece silenzio. Aveva ali grandi.
Il taglio dell'abito, la larghezza della cravatta, erano datati.
Quando parlò, l'aria parve sbiancata da grida immaginarie.
Il tarlo del desiderio penetrò nel cuore di tutti i presenti.
Avevano le lacrime agli occhi. Il grand'uomo era al massimo.
"Non c'è fretta," disse concludendo la lettura "la fine
del mondo è solo la fine del mondo che conoscete."
Tipico di lui, pensarono tutti. Poi non lo si vide più,
e il mondo fu vuoto. Faceva freddo e l'aria era ferma.
Ditemi, voi laggiù, cos'è in fondo la poesia?
         È possibile morire senza averne almeno un po'?


da L'inizio di una sedia, Donzelli Editore
Trad. Damiano Abeni



 The Great Poet Returns

When the light poured down through the holes in the clouds,
We knew the great poet was going to show. And he did
A limousine with all white tires and stained-glass windows
Dropped him off. And then, with a clear and soundless fluency,
He strode into the hall. There was a hush.His wings were big.
The cut of his suit,the width of his tie, were out of date.
When he spoke,the air seemed whitened by imagined cries.
The worm of desire bore into the heart of everyone there.
There were tears in their eyes.The great one was better than ever.
“No need to rush”, he said at the close of the reading,”the end
Of the world is only the end of the world as you know it.”
How like him,everyone thought.Then he was gone,
And the world was a blank. It was cold and the air was still.
Tell me, you people out there, what is poetry anyway?
                Can anyone die without even a little?