sabato 25 aprile 2015

CHE COSA ERA LA RESISTENZA - CARLO LEVI

Partigiano
ti ho visto appeso
immobile.
Solo i capelli si muovevano
leggermente sulla tua fronte.
Era l'aria della sera
che sottilmente strisciava
nel silenzio
e ti accarezzava,
come avrei voluto fare io.
(Giacomo Manzù - 25 aprile 1977)


Quest'anno saranno settanta anni dalla liberazione, una ricorrenza che in questo momento  dovrebbe essere più meditata. Specialmente dopo le minacce verso il nostro paese e i recenti blitz della polizia verso presunti fiancheggiatori di Al Qaeda, ma soprattutto dopo le varie azioni terroristiche intraprese, è vero, lontano da noi ma possiamo dire davvero che non ci riguarda? A costo di sembrare superficiale,  credo che queste minacce vengano da persone così lontane dal nostro modo di essere e di pensare, da non concepire che la nostra risposta possa travolgere leggi e autorità, come noi non sappiamo concepire quali  menti (e cuori) possano progettare le atrocità che ci vengono sbattute in faccia. Progettare... perchè tra le cosiddette "menti" non c'è una capace di "amministrare personalmente la propria giustizia" e si affida a soldati indottrinati, a sadici, a persone emarginate e insoddisfatte che riesce a reclutare.  
Soffermatevi sulla strofa centrale e sul suo ultimo verso. Lo spirito che  la ispira è quello di una comunione di uomini che va ben oltre l'arroganza,  la superbia,  il colore della pelle o la prefessione religiosa. E il termine "uomini" è da intendersi in senso lato.




Alla mezzanotte e tre quarti del 29 novembre 1902  nasce Graziadio Carlo Levi da Ercole e da Annetta Treves. I genitori appartenevano entrambi alla media borghesia ebraica: il padre era rappresentante di una ditta inglese di tessuti, la madre era sorella del leader socialista riformista Claudio Treves. Nel 1904 la famiglia si stabilì nella villa costruita al n. 11 di via Bezzecca, destinata a diventare il cuore degli affetti infantili e adolescenziali
Fin da ragazzo è affascinato dalla pittura, arte che coltiverà con gran passione per tutta la vita e gli regalerà importanti soddisfazioni. Dopo il diploma si iscrive alla facoltà di medicina all'Università di Torino. In quel periodo, tramite lo zio, l'onorevole Claudio Treves, conosce Piero Gobetti che lo invita a collaborare alla sua rivista La Rivoluzione liberale e lo introduce in quel cenacolo di artisti che fu la scuola di pittura di Felice Casorati.
In questo contesto multiculturale, Carlo ha modo di conoscere e confrontarsi con personaggi come Cesare Pavese, Giacomo Noventa, Antonio Gramsci, Luigi Einaudi ma anche con  Edoardo Persico, Lionello Venturi, Luigi Spazzapan, figure importanti queste ultime per la sua evoluzione pittorica.
Nel 1923 soggiorna per la prima volta a Parigi, dove viene a contatto per la prima volta con le opere dei Fauves, di Amedeo Modigliani e di Chaïm Soutine, leggendovi un incitamento alla ribellione contro la retorica fascista e la cultura ufficiale italiana. Durante questo viaggio, scrive anche il primo articolo sulla sua pittura nella rivista L'Ordine Nuovo. Si laurea in medicina nello stesso anno e rimarrà alla Clinica Medica dell'Università di Torino come assistente fino al 1928, senza  esercitare la professione di medico, preferendo definitivamente la pittura e il giornalismo. La profonda amicizia e l'assidua frequentazione di Felice Casorati orientano la propria attività artistica. Dopo altri soggiorni a Parigi, dove continua ad avere uno studio, la sua pittura subisce un ulteriore cambiamento stilistico, proseguito poi con la conoscenza, tra il 1929 e il 1930, di Modigliani. Con il sostegno di Edoardo Persico e Lionello Venturi, alla fine del 1928 entra a far parte del  movimento pittorico cosiddetto dei sei pittori di Torino ed espone in diverse città in Italia e in Europa (Genova, Milano, Roma, Londra, Parigi).
Levi, ha una sua visione precisa sul significato della parola libertà  in pittura, in contrapposizione sia a quella ufficiale, retorica e sottomessa al conformismo del regime fascista che a quella del  modernismo ipocrita del movimento futurista.
Nel 1931 si unisce al movimento antifascista di "Giustizia e libertà", fondato tre anni prima da Carlo Rosselli. Per sospetta attività antifascista, Levi viene arrestato una prima volta  nel marzo 1934, poi nell'anno successivo, il 15 maggio 1935 su segnalazione dello scrittore Dino Segre; a seguito di un appello di alcuni artisti francesi, viene rilasciato, ma confinato nel paese lucano di Grassano e successivamente trasferito nel piccolo centro di Aliano.  Da questa esperienza nascerà il suo romanzo più famoso, Cristo si è fermato a Eboli (nel racconto, il paese viene chiamato Gagliano imitando la pronuncia locale). Tale romanzo nel 1979 verrà anche adattato per il cinema e la televisione da Gillo Pontecorvo e Francesco Rosi, con Gianmaria Volonté nei panni di Carlo Levi.
Nel 1936 il regime fascista, sull'onda dell'entusiasmo collettivo per la conquista etiopica, gli concede la grazia, e Carlo si trasferisce per alcuni anni in Francia, dove continua la sua attività politica. Rientrato in Italia, nel 1943 aderisce al Partito d'azione e dirige insieme ad altri Azionisti
Nel 1945 Einaudi pubblica Cristo si è fermato a Eboli, scritto nei due anni precedenti. In esso Levi denuncia le condizioni di vita disumane di quella popolazione contadina, dimenticata dalle istituzioni dello Stato, alle quali "neppure la parola di Cristo sembra essere mai giunta". La risonanza che avrà il romanzo mette in ombra la sua attività di pittore: ma la stessa pittura di Levi viene influenzata dal suo soggiorno in Basilicata (sotto il fascismo chiamata Lucania), diventando più rigorosa ed essenziale e fondendo la lezione di Modigliani con un sobrio, personale realismo. Sempre nel 1945 Carlo Levi stringe una relazione con Linuccia Saba, l'unica figlia di Umberto.
Nel dopoguerra continua la sua attività di giornalista, in qualità di direttore del quotidiano romano Italia libera, partecipando a iniziative e inchieste politico-sociali sull'arretratezza del Mezzogiorno d'Italia, e per molti anni collaborerà con il quotidiano La Stampa di Torino. Nel 1954 aderisce al gruppo neorealista e partecipa alla Biennale di Venezia con apprezzabili dipinti, in chiave realistica come la sua narrativa. Dopo Cristo si è fermato a Eboli, di grande interesse sono Le parole sono pietre del 1955, sui problemi sociali della Sicilia (vincitore nel 1956 del Premio Viareggio), Il futuro ha un cuore antico (1956), Tutto il miele è finito (1965) e L'orologio, pensosa e inquieta cronaca degli anni della ricostruzione economica italiana (1950).
Nel 1963, convinto dai vertici del partito comunista e mosso dal desiderio di contribuire a modificare una politica basata sulla conservazione di aio 1975. La salma dello scrittore torinese riposa nel cimitero di Aliano, dove volle essere sepolto per mantenere la promessa di tornare, fatta agli abitanti, lasciando il paese. In realtà Levi tornò più volte in terra di Basilicata nel secondo dopoguerra. Ne sono testimonianza le numerose foto custodite nella pinacoteca dedicatagli nel comune di Aliano che lo ritraggono nelle varie locerti diritti acquisiti anche illegalmente, passa dalla teoria alla pratica e si candida a un seggio senatoriale. Viene eletto per due legislature Senatore della Repubblica (nel collegio di Civitavecchia prima e in quello di Velletri poi) come indipendente del Partito comunista italiano.
Nel gennaio 1973 subisce due interventi chirurgici per il distacco della retina ed in quello stato temporaneo di cecità riesce a scrivere Quaderno a cancelli, che sarà pubblicato postumo nel 1979 senza la parte finale recuperata recentemente dallo studioso Donato Sperduto, ed a tracciare 146 disegni.
Muore a Roma il 4 gennaio 1975. Viene sepolto nel cimitero di Aliano per mantenere la promessa di tornare fatta agli abitanti quando lascia il paese.


Giacomo Manzù - Monumento al partigiano - Giardino di Porta Nuova - Bergamo bassa


CHE COSA ERA LA RESISTENZA


Siamo stati insieme
diventando insieme uomini;
se il mondo era diviso
erano uniti i nostri cuori,
aperte le nostre porte.

Brillava su tutti i visi
una speranza comune,
una raggiunta esistenza
giovane in mezzo ai dolori:
ci siamo riconosciuti.

Un popolo nuovo, immune
dai limiti ripetuti
nasceva con nomi nuovi
sicuro della morte.
Era la Resistenza.

(1955)


lunedì 6 aprile 2015

DETROIT, UNA FABBRICA ABBANDONATA - PHILIP LEVINE

Un piccolo riquadro nell'ultimo numero di Poesia (Crocetti Editore) che per fortuna esce ancora nelle edicole, riporta la notizia della morte di questo autore e termina manifestando il rammarico per la sua scarsa "fortuna editoriale in Italia" ed io voglio raccogliere questo rammarico.
Purtroppo la tematica che Levine prediligeva e scriveva negli anni '30, adesso è quanto mai attuale qui in Italia e credo varrebbe la pena proporla tradotta in un volume, ma sarebbe più interessante fosse inserita nelle antologie scolastiche e magari anche discussa e approfondita, piuttosto di restare legati ai nostri poeti, sicuramente grandi e personalmente cari, ma lontani da questo momento storico. Ma ci sono insegnanti che parlano di poesia straniera e contemporanea? Ce ne sono che parlano di poesia?  Sono domande che mi faccio da molto tempo ma non ho una vera risposta.
Levine incarna il ruolo del poeta sociale, attento alla realtà che ha vissuto nelle fabbriche, dando voce a chi lavorava in posti di lavoro senza speranza, solo per non diventare povero. Disse: "Pensai che se avessi potuto trasformare la mia esperienza in poesia, le avrei dato il valore e la dignità che non avevano. E se avessi potuto scriverla avrei potuto capirla e capire il ruolo che ho avuto nella mia vita. Allora potrei pensarla con una certa gioia, un elemento vistosamente mancante nella mia vita."




Philip Levine nasce il 10 gennaio 1928 a Detroit, secondo di tre figli e primo di gemelli identici di genitori immigrati russi ebrei. Suo padre Herry ha una rivendita di ricambi di auto usate ma muore quando ha cinque anni. La madre Esther Priscol  (Prisckulnick) un negozio di libri.
Nella sua adolescenza ha dovuto confrontarsi con l'antisemitismo propagandato dalle trasmissioni settimanali della radio di padre Coughlin, lottando con chi voleva picchiarlo perchè ebreo.
A 14 anni trova lavoro - mal pagato, malsano e pericoloso - nelle fabbriche di auto, si diploma nel 1946 alla Central High School di Detroit, studiando nelle ore libere e continuando gli studi presso la wayne University, iniziando a scrivere poesie, incoraggiato dalla madre, alla quale dedica il libro The Mercy. Si laurea nel 1950, ma continua a fare degli "stupidi lavori" prello la Chevrolet e Cadillac.
L'anno successivo sposa Patty Kanterman, ma si separano due anni dopo. Inizia a frequentare l'Università dello Iowa, studiando con poeti come Robert Lowell e John Berryman, da lui definito come "suo grande maestro". Nel 1954, dopo un Master con una tesi su John Keats, si sposa con l'attrice Frances Artley. Inizia ad insegnare inglese nel 1958 alla California State University di Fresno fino al suo ritiro nel 1992, oltre che in numerose altre università. Nel 2011 viene insignito della carica di Poeta laureato.
Muore di cancro al pancreas il 14 febbraio 2015, a 87 anni. 


Immagine tratta dal sito di Pietromassimo Pasqui che ringrazio


DETROIT, UNA FABBRICA ABBANDONATA


I cancelli incatenati, la recinzione di filo spinato è lì,
come un’autorità di metallo contro la neve
e questo grigio monumento al senso comune
resiste alle stagioni. Ancora carica questa recinzione
delle paure di sciopero, di protesta, di uomini uniti
e della lenta corrosione delle loro menti.

Al di là, attraverso le finestre rotte, si vede
dove le grandi presse si sono fermate fra un colpo e l’altro
e così,  sospese nell’aria, restano prese
al margine certo dell’eternità.
Le ruote di ghisa sono ferme; si contano  i raggi
che il movimento sfuocava, i montanti che l’inerzia combatteva,

e si calcola la perdita del potere umano,
lento ed esperto, la perdita di anni,
il graduale declino della dignità.
Uomini vivevano in queste fonderie, ora dopo ora;
nulla di ciò che hanno forgiato è sopravvissuto agli ingranaggi arrugginiti
che sarebbero potuti servire a macinare il loro elogio.

da On the Edge, 1963
Trad. di Claudio Bellinzona



An Abandoned Factory, Detroit

The gates are chained, the barbed-wire fencing stands,
An iron authority against the snow,
And this grey monument to common sense
Resists the weather. Fears of idle hands,
Of protest, men in league, and of the slow
Corrosion of their minds, still charge this fence.

Beyond, through broken windows one can see
Where the great presses paused between their strokes
And thus remain, in air suspended, caught
In the sure margin of eternity.
The cast-iron wheels have stopped; one counts the spokes
Which movement blurred, the struts inertia fought,

And estimates the loss of human power,
Experienced and slow, the loss of years,
The gradual decay of dignity.
Men lived within these foundries, hour by hour;
Nothing they forged outlived the rusted gears
Which might have served to grind their eulogy.



domenica 5 aprile 2015

PARLA SIMONE IL CIRENEO - COUNTEE CULLEN

Un nuovo autore e una poesia diversa da quelle solite per augurare a tutti Buona Pasqua.
In questi tempi di assurda violenza, abbiamo bisogno di ritrovare quella spiritualità che diamo troppo per scontata.




Nasce forse il 30 maggio 1903, forse a New York, Baltimora, o Lexington, Kentucky, non si sa da chi. Com'è possibile non avere certezza su questi dati fondamentali? Il fatto è che Cullen perde genitori e fratello, o forse viene abbandonato da sua madre e lasciato a soli nove anni a una donna chiamata Mrs. Facchino, forse la nonna paterna, che muore nel 1918.
Fino a quell'anno comunque non ci sono informazioni affidabili sulla sua infanzia, fino al momento della sua adozione da parte del Reverendo Frederick Ashbury Cullen, da cui eredita, finalmente, un nome. Cresce a New York, nel quartiere di Harlem, ricevendo una educazione cristiana metodista. Studia al Liceo Dewitt Clinton, dove di distingue in poesia e in oratoria. Nel 1922 si diploma con lode in latino, greco, matematica e francese. L'anno successivo entra all'Università di New York e vince un secondo premio in una disputa di poesie patrocinata dalla Poetry Society of American, con un poema dal titolo La Ballata della Ragazza Marrone. In questo periodo, le sue poesie vengono pubblicate su quotidiani come The Crisis e Opportunity. L'anno successivo si piazza di nuovo al secondo posto, ma vincerà solo nel 1925. In quell'anno viene accettato alla Università di Harvard per conseguire un master in inglese e allo stesso tempo la sua prima raccolta di poesie, "Color", viene pubblicata. Contiene i suoi brani più famosi, "Eredità" e "Incidente". Si laurea nel 1926 e decide di visitare l'Europa, specialmente la Francia. Rientra in America due anni dopo; conosce Yolanda Du Buois, figlia di uno dei più grandi intellettuali statunitensi e si sposa nell'aprile 1928 ma il matrimonio non va bene e i due si separano dopo due anni. La sua amicizia con Harold Jackman, un insegnante celebre per la sua bellezza e per la sua omosessualità, alimenta le voci di una loro relazione e diviene uno dei motivi di divorzio anche se non viene mai provata. Nel 1940 sposa Ida Mae Robertson che conosce da dieci anni. Muore per una infezione renale a New York, il 9 gennaio 1946.
Solo nel 2013 viene inserito nella Hall of Fame degli scrittori di New York.





       PARLA SIMONE IL CIRENEO

Egli non mi disse una parola,
Eppure mi chiamò per nome;
Egli non mi fece neppure un cenno,
Eppure io capii e venni.
Dapprima dissi: «Non voglio portare
La sua croce sulla mia schiena;
Egli vuole caricarmela addosso
Solo perché la mia pelle è nera ».

Ma Egli moriva per un sogno
Ed era molto mite,
E nei suoi occhi splendeva una luce
Che gli uomini fanno molta strada per trovare.

Fu Lui a conquistare la mia pietà;
lo feci solamente per Cristo
Ciò che tutta Roma non avrebbe potuto ottenere
Coprendomi di lividi, a frustate, a sassate.



Simon the Cyrenian Speaks
 
He never spoke a word to me,
And yet He called my name;
He never gave a sign to me,
And yet I knew and came.
At first I said, "I will not bear
His cross upon my back;
He only seeks to place it there
Because my skin is black."

But He was dying for a dream,
And He was very meek,
And in His eyes there shone a gleam
Men journey far to seek.

It was Himself my pity bought;
I did for Christ alone
What all of Rome could not have wrought
With bruise of lash or stone.


 


domenica 29 marzo 2015

PRIMAVERA - EMILY DICKINSON

Emily Dickinson è una scrittrice cara a un caro amico che, per vari motivi non sento da molto tempo e mi manca.
Mi è capitato di leggere questa poesia e da qui capisco il suo bisogno di spazio, il gusto per le descrizioni ed i suoi rimproveri ai miei testi. 
Si può dire qualcosa che non sia già stato detto delle poesie della Dickinson? 
 Pare non abbia mai considerato concluso un testo. Spesso segnava i suoi manoscritti con asterischi,  ed a margine riscriveva dei versi alternativi. Attribuiva una grance importanza alla punteggiatura; i segni che inseriva nei suoi testi erano sempre diversi per forma e dimensioni. Al momento della pubblicazione, i testi furono rivisti e i segni soppressi quasi interamente a causa di una censura che operò soprattutto su parole e linguaggio. 
Nel testo che segue è pregevole il clima di aspettativa reso dall'insieme delle frasi spezzate che raccoglie in un mazzo nella riflessione finale.
Riguardo alla traduzione, ho trovato un sito contenente anche questa poesia, ma non aveva, a mio avviso, la stessa musicalità di questo testo, per cui ho lasciato che resti anonimo il suo autore, salvo rettificarlo quando potrò attribuirlo con certezza.

 



                   PRIMAVERA

Qualcosa di cambiato nell'aspetto dei monti;
Una luce splendente che riempie il villaggio;
Un'aurora più vasta;
Più profondo il crepuscolo sul prato;
L'orma di un piede vermiglio;
Un dito porporino sul pendio;
Una mosca insolente contro i vetri;
Un ragno che ritorna al suo lavoro;
Più maestoso l'incedere del gallo;
Un'attesa di fiori dappertutto;
L'ascia che canta stridula nei boschi;
Odor di felci su vie non battute,
Queste e altre cose che non posso dire,
L'aria furtiva che anche voi sapete,
Ed il mistero di Nicodemo
Ha la sua replica annuale.



SPRING

An altered look about the hills;
A Tyrian light the village fills;
A wider sunrise in the dawn;
A deeper twilight on the lawn;
A print of a vermilion foot;
A purple finger on the slope;
A flippant fly upon the pane;
A spider at his trade again;
An added strut in chanticleer;
A flower expected everywhere;
An axe shrill singing in the woods;
Fern-odors on untravelled roads,
All this, and more I cannot tell,
A furtive look you know as well,
And Nicodemus' mystery
Receives its annual reply.


domenica 22 marzo 2015

LETTERA A UNO CHE NON VISSE COME VOLEVA - EUNICE ODIO

Direi che oggi, Giornata Internazionale della poesia, è la giornata ideale per inserire un nuovo autore e quasi inedito in italia con una poesia tratta da COME LE ROSE DISORDINANDO L’ARIA” un volume che raccoglie una ampia selezione di poesie, curato e tradotto da Tomaso Pieragnolo e Rosa Gallitelli, in uscita nel prossimo aprile per la Casa Editrice Passigli.
Dalla quarta di copertina:
"La poesia di Eunice Odio è stata oggetto di una grande riscoperta negli ultimi anni; una poesia che certamente si avvicina alle esperienze del surrealismo, introdotto in America Latina in particolare dal poeta cileno Vicente Huidobro (e che peraltro arrivò a influenzare anche il giovane Pablo Neruda), ma che qui non vuole mai allontanarsi da una radice profondamente concreta, fisica, corporea. [ ] Ma l’originalità dell’opera poetica di questa scrittrice appare oggi ancora più netta ed è un  tutt’uno con il suo spirito indomito e indipendente. [ ] per capire ancora più a fondo la poesia di Eunice Odio è necessario comprendere la solitudine che sempre accompagnò la sua vita, un senso di perdita costante che la portava a celebrare con lucidità profonda ogni aspetto dell’esistenza come ricerca estenuante dell’amore totale e terreno, come dono naturale ed unico consegnato interamente in ogni gesto e parola.”
Sono sicura che per me sarà una gradita scoperta, una collezione di figure e sensazioni forti come già la poesia qui presentata ci propone.






Yolanda Eunice Odio Infante nasce a San José (Costa Rica) da Don Aniceto Odio Escalante e doña Graciela Infante Álvarez un 9 di Ottobre. Curiosamente, ma probabilmente per colpa della stessa Eunice che rimuove l'anno dalla sua data di nascita, per molto tempo viene creduto essere il 1922. Successivamente la studiosa Alicia Miranda Hevia lo rettifica, documenti alla mano, nel 1919. 
Inizia a studiare presso la scuola Delia U. de Guevara e il Collegio superiore per giovani signorine, completando poi gli studi con vaste letture, in particolare poesie moderne. A 16 anni ha una relazione con il poeta Roberto Brenes Mesén. Si sposa con l'Avvocato Enrique Coto Conde ma il matrimonio fallisce dopo solo due anni e messo, ma le permette di accedere alla vasta biblioteca della famiglia del marito.
Viaggia molto, Nicaragua, El Salvador, Honduras, Guatemala, Cuba e Stati Uniti e rientra nel paese mei primi anni quaranta. Le sue poesie sono lette alla radio con lo pseudonimo di Catherine Mariel e pubblicate sui periodici La Tribuna e Mujer y Hogar. Nel 1947 partecipa e vince il concorso centroamericano di poesia con la raccolta inedita "Gli elementi terrestri" che verrà pubblicato un anno dopo, si reca in Guatemala per ritirare il premio e dare a lezioni e conferenze ma decide di restare là, ne acquisisce la nazionalità e lavora presso il Ministero dell'Istruzione . Nel 1955, problemi personali la costringono a stabilirsi in Messico, dove restera quasi ininterrottamente fino alla sua morte.
Nel 1956 subisce due lutti: di suo padre e della sua amica narratrice e saggista Yolanda Oreamuno che assiste nella sua infermità e che muore tra le sue braccia.
L'anno successivo invia "Transito di fuoco" al concorso di cultura di San Salvador. Gli organizzatori non ricevono il plico in tempo e resta fuori concorso però il merito del suo lavoro è innegabile e le viene concesso un premio equivalente alla metà di quanto è riservato al secondo classificato oltre alla pubblicazione. Ancora oggi è considerato il suo libro migliore e uno dei più grandi successi della poesia centroamericana del XX Secolo.
Nel 1962 ottiene la cittadinanza Messicana; lavora nel giornalismo e come traduttrice. Pubblica diversi articoli contro il comunismo e Fidel Castro che le valgono l'inimicizia della intellighenzia di sinistra messicana e conseguenti ostacoli nel lavoro. Negli ultimi anni la sua vita è sostenuta dall'alcol e da una rabbia che la rende insopportabile, tanto che nelle note del suo libro postumo si parla di lei come una donna passionale, piena di ansia dolorosa, aggressiva, viscerale e strana.
Muore a Città del Messico in assoluta solitudine e in una data incerta; il suo corpo viene ritrovato nella vasca da bagno dieci giorni dopo il decesso e c'è anche un errore di trascrizione del mese, da marzo a maggio.
Ci sono anche pareri discordi anche sulle presunte cause della morte di Eunice: il suicidio da veleno, incidente domestico (slittamento nella vasca), congestione alcolica, congestione viscerale, fino all'omicidio.
Comunemente la data in cui viene ricordata è quella del 23 marzo 1974.










LETTERA A UNO CHE NON VISSE COME VOLEVA

Fratello, amico mio,
è per te questa carta che si è fatta aspettare
come i germogli del petto nell’estate.
Ti scrivo che ho pensato molto a te
e ti vedo adesso con il tuo collo inchiodato
che fugge dal torace e dalle mani:
con questo tuo modo di tenere gli zigomi
fuori di te,
più lontano dalla tua pelle che dal tuo nome.
Come credo ti dissi, giungerò d’improvviso
un giorno in cui nessuno viaggia,
un giorno ineguale che accorrerà ai miei occhi
quando io lo chiamo
e si sfilaccerà nel mio profilo
cresciuto di grappoli e di greggi.

Però adesso, precisamente adesso,
che ho di fronte una madre di Picasso
della epoca azzurra,
una madre inondata dei suoi materni echi
e dei suoi stessi verbi circondata,
dalle cui labbra sbocca un bimbo
intermittente e minimo,
precisamente adesso – dico –
mi viene la tua casa nel ricordo
e so, dall’odore e dalla passione e dal tatto,
che cosa mi dirai quando ritorni:
del colpo nella quiete del bambino
e del grembiule con iniziali,
all’ordine del giorno negli accordi familiari.

«Povero piccolo, cascò dall’arancio
la scorsa settimana, tutto intero cascò,
e non gli rimase altro
che una parte minima di labbro,
per piangere a dirotto per le ginocchia
e il vestito e la caduta.»
E la ragazza altissima con palpebre d’uva,
dove discorrono nella sera le rondini,
e la zia con pettinini nella chioma odorosa
e le braccia dolcissime.

E il pane in controluce di velluto
sui declivi dentro cesti abbagliati,
il pane udito sempre,
nella forma mutevole di braccia,
il molle pane
fratello primogenito del grano,
il cui fianco si ruppe in pianura.
Il pane, fratello,
il pane,
pane della tua casa
e della mia
e del fratello eterno che ci segue.
Il pane che giustifica la mitezza in pace,
quello che ci fa guardare verso l’alto la terra,
quello del lievito che trascorre in un abbraccio.
Il pane dell’uomo che riposa
col mio collo nella sua anima
ed il mio ventre in suo figlio;
il tuo,
il mio,
quello di tutti.
È per lui che,
quando nelle vendemmie imbrunisce,
tutti domandano se arrivò alla bocca,
o se è il suo odore di abituato albore
che ritorna alla bocca,
che prima del pane incarna
ed è il verbo e la voce di colomba.

Ti ho raccontato del pane,
fratello,
e della casa
dove il lievito cresce nella notte
e lo si sente sollevare
l’edificio del sangue;
dove il lievito
organizza il silenzio che lo abita,
aggruppa l’aria
e fonda l’acqua che lo fanno
profonda materia radunata e pura.

Ho poco ormai da raccontarti,
se non fosse che per svelarti tutto questo
ho lasciato momentaneamente tra le mie cose:
libri, quadri, vesti,
il mio cuore in un ramo,
e sono adesso così vicina alla sua assenza
che quasi ne ignoro la causa;
tanto assoggettata a lui che devo già tornare,
senza attardarmi,
per aiutarlo a realizzare il suo compito
di palpitare a tempo e di bastarmi.



CARTA A UNO QUE NO VIVIÓ COMO QUISO

Hermano, amigo mío,
para ti esta carta que se hace esperar
como los renuevos del pecho en verano.
Te cuento que he pensado mucho en ti
y te veo ahora con tu cuello enclavado
huyéndole al torso y a las manos:
con esa tu manera de tener los pómulos
fuera de ti,
más lejos de tu piel que de tu nombre.
Como creo que te dije, voy a llegar de pronto
un día en que no viaje nadie,
un día desigual que acudirá a mis ojos
cuando yo lo llame
y desfilará por mi perfil
crecido de racimos y rebaños.

Pero ahora, precisamente ahora,
teniendo frente a mí una madre de Picasso
de la época azul,
una madre inundada de sus maternos ecos
y de sus propios verbos circundada,
por cuyos labios desemboca un niño
entrecortado y mínimo,
precisamente ahora – digo –
me aviene tu casa al recuerdo
y sé, por el olor y la pasión y el tacto,
lo que me va a decir cuando regrese:
lo del palote en la quietud del niño
y lo del delantal con iniciales,
a la orden del día en los acuerdos familiares.

«Pobre pequeño, se cayó del naranjo
la semana pasada, todo entero cayó,
y no le quedó arriba
más que una parte mínima de labio,
para llorar muy alto por la rodilla
y el vestido y la caída.»
Y la muchacha altísima con párpados de uva,
donde discurren por la tarde las golondrinas,
y la tía con peinetas en el pelo oloroso
y los brazos dulcísimos.

Y el pan a contraluz de terciopelo
a cuestas en los cestos deslumbrados,
el pan oído siempre,
en la forma mudable de los brazos,
el tierno pan
hermano primogénito del trigo,
cuya cadera se quebró en el llano.
El pan, hermano,
el pan,
pan de tu casa
y de la mía
y del hermano eterno que nos sigue.
El pan que justifica la blandura en paz,
el que hace que miremos para arriba la tierra,
el de la levadura trascurrida en un abrazo.
El pan del hombre que reposa
con mi cuello en su alma
y con mi vientre en su hijo;
el tuyo,
el mío,
el de todos.
Por el que,
cuando en las vendimias anochece,
todos preguntan si llegó a la boca,
o si es su olor de acostumbrada albura
que regresa a la boca,
que antes que el pan encarna
y es el verbo y la voz de la paloma.

Te he hablado del pan,
hermano,
y de tu casa
en que la levadura crece por la noche
y se la siente levantando
el edificio de la sangre;
en que la levadura
organiza el silencio que la habita,
agrupa el aire
y funda el agua que la hagan
honda materia congregada y pura.

Poco tengo ya que decirte,
si no es que para hablarte de todo esto
he dejado momentáneamente entre mis cosas:
libros, cuadros, trajes,
mi corazón en rama,
y estoy ahora tan cerca de su ausencia
que hasta ignoro su causa;
tan por debajo de él que he de regresar ya,
sin tardarme,
para ayudarle a realizar su oficio
de palpitar a tiempo y alcanzarme.























mercoledì 28 gennaio 2015

CORTILE - JORGE REIS-SA

Dal sito di Parco poesia e in attesa di pubblicazione da parte della Edizioni Kolibris, una poesia di quella che è considerata una  delle più importanti voci della giovane poesia portoghese. Sono dei versi dedicati al padre. Un tema di difficile svolgimento ma che dimostra quanto Jorge sappia imbrigliare l'emozione per renderla in modo apparentemente semplice e quanto sia meritata la considerazione di cui gode.
Ma in verità tutti i versi dedicatigli sono pieni di un amore sconfinato, tanto da farmi sentire un poco in colpa per non avere avuto dentro la stessa calda preoccupazione,  il pensiero costante negli anni, la percezione quotidiana di una presenza. Certo, ognuno vive e risolve i suoi lutti in modo personale e fa, nella contingenza della malattia, quello che fa. E' che il suo modo, così come è raccontato, sembra così puro, ineccepibile e logico...
Queste sono considerazioni di cuore me ne rendo conto, ma sono motivate e sostenute senza dubbio dalla accessibilità dell'emozione, offerta senza pudore e sviscerata fino al sanguinamento e in fondo la poesia è prima di ogni altra cosa sentimento tradotto, o tradito se preferite, con parole cucite assieme da quell'insieme di figure retoriche in continua evoluzione.
Mai come questa volta credo in un autore e se è vero come dicono, che riesco a distinguere tra verso e Verso, Jorge avrà un cammino felice, costellato di molti riconoscimenti.




 Jorge Reis-Sá è nato a Vila Nova de Famalicão, una piccola città nel Nord del Portogallo, il 9 aprile 1977. Tra il 1994 e il 2000 ha studiato Astronomia e Biologia presso la facoltà di Scienze alla Università di Porto, resta come tirocinante di Patologia Molecolare e Immunologia studiando la genetica delle popolazioni. Interrompe per fondare la  Quasi Edições, che ha diretto dal 1999 al 2009, anno della chiusura ed è stato direttore editoriale di Babel dal 2010 al 2013. Ha curato numerose antologie, tra cui ricordiamo Poemas portugueses, la più completa antologia di poesia pubblicata in Portogallo. La sua opera poetica è racchiusa nel volume Instituto de Antropologia. Ha inoltre pubblicato i romanzi Todos os dias e O Dom, e i libri di racconti, Por ser preciso e Terra. È assiduo collaboratore di vari giornali e riviste portoghesi, come “Público”, “LER” e “Sábado”, tra gli altri. I suoi due romanzi sono stati pubblicati in Brasile dalla Record e suoi testi sono stati tradotti in italiano, spagnolo, inglese e lituano. Ha appena terminato il suo terzo romanzo. Vive a Lisbona con la moglie e il figlio.





CORTILE


Avevo giurato di scordare i tuoi gesti in mezzo ai miei
versi, lo sai bene. Mi aveva detto che era ora di parlare
di farfalle; di Joana, la piccola che si nasconde nell’orto
della nonna. Ma ci sei, come tutti i giorni, talvolta un breve
ricordo, altre un dardo nel punto in cui dicono io abbia

un cuore. Oggi è stato un giorno tanto triste. Il tuo nome
sulla targa d’argento che il signor Albino dell’oreficeria
fece più di quindici anni fa. Era necessario dare alle
auto il nome del proprietario e tu, diligente, scrivesti
sulla Rover il tuo, inciso in argento e verità. Ci sei

perché oggi abbiamo venduto la tua auto. È sparito un altro
pezzo di te e ha fatto tanto male. Non bastavano il corpo e la
memoria con gli anni – papà, se un giorno ti scorderò per il
dolore, mi perdonerai? – anche le cose che ti davano
uno status si vanno perdendo a una a una. Gli abiti, dentro
l’armadio dell’ingresso, che mamma, quasi in silenzio, disse
d’aver dato via perché i vermi che ti smangiano la carne
inondano il tessuto che per anni la protesse. L’auto.Venduta,

che svaniva nella curva della strada. La vidi l’ultima volta
quando la portai fuori dal garage e piansi. Era te che stavo
perdendo un’altra volta. Restò il pezzo d’argento dove giace
il tuo nome e che custodisco come fa un figlio orfano con

la memoria del padre. Con il tuo corpo smangiato sotto al
marmo e il nostro pianto, mamma ha comprato un piccolo
baule per custodirti. C’è un pacchetto di tabacco, l’ultimo
che fumasti e che finì per ucciderti; i tuoi occhiali; la
tua vita in miniatura. Manca la tua fede che porto

al dito e che un giorno metterò là. (Papà, se un
giorno ti scorderò per il dolore, mi perdonerai?)


Trad. Chiara De Luca



QUINTAL


Eu tinha jurado esquecer os teus gestos no meio dos meus
versos, bem sabes. Tinha-me dito que era altura de falar
de borboletas; da Joana, a pequena que late no quintal
da avó. Mas aqui estás, como todos os dias, às vezes uma
curta recordação, outras um dardo no sítio onde dizem que

tenho um coração. Hoje foi um dia tão triste. O teu nome
na placa de prata que o senhor Albino da ourivesaria
fez há mais de quinze anos. Era necessário chamar aos
carros o nome do seu dono e tu, diligente, escreveste
no Rover o teu, gravado em prata e verdade. Estás aqui

porque hoje vendemos o teu carro. Desapareceu mais
um bocado de ti e dói tanto. Já não bastava o corpo e a
memória com os anos – pai, se um dia te esquecer pela
doença, perdoar-me-ás? – também as coisas que te davam
circunstância se vão gastando uma a uma. A roupa, no
armário da entrada, que a mãe, quase em silêncio, disse ter
dado porque os vermes que tragam a tua carne inundaram 
o tecido que tantos anos a protegeu. O carro. Vendido,

desaparecendo na curva da estrada. Olhei-o uma última
vez quando o tirei da garagem e chorei. Eras tu quem eu
perdia uma vez mais. Sobrou o bocado de prata onde jaz
o teu nome e que guardo como um filho órfão guarda

a memória de um pai. Com o teu corpo tragado debaixo
do mármore e do nosso choro, a mãe comprou um pequeno
baú para te guardar. Tem um maço de tabaco, o último que
fumaste e que te acabou por matar; tem os teus óculos; tem
a tua vida em ponto pequeno. Falta a tua aliança que trago

no dedo e que um dia lá colocarei. (Pai, se um
dia te esquecer pela doença, perdoar-me-ás?)






lunedì 26 gennaio 2015

da ‘SHOAH’ di Claude Lanzmann

Senza parole.





“Difficile da riconoscere, ma era qui.
Qui bruciavano la gente.
Molta gente è stata bruciata qui.
Si, questo è il luogo.
Nessuno ripartiva mai di qui.
I camion a gas arrivavano là...
C’erano due immensi forni...
e dopo, gettavano i corpi in quei forni,
e le fiamme salivano fino al cielo.
Fino al cielo?
Si.
Era terribile.
Questo non si può raccontare.
Nessuno può immaginare quello che è successo qui.
Impossibile. E nessuno può capirlo.
e anche io, oggi...
Non posso credere di essere qui.
No, questo non posso crederlo.
Qui era sempre così tranquillo. Sempre.
Quando bruciavano ogni giorno duemila persone, ebrei,
era altrettanto tranquillo.
Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro.
Era silenzioso. Calmo.
Come ora.”

tratto da ‘SHOAH’ di Claude Lanzmann


NOI EBREI - GERTRUD KOLMAR

Della Kolmar sono sono andate disperse molte poesie, soprattutto le ultime ma nonostante questo ne sono rimaste  450, delle quali pochissime tradotte in italiano. Un primo volume risale al 1990, Il canto del gallo nero, edito da Essedue Edizioni, un secondo molto più piccolo è del 2008, Metamorfosi e altre liriche edito dalla solita Via del Vento Edizioni.
In  Germania è raro trovarla nelle enciclopedie e il suo nome è quasi sconosciuto all'estero.
La sua storia ricorda molto quella di Antonia Pozzi, entrambe avevano una relazione osteggiata dai genitori, entrambe scelgono il suicidio come via di fuga, ma Gertrud trova poi il coraggio di vivere la scelta consapevole di restare, non la fuga come altri. Mi viene il dubbio che sia stato un modo per espiare una colpa che si sentiva addosso.
Le verrà reso onore postumo con l'apposizione  di una lapide a ricordo il 24 febbraio 1993 nella  Haus Ahornallee 37  a Charlottenburg, un sobborgo di Berlino e nella stessa città, una strada porta il suo nome  (ma quanti autori non hanno avuto nessuno a sopravvivergli, a raccogliere  i loro versi?).
Le poesie scritte tra il 1933 e il 1943 sono solenni  "La città è per me un vino colorato / in un levigato calice di pietra / che sta e brilla davanti alla mia bocca / e specchia la mia immagine nella sua cavità. / (La straniera) accusatoria "Vieni dunque e uccidi! / Per te posso essere solo un disgustoso animale: / io sono il rospo / e porto il gioiello. (Il rospo), dura e senza incertezze "Si affaticano come dementi, grigi, devastati, / separati dall’umanità variopinta, / irrigiditi, timbrati e marcati, / come bestiame da macello che aspetta il beccaio / e non conosce che il fetido truogolo e il recinto." (Nei lager).  Per molti versi ricorda la Acmatova davanti al carcere di Leningrado nel rispondere "Posso" alla domanda " Ma questo lei può descriverlo?" 
Diverse per intensità e calore sono invece le poesie dedicate all'amante, ma di quelle vi dirò in un prossimo post.






Gertrud Kolmar è lo pseudonimo scelto dalla scrittrice per sostituire il cognome di origine polacca e di difficile pronuncia: Chodziesner, che deriva da Chodziesen in Posnania, città da cui proviene la famiglia paterna. Di origini ebraiche, nasce a Berlino il 10 dicembre del 1984. Il padre Ludwig è avvocato penalista, la madre Elise una pianista. Ha tre fratelli, Margot Georg e Hilde. Frequenta la scuola secondaria a Berlino ed un corso di economia domestica ad Arvedshof, nei pressi di Lipsia e si dedica allo studio delle lingue, ottenendo un diploma per l’insegnamento del Francese, Inglese e Russo.  Intorno al 1916 ha una relazione con Karl Jodel, un ufficiale tedesco e sposato; resta incinta, ma la sua famiglia per la "convenienza" e la "buona reputazione" le fa pressione per abortire e chiudere il rapporto con Karl. Questa maternità negata produce in Gertrud un trauma da cui non si riprenderà mai, tentando il suicidio. Il padre per farle superare il dolore ottiene da un editore la pubblicazione di una sua raccolta di poesie, che esce nel 1917. Per lei si prodigheranno anche il cugino Walter Benjamin, filosofo e scrittore che intuisce subito il valore delle sue poesie, e Nelly Sachs conosciuta nelle serate di lettura della Lega della cultura ebraica.
Dal 1919 al 1927 lavora come istitutrice in Francia. Ritorna a Berlino nel 1928 per curare la madre ammalatasi di cancro e vi resta anche dopo la sua morte, quasi relegata nel giardino della sua casa assieme al padre anzano e malato.
Con le vicende storiche occorse in Germania, la famiglia è fortemente indebitata. Nonostante la nomina di Hitler a Cancelliere nel 1933, il crescente antisemitismo e l'applicazione delle leggi razziali, il padre resta convinto - come tantissimi altri ebrei in quello stesso periodo - che non possa succedere nulla alla sua famiglia in quanto tedesca e pienamente integrata.  Ma nel 1939 sono costretti a vendere la loro casa per trasferirsi presso la "casa degli ebrei".  Gertrud si dedica allo studio dell'ebraico:  
"Ieri, 14 maggio, dopo la quinta lezione, ho “combinato” la mia prima poesia in ebraico. Prima o poi te la farò sentire, forse è ancora imperfetta, però ne sono orgogliosa come lo sarà Sabine quando avrà scritto la sua prima “vera”parola." Lettera scritta alla sorella Hilda e datata 15 maggio 1940. 
Nel 1942 il padre viene deportato a Theresienstadt dove muore un anno dopo, mentre lei lavora come forzata nelle fabbriche di Berlino, scampando più volte alla deportazione perché giudicata una forza lavoro indispensabile, fino al 27 febbraio 1943  quando, durante la cosiddetta “Azione nelle fabbriche” viene arrestata assieme agli altri lavoratori forzati ebrei di
Berlino e condotta in un campo di smistamento. Il 2 marzo del 1943, sale sul treno del "Trentaduesimo trasporto dall'Est" verso Auschwitz, dove muore.








NOI EBREI


Solo la notte è in ascolto: ti amo, ti amo popolo mio,
voglio abbracciarti forte,
come una donna fa col suo compagno alla gogna, nella fossa,
la madre non lascia il suo figlio ingiuriato precipitare da solo.

E se un bavaglio ti soffoca in gola il grido straziato,
e - crudeli - ti legano le braccia tremanti,
lasciami essere la voce che cade nell’abisso dell’eternità,
la mano che si tende a toccare Dio in cielo.

Dalle rocce delle montagne il Greco trascinò giù i suoi pallidi dei,
e Roma lanciò sulla terra uno scudo di ferro,
un turbinio vorticoso dal cuore dell’Asia, orde di mongoli si sollevarono,
gli imperatori da Aquisgrana seguivano il sud con lo sguardo.

E la Germania e la Francia portano un libro e una spada fiammeggiante,
sulle navi l’Inghilterra percorre un sentiero d’argento e d’azzurro,
e la Russia è un’ombra che incombe, una fiamma arde sul suo focolare,
e noi, noi siamo nati dal patibolo e dalla forca!

Questo cuore che scoppia, trasudare di morte, senza lacrime gli occhi,
e al palo della tortura il gemito eterno che il vento, ululando, consuma,
e la mano scarna - le vene come vipere verdi - la povera mano
che lotta contro la morte fra roghi e capestri.

L’inferno ha bruciato la barba canuta, gli artigli del diavolo l’han fatta a brandelli,
l’orecchio mutilato, le ciglia strappate; gli occhi, velati, si offuscano:
Oh, voi ‘ Quando giunge l’ora fatale, qui ed ora, io voglio alzarmi,
voglio essere il vostro arco trionfale attraverso il quale passano le pene e i tormenti!

Non bacerò la mano che agita il turgido scettro dei pieni poteri,
non bacerò il ginocchio di bronzo, ne il piede d’argilla del dio d’un tempo crudele;
Oh, potessi - io, fiaccola ardente - levare la voce
nell’oscuro deserto del mondo: giustizia! giustizia! giustizia!

Caviglie. Ho trascinato catene, risuona il mio passo di prigioniero.
Labbra. Serrate, sigillate da cera incandescente.
Cuore. Una rondine in gabbia che supplica di volare.
E sento la mano che trascina su un mucchio di cenere il mio viso piangente.

Solo la notte è in ascolto: ti amo popolo mio, vestito di stracci:
come il figlio di Gea, terra dei pagani, si trascina spossato verso la madre,
tu ora buttati in basso, sii debole, abbraccia il dolore,
un giorno il tuo piede di viandante, stanco, calpesterà il capo dei potenti!

15.9.1933

Tratta dall'opuscolo GERTRUD KOLMAR. LA STRANIERA 1894 - 1943 che trovate qui


Wir Juden

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, ich liebe dich, mein Volk,
Und will dich ganz mit Armen umschlingen heiß und fest,
So wie ein Weib den Gatten, der am Pranger steht, am Kolk
Die Mutter den geschmähten Sohn nicht einsam sinken lässt.

Und wenn ein Knebel dir im Mund den blutenden Schrei verhält,
Wenn deine zitternden Arme nun grausam eingeschnürt,
So lass mich Ruf, der in den Schacht der Ewigkeiten fällt,
Die Hand mich sein, die aufgereckt an Gottes hohen Himmel rührt.

Denn der Grieche schlug aus Berggestein seine weißen Götter hervor,
Und Rom warf über die Erde einen ehernen Schild,
Mongolische Horden wirbelten aus Asiens Tiefen empor,
Und die Kaiser in Aachen schauten ein südwärts gaukelndes Bild.

Und Deutschland trägt und Frankreich trägt ein Buch und ein blitzendes Schwert,
Und England wandelt auf Meeresschiffen bläulich silbernen Pfad,
Und Russland ward riesiger Schatten mit der Flamme auf seinem Herd.
Und wir, wir sind geworden durch den Galgen und das Rad!

Dies Herzzerspringen, der Todesschweiß, ein tränenloser Blick
Und der ewige Seufzer am Marterpfahl, den heulenden Wind verschlang.
Und die dürre Kralle, die elende Faust, die aus Scheiterhaufen und Strick,
Ihre Adern grün wie Vipernbrut dem Würger entgegenrang.

Der greise Bart, in Höllen versengt, von Teufelsgriff zerfetzt,
Verstümmelt Ohr, zerrissene Brau und dunkelnder Augen Fliehn:
Ihr! Wenn die bittere Stunde reift, so will ich aufstehn hier und jetzt,
So will ich wie ihr Triumphtor sein, durch das die Qualen ziehn!

Ich will den Arm nicht küssen, den ein strotzendes Zepter schwellt,
Nicht das erzene Knie, den tönernen Fuß des Abgotts harter Zeit;
O könnt ich wie lodernde Fackel in die finstere Wüste der Welt
Meine Stimme heben: Gerechtigkeit! Gerechtigkeit! Gerechtigkeit!

Knöchel. Ihr schleppt doch Ketten, und gefangen klirrt mein Gehn.
Lippen. Ihr seid versiegelt, in glühendes Wachs gesperrt.
Seele. In Käfiggittern einer Schwalbe flatterndes Flehn.
Und ich fühle die Faust, die das weinende Haupt auf den Aschenhügeln mir zerrt.

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, mein Volk im Plunderkleid:
Wie der heidnischen Erde, Gäas Sohn entkräftet zur Mutter glitt,
So wirf dich zu dem Niederen hin, sei schwach, umarme das Leid,
Bis einst dein müder Wanderschuh auf den Nacken des Starken tritt!

(Das Lyrische Werk S.101)



martedì 6 gennaio 2015

BRUXELLES - UMBERTO CROCETTI

 "Come si può dimenticare la bellezza? / Come riviverla quando la si è persa? "
È un distico intenso, accorato, in bilico tra due sestine contenenti ognuna fondamento e soluzione dei due interrogativi. Sono dei versi inediti di Umberto Crocetti, come sempre asciutti ed essenziali, ogni soluzione trovata è una piccola meraviglia e ogni verso ne contiene una. Io non so come si senta il suo autore quando scrive una frase perfetta come quella riportata sopra,  non so se ne sia orgoglioso, se si senta  soddisfatto come dichiara Pacheco, o ne tenti sempre altre varianti. Leggo questo testo e so che l'autore è andato oltre il già arduo fare poesia, questa è una poesia "Per Sempre",  al pari delle molte presenti nel blog. 






BRUXELLES


Brillava nei suoi occhi la Grand Place,
quella camicia aperta
regalava alla quiete la tempesta del
petto e le sue labbra, sporche di cioccolato
posavano sulle mie
il senso del sorriso.

Come si può dimenticare la bellezza?
Come riviverla quando la si è persa?

Le città hanno il colore degli anni,
assorbono i pensieri della gente,
li nascondono nei vicoli
in un ordine preciso di memorie,
per riaffidarli un giorno a chi li sa ascoltare
o a chi ritorna per riprendersi il passato.