domenica 31 agosto 2014

A UN TE CHE IO INVENTAI - ANTONIO GEDEAO

Nella poesia di Antonio c'è una simbiosi perfetta tra le parole del suo quotidiano. In questa poesia usa solo bilancia, ma in altre poesie, come Lacrima di negra lo fa in modo massivo:
"Mi feci portare gli acidi,/le basi e i sali,/le droghe usate/in casi tali./Provai a freddo,/sperimentai a caldo,/e tutte le volte/mi diede ciò che è normale"
Un modo insolito di mischiare le due sue inclinazioni, quella di scienziato apprezzatissimo e celebrato e quella di poeta altrettanto pubblicamente riconosciuto e altrettanto insolito usare uno pseudonimo (non un eteronimo come quello che usò Pessoa), per tenerle distinte.
Una scelta razionale, meditata: una nascita, come scrive lui stesso. 
"E allora anch'io volli nascere, / nascere per me stesso, per mio espresso volere, / senza padre né madre, / senza preparazione d'amore, / senza baci né carezze di nessuno, / solo, solo e soltanto per mia libera volontà." (da Poema de me chamar António)


(Testo autografo dell'autore conservato alla Biblioteca Nazionale del Portogallo)


Per quanto riguarda la poesia proposta, l'incipit è dichiarativo, come lo sono quelli di Pavese (ma forse dovrei cambiare poeta di paragone, dato che non è stato il solo) quasi fosse un tema prefissato da svolgere e tuttavia anche qui - perchè ricordo di averlo già scritto - non si ha l'impressione di essere di fronte ad un testo costruito, piuttosto uno svolgersi di pensiero e, come poche altre volte, da gustare senza analizzarlo troppo per non perdere di vista la bellezza del suo insieme.
Due parole sull'immagine a corredo della poesia: cosa vi sembra? Un disegno o un manufatto?
In effetti è un'opera dello scultore Martin Senn che utilizzando fil di ferro, ricrea oggetti di uso quotidiano, ma anche disegni fantasiosi e non meno belli.  In calce all'immagine troverete il collegamento al suo sito.




Rómulo de Carvalho Vasco da Gama nasce a Lisbona , il 24 novembre del 1906 nella Via do Arco do Limeiro (attualmente  Via Augusto Rosa) 7, 4º piano dove è cresciuto assieme alle sorelle. 
Figlio di un impiegato delle poste e di una casalinga, è la figura di quest'ultima che lo ha influenzato fortemente.  Pur avendo una istruzione minima, trasmise al figlio la passione per la letteratura. "Mia madre non ha scritto poesie, almeno non apertamente, ma so che in fondo lei lo ha fatto". Bambino precoce, a cinque anni scrisse le prime 10 poesie e decide di completare "Os Lusiadas" di Camões
Quando frequentò il liceo Gil Vicente, venne a contatto con la scienza che catturò il suo interesse. Nel 1931 si laureò in Scienze fisico-chimiche  all'Università di Porto e l'anno successivo in Scienze Pedagogiche alla Facoltà di Lettere. Nel 1936 nasce suo figlio Federico, nel 1945 si sposa con Maria Natália Paiva Nunes (scrittrice) e nel 1949 nasce la sua secondogenita Maria Cristina.
Dunque fu un chimico e professore di chimico-fisica alla scuola secondaria del Liceo Pedro Nunes e  al Liceo Camões, educatore  di storia della scienza in Portogallo, e... poeta sotto il pseudonimo di António Gedeão. Pietra Filosofale e Lacrima di Negra sono due delle sue più famose poesie. La sua data di nascita è stata adottata in Portogallo dal 1996 come Giornata Nazionale della Cultura Scientifica. Per i suoi 90 anni è stato insignito della Gran Croce dell'Ordine di Santiago de Espada.
Dei suoi due figli, Federico sarà un chimico e  Cristina  scrittrice (anche i figli hanno rispettato la dualità del suo essere - ndr).
"Morirò esattamente innocente come sono nato" e lo fa due volte:  la prima come António Gideon, nel 1984 quando pubblica Novos Poemas Póstumos e decide di smettere di scrivere poesie.  "Quando ho capito che non valeva la pena di scrivere, soprattutto perché cadrebbe l'abitudine di ripetermi. Ho pensato che fosse meglio rimanere a quel punto per questo non accada a me. Il Anthony Gideon è morto. Pace alla sua anima." La seconda quando il professor Rómulo de Carvalho muore a Lisbona il 19 febbraio del 1997, alle ore 21,30 nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale di S. Maria a Lisbona.
"Io continuerò a scrivere poesia fino all'ultimo sospiro. Suppongo che l'ultimo sospiro sarà un verso."  
(Mi dispiace, ma non sono riuscita a trovare nessuna notizia a supporto di questa sua affermazione. ndr)







A UN TE CHE IO INVENTAI

 

Pensare a te è cosa delicata.
È un diluire di colore denso e pieno
e il passarlo in acquarello finissimo
con un pennello di martora.

Un pesare chicchi di nulla in bilancia minima,
un intrecciare fili di ferro cauto e attento,
un proteggere la fiamma contro il vento,
un pettinare chiome di bambini.

Un districare fili da cucito,
un correre su lana, ché nessuno senta o sappia,
un planare di gabbiano come un labbro sorridente.

Penso a te con tanta tenerezza
come se fossi vetro o velo di porcellana
che al solo pensarti ti potresti spezzare.



(Trad. Anna Miniucchi)



A um ti que eu inventei

Pensar em ti é coisa delicada.
É um diluir de tinta espessa e farta
e o passá-la em finíssima aguada
com um pincel de marta.

Um pesar grãos de nada em mínima balança,
um armar de arames cauteloso e atento,
um proteger a chama contra o vento,
pentear cabelinhos de criança.

Um desembaraçar de linhas de costura,
um correr sobre lã que ninguém saiba e oiça,
um planar de gaivota como um lábio a sorrir.

Penso em ti com tamanha ternura
como se fosses vidro ou película de loiça
que apenas com o pensar te pudesses partir.



giovedì 28 agosto 2014

27 Agosto 2008 - 27 Agosto 2014

6 anni.
Ho cercato col solito entusiasmo l'immagine del dolce, ma non c'è molto da festeggiare. 
Questo ultimo anno è stato pesante, più del precedente e i risultati sono visibili.
Pochi i post e altrettanto pochi gli autori proposti, anche se spero abbiate gradito il poco che sono riuscita a scrivere; scorrendo il blog, ricordo le emozioni che ognuno mi ha regalato. 
L'orgoglio di proporre libri di poesia, l'indignazione verso chi sparge su autori da poco scomparsi un veleno che ha più il sapore di frustrazione che di critica, come da un critico ci si aspetterebbe. 
Il piacere di trovare dopo lunghe ricerche piccoli frammenti di vita che vanno ad allungare di meno di un rigo altre informazioni, ma che adesso convivono in un unico spazio assieme ad altre immagini.
Adesso il consueto punto:
264 autori,  631 post, 392.381 letture in totale. 
Ho disatteso le mie buone intenzioni, la prima ad essere delusa sono io e per questo non mi farò nessuna promessa.
Buona poesia a tutti.







domenica 3 agosto 2014

STELLA CADENTE - FRANCESCO PAOLO FERROTTI

Pur essendo molto giovane, per Francesco Paolo Ferrotti Lumi d'agosto (Mohicani Edizioni, 2014) è la seconda pubblicazione di poesie.
Se la prima raccolta, “Il segreto di Cora” (Torri del Vento Edizioni, 2013) era dedicata all'intera stagione estiva, in questa se ne celebra in particolare la fine (e il suo eterno ritorno), con una ammirevole linearità di pensiero; il rimpianto per gli amori che promettono di tornare l'estate successiva, i ricordi di falò ancora tiepidi, di stelle cadenti e galassie, di spiagge e di boschi, d'un mare disseminato di tesori e di una Luna che regna su tutto e cantata in tutte le sue fasi: questi sono i soggetti della sua poetica.
Parlo di canto perché, per quanto essenziale e costruita con versi brevi, a volte spezzati, mantiene sempre una buona musicalità con rime e, quando mancano, assonanze. Parla per immagini, senza descrizioni oziose, ma piuttosto lanciando al lettore suggestioni, come ne Lo scirocco:
“volano panni / piovono pigne dai rami / sbattono porte, / chiudono finestre. / Domani / restano lacrime / e spiagge deserte.” 
In un'intervista rilasciata in occasione dell'uscita del suo primo libro, l'autore parla della poesia come di un'esigenza inconscia, un mezzo per esprimere le proprie emozioni, facendone risaltare lo sfondo archetipico; parla di come la poesia e l'arte in generale debbano essere “fuori dal proprio tempo e dalle tendenze di una certa epoca” e altrove sostiene che l'opera d'arte poetica sia come "un piccolo mondo a sé, in cui ogni elemento è funzionale ad un organismo autonomo e completo".
Questo mi trova d'accordo. Aggiungerei che la poesia debba essere espressione diretta dell'autore, quella "cosa" in cui si rispecchia e si apre agli altri per una comunione ideale di emozioni.
Non tutti i poeti della nuova generazione sono dello stesso parere. Di recente mi è capitato di dovermi scontrare con dei fautori del verso fine a se stesso: pomposo, aulico quanto si vuole, ma vuoto di emozioni.
Ma questa è un'altra storia, anche se da qui ha avuto origine la conoscenza con questo autore.
Il libro prende il titolo da una delle poesie, e sono stata tentata di proporre proprio Lumi d'agosto, poesia molto passionale  e luminosa, ma ho poi le ho preferito Stella cadente  in quanto espressione d'un desiderio confessato, più che richiesto, sperato più che creduto, proprio per quella convergenza di vedute e comunione di emozioni di cui ho parlato prima.





Francesco Paolo Ferrotti è nato a Palermo nel 1980. Si è laureato in DAMS indirizzo Arte, e ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Estetica e Teoria delle Arti presso l’Università degli Studi di Palermo. Cultore di poeti romantici e di opere filosofiche di Nietzsche, in sede di Dottorato si è dedicato allo studio della psicologia dell’inconscio di scuola junghiana. Musicista ed esperto di popular music, ha collaborato a lungo con il web-magazine Ondarock, e ha realizzato diversi approfondimenti storico-critici per riviste musicali specializzate. E' dell’estate del 2013  l'uscita del  suo primo libro di poesia, Il segreto di Cora.






STELLA CADENTE



Nitida Stella,
che sei la mia eterna gemella,
ti vidi brillare tre volte,
squarciando il mantello
di un'algida Notte...

E sempre mi chiesi perchè,
tra le tante preghiere
che a Te son rivolte,
in quest'arido mondo
ti chiedono l'oro e l'argento...

ed io solamente, da Te
volli il piombo;
fuggire dal tempo;
carpire l'immenso mistero
del tuo luminoso ritorno...

ma stando a mirare il silenzio,
ti vidi soltanto sfrecciare
d'un lampo,
nel gelido cuore
del buio profondo.




domenica 20 luglio 2014

SENZA RISPOSTA - LUCIANO ERBA


Non si può mettere in dubbio che sia un elogio ad una donna. Una evoluzione rispetto ai toni romantici cui ci avevano abituato Eluard o Salinas, una evoluzione anche rispetto agli scritti di altri autori. Un trasporto, una lirica difficilmente riscontrabile in una poesia dai toni marcatamente maschili, dove il sentimento tende spesso ad essere nascosto, o dissimulato, forse perchè troppo grande per essere mostrato interamente, forse perchè sussiste, fortemente radicata, l'idea che un uomo non può lasciarsi andare.




Luciano Erba nasce a Milano, il 18 settembre 1922. E' stato poeta, critico letterario e traduttore italiano del secondo Novecento, appartenente alla Quarta generazione della Linea Lombarda.
Frequenta il Liceo ginnasio Manzoni, dove trova Vittorio Sereni come insegnante nel primo anno di liceo. Nel ’40 si iscrive all’Università Cattolica e nell’estate ’43 lavora come correttore di bozze al Corriere della Sera. Nell’autunno di quello stesso anno, non risponde alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale,  sconfina in Svizzera, dove è internato in vari campi di lavoro.
Nell’aprile del ’44 vince una borsa di studio e frequenta l’Università di Losanna per tre semestri, per passare poi nel '45 a Friburgo. Dopo la liberazione torna in Italia, lavorando per la United Press e laureandosi nel '47 con una tesi su Lorenzo Magalotti ("autore toscano del Seicento, espressione di una cultura a un tempo scientifica e barocca che mi affascinava" dice). Stringe amicizia col gruppo dei cattolici del dissenso, di Camillo Maria De Piaz e David Maria Turoldo (amicizia che è durata a lungo fra i componenti superstiti di quell ‘incredibile gruppo di intellettuali), per il quale scrive una nota introduttiva (una seconda è di Andrea Zanzotto) a O sensi miei, che è tutt'ora la raccolta turoldiana più curata criticamente e filologicamente.
Alla fine dell’anno va a Parigi come assistente di Lingua e letteratura italiana: in quell’occasione conosce Philippe Jaccotet (che dopo aver tradotto alcune sue poesie per la pubblicazione su rivista, curerà l'edizione francese del suo Ippopotamo).
Torna in Italia nel 1950 e frequenta il gruppo milanese del Blu bar in piazza Meda, frequentato da Sereni, Risi (che gli dedicherà una poesia per i suoi 80 anni), Spagnoletti, Chiara ed altri. Lavora come impiegato alla Banca Commerciale e come volontario alla Cattolica, dove anni più tardi divenne professore incaricato di lingua e letteratura francese.
Si sposa nel '61 e dal '63 al '66 si reca negli Stati Uniti, prima dome Visiting Professor, poi come Associated Professor di letteratura comparata. Torna in Italia da dove non si allontanerà più. 
 Fu coautore con Piero Chiara dell'antologia di poesia contemporanea Quarta generazione (1954). È considerato uno dei maggiori poeti italiani ed europei del secondo Novecento tanto che in occasione degli ottant'anni gli viene tributato un prestigioso omaggio tramite un'antologia di inediti di ottanta tra i maggiori poeti viventi.  È scomparso il 3 agosto 2010 a Milano, all'età di 87 anni.






Senza risposta

Ti ha portata novembre. Quanti mesi
dell’anno durerà la dolceamara
vicenda di due sguardi, di due voci?
Se io avessi una leggenda tutta scritta
direi che questo tempo che ci sfiora
ci appartiene da sempre. Ma non sono
che un uomo tra mille e centomila
ma non sei
che una donna portata da novembre
e un mese dona e un altro ci saccheggia.
Sei una donna
che oggi tiene un naufrago impaziente
dimmi tu
sei scoglio
o continente?




da La seconda casa

domenica 29 giugno 2014

IL DONO - RAYMOND CARVER

Inserisco una nuova poesia di Carver, una poesia introspettiva, per gli amanti della catalogazione.
Volendo entrare nello specifico della poesia, non è molto importante l'episodio della neve con cui si apre la poesia.
Ma Raymond è così, inizia le sue poesie piano piano, scrive senza darsi molta importanza né modo di accorgerti di cosa stai leggendo; qui c'è la neve, altrove un crepuscolo, un posto vuoto a tavola oppure un balcone, e sono tutti indolenti incipit a poesie piene e corpose per sentimento e fruizione.
Nello scrivere Raymond sintonizza la parola con l'immagine e il pensiero. In questo sta la forza delle sue poesie e dei suoi racconti e tra questi Cattedrale ne è un esempio.








IL DONO


Stamattina c’è neve dovunque. Ci facciamo sopra dei commenti.
Mi dici che non hai dormito bene. Dico che
neanche io. Tu hai avuto una nottata terribile. “Anch’io”.
Siamo straordinariamente calmi e teneri l’uno con l’altra,
come se ognuno di noi percepisse la fragilità mentale dell’altro.
Come se sapessimo cosa l’altro prova. Non è così,
naturalmente. Non è mai così. Non importa.
È della tenerezza che m’importa. Questo è il dono
che stamattina mi commuove e sostiene.
Al pari di ogni mattina.




THE GIFT

This morning there’s snow everywhere. We remark on it.
You tell me you didn’t sleep well. I say
I didn’t either. You had a terrible night. “Me too.”
We’re extraordinarily calm and tender with each other
as if sensing the other’s rickety state of mind.
As if we knew what the other was feeling. We don’t,
of course. We never do. No matter.
It’s the tenderness I care about. That’s the gift
this morning that moves and holds me.
Same as every morning.



sabato 21 giugno 2014

ABBIAMO TUTTA UNA VITA - GIORGIO MANGANELLI

Se non riesco a pensare a una poesia più triste su questo argomento, è perchè probabilmente non l'ho ancora incontrata.
Le sue poesie possiedono una grande ricchezza del verso e attraverso l'abbondanza di aggettivazione viene superato il prosastico, la spiegazione dettagliata o sfumata del dire, mantenendo una semplicità di linguaggio (e non è poco).
I neo avanguardisti, dovrebbero guardare anche a questo stile di scrittura, prima di gettarsi nella nebbia dell'inconcluso.




Giorgio Manganelli è un altro più che interessante autore.
Scrittore, traduttore, giornalista, critico letterario italiano, nonché uno dei teorici più coerenti della neoavanguardia, nasce a Milano il 15 novembre 1922 da genitori parmensi.
La madre maestra, il padre da origini umili riesce a diventare procuratore di borsa. Si laurea in Scienze politiche all'Università di Pavia. Insegna per qualche anno nelle scuole medie; fa l'assistente di letteratura inglese all'Università La Sapienza di Roma.
Sposa nel 1946 la poetessa Fausta Preschern Chiaruttini, un matrimonio breve e difficile da cui nacque una figlia: Lietta. In questi anni conosce e apprezza Alda Merini con cui inizia una breve relazione nel 1950: le resterà legato per sempre da un profondo affetto.
Nel 1953 si trasferisce a Roma, collaborando con la RAI. Prende parte attivamente al Gruppo 63, scrive su quotidiani a carattere nazionale, su riviste settimanali e fa il consulente editoriale per case editrici come Mondadori, Einaudi, Adelphi e Feltrinelli.
Colpito da una grave forma di mielite, muore a Roma il 28 Maggio 1990.






Abbiamo tutta una vita
da NON vivere insieme.
Sugli scaffali di Dio
s’impolverano i gesti possibili:
le mosche cherubiche insozzano
le nostre carezze;
stanno appollaiati come gufi
i sentimenti impagliati.
“Merce inesitata” – griderà l’angelo d’ottone -
dieci casse di vite, di possibili.
E avremo anche una morte da morire:
una morte casuale, innecessaria,
distratta, senza te.

Poesie - Croetti Editore


domenica 18 maggio 2014

I LIBRI - FRANCESCO PETRARCA

Francesco, con la limitatezza di quantità dei libri che esistevano all'epoca, ha potuto scrivere un aforisma ancora valido per noi oggi. Questa è la differenza tra uno che scrive e uno scrittore, arriverei a dire poeta, anche se qui non usa nessuna rima e credo si possa usare lo stesso paragone anche per la poesia, prendendola non come libro unico, ma come unico testo.






"Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v'è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m'insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d'agricoltura, d'eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge. E di tanti doni, piccolo è il premio che mi chiedono: di aver libero accesso alla mia casa e di viver con me, dacché la nemica fortuna ha lasciato loro nel mondo rari rifugi e pochi e pavidi amici. "

Francesco Petrarca
da Rime, trionfi, e poesie latine - a cura di Ferdinando Neri, Ricciardi, 1951

lunedì 21 aprile 2014

CONTRO OPINIONI: MARQUEZ vs ISOTTA.







Caro Direttore, ho letto la “lettera” firmata da Isotta da Lei pubblicata su IL GIORNALE a titolo “Ridicolo e banale: Garcia Marquez si può non leggere”  e mi sento una piccola Matrioska: Daniele Abbiati scrive, Paolo Isotta legge e ribatte e io che pure ho letto, vorrei dare la mia opinione su questo ultimo “intervento” e intanto faccio delle premesse.
Ammettiamo che io non conosca le opere di Marquez, ma sappia solo che gli abbiano conferito il Premio Nobel (e non mi pare poco).
Ammettiamo che alcuni stili di scrittura che ai contemporanei sono sembrati sbalorditivi, adesso ci sembrino alquanto sorpassati (lo riscontro spesso in poesia, ma basta pensare agli scritti fino al 1500 ) per quanto, con un po' di quella pazienza che è rara nelle persone che non vivono di letteratura, si riescono a trovare quei ponti di collegamento tra un secolo e l'altro, tra una corrente letteraria e quella della generazione successiva.
Ammettiamo anche che le commemorazioni post-mortem siano un po' antipatiche. Dovremmo poter scrivere di un uomo o di una donna, scrittore poeta o attore che sia, quello che pensiamo della sua attività senza aspettare una estrema occasione. Tuttavia ne ho lette molte e molto belle, tanto da considerare che, se le avessero lette i diretti interessati, ne sarebbero stati davvero felici, senza contare che qualora il soggetto ci fosse totalmente sconosciuto, ne avremmo subito una felice sintesi.
Ammettiamo infine che del nostro ipotetico autore si possa scrivere sempre e comunque qualcosa di positivo anche qualora non sia di nostro gradimento (i critici in modo particolare sono bravissimi a fare questo) e sarei stupita se un critico musicale non avesse una sua cultura personale e dei gusti letterari precisi.
Dopo tutte queste premesse mi chiedo che senso abbia l'intervento tutto di Isotta. Per ribattere alla pari, dovremmo conoscere i romanzi che cita, in special modo quelli dei “suoi carissimi amici” e quindi reperire i testi, leggerli, trarne delle nostre conclusioni. Ad una velocità di lettura fatta per piacere ci metteremo almeno due mesi. Decisamente troppo e francamente anche troppo poco produttivo.
Quindi direi che il testo del signor Isotta sortisce due effetti: il primo è di fastidio per la supponenza che vi traspare e di conseguenza fastidio nei confronti dei testi che lui caldamente suggerisce. Il secondo di banalità per la scarsezza – ma sarebbe più corretto parlare di assenza - delle motivazioni a supporto della sua affermazione che Marquez sia uno “scrittore rudimentale e quasi ridicolo”.
A questo punto chiederei a Lei Direttore, fatta salva la libertà di parola in cui credo fermamente come nel rispetto delle opinioni di tutti, che senso abbia avuto la pubblicazione del testo in questione, più propagandistico che contestatore - un “Garcia Marquez non mi piace” ne sarebbe una felice sintesi - e dove sia la voce fuori dal coro.
Cordialmente.
Carla Natali



domenica 2 marzo 2014

PASSEGGIANDO TRA MEMORIE - UMBERTO CROCETTI




Nella vita caotica di tutti i giorni, avere un buon libro di poesie nella borsa, col segnalibro che indirizza alla prossima lettura nella pausa pranzo tra un lavoro e un lavoro, è... confortante, anche se, alla fine, il volume risente di questa permanenza non proprio adatta.
Ultimamente nella mia borsa c'è una raccolta di versi di Umberto Crocetti, che torna a pubblicare poesie in un volume dal titolo emblematico: L'isola riemersa. Perché emblematico? Ma perché l'isola non è solo quell'habitat intatto della mitologia greca evocato dalla prefatrice, ma è soprattutto quello spazio da cui ognuno di noi è attorniato, fatto di timori, pensieri, incertezze. E' quell'essere “soli sul cuore della terra” di Quasimodo, sono le spiagge “dove fanno male le orme del naufrago” di Piqueras. E' l'autore stesso che emerge di nuovo con i suoi testi meditativi, dedicati, colmi di ricordi, in modo graduale e dolce per dar modo a fauna e flora di adattarsi, di rifugiarsi ancora dentro l'acqua o ...seccare. E' un viaggio che si apre con La linea di partenza, splendido inizio tra le poesie che l'autore ci aveva anticipato e si chiude con un Inchiostro, per me inedita ma subito amata, entrambe rivelatrici del modo di concepire il proprio mondo poetico.
Un viaggio dicevo tra istanti sospesi, tra piogge e labbra su cui indugiano parole e grida, promesse e menzogne, che passa tra gli amici, tra il candore dei figli - specchio del proprio - e ricco di intuizioni sorprendenti. E alla luce di recenti “conversazioni” devo dire che grazie a Dio c'è chi fa ancora una poesia come questa, chi riesce ancora a mettere contenuti nelle pause, ad avere dubbi sui propri testi; grazie a Dio c'è chi parla senza quegli assoluti che nascondono profonde insicurezze e umana pochezza.
Come mi è capitato in occasione della presentazione del precedente libro di Umberto, sono stata a lungo incerta su quale testo inserire, cambiando idea molte volte (almeno una per ogni cambio di pagina) poi ho scelto quella dov'era rimasto il mio foglio con gli appunti. Una poesia molto apprezzata per quelle intuizioni di cui parlavo prima, per la chiusa definitiva, per l'atmosfera (i critici lo direbbero afflato) che si respira e quel non detto che tuttavia è lì, scritto con parole chiare.





Umberto Crocetti è nato a Catanzaro nel 1958, vive in Puglia, dove svolge la sua attività di medico.
Tra le precedenti pubblicazioni ricordiamo: Apologia di un poeta (1984), Rubettino, Il canto delle bambole (2009) e Il dialogo remoto (2010), entrambe edite dal Masso alle fate Edizioni.
Il nuovo volume è edito ancora da Rubettino Editore.


Caffé Giubbe Rosse di Firenze- dalla loro pagina Facebook


PASSEGGIANDO TRA MEMORIE


"La morte ci coglierà di sorpresa" dissi
ed era giugno, e avevi gli stessi occhi
e lo stesso sorriso di quel giorno,
seduti ad un Caffé, in una piazza di 
Firenze, quando stretta al mio braccio
tra i molti, a Ponte Vecchio,
mi sussurravi che anche il tuo era amore.

Oltre quella città tanti furono i luoghi,
tanti i Caffé dove si fermò il passo,
molte le poesie, tra le labbra e le dita
mentre la verità cercava casa
nella mia bocca spalancata sul tuo nome. 



lunedì 27 gennaio 2014

27 GENNAIO - IL GIORNO DELLA MEMORIA


27 GENNAIO - RICORDIAMO


Dal sito SPIEGEL-ONLINE


Nel 1947 venne ritrovata da un ex internato e miracolosamente intatta, una bottiglia contenente 22 disegni dentro una baracca vicino ai forni crematori del lager di Auschwitz-Birkenau.
Ogni disegno rappresenta un momento della vita del campo, dall'arrivo dai treni, alla separazione delle famiglie, alla conta dei prigionieri, all'attività dei forni crematori, i cadaveri, le violenze delle SS.
Sono disegni fatti a matita da uno sconosciuto, sicuramente eseguiti di nascosto, curati nei dettagli, con rari particolari colorati. 
Adesso sono stati riuniti in un libro: The Sketchbook from Auschwitz.





Monumento alle vittime di Terezin (Theresienstadt in tedesco)


Terezin (Theresienstadt in tedesco) si trova a sessanta km. verso nord da Praga, nella attuale Repubblica Ceca. Voluta dall'imperatore d'Austria Giuseppe II d'Asburgo Lorena e nata come città-fortezza, è stata costruita negli anni che vanno dal 1780 al 1790. In  entrambe le  Grandi Guerre mondiali, Terezin fu utilizzata come Campo di Concentramento; nell'ultima in particolare fu quasi un passaggio obbligato verso Auschwitz per gli ebrei che riuscivano a sopravvivere alle condizioni disumane in cui erano costretti (verso la fine della guerra anche un'epidemia di tifo esantematico).
Anche qui furono ritrovati perchè nascosti nelle pareti delle case, i disegni e le poesie dei tanti bambini - si parla di oltre 15.000 - che transitarono nel campo. Solo in 100 si salvarono. 




 
Uno di questi fu PAVEL SONNENSCHEIN, figlio di Hugo - un medico specialista in malattie mentali e nervose -  e di Trude (Gertrude) Sonnenscheinova (Mayer), nato il 9 aprile del 1931, prelevato con la famiglia l'8 aprile del 1942 dalla sua casa di Piazza Malinovského n° 5 di Brno e portato a Terezin per poi essere trasferito il 23 ottobre del 1944 ad Auschwitz. Morì quello stesso giorno. 
(Stessa sorte toccò al resto della famiglia. Il fratello Otto, anche lui trasferito assieme a Pavel ad ai genitori, forse perchè più grande - aveva 17 anni - fu spostato a Buchenwald e fu l'unico a sopravvivere all'olocausto, anche se morì nel 1945.)


Della piccola Eva invece in rete non si trova che la stessa identica frase un po' dappertutto:  
"Eva Pickova nata a Nymburk il 15 maggio 1929, deportata a Terezin il 16 aprile 1942, morta ad Auschwitz il 18 dicembre 1943" come se questa manciata di dati potesse raccontare tutti i sogni e le speranze di una bambina. Un po' poco quello che c'è rimasto, a parte la voglia di vivere rimasta dentro la sua poesia:


La paura

Di nuovo l'orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia un altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.

I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.

Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.

Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore:
Vogliamo fare qualcosa. E' vietato morire!









Edito dalla Fandango Edizioni, è dello scorso anno  il libro  “16.10.1943. Li hanno portati via ”. Raccoglie lettere foto, immagini di vita familiare e frustranti tentativi di ricerca da parte di genitori, zii e nonni di quei bambini ebrei portati via in ottobre e uccisi nelle camere a gas. 
Grazie al Progetto Storia e memoria della Presidenza della Provincia di Roma, il materiale è stato portato a Roma . Lodevole progetto, ma ci sono altri morti di altre etnie, meno coese della ebraica, meno "desiderabili", di cui non conosciamo neppure qualche nome, o almeno sono in pochi a conoscerli.  
Penso ai Rom, ai Sinti che si stimano aver avuto almeno 500.000 vittime. Anche loro avevano una parola per quello che stava accadendo: Porrajmos («grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio»). Ebbero anche il privilegio di essere uccisi in camere a gas mobili, montate su furgoni nel centro di sterminio di Chelmo, in Polonia, oltre ai Campi storici di sterminio.
Penso agli omosessuali (almeno in 10.000 portavano il Triangolo rosa simbolo della loro "colpa") anche se alcuni dei loro nomi restano nella storia: per una forma contorta di giustizia (l'omosessualità era considerata un reato minore), passarono dai campi di concentramento nazisti alle prigioni. 
Anche per loro, come per le vittime ebraiche  e quelle Rom-Sinti, esiste un monumento per ricordarle a  Berlino. 






domenica 5 gennaio 2014

AI DEMONI BIANCHI - CLAUDE McKAY

Estate 1919.
La prima guerra mondiale era finita, ma negli Stati Uniti le cose non andavano bene. I prezzi dei prodotti agricoli e i salari diminuivano, mentre i profitti degli industriali crescevano notevolmente. Le aziende, sopravvalutate dalla borsa, invogliano i piccoli risparmiatori a indebitarsi per tentare il guadagno facile.  Ma la borsa crolla improvvisamente nel 1929. Lo stato agisce prontamente e il recupero è rapido dappertutto. Solo l'occupazione rimane precaria fino a tutto il 1940.
Non voglio fare una lezione di storia; non sarebbe esauriente nè troppo precisa. Da 5 e mezzo, a voler essere buoni, ma volevo introdurvi nel clima in cui ebbe origine questa poesia.
Dicevamo dunque che che la disoccupazione era alta e nelle fabbiche del nord preferivano assumere lavoratori neri perchè venivano pagati  meno di quelli bianchi.
Questi ultimi, senza lavoro e spesso senza cibo per i propri figli, presero in odio sia chi gli "portava via il lavoro", sia chi propugnava uguaglianza razziale e diritti dei lavoratori. Le teste più calde organizzavano linciaggi, ma per la prima volta, quell'estate a Brisbane il reparto del 10° cavalleria dell'esercito (composto da uomini di colore) furono attaccati da alcuni poliziotti bianchi e risposero al fuoco e a Chicago fu aggredito un ragazzo nero senza che la polizia intervenisse. Questo scatenò violenti scontri che in 13 giorni causarono molte morti tra entrambi i fronti. A Omaha (Nebrasca) una folla inferocita assaltò il tribunale, linciò e diede alle fiamme un giovane nero, Will Brown, accusato di aver aggredito una donna bianca, prima di essere dispersa dalle forze dell'ordine. In Arkansas, un giovane di colore che fuggì per non essere arrestato, diede il via ad una caccia all'uomo da parte dei tirapiedi dei proprietari terrieri locali, che finì dopo il massacro di circa 100 (chi dice 200) neri.
Ed ecco nascere questa poesia: una esortazione a resistere, a non lasciarsi sfruttare o emarginare, a rivendicare i propri diritti di uguaglianza come qualsiasi altra persona che nasce, che vive, che lavora e che muore per un paese (e mi sembra che anche qui da noi si stiano preparando momenti come quelli e non solo per gli uomini  di colore: pensiamoci...).
La traduzione è stata difficile e facile. Difficile per certi termini arcaici, per i quali ho avuto il prezioso aiuto di mia figlia, facile perchè quando un tema è condivisibile, è semplice trovare il termine che si incastra perfettamente nel verso.
Una ultima nota sulla foto a corredo della poesia: trovata in rete, è la foto originale dell'epilogo dei fatti del Nebrasca. 
Tutti in primo piano per una foto ricordo!! IO C'ERO !! 
Che schifo!!





Festus Claudius McKay, più conosciuto come Claude McKay, nasce a Sunny Ville, Jamaica, il 15 settembre 1889. Ultimo di 11 figli di Thomas McKay, un agricoltore con abbastanza terra da poter votare, è stato educato all'orgoglio razziale e con un grande senso di eredità africana. Il suo interesse principale però era la poesia inglese e sotto la guida del fratello Uriah Teofilo McKay e un vicino inglese, Walter Jekyll, ne studiò i grandi autori e gli ultimi filosofi Romantici europei come Arthur Schopenhauer che Jekill stava traducendo dal tedesco e che lui tradusse in dialetto giamaicano.
A diciassette anno lascia Sunny Ville per andare a lavorare come apprendista falegname nella città di Brown, ma ci resta solo poco tempo. Si trasferisce a Kingston dove lavora come poliziotto. Nella capitale Claude vive per la prima volta il problema del razzismo. La sua Sunny Ville era popolata in prevalenza da neri ma a Kingston i bianchi considerano i neri persone inferiori e capaci solo di svolgere compiti umili. Prova un disgusto crescente per quella mentalità bigotta e nel giro di un anno torna a casa.
Qui su incoraggiamento di Jekyll, pubblica due libri di quelle poesie che non ha mai smesso di scrivere; in Songs of Jamaica ci offre un ritratto della vita contadina, affronta temi come la morte serena della madre e i legami del popolo giamaicano verso gli uomini di colore, mentre in Constab Ballads ci presenta la condizione desolante dei neri giamaicani e contiene diverse poesie molto caustiche sulla vita a Kingston.
Per il primo dei due libri, riceve un premio e una borsa di studio dall'Istituto giamaicano delle arti e Scienze, premio che usa per recarsi in America. Così nel 1912 arriva in South Carolina; si sposta in Alabama dove riprende gli studi, ma dopo due anni li lascia, raggiunge in Giappone e sposa la fidanzatina di gioventù, Eulalie Lewars e successivamente si stabilisce a New York, dove svolge lavori umili e dove ritrova lo stesso razzismo di Kinhston, continuando a scrivere poesie. Nel '17 ne pubblica due sotto lo pseudonimo di Eli Edwards. I suoi versi vengono apprezzati dal critico Frank Hattis  che li include, assieme ad altre sue poesie, nel Pearson's Magazine. In questo periodo è stata scritta "To the White Fiends" e pochi anni dopo, la più celebre "If We Must Die", con cui intende esprimere la volontà di resistenza dei neri americani, ma che diviene fonte di ispirazione per le persone perseguitate di tutto il mondo. Nel 1919 inizia a viaggiare: Olanda, Belgio e Londra, soggiornandovi.
Rientra negli Stati Uniti nel 1921, impegnandosi in varie cause sociali e diviene un membro di spicco del movimento letterario Harlem Renaissance, e raddoppia i suoi sforzi a favore dei neri e degli operai. Visita l'Unione sovietica scoprendo che il comunismo era troppo rigido e limitante.
A Parigi sviluppò una grave infezione alle vie respiratorie e si mantiene facendo saltuariamente il modello per un'artista. Qui incontra, tra gli altri, Edna St. Vincent Millay.
Dopo aver recuperato la salute, riprende a viaggiare, girando per undici anni in Europa e nel Nord Africa, continuando a scrivere e pubblicare romanzi. Torna negli Stati Uniti a metà degli anni '30, ma la sua reputazione è in calo. Si trasferisce a Chicago dove insegna in una organizzazione cattolica. A metà degli anni '40 La sua salute peggiora. Si ammala frequentemente e alla fine morì per un infarto il 22 maggio 1948. 
 

 (Fotografia del corpo bruciato di Will Brown)



AI DEMONI BIANCHI


Pensi che non sappia essere anche feroce e violento?
Pensi che non saprei impugnare una pistola?
E stendere dieci come te per ognuno
dei miei fratelli neri uccisi, bruciati da te?
Non illudererti, per ogni tua azione
io potrei uguagliarti – superarti: non sono un figlio d'Africa,
nero di quella terra nera dove neri fatti sono accaduti?

Ma l'Onnnipotente tirò la mia anima
nell'oscurità e disse: Anche tu sarai un raggio di luce
per un pò brucerai sulla terra oscurata.
Metto la tua faccia scura tra le bianche
perchè tu dimostri quanto vali;
prima che il mondo sia inghiottito dalla notte,
per mostrare la tua piccola luce: vai avanti, vai avanti!


TO THE WHITE FIENDS

Think you I am not fiend and savage too?
Think you I could not arm me with a gun
And shoot down ten of you for every one
Of my black brothers murdered, burnt by you?
Be not deceived, for every deed you do
I could match -- out-match: am I not Africa's son,
Black of that black land where black deeds are done?

But the Almighty from the darkness drew
My soul and said: Even thou shaft be a light
Awhile to burn on the benighted earth,
Thy dusky face I set among the white
For thee to prove thyself of highest worth;
Before the world is swallowed up in night,
To show thy little lamp: go forth, go forth!


sabato 4 gennaio 2014

MANIERA - ERRI DE LUCA


Mi è capitato molte volte di acquistare un libro per il piacere di possedere una delle poesie che vi è contenuta. Oggi ho avuto un solo istante di indecisione tra due libri, uno di Pierluigi Cappello, un poeta che sinceramente stimo molto e che mi riprometto sempre di contattare e un Erri De Luca nella insolita (almeno per me) veste di poeta. Quantità, intesa come numero di poesie, contro qualità, intesa come casa editrice (una serie bianca di Einaudi).
Sinceramente quello che mi ha fatto decidere è stata la prima poesia che Einaudi inserisce come copertina, proprio quella che propongo nel post e la curiosità di leggere un autore per me sconosciuto, ma comunque apprezzato, nella prefazione ad un'altro libro di Einaudi, quello di Izet Sarajlic: davvero commovente. Chi mi legge da tempo ed i miei autori, sanno che i miei post sono emozioni che rendo, anche a loro, come lettore, ma questa volta sono preoccupata di scrivere qualcosa che possa dispiacergli. Non ho il consenso dell'autore, questa volta. Se avete l'occasione di vederlo, di parlargli, diteglielo voi che gli ho fatto una scorrettezza.
In Maniera ho apprezzato particolarmente la leggerezza con cui si apre la poesia.
I giochi di parole, buffi, un poco infantili, denotano una intimità giocosa, una spensieratezza e un  desiderio di stupire ma anche di essere accettato. Un modo di far  breccia in un muro che l'autore  percepisce ma non vede.
Negli ultimi tre versi si avvia e si compie il dramma. Inizia col restare “indietro di un respiro”, continua col seguitare del gioco, ma senza sorrisi, già scomparsi nel verso precedente, e finisce con la domanda definitiva e ferale.
Non trovo una parola fuori posto, non ho nessun desiderio di leggerla diversamente. Confesso che ho il mio miraggio di "poesia perfetta" e questa gli si avvicina molto.






Enrico De Luca, nasce a Napoli, il 20 Maggio 1950. Erri pare sia l'italianizzazione del nome di suo zio Henry. A 18 anni lascia studi, famiglia e città per trasferirsi a Roma, dove entra a far parte del movimento Lotta Continua e dove continua a militare fino al suo scioglimento. Svolge diversi mestieri (operaio, magazziniere, muratore, camionista) in Italia (Torino, Napoli, Milano, Catania) e all'estero (Francia, Tanzania come volontario). Durante la guerra della ex-jugoslavia fa l'autista dei convogli umanitari destinati alle popolazioni. Nel '99 quando bombardano la Serbia, sente che il suo posto è a Belgrado, tra la gente. Studia da autodidatta diverse lingue, tra cui lo Yiddish e l'ebraico antico, da cui traduce alcuni passi della Bibbia. Lui le chiama traduzioni di servizio, e nel farlo cerca di attenersi alla versione più letterale possibile. Viene tradotto in Francese, Spagnolo ed Inglese. E' opinionista di vari giornali a tiratura nazionale. Numerosi i suoi romanzi, tre libri di poesia e due racconti brevi editi da Feltrinelli come audiolibri, in cui è lo stesso De Luca che legge.Vive nella campagna romana.







                                                   MANIERA





Accosto la fronte alla tua, si toccano, dico: "E' una frontiera".
Fronte a fronte: frontiera, mio scherzo desolato, ci sorridi.
Col naso ci riprovo, tocco il naso, per una tenerezza da canile:
"E questa è una nasiera" dico per risentire casomai
un secondo sorriso, che non c'è.
Poi tu metti la mano sulla mia e io resto indietro di un respiro.
"E questa è una maniera", mi dici.
"Di lasciarsi?", ti chiedo. "Si, così".


(L'ospite incallito - Giulio Einaudi Editore)


mercoledì 25 dicembre 2013

NATALE 2013


Lo scorso anno in occasione del post di Natale, parlavo di speranza , di difficoltà dei tempi attuali e di quelli che si preparavano.
Oggi sembra che le cose stiano peggiorando un po' dappertutto. Molte aziende chiudono (e non parlo per statistica, ma lo tocco con mano mese per mese) e in pochi hanno le risorse per aprirne di nuove, dato che le banche sembrano non fare il loro lavoro di raccolta del risparmio e contemporaneo investimento in attività nel territorio. Ma non è mia intenzione lanciare accuse verso chi avrebbe la possibilità di smuovere l'economia e invece sta arroccato sulle proprie posizioni, a scapito di noi tutti, tutto sommato; non è questa la sede.
Volevo solo constatare che, se da questa parte del mondo c'è chi combatte per un posto di lavoro e chi approfitta di questo stato di cose per ottenere del personale con costi sempre più bassi, o più semplicemente combatte per avere in tavola del cibo anche gli ultimi due giorni del mese (e vi risparmio quanto e come), in altre parti del mondo c'è chi deve aggiungere a queste nostre amene preoccupazioni, il cercare di rimanere vivo.
E' il caso di ieri, ma potrebbe capitare anche domani, o dopo, ed è già capitato nei giorni e mesi scorsi in territori e con motivazioni differenti. Un carro armato spara contro una abitazione privata di una cittadina della striscia di Gaza, e delle persone muoiono. Dei bambini muoiono. Questa volta si tratta di una piccola di tre anni, ma quanti prima di lei? E domani ci ricorderemo questo nome, Hala? E per quanto lo ricorderemo? Farà parte della Storia? E se i suoi tre anni non sono stati abbastanza importanti da lasciare poco più di un ritratto insanguinato, a che scopo averla fatta nascere e crescere se il suo sorriso non avrebbe potuto cambiare il mondo? 
Pensate anche a questo, questo Natale.




 J. Busquets - Facciata della Natività (particolare) - Sagrada Familia - Barcellona


L'interno della grotta era buio, l'indebolita luce esterna si fermava all'ingresso, ma in poco tempo, avvicinando una manciata di paglia alle braci e soffiando, con le fascine la schiava fece un falò che sembrava un'aurora. Poi accese il lume che era già lì, appeso ad una sporgenza della parete, e dopo aver aiutato Maria a sdraiarsi, andò a prendere un po' d'acqua ai pozzi di Salomone, proprio nei pressi. Di ritorno, trovò Giuseppe fuori di sé, non sapeva che cosa fare, e non dobbiamo biasimarlo, perché agli uomini non insegnano a rendersi utili in simili occasioni, loro non vogliono saperne, al massimo saranno capaci di tenere la mano alla moglie sofferente, restandosene ad aspettare che tutto vada per il meglio. Maria, però è sola, il mondo morirebbe di sgomento se un ebreo di questo tempo osasse compiere quel minimo. Entrò la schiava, rivolse una parola di sostegno, Coraggio, poi si inginocchiò fra le gambe aperte di Maria, proprio nella posizione in cui devono stare le gambe delle donne per ciò che entra e ciò che esce, ormai Zelomi aveva perso il conto dei bimbi che aveva visto nascere, e il patimento di questa poverina è tale e quale a quello di tutte le altre donne, come ha deciso il Signore Iddio quando Eva commise il peccato di disobbedienza, Moltiplicherò le sofferenza della tua gravidanza, i tuoi figli nasceranno nel dolore, e oggi, trascorsi ormai tanti secoli, accumulato tanto dolore, ancora Dio non si dà per soddisfatto, e l'agonia continua. Giuseppe non è più lì, e neppure all'ingresso della grotta. E' scappato via per non sentire le urla, ma le urla lo seguono, è come se urlasse la terra, tanto che tre pastori, che si trovavano nei pressi con le loro greggi di pecore, si avvicinarono a Giuseppe e gli domandarono, Che cos'è, sembra che la terra stia urlando, e lui rispose, E' mia moglie, sta partorendo laggiù in quella grotta, e quelli dissero, Non sei di queste parti, non ti conosciamo, Siamo venuti da Nazareth in Galilea per il censimento, appena arrivati le sono aumentati i dolori, e adesso sta nascendo. Il crepuscolo lasciava intravedere a stento i visi dei quattro uomini, ben presto i lineamenti sarebbero svaniti, ma le voci proseguivano, Hai da mangiare, domandò uno dei pastori, Poco, rispose Giuseppe, e la stessa voce, Quando tutto sarà finito, avvertimi e ti porterò un po' di latte delle mie pecore, e poi si udì la seconda voce, E io ti darò un po' di formaggio. Poi ci fu un lungo e inesplicabile silenzio, prima che il terzo pastore parlasse. Infine, con una voce che sembrava provenire anch'essa da sottoterra, disse, E io vi porterò del pane.
Come tutti i figli degli uomini, il figlio di Giuseppe e Maria nacque sporco del sangue di sua madre, vischioso delle sue mucosità e soffrendo in silenzio. Pianse perché lo fecero piangere, e avrebbe pianto per quest'unico e solo motivo. Avvolto nelle fasce, riposa nella mangiatoia, non lontano dall'asino, ma non c'è pericolo di morsi, che la bestia l'hanno legata corta, Zelomi è andata fuori a sotterrare la placenta, mentre Giuseppe si sta avvicinando. Lei aspetta che lui entri e si ferma a respirare l'aria fresca dell'imbrunire, stanca come se avesse partorito lei stessa, nell'immaginazione, perché figli non ne ha mai avuti.
Scendendo dal pendio, tre uomini di avvicinano. Sono i pastori. Entrano insieme nella caverna. Maria è sdraiata e tiene gli occhi chiusi. Giuseppe, seduto sopra un sasso, ha il braccio posato sulla mangiatoia e sembra guardare il figlio. Si fece avanti il primo pastore e disse, Con queste mani ho munto le mie pecore e ho raccolto il loro latte. Maria, aprendo gli occhi sorrise. Avanzò il secondo pastore e disse, Con queste mani ho lavorato il latte e ho fatto il formaggio. Maria accennò col capo e sorrise di nuovo. Poi si avvicinò il terzo pastore, per un istante parve riempire la grotta con la sua statura e disse, senza guardare né il padre, né la madre del bimbo appena nato, Con queste mani ho impastato il pane che ti offro, col fuoco che esiste solo dentro la terra io l'ho cotto. E Maria seppe chi era. 

(Josè Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo)



domenica 27 ottobre 2013

LA CASA DEL TEMPO PERDUTO - CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE


Senza dubbio, il tempo perduto non può più appartenerci, ma è possibile tornare sui nostri passi e agguantare ancora una manciata di giorni, di ore o di minuti? La logica ci dice che anche se torniamo indietro subito, si possono limitare i danni di una scelta sbagliata, ma il tempo in cui abbiamo maturato la scelta è andato per sempre. Il pensiero di Carlos sembra volerci portare in quella direzione, però descrive la casa come "coperta di edera per metà e l'altra sono ceneri", dove l'edera è ancora vita, e la cenere morte. Forse non proprio tutto è perduto se la casa è solo "condannata" e, appunto non ancora morta.









Carlos Drummond de Andrade nasce a Itabira, nello stato di Minas Gerais, Brasile il 31 ottobre 1902 nono figlio di una famiglia di proprietari terrieri in decadenza. Inizia gli studi nella città di Belo Horizonte e nel collegio gesuita di Anchieta da dove fu espulso per "insubordinazione mentale"dopo un incidente con il professore di portoghese. Su insistenza della famiglia, si laurea in Farmacia nel 1925, ma è una carriera che non intraprenderà mai.
Nello stesso anno sposa Dolores Dutra de Morais, la prima o la seconda donna a lavorare come impiegata a Belo Horizonte. Insegna Geografia e Portoghese nel Ginnasio sud-americano di Itabira, ma viene chiamato da Alberto Campos a lavorare come redattore capo del Diario de Minas. Nel 1927 diventa padre per la prima volta, ma il figlio sopravvive solo poche ore. L'anno successivo nasce invece Maria Julieta, che sarà la grande compagna della sua vita.
E' solo di pochi anni prima (1922) l'inaugurazione della
"Semana de Arte Moderna" o "Settimana 22" tenutasi a San Paolo nel Teatro Comunale di San Paolo dal 11 al 18 di febbraio. Fu l'avvio del movimento Modernista che, ispirato al futurismo di Marinetti,  si riproponeva  il rinnovamento delle arti e delle lettere. Tra i suoi esponenti vi erano Oswald de Andrade, Manuel Bandeira e Mario de Andrade; (con questi ultimi poeti intratterrà una fitta corrispondenza) e Carlos aderisce a questo movimento fondando con altri poeti e scrittori di Minas Gerais "A Revista", l'unico organo di divulgazione del Modernismo della regione che però ebbe breve vita.
Nel 1934 si trasferisce a Rio de Janeiro, divenendo capo di gabinetto di Gustavo Capanema, Ministro dell'Educazione
, che conobbe nel collegio di Belo Horizonte. Con lui rimase fino al 1945 per prendere servizio al Patrimonio Storico e Artiscito  Nazionale e ritirandosi nel 1962.
Numerosi i libri pubblicati e le traduzioni. Muore il 17 agosto 1987 a Rio de Janeiro per l'aggravarsi dei suoi problemi cardiaci, a distanza di soli dodici giorni dalla morte dell'amata figlia, vittima di cancro e verranno sepolti nella stessa tomba al Cimitero São João Batista di Rio de Janeiro.
E' considerato uno dei più grandi poeti brasiliani del Novecento.







LA CASA DEL TEMPO PERDUTO

Ho battuto al portone del tempo perduto, nessuno ha risposto.
Ho battuto una seconda volta e un'altra volta e ancora un'altra.
Nessuna risposta.
La casa del tempo perduto è coperta di edera
per metà; l'altra metà sono ceneri.


Casa dove non abita nessuno, e io battendo e chiamando
per il dolore di chiamare e non essere udito.
Semplilcemente battere. L'eco restituisce
la mia ansia di socchiudere questi palazzi gelati.
La notte e il giorno si confondono nell'attendere,
nel battere e battere.


Il tempo perduto certamente non esiste.
È la gran casa vuota e condannata.




A CASA DO TEMPO PERDIDO

Bati no portão do tempo perdido, ninguém atendeu.
Bati segunda vez e mais outra e mais outra.
Resposta nenhuma.
A casa do tempo perdido está coberta de hera
pela metade; a outra metade são cinzas.

Casa onde não mora ninguém, e eu batendo e chamando
pela dor de chamar e não ser escutado.
Simplesmente bater. O eco devolve
minha ânsia de entreabrir esses paços gelados.
A noite e o dia se confundem no esperar,
no bater e bater.

O tempo perdido certamente não existe.
É o casarão vazio e condenado.




 





martedì 10 settembre 2013

COLLETTA e ALLELUJA - BRUNO DOZZINI

Questa volta vorrei farvi conoscere un autore molto poco conosciuto, ma che a me ha colpito molto per la silloge con cui vinse nel lontano 1963 il Premio Mariano Montenero.
BRUNO DOZZINI e la sua MESSA LAICA, compresa nella sua opera complessiva pubblicata da Guerra Edizioni nel 2000.
L'ingegnosità o meglio l'intuizione che probabilmente si rivelò vincente, è stata quella di aver scritto una poesia per ogni parte della messa: ecco così la poesia CONFITEOR, il KYRIE, COLLETTA, ALLELUJA, RESURREZIONE, OFFERTORIO, COMUNIONE, fino al DE PROFUNDIS e all'ITE MISSA EST.
La parola poetica è attuale, il tono declamatorio ed epico come quello dell'Odissea o della più “recente” Divina Commedia, ma la solennità dell'argomento l'impone.
Propongo un paio di brani: quello dedicato alla COLLETTA e quello all'ALLELUJA, in questo momento mi sembrano i più poetici.
Di questa ultima poesia, l'autore dice: “....d'influenza chiaramente biblica, appare con le caratteristiche di un canto d'amore sensualmente concepito, ma non è che metafora di un abbandono iniziatico, di un apporto di giovinezza e innocenza che tradisce l'intima necessità di credere in un valore ideale e fisico nello stesso tempo”.
Ed inoltre : “E' nuova in questa mia esperienza poetica la formalità dell'abolizione della punteggiatura considerata invece da me sempre essenziale nella sintassi del periodo. Si tratta però, per questa volta, di dilatare il pensiero poetico rendendolo più libero e possibilmente più adattabile ai contenuto sottili presi in considerazione”.


Ritratto a matita di Giovanna Bruschi




Bruno Dozzini nasce a Perugia il 24 Dicembre del 1920 
Diplomato ragioniere e perito commerciale nel 1939, si è laureato nel 1943 in Economia e Commercio, conseguendo l’anno successivo l’abilitazione alla professione di dottore commercialista. Dopo varie esperienze lavorative, dal 1961 al 1964 è stato capo ufficio commerciale nella sede perugina della società dei telefoni, quindi ha insegnato Lingua e letteratura inglese nelle Scuole secondarie statali. Ha svolto anche la professione di guida turistica per l’Umbria. Nel 1958 ha fondato a Perugia, insieme a Carlo Vittorio Bianchi, l’Associazione Scrittori del Centro Italia, attiva fino al 1962. Muore nella stessa Perugia il 19 settembre del 2008.
(Fonte Wikipeda)





                   COLLETTA

Come nuovo Noè io ti riporto
La creazione salvata
Con un semplice sguardo
Fra il pianto di oceani solitari
E campi minati di stelle
Tutta la riporto a Te
Uomini e belve
Alberi e pietre
Perché tu nuova ne faccia
L'Unità primigenia




Orologio di Praga



ALLELUJA


M'innamorai di te
O venuta ultima
Sorriso di stagioni calde
Vivide senza pretese
Apparisti simile a un'aurora
Dai colori scoperti
Ed io cercai di fermare il futuro
Contro la fuga assurda dei giorni
Tu giocavi col mondo
Fanciulla vergine
A dispetto della pioggia e del vento
Di un cielo condannato
Entro termini inamovibili
Io presuntuoso ti distrassi appena
Dalla risacca d'un naufragio
Per raccontarti il volo delle allodole
Il movimento sapiente delle dita
Il canto a mezz'aria fra la neve
Non mi sia di condanna
Il desiderio del tuo seno
L'amplesso
Che fu abisso di donazioni

entrambe tratte da TUTTE LE POESIE  Guerra Edizioni