martedì 6 gennaio 2015

BRUXELLES - UMBERTO CROCETTI

 "Come si può dimenticare la bellezza? / Come riviverla quando la si è persa? "
È un distico intenso, accorato, in bilico tra due sestine contenenti ognuna fondamento e soluzione dei due interrogativi. Sono dei versi inediti di Umberto Crocetti, come sempre asciutti ed essenziali, ogni soluzione trovata è una piccola meraviglia e ogni verso ne contiene una. Io non so come si senta il suo autore quando scrive una frase perfetta come quella riportata sopra,  non so se ne sia orgoglioso, se si senta  soddisfatto come dichiara Pacheco, o ne tenti sempre altre varianti. Leggo questo testo e so che l'autore è andato oltre il già arduo fare poesia, questa è una poesia "Per Sempre",  al pari delle molte presenti nel blog. 






BRUXELLES


Brillava nei suoi occhi la Grand Place,
quella camicia aperta
regalava alla quiete la tempesta del
petto e le sue labbra, sporche di cioccolato
posavano sulle mie
il senso del sorriso.

Come si può dimenticare la bellezza?
Come riviverla quando la si è persa?

Le città hanno il colore degli anni,
assorbono i pensieri della gente,
li nascondono nei vicoli
in un ordine preciso di memorie,
per riaffidarli un giorno a chi li sa ascoltare
o a chi ritorna per riprendersi il passato.



lunedì 5 gennaio 2015

PERCHE' QUANDO TI PARLO - GERARDO DIEGO

Ci sono nazioni che eleggono periodicamente un Poeta Laureato, ci sono città che dedicano ai poeti delle strade, ma nelle nazioni di lingua spagnola e portoghese, il Poeta è decisamente amato, senza considerare che tutti, ma proprio tutti conoscono a memoria dei versi.
Gerardo Diego, per esempio, ha una statua nel centro di Soria che lo vede seduto ad un tavolo di caffè intento a leggere un libro, una a Santader, anche qui seduto su una panchina e una nella strada Pío Baroja di Madrid, davanti la Casa di Cantabria.  Non voglio innestare una polemica. E' solo un pretesto per raccontare qualcosa in più del poeta e introdurre una delle sue poesie.






PERCHE' QUANDO TI PARLO

Perché quando ti parlo
chiudo gli occhi?
Io penso a quel giorno
In cui tu me li chiuderai
- speranza infinita -,
per vedere se le mie parole
- mia lunga abitudine –
possono più che la morte.




POR QUÉ CUANDO TE HABLO...?


¿Por qué cuando te hablo
cierro los ojos?
Yo pienso en aquel día
y en que tú me los cierres
– esperanza infinita -,
a ver si mis palabras
– costumbre larga mía -
pueden más que la muerte.












sabato 3 gennaio 2015

L'ULTIMO DESIDERIO DI JOSE' SARAMAGO

 18 GIUGNO 2010 - 18 GIUGNO 2011





Ad un anno dalla scomparsa dello scrittore e egiornalista portoghese José Saramago, sua moglie Pilar Del Rio ha reso possibile l'ultimo desiderio dell'artista e cioè che le sue ceneri fossero sepolte sotto un albero di olivo.
La singolare cerimonia ha avuto luogo nel Campo Das Cebolas, vicino al fiume Tago. L'ulivo si trova dove ha sede la fondazione Saramago. Alla cerimonia hanno partecipato circa 300 persone, tra amici, familiari, seguaci, giornalisti e il sindaco della città Antonio Costa ha deposto sull'urna coi resti, della terra portata da Lanzarote dove lo scrittore visse gli ultimi anni della sua vita in compagnia di sua moglie.
Pilar Del Rio in questa occasione ha annunciato ai media che durante i mesi successivi la capitale portoghese sarebbe stata piena di esposizioni, conferenze ed eventi sulla figura dello scrittore.
Fonte: TN.com



venerdì 2 gennaio 2015

IN FIN DEI CONTI e MEMORIA - JOSE' EMILIO PACHECO

Un'altra grave perdita nel mondo poetico e spero sia l'ultima, è stata ad inizio anno 2014, quando morì Emilio Pacheco. Un bell'aneddoto su di lui è stato riportato sulla rivista Poesia dello scorso Aprile: 
"A chi lo definì uno dei massimi poeti latinoamericani, in occasione del conferimento del Premio Cervantes, nel 2010, José Emilio Pacheco rispose, con la consueta grande modestia: Ma non sono nemmeno uno  dei migliori poeti del mio quartiere! Non sapete che sono vicino di casa di Gelman?"
Ed entrambi  se ne sono andati a distanza di poco più di dieci giorni.
E altra prova della sua modestia, l'ho trovata in una intervista molto interessante uscita su El Pais a firma di Pabro Ordaz, ripresa dal sito http://blog.edizionisur.it e tradotta da Raffaella Accroglianò:
"Pacheco si scusa: «Il paradosso è che a me piace molto leggere le interviste, eppure, quando a volte mi domandano: “e lei cosa voleva trasmettere con questa poesia…?” Ah, io ecco non so cosa rispondere… Preferisco se parliamo tranquillamente e poi scrivi quello che preferisci. Hai già preso il caffè? Quale poesia mi dicevi che ti era piaciuta?»"
Già, quale poesia mi è piaciuta di più??




José Emilio Pacheco nasce a Città del Messico il 30 giugno 1939. Studia presso l'Università Nazionale Autonoma Messicana.  Il suo lavoro viene riconosciuto molto presto: già dagli anni cinquanta  appare nelle antologie a fianco dei grandi poeti dell'America Latina.   Oltre scrivere - e pubblicare - poesia e  prosa, esercita un lavoro incredibile come traduttore.  E' direttore e redattore di numerose pubblicazioni, raccolte e supplementi culturali.  Ha insegnato in diverse università del mondo e  viene tradotto nei principali idiomi.  La sua opera ha molteplici riconoscimenti nazionali ed internazionali. Tra gli ultimi e più importanti: "Premio Octavio Paz" (2003), "Premio Iberoamericano di letteratura Pablo Neruda" (2004), "Premio internazionale di Poesia Città di Granada - Federico Garcia Lorca" (2005), Premio Cervantes (2009), Premio Poesia iberoamericana “Reina Sofia” (2009).
Muore il 26 gennaio 2014, a 74 anni  in una clinica di Città del Messico per un arresto cardiaco.






 IN FIN DEI CONTI


Dov'è finito ciò che accadde
e che fine ha fatto tanta gente?

Via via che passa il tempo
ci facciamo più sconosciuti.

Degli amori non è rimasto
nemmeno un segno tra gli alberi.

E gli amici se ne vanno sempre.
Sono viaggiatori sui binari.

Anche se uno esiste per gli altri
(senza di loro è inesistente),

conta soltanto la solitudine
per dirle tutto e fare i conti.

da Fin d'allora (1975-1978)


EN RESUMIDAS CUENTAS

¿En dónde está lo que pasó
y qué se hizo de tanta gente?

A medida que avanza el tiempo
vamos haciendo más desconocidos.

De los amores no quedó
ni una señal en la arboleda.

Y los amigos siempre se van.
Son viajeros en los andenes.

Aunque uno existe para lo demás
(sin ellos es inexistente),

tan sólo cuenta con la soledad
para contarle todo y sacar cuentas.

de Desde entonces (1975-1978)






MEMORIA


Non prendere molto sul serio
ciò che ti dice la memoria.

Forse questa sera non è mai esistita.
Chissà se tutto fu un autoinganno.
La grande passione
esiste soltanto nel tuo desiderio.

Chi ti dice che non ti racconta finzioni
per prolungare il finale
e per suggerire che tutto questo
aveva almeno qualche senso.

(Traduzione di Susanne Detering)


 Memoria

No tomes muy en serio
lo que te dice la memoria.

A lo mejor no hubo esa tarde.
Quizá todo fue autoengaño.
La gran pasión
sólo existió en tu deseo.

Quién te dice que no te está contando ficciones
para alargar la prórroga del fin
y sugerir que todo esto
tuvo al menos algún sentido.


DA UN LAGO SVIZZERO - EUGENIO MONTALE

Questa poesia è una di quelle vai e vieni. No, non come la stanza delle necessità di Harry Potter!  E' che l'ho cercata senza trovarla e quando l'ho trovata credevo di averla salvata: lo credevo perchè poi non l'ho più trovata. Se la posto non corro più nessun rischio.
 Ne sentii parlare ad una giornata di conversazione sulla poesia, in cui il relatore ci fece provare a scrivere una poesia con un acronimo a nostra scelta, citando appunto la famosa poesia di Montale dedicata a Maria Luisa Spaziani. Se ricordate quello che ho detto a proposito dello scrivere e del fare poesia, ritengo che il mio fu solo un esperimento, ma il risultato è stato... singolare. Ho etichettato questa modalità come "interessante", lasciando che si evolva come deve. Per i curiosi, ci dissero che dovevamo scegliere un oggetto / idea che vedevamo dalla nostra posizione (terrazza a vetri, con vista su tetti di una città) e pensare a quella. In altre parole, era la parola che doveva condurci alla poesia e non doveva essere la poesia a piegarsi all'acronimo. Potete provare...
 Montale ha usato un bellissimo incipit (Volpe era il soprannome della Spaziani)  e continua con metafore, non molto velate, su un momento della loro relazione.





DA UN LAGO SVIZZERO


Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta
assassinato”: là nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.
Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
àlacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.

(La Bufera--Madrigali privati)

martedì 30 dicembre 2014

TENENDO LE COSE ASSIEME e IL GRANDE POETA RITORNA - MARK STRAND

Uno dei nomi che sono venuti a mancare in questo ultimo anno, è  quello di Mark Strand.  Poeta Laureato americano negli anni 1990-1991, è morto lo scorso 29 novembre,  un sabato nel ponte del ringraziamento, a Brooklyn nella casa della figlia Jessica, a 80 anni a causa di un liposarcoma, un raro tumore delle cellule di grasso.
Ha trascorso i suoi ultimi anni in Spagna, a Madrid in una casa a Calle Monteesquinza dove viveva con la compagna e gallerista Maricruz Bilbao.
La scorsa primavera si era trasferito a New York, forse in cerca di quei paesaggi urbani sparsi e silenziosi di Edward Hopper , pittore che ha ammirato molto e al quale ha dedicato uno dei suoi saggi.
In rete tra i vari post con la notizia della sua morte, c'è una riflessione che vi riporto, con il link relativo; l'ho trovata molto vera:
"i poeti che ami vorresti non morissero mai, e se li ami, muoiono un po’ meno"
Propongo di seguito due testi perchè non sono riuscita a scegliere tra i due. Sono entrambi significativi di una repentina assenza, il primo testo  forse più pregnante ed aderente alla sua scomparsa. Il secondo forse un po' meno, ma contiene una frase particolare: "Non c'è fretta" che per me ha un significato particolare.





TENENDO LE COSE ASSIEME


In un campo
io sono l'assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l'aria
e sempre
l'aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.

da Sleeping with one eye open



Keeping Things Whole


In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body's been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.





IL GRANDE POETA RITORNA


Quando la luce si riversò da uno spiraglio fra le nubi,
capimmo che il grande poeta si sarebbe mostrato. E così fu.
Scese da una limousine con le gomme bianche e vetri
fumé, quindi con andatura nitida e felpata,
entrò nella hall. Si fece silenzio. Aveva ali grandi.
Il taglio dell'abito, la larghezza della cravatta, erano datati.
Quando parlò, l'aria parve sbiancata da grida immaginarie.
Il tarlo del desiderio penetrò nel cuore di tutti i presenti.
Avevano le lacrime agli occhi. Il grand'uomo era al massimo.
"Non c'è fretta," disse concludendo la lettura "la fine
del mondo è solo la fine del mondo che conoscete."
Tipico di lui, pensarono tutti. Poi non lo si vide più,
e il mondo fu vuoto. Faceva freddo e l'aria era ferma.
Ditemi, voi laggiù, cos'è in fondo la poesia?
         È possibile morire senza averne almeno un po'?


da L'inizio di una sedia, Donzelli Editore
Trad. Damiano Abeni



 The Great Poet Returns

When the light poured down through the holes in the clouds,
We knew the great poet was going to show. And he did
A limousine with all white tires and stained-glass windows
Dropped him off. And then, with a clear and soundless fluency,
He strode into the hall. There was a hush.His wings were big.
The cut of his suit,the width of his tie, were out of date.
When he spoke,the air seemed whitened by imagined cries.
The worm of desire bore into the heart of everyone there.
There were tears in their eyes.The great one was better than ever.
“No need to rush”, he said at the close of the reading,”the end
Of the world is only the end of the world as you know it.”
How like him,everyone thought.Then he was gone,
And the world was a blank. It was cold and the air was still.
Tell me, you people out there, what is poetry anyway?
                Can anyone die without even a little?





GRAZIE PER LA PAROLA - ROBERTO CARIFI

Probabilmente vi sarà sfuggito un articolo interessante apparso su "Il Giornale" di domenica scorsa, a firma di Davide Brullo che esordisce con "Il caso di Roberto Carifi è un j'accuse sgranato in faccia ai poeti con l'alloro." e continua dicendo "... ha sempre  avuto una fortuna laterale, diversa, obliqua rispetto ai lirici pluristellati Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Valerio Magrelli, accomodati sul sofà della fama. [...] Pur con un parterre bibliografico importante, un pò tutti se ne fregano di Carifi, lo trattano con indecente pietà. Da dieci anni Carifi è corroso dall'ictus." 
Sapete quanto in passato sono stata scettica e critica con questa testata, anche se fondamentalmente è con l'autore del pezzo che me la sono presa (e non me ne pento minimamente: a certe persone dovrebbero togliere la licenza di scrivere). Questa volta invece ho trovato un equilibrio di esposizione, una corrispondenza di pensiero ed anche la risposta a un mio dubbio sul perché fosse stata sospesa la sua rubrica "Per Competenza" sulla rivista Poesia di Crocetti Editore. Ci sono molti modi di fare il poeta. C'è chi la poesia la fa e chi la scrive e, credetemi, non è la stessa cosa. Si può essere tecnicamente ineccepibili, ma produrre testi vuoti, flaccidi, senza sentimento oppure grammaticalmente incoerenti, pur trasmettendo molto. Sinceramente preferisco questi ultimi.
Con la convinzione di aver letto con Carifi un autore che fa ottima poesia, anche se non ho avuto modo di contattarlo direttamente, mi assumo la responsabilità di postare un suo testo, per dare il mio piccolo contributo alla diffusione della sua produzione poetica. In questo ultimo anno, per esempio è uscita una raccolta di poesie dal titolo Madre, della Casa Editrice Le lettere






Roberto Carifi nasce a Pistoia l’11 settembre 1948 da Licia Brunetti e Benito Carifi, in via dell’Ospizio, all’attuale numero 40, nella casa dello zio Luciano, fratello della madre. Questa è maestra elementare, mentre il padre, figlio di un sarto d’origine partenopee molto apprezzato in città, lascia la famiglia quando il piccolo ha tre anni per trasferirsi a Roma, dove, prima di trovare definitivo lavoro come arredatore cinematografico, si adatterà ad interpretare vari ruoli di comparsa in film di carattere storico.
L’abbandono della famiglia da parte del padre ed il risentimento della madre avranno risvolti sul carattere del giovane Roberto che proverà sempre un grande attaccamento alla figura materna, mentre nutrirà un contrastante sentimento di amore-odio per la figura del padre. Il tema dell’abbandono sarà tra quelli ricorrenti del futuro poeta. In questo senso vale anche per la figura paterna quello che varrà molti anni dopo per la scomparsa dell’amata madre: “anche se vecchio l’orfano / ha un pianto di bambino”.
Dai sei agli otto anni è con la madre a Cireglio, dove questa si è dovuta trasferire per l’insegnamento. Gli ultimi due anni delle scuole elementari Roberto la frequenta a Pistoia, alle ‘Stinche’. La madre ha infatti preso casa in affitto in Corso Gramsci, all’angolo di via dell’Ospizio, dove resterà sino ai primi anni Ottanta, allorché si trasferirà col figlio in via Fiorentina, al numero 6, sulla discesa del Ponte dell’Arca, direzione Firenze.
Sul finire delle scuole medie Roberto è colpito da una grave forma di labirintite, con febbre altissima; è a rischio di vita, tanto che viene chiamato un sacerdote per l’estrema unzione. Il padre, avvertito, fa una breve apparizione al capezzale del figlio, la prima delle uniche due dopo il suo abbandono della famiglia. Al ragazzo resterà della figura del padre l’immagine di una persona fredda. Nel 1962 Roberto frequenta in Corso Gramsci la prima classe del Ginnasio. A quel periodo risalgono le sue prime, ed ancore acerbe, composizioni poetiche. Alla fine della seconda classe del Ginnasio, pur avendo dimostrato particolare predisposizione per le materie letterarie, dovrà ripetere l’anno scolastico, così come la prima liceale, a causa della sua indisciplina, che si riflette anche sul profitto e dovuta all’insofferenza verso ogni autorità, comprensibile transfert psicologico del sentimento verso il padre assente.
Al Liceo Classico avrà come insegnante di Italiano, il professor Vasco Gaiffi, che riuscirà a fargli amare la letteratura.Nel 1972 si laurea con 110 e lode con la tesi Essere e apparenza in Jean-Jacques Rousseau, discussa col professor Paolo Rossi, restando poi in facoltà coadiuvando il professor Rossi nelle lezioni.
Nel 1982 conosce il poeta Piero Bigongiari, uno dei maggiori esponenti dell’ermetismo fiorentino, che influenzerà in parte la sua poetica. Si lega inoltre d’amicizia con i poeti Giuseppe Conte, Roberto Mussapi, Cesare Viviani, Tommaso Kemeny e Rosita Cipioli.
Il 10 settembre 2004, nel pieno della creatività e della progettualità, è colto da ictus. Il primo anno della malattia, costretto ad affrontare la cruda realtà della sua nuova condizione, colpito nel fisico e nello spirito, sballottato per mesi da un ospedale all’altro e sottoposto a continue terapie riabilitative della parola e della motorietà, non tenterà nemmeno di dettare i versi che pure gli urgono. Abbraccia incondizionalmente il pensiero buddista, al quale già si era avvicinato dopo la dolorosa scomparsa della madre. Vede rispecchiata la sua nuova condizione esistenziale nella filosofia dell’Illuminato per la quale vivere è soffrire: questo dolore non nasce solo dal nostro attaccamento alla vita ma anche dall’ostinazione a sopravvivere alla morte ed è solo uccidendo in noi questa ostinazione che possiamo pervenire alla pace interiore, al nirvana, cioè alla liberazione dal dolore. Ai temi dell’abbandono e dell’obbedienza, si affianca dunque, nella recente stagione della sua vita, quello apparentemente più duro eppure straordinariamente consolatorio dell’accettazione. È questa la fase in cui il personaggio aderisce più tragicamente alla sua opera, la fase in cui la parola, già da tempo fortemente provata nell’esprimere l’indicibile della perdita dell’affetto materno, è chiamata ora a tagliare la propria carne con impietose domande, a cercare la ragione di una fisicità non combaciante con l’interiore vitalità di cui quel corpo è crisalide.
Innumerevoli le pubblicazioni. Risiede a Pistoia.




GRAZIE PER LA PAROLA


Grazie per la parola
che ancora accendi nel mio cuore,
per quel raggio che dal bene
hai ricevuto in dono
e che nel mio abbandono
lasci che nasca
come fosse grano in un deserto,
per quella tua bellezza,
per l'orma divina del tuo sguardo,
per quella tua dolcezza che vorrei baciare
come se bacia l'innocenza,
inginocchiato davanti alla tua anima
quando una lieve ombra
la lascia affiorare sulla carne,
per quello che chiami il tuo peccato,
per il tremore che turba la tua voce
quando mi dici l'indicibile
e lasci l'impronta dell'amore
in questo cuore arato.


(in  D'improvviso e altre poesie scelte, Edizioni Via del Vento, Pistoia, 2006 e in Amore d’autunno, Guanda Editore, 1998)

venerdì 26 dicembre 2014

NATALE - SALVATORE QUASIMODO

Ancora un Natale per scrivervi i miei auguri di sempre con una delle migliori poesie sul natale che abbia letto finora.
Auguri ai miei autori. A chi mi scrive, invia e segnala le proprie poesie e pubblicazioni, con il garbo che è proprio del poeta.
Auguri a chi non ha ancora pubblicato, chi lo farà a breve, a chi ha in corso una rispampa.
Auguri a chi non scrive poesie, ma riesce a produrre comunque emozioni, perchè ha poesia dentro di sé.
Auguri a chi traduce e ci permette di capire versi stranieri.
Auguri a chi crede la propria come verità unica.
Auguri a chi non sa ancora quanto sia grande e potente la parola.
Auguri.






 NATALE


Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l'asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?




mercoledì 10 dicembre 2014

SONO PESI QUESTE MIE POESIE - NIKA TURBINA

Un altro autore che vale la pena di leggere a mio avviso è Nika.  La storia di questa bambina che scrive versi  potrebbe influenzarci nella lettura delle sue poesie e come Evtushenko il primo pensiero è che non sono interamente opera della bambina, che qualcuno glieli ha corretti.  Poi la ascoltiamo declamarli in vecchi video riproposti da You tube e al pari di chi la ascoltava per la prima volta, le crediamo, ciecamente.
Quella riportata è una delle sue poesie più famose e diffuse nel web ed è una di quelle  scritte a 7 anni (circa).  Eppure ci troviamo il mito di Sisifo, versi e strofe sono trattati con disinvoltura ma senza ostentazione. Ammetto che il tono è fin troppo solenne in un autore maturo, ma perdonabilissimo in una Nika al suo esordio.
Se vi interessa, esiste un libricino di poche pagine edito da Via del vento Edizioni, collana Acquamarina, con una selezione delle sue poesie e con in calce l'anno in cui sono state scritte. 



Nika Turbina Georgievna nasce a Yalta il 12 dicembre del 1974.  Sua madre, Maya Nikanorkina è un'artista, di salute cagionevole, il padre la abbandona quando lei è ancora in fasce.
La nonna Lyudmila Karpova, è un'interprete e Anatoly Nikanorkin, suo nonno, è  poeta e prosatore.
Sofferente di diabete e di una grave forma di asma, ha paura di dormire (la nonna ricorderà che dormivano tutti poco). Di notte si mette a sedere sul letto, respirando a fatica e si accorge di mormorare delle parole. Chiama allora la madre e le chiede di scrivere per lei (a quattro anni, non sapeva ancora scrivere). "Le poesie arrivavano all'improvviso, quando stavo male ed ero spaventata. E' per questo che le mie poesie portavano dolore", ricorderà poi.
Lyudmila è consapevole del potenziale di quelle poesie: la sua casa è frequentata da poeti.
Nell'hotel in cui lavora spesso soggiorna Yulian Semyonov, un noto scrittore e lei pensa spesso a come riuscire fargli leggere le poesia di Nika. Trascrive tutti i testi, nell'attesa di una occasione e questa arriva  quando Yulian le chiede un'auto.
"Non le darò un auto finchè non leggerà questi versi". 
Una frase molto grave, che le costerebbe il licenziamento e Yulian è spesso importunato da nonni e nonne convinti di avere nipoti brillanti, però cede. Si siede, inizia a leggere e trova le poesie intense e brillanti. Col suo interessamento, alcuni testi vengono pubblicati sul Pravda, un quotidiano nazionale. Nika ha solo 7 anni e continua, dapprima a dettare, poi a scrivere fino ai 12 anni. Dopo le poesie si fanno più rare, forse per un dramma familiare (la madre si risposa e ha un cattivo raccorto col patrigno e la sorellastra).
Nel 1984 esce la prima raccolta di poesie, BOZZA con una prefazione di Evgenij Evtushenko che, vinto un un iniziale scetticismo, contribuisce a organizzarle incontri in tutto il paese.
Nel 1985 le viene conferito il Grande Leone d'Oro di Venezia, nell'ambito del Festival Internazionale di Poesia "Poeti e Terra". L'unico altro poeta russo di ricevere questo premio era stata Anna Achmatova. In questo periodo visita gli Stati Uniti e incontra Josef  Brodsky.
 "Se una persona non è un idiota completo, cade di tanto in tanto nella depressione. A volte si vuole solo andarsene, chiudere la porta e mandare tutto al diavolo ", dice Niki, infatti lotta per molto tempo con la solitudine a modo suo: scappa di casa, prende sonniferi, si taglia le vene.
A Mosca frequenta corsi di cinematografia, recita in alcuni films, lavora in TV e radio ma è impressionabile, cagionevole e dai nervi fragili; nel 1990, all’età di sedici anni, si fa ricoverare in una clinica psichiatrica svizzera, sposa un professore di psichiatria, all’epoca settantaseienne ma presto torna a Mosca, dove ritrova il suo primo amore. La storia però è di breve durata e inizia a bere pesantemente. Trova un nuovo amore, un uomo d'affari, ma la loro relazione non dura a lungo. Viene ricoverata in un ospedale psichiatrico. Nel 1991 esce la sua seconda collezione di poesie  "Passi in su, passi in giù..."  e nel frattempo vengono  tradotte e pubblicate in più di dodici paesi.  A seguito di un tentativo di suicidio nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997,  Nika Turbina viene sottoposta a numerose e delicate operazioni, che le permettono di tornare, con difficoltà, a camminare. L'11 maggio 2002  "cade" di nuovo dal balcone del quinto piano e questa volta muore, all'età di 27 anni.
Il suo corpo rimane all'obitorio per otto giorni come un non identificato
e viene cremata ma non sepolta, sarà fatto successivamente nel cimitero Vagankovky.
Si parlò subito di suidìcidio, una versione molto romantica e di forte impatto emotivo, che richiama una frase del suo diario:
“Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna”
Ma la famiglia ha sempre sostenuto che stava superando la depressione e che pensava al futuro. Il suo corpo rimase all'obitorio per otto giorni come un non identificato, sarà seppellita più tardi.




 [Sono pesi queste mie poesie]


Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

(1981)



Тяжелы мои стихи


Тяжелы мои стихи,
Камни в гору.
Донесу их до скалы,
До упору.
Упаду лицом в траву,
Слёз не хватит.
Разорву строку свою,
Стих заплачет.
Больно врежется в ладонь
Крапива.
Превратится горесть дня
Вся в слова.


martedì 9 dicembre 2014

BREVE - MEIRA DELMAR

"Lascio la vita come un mazzo di rose / che s'abbandona per proseguire il cammino / e alla morte che starà / dietro di me, seguendomi / andranno tutte le cose amate / il silenzio che ci univa/ l'amore forte che non avrebbe mai potuto vincere il tempo / la ruvidezza delle tue mani / le sere in riva al mare, le tue promesse. "

Questo l'addio di Meira, con quel modo suo di scegliere le parole a formare versi.
E poichè è una mia traduzione, vi riporto il testo originale, tratto dal blog a lei dedicato:

"Yo dejaré la vida como un ramo de rosas/ que se abandona para proseguir el camino/ y emprenderé la muerte/ detrás de mí, siguiéndome/ irán todas las cosas amadas/ el silencio que nos uniera/ el arduo amor que nunca pudo vencer el tiempo/ el roce de tus manos/ las tardes junto al mar, tu palabra”.

Tutte le poesie che ho letto di questa autrice, confermano le notizie trovate: una penna davvero felice per espressività e contenuti e quella proposta ne è un esempi.
Un peccato che sia stata tradotta solo frammentariamente, che vadano persi così tanti versi.




Olga Isabel Eljach Chams conosciuta con lo pseudonimo di Meira Delmar, nasce a Barranquilla il 21 aprile del 1922. Libanese di origini, figlia di Julian E. Chams e Isabel Eljach, è considerata uno dei poeti colombiani più importanti del XX secolo e una delle maggiori rappresentanti femminili.
Frequenta il Liceo della sua città natale, studia letteratura al Centro Studi Dante Alighieri di Roma oltre che musica alla Scuola di Belle Arti dell'Università dell'Atlantico. Conosce e ama i grandi poeti del Sud: Gabriela Mistral , Alfonsina Storni , Agustini e Juana de Ibarbourou ma anche Gustavo Adolfo Becquer , Pablo Neruda , Aurelio Arturo , Raúl Gómez Jattin , Miguel de Cervantes e Miguel Iriarte. A nove anni si trasferisce con la famiglia in Libano, dopo un lungo viaggio (forse quello descritto nella poesia Immigranti).
Inizia a scrivere poesie all'età di 11 anni e quando nel 1937 pubblicano le sue prime poesie - Tú me crees de piedra, Cadena, Promesa e El regalo de la lluvia – vengono pubblicate sulla rivista di L'Avana «Vanidades», adotta uno pseudonimo per nasconderlo ai suoi genitori: Delmar (raramente scritto Del mar) in omaggio al suo amore per il mare e Meira come variazione accettabile del nome arabo Omaira. Su richiesta e insistenza dei suoi amici, nel 1942 pubblica il suo primo libro Alba de olvido in una cinquantina di copie e nel 1999 questa opera viene ricompresa tra le cento migliori opere colombiane del XX secolo; Meira è l'unica donna che appare nella sezione poesia.
Mesi dopo quella prima pubblicazione, decide di inviare una lettera con una sua poesia e il libro a Juana de Ibarbourou, momentaneamente residente a Montevideo, per ottenere un parere e quella risposta è stata il motivo che la spinse a continuare a scrivere.
Nel 1944 pubblica il suo secondo libro, Sitio del amor, seguito nel 1946 da Verdad del sueño. Nel 1950 debutta in concerto e l'anno seguente pubblica un nuovo libro, Secreta Isla con cui raggiunge una piena maturità.
Dal 1958 e per trentasei anni è direttrice della Biblioteca Pública Departamental del Atlántico; oggi, per decreto governativo questa porta il suo nome, come pure altri edifici.
Dal 1980 in poi onorificenze e titoli si moltiplicano, fino al riconoscimento della Medaglia Simón Bolivar, assegnatale dal Ministero dell'Educazione, il più alto che governo può concedere.
Muore a Londra il 18 marzo del 2009.
Non si è mai sposata perchè diceva di aver sempre aspettato l'amore ma non è mai arrivato, però si riteneva fortunata per le tante e grandi amicizie di cui era circondata.
In suo onore è stato creato nel 2008 il Premio Nazionale di Poesia Meira Delmar per valutare, riconoscere e determinare il più importante libro di poesie pubblicato e scritto da un poeta colombiano, residente nel paese o all'estero. 






BREVE


Arrivi quando meno
ti ricordo, quando
più lontano sembrI
dalla mia vita.
Inatteso come
quelle tempeste che si inventa
il vento
un giorno immensamente azzurro.

Poi la pioggia
         trascina i suoi stracci
e cancella le tue impronte.


Traduzione  di Giulia Spagnesi



  BREVE

Llegas cuando menos
te recuerdo, cuando
más lejano pareces
de mi vida.
Inesperado como
esas tormentas que se inventa
el viento
un día inmensamente azul.

Luego la lluvia
        arrastra sus despojos
y me borra tus huellas.

lunedì 8 dicembre 2014

CHE SI SA? - JUAN GELMAN

Dal momento che siamo alla fine dell'anno, si tirano sempre le somme e si fanno i conti pensando a quello appena passato. 
E in questo contesto, non posso fare più far finta che Gelman scriva ancora poesia, come questa che - mi sembra - di aver tradotto subito dopo aver sentito della sua morte, quando ci si rifugia a rileggere le poesie conosciute ed amate di un poeta e cercarne altre, come se potessero costituire la loro ultima raccomandazione per noi (se avete una traduzione migliore, trascrivetela pure). 
Juan è deceduto nella casa dove ha vissuto dal 1988, nel quartiere Condesa di Città del Messico alle ore quattro e mezzo di martedì 14 gennaio, attorniato dai suoi familiari. Era affetto  da mielodisplasia, una disfunzione del midollo osseo.
Una delle ultime visite in Italia  è stata nel 2012 (qui sotto una foto della serata)  in occasione del Festival Parole Spalancate di Genova. Una giacchetta dimessa, uno sguardo perso quando Jean Portante riassumeva le vicende della sua famiglia e una spigliatezza di pronuncia del nostro italiano.  
Così voglio ricordarlo, con treni di andata e ritorno da Genova presi di lunedì, all'uscita dal lavoro e la mattina dopo, prestissimo, prima di tornare alla scrivania, con un pernottamento nelle vicinanze del Palazzo Ducale: cose che si fanno per incontrare un'amante, più che per ascoltare delle poesie. 
Il testo è una visione del poeta di cosa sia la poesia. Credo che tutti abbiano fatto i conti con questa domanda, sia che lo abbia spiegato ad un intervistatore (memorabile quella di Ungaretti), sia che lo abbia definito per se stesso.

 





CHE SI SA?


Della poesia, nulla. Arriva, trema,
e gratta un fiammifero spento.
S'è visto qualcosa? Nulla. Tende la
mano per afferrare
le increspature del tempo che passa
dalla voce d'un cardellino. Cosa
ha afferrato? Nulla.
L'uccello è fuggito al non detto
in una stanza che gira senza
ricordi né speranze.
Ci sono molti nomi nella pioggia.
Che ne sa la poesia? Nulla.



¿Qué se sabe?

Del poema, nada. Llega, tiembla
y raspa un fósforo apagado.
¿Se le ve algo ? Nada. Tiende una
mano para aferrar
las olitas del tiempo que pasan
por la voz de un jilguero. ¿Qué
agarró ? Nada. La
ave se fue a lo no sonado
en un cuarto que gira sin
recordación ni espérames.
Hay muchos nombres en la lluvia.
¿Qué sabe el poema ? Nada.

poesia tratta dal sito www.juangelman.net



domenica 30 novembre 2014

GIORNO DI ACQUISTI - ENRIQUILLO SANCHEZ


E' stato più difficile del solito,  partire una poesia e arrivare a costruire l'intero post anche se mi manca comunque dell'autore della traduzione.  In rete le notizie sono fruibili solo in lingua spagnola e frammentarie, con cui ho fatto un'opera di traduzione e ricostruzione, però questo è un autore che merita di essere conosciuto. 
Non credo sia necessario parlare della poesia. E' un esempio di come con parole semplici si possa costruire una grande poesia. Io non riesco a vedere un modo diverso di scriverne, né adesso, né per il futuro e vediamo chi riuscirà a smentirmi.




Enriquillo Sánchez nasce il 25 agosto 1947 a Santo Domingo.
Proveniene da una famiglia tradizionale:  sua madre era Evelina Mula, suo padre José Aníbal Fernández Sánchez che assunse come un apostolato la rivendicazione che suo bisnonno, Francisco del Rosario Sánchez, forse l'altro Padre della Patria. Poeta, saggista e narratore, completa i suoi studi presso l'istituto Escuela diretta da Abad Enriquez, studi poi ampliati a Puerto Rico, Canada e Francia. Si laurea in Lettere presso l'Università Autonoma di Santo Domingo, di cui diviene professore e ricercatore.
Nel 1966 e nel 1971 ottiene due menzioni nel concorso La Màscara, nel 1983 vince il Premio di poesia Salomé Ureña de Henríquezper il libro "Pàjaro dentro de la Lluvia" e due anni dopo il Rubén Darío, concesso in Nicaragua.
Ma Enriquillo sembra sempre sminuire il suo lavoro, soprattutto quello narrativo (in tutto  26 racconti, solo la metà pubblicati in vita, il resto dopo due anni dalla morte). Dei suoi scritti diceva "Antiquísimas narraciones breves, ésas que andan por ahí sin que yo apenas las recuerde".
Appartiene alla generazione del 60. Entra a far parte a soli 19 anni del gruppo letterario El Puño a cui aderiscono i principali poeti e narratori degli anni successivi.
La sua carriera inizia in pieno boom di racconti di autori come Onetti, García Márquez e Cortázar; quest'ultimo soprattutto lo influenza moltissimo.
Muore per insufficienza respiratoria il 13 luglio 2004, a 57 anni d'età.






GIORNO DI ACQUISTI


Da Panama ti porto questo bacio
L’ho comprato in un negozio di cianfrusaglie
a metà prezzo
Lo stavamo provando
la venditrice e io
leggermente arrossiti
È avvolto in carta argentata
che la pioviggine ha rigato con le sue ciglia
Il nastro è rosa come le tue labbra
nella mattina dolce
L’ho pagato in contanti
Non finanziano ancora i baci
Impossibile una proroga di qualche mese
per pagare baci o cocci
Però ha un anno di garanzia
e istruzioni dettagliate
che tu e io non studieremo
perché getteremo nel bidone il manuale.
Dunque
devi averne cura
Quando il suo proprietario te lo dà
perché te lo deve dare solo il suo proprietario
si leverà volando verso Panama
o verso la brezza
come una quaglia di fumo
che torni cantando alla sua cenere
e dimentichi per sempre i suoi padroni.

da Articulos de primera necesidad (1985)


día de compras

De Panamá te traigo este beso
Le compré en un baratillo
a la mitad de su precio
Lo estuvimos probando
la vendedora y yo
ligeramente ruborizados
Está envuelto en el papel de plata
que la llovizna rayó con sus pestañas
El lazo es de rosa como tus labios
en la mañana dulce
Lo pagué de contado
No financian ya los besos
Imposible un adelanto y unos meses
para pagar besos o cacharros
Pero tiene garantía de un año
y clarísimas instrucciones
que tú y yo no estudiaríamos
porque echaremos al cesto los manuales
Ahora bien
hay que tener cuidado
Cuando su dueño te lo dé
porque te lo debe dar únicamente su dueño
saldrá volando hacia Panamá
o hacia la brisa
como una codorniz de humo
que regrese cantando a su ceniza
y se olvide para siempre de sus amos




sabato 29 novembre 2014

IN CUCINA - VLADIMIR HOLAN


L'intera poesia di Holan ci restituisce una desolazione colpevole. Non c'è segno di redenzione, non può esserci nonostante la titubanza espressa da quei puntini sospensivi della chiusa.
Ci aspetteremmo quasi che arrivasse quella piccola "donna laboriosa" che in Debravo riesce a lenire quel dolore che affligge il poeta ma la differenza di vita e d'età, qui non lascia nessuno spazio alla speranza: il vuoto della stanza ormai odia chi se l'è lasciato dietro.
Una poesia forte con uso di vocaboli altrettanto forti (odio, esige, infamia, rattrappito, sbavano) tranne nell'ultima sestina. Qui il dire del poeta di fa dolce.




Vladimir Holan nasce il 16 settembre 1905 nella città di Praga al tempo della guerra russo-giapponese.  Sua madre lo battezza con un nome di simpatia per la Russia: Vladimir.  Imparerà a odiere i russi ed il suo nome.
Trascorse la sua infanzia in un piccolo villaggio, Padolì, nella Boemia centrale. E' un percorso che deve fare tutti i giorni per andare a scuola che passa attraverso un bosco, un lago calmo e misterioso, un castello spettrale:  senza dubbio lascia il segno su un bambino. Frequenta la scuola superiore a Praga, poi lavora come assicuratore per sette anni, come redattore della rivista Zivot (Life), fino al 1933.  Nel 1939 si dedicherà interamente alla letteratura nella redazione della rivista PROGRAMMA 90, dove resta per un anno. Dopo il 1945 si esclude dalla vita letteraria del paese. E' accusato di praticare un “formalismo decadente”, così Holan si chiude in casa da dove esce solo in casi eccezionali, ma sfrutta in modo costruttivo quegli anni continuando il suo dialogo con il mondo e l'uomo, quale sia.
E' considerato il più importante poeta ceco e tuttavia straniero nel suo stesso paese, vegeterà nel caos degli anni del dopoguerra, sopravvive scrivendo traduzioni e inghiottendo l'umiliazione nel silenzio dei suoi versi. Ma a poco a poco le sue cerchie si allargano, perché difficilmente si può tenere segregata una tale parola. Nel 1967 viene tradotto per la prima volta in Francia da Dominique Grandmont ed ottiene una immediata venerazione, che travolge gli ostacoli della critica. I suoi lettori sono come frequentatori di catacombe, i suoi scritti sono come testi sacri e segreti da diffondere. I tragici eventi della primavera di Praga del 1968 lo rendono un poeta nazionale, una voce della resistenza all'oppressione. Allora i suoi libri vengono letti avidamente, ma è troppo tardi per Holan, che non ambiva più alla gloria e quando si parlò di lui per un possibile premio Nobel, era chiuso in un silenzio ancora più profondo, rinunciatario a sperare.
Subì sia il nazismo nero che il comunismo rosso. Odia visceralmente tutte le ideologie. Per lui la conoscenza non esiste, si vive nell'illusione. Su di lui graverà la perdita della figlia Katerina, purtroppo affetta dalla sindrome di Down, nell'aprile del 1977. Holan ne sarà così devastato da coprire anche la morte della nazione ceca abbandonata ai sovietici dagli occidentali. Morì il 31 marzo 1980 dopo una lunga malattia che gli impediva qualsiasi movimento.







IN CUCINA

Manchi da quasi un anno… Entrare ti faceva paura…
E quando lo hai fatto, il vuoto un tempo implorante,
poi disdegnato, sùbito ti ha preso in odio
e con ostinazione esige che tu sconti
la tua presenza con la tua presenza…
Qui tutto va a tua infamia:
il linoleum, le fascine per accendere il fuoco, la mosca rinsecchita,
la muffa del pane, l’aceto forte delle crepe
e l’acetosella delle macchie e la concia del tempo rattrappito
e le ragnatele che sbavano dai roccoli degli angoli
e giù giù il silenzio, dove brilla
solo nel fondo, proprio lì, la luna…
Ma in mezzo a tutte queste cose (con crudele
certezza, con la più comune e dunque più segreta
e come perpetua certezza) scorgi all’improvviso
una tazza da caffè con tracce di rossetto
dove per l’ultima volta, posandosi, si strinsero
le labbra di chi ti ha lasciato…


da “In progresso”, 1964, in “Poesia due”, Guanda Editore, 1981
(Traduzione di Serena Vitale)


V KUCHYNI

Nebyls tu málem rok... Bál ses sem vstoupit..
A jen jsi tak udělal, prázdnota kdysi žadonící
a potom zhrzená zanevřela teď na tebe
a svéhlavě se dožaduje, abys odpykával
svou přítomnost svou přítomností...
Všechno je tady k tvému pohanění:
linoleum, třísky na podpal, vyprahlá moucha,
chlebová plíseň, zabřesklý ocet trhlin
a šťavel skvrn a tříslo staženého vzduchu
a z čihadla koutů prskající pavučiny
a docela vespod ticho, zrovna tam,
kam svítí měsíc jenom ve dne...
Však mezi těmi věcmi spatříš náhle
(s krutou, nejvšednější, a tedy nejtajemnější
a jakoby doživotní určitostí)
kávový šálek a na něm stopy po líčidle,
kde přitiskly se kdysi naposled
rty té, která tě opustila...



domenica 16 novembre 2014

PERCHE' ALL'INIZIO ... - TOMASO PIERAGNOLO

Nel post precedente, ho volutamente sorvolato sul co-autore delle poesie. Si, perchè un traduttore è anche questo. se ci pensate bene. Un testo lo si può tradurre con vari sistemi di traduzione presenti in rete, ma ci avete mai provato? Un testo semplice è di semplice traduzione, questo è vero (ci sono riuscita persino io!) ma quando il discorso poetico si fa profondo e si deve scegliere tra  il senso delle parole e il corrispondente letterale, allora servono due cose: una conoscenza profonda della lingua e un animo da poeta.  Se poi ci fosse la possibilità di alcuni scambi di vedute con l'autore straniero, ci sarebbe un arricchimento del tradotto, come se si aggiungesse una dimensione in più alla poesia.
Non devo certo ricordarvi io che molti poeti del passato sono stati anche traduttori e che uno stesso testo risulti molto diverso nelle diverse versioni.
Ed eccoci arrivati al Pieragnolo poeta. Il brano che propongo è tratto da "nuovomondo", edito nel 2010 dalla casa editrice Passigli.  Si tratta di un poema senza un eroe, ma forse lo è chi compie il viaggio raccontato, metaforico, verso la ricerca d'una perfezione che oggi manca; un invito - quasi un monito -  a rinnovarci, a ricominciare da zero: "Ma oggi l’oceano mi ha portato /le sue scapigliature azzurre, / il fianco franto delle coste /che sparpagliavano nel vento, / l’equatore roco delle sue gocce / ..."  e perché questo? Perché  "imbizzarrita appare la vita / e a volte precaria scalciando striglia / l’uomo che giace inerte nel suo orgoglio. / Cerca terra per un nuovo legno o solo / il possesso di un successivo / giorno, il luogo dove nessuno uccise / la colomba...." e al fine "ancora, affinché / dal mio sonno io veda accomiatarsi gli inganni.".  Troppo semplice il parallelismo tra la vita dell'autore e la costruzione del libro, come è troppo semplice rapportarlo con un altro e più famoso "viaggio". C'è qualcosa in più a sostenere tutto il poema. Com'è intuibile da questi pochi accenni, è maestoso  e incalzante. L'amore lega un testo all'altro: per la terra e la natura in generale, per la vita, per l'uomo (che sospetto essere egli stesso) e la donna.  Il rispetto, altra forma di amore, verso questo mondo, ideale ma neppure troppo, a cui tendere senza "malintesi in circolazione, sottotitoli / ancora eredità di dominio e / compiacimento per un latente potere / che sopprime quotidiano, come snidare / perpetua la mancanza e giungere infine / a contare tutto, mangiare tutto / il mangiabile, stipare l’avvento / in alterato turno così accalcati /".
La scelta di quanto postare, è stata oggetto di continui ripensamenti. Ho risolto poi per quanto leggete sotto, perchè mi ha riportato vicina a una mia vecchia convinzione, che in sintesi ogni uomo nella sua vita, dalla nascita alla morte, passa attraverso tutti i secoli: inizia a parlare come hanno fatto i nostri antenati, a scrivere anche se non deve più inventarne i segni, a meravigliarsi e inventare, a prendersi cura degli altri e almeno nella normalità delle cose, stare accanto a chi  lascia questa vita, per poter poi essere preparato anche se non pronto, a sua volta.  Ma per tutto questo, comunque, ci vuole amore.





Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da vent’anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato il suo ultimo libro, il poema “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue più recenti pubblicazioni: “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano di Belgirate), “L’oceano e altri giorni” (2005, già finalista ai Premi Libero de Libero inedito 2003, edito Guido Gozzano di Belgirate e Ultima Frontiera di Volterra e vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si è svolta dal 2007 al 2013 in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale ha proposto principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, mai tradotti in Italia, e con alcune case editrici, che hanno pubblicato la prima traduzione in italiano di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Camaiore per la traduzione) e
la prima traduzione in italiano di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione). Ha pubblicato per La Recherche due ebook di traduzioni liberamente scaricabili: “Nell’imminenza del giorno” (2013) e “Ad ora incerta” (2014).







Perché all’inizio della vita tende
ogni buona cosa, il fugato dubbio
o il decente perdono che l’ottusa
insistenza attanaglia, la madre verde
di rugiada estenuata e fresca
di nubi e di recenti piogge
che il suo nuziale attende perigliosa
ancora incerta tra l’amore e l’odio;
è il millesimato astro che non può
esistere nemmeno un’ora staccato
dal suo eccesso, affinché ogni stilla viva
per sempre attratta da due roghi e della luce
l’esatto alternarsi, perché sia possibile
in vece amarsi e più non sapere
se qui comincia davvero un nuovomondo
o se ciechi viviamo la fine del tempo.