mercoledì 28 gennaio 2015

CORTILE - JORGE REIS-SA

Dal sito di Parco poesia e in attesa di pubblicazione da parte della Edizioni Kolibris, una poesia di quella che è considerata una  delle più importanti voci della giovane poesia portoghese. Sono dei versi dedicati al padre. Un tema di difficile svolgimento ma che dimostra quanto Jorge sappia imbrigliare l'emozione per renderla in modo apparentemente semplice e quanto sia meritata la considerazione di cui gode.
Ma in verità tutti i versi dedicatigli sono pieni di un amore sconfinato, tanto da farmi sentire un poco in colpa per non avere avuto dentro la stessa calda preoccupazione,  il pensiero costante negli anni, la percezione quotidiana di una presenza. Certo, ognuno vive e risolve i suoi lutti in modo personale e fa, nella contingenza della malattia, quello che fa. E' che il suo modo, così come è raccontato, sembra così puro, ineccepibile e logico...
Queste sono considerazioni di cuore me ne rendo conto, ma sono motivate e sostenute senza dubbio dalla accessibilità dell'emozione, offerta senza pudore e sviscerata fino al sanguinamento e in fondo la poesia è prima di ogni altra cosa sentimento tradotto, o tradito se preferite, con parole cucite assieme da quell'insieme di figure retoriche in continua evoluzione.
Mai come questa volta credo in un autore e se è vero come dicono, che riesco a distinguere tra verso e Verso, Jorge avrà un cammino felice, costellato di molti riconoscimenti.




 Jorge Reis-Sá è nato a Vila Nova de Famalicão, una piccola città nel Nord del Portogallo, il 9 aprile 1977. Tra il 1994 e il 2000 ha studiato Astronomia e Biologia presso la facoltà di Scienze alla Università di Porto, resta come tirocinante di Patologia Molecolare e Immunologia studiando la genetica delle popolazioni. Interrompe per fondare la  Quasi Edições, che ha diretto dal 1999 al 2009, anno della chiusura ed è stato direttore editoriale di Babel dal 2010 al 2013. Ha curato numerose antologie, tra cui ricordiamo Poemas portugueses, la più completa antologia di poesia pubblicata in Portogallo. La sua opera poetica è racchiusa nel volume Instituto de Antropologia. Ha inoltre pubblicato i romanzi Todos os dias e O Dom, e i libri di racconti, Por ser preciso e Terra. È assiduo collaboratore di vari giornali e riviste portoghesi, come “Público”, “LER” e “Sábado”, tra gli altri. I suoi due romanzi sono stati pubblicati in Brasile dalla Record e suoi testi sono stati tradotti in italiano, spagnolo, inglese e lituano. Ha appena terminato il suo terzo romanzo. Vive a Lisbona con la moglie e il figlio.





CORTILE


Avevo giurato di scordare i tuoi gesti in mezzo ai miei
versi, lo sai bene. Mi aveva detto che era ora di parlare
di farfalle; di Joana, la piccola che si nasconde nell’orto
della nonna. Ma ci sei, come tutti i giorni, talvolta un breve
ricordo, altre un dardo nel punto in cui dicono io abbia

un cuore. Oggi è stato un giorno tanto triste. Il tuo nome
sulla targa d’argento che il signor Albino dell’oreficeria
fece più di quindici anni fa. Era necessario dare alle
auto il nome del proprietario e tu, diligente, scrivesti
sulla Rover il tuo, inciso in argento e verità. Ci sei

perché oggi abbiamo venduto la tua auto. È sparito un altro
pezzo di te e ha fatto tanto male. Non bastavano il corpo e la
memoria con gli anni – papà, se un giorno ti scorderò per il
dolore, mi perdonerai? – anche le cose che ti davano
uno status si vanno perdendo a una a una. Gli abiti, dentro
l’armadio dell’ingresso, che mamma, quasi in silenzio, disse
d’aver dato via perché i vermi che ti smangiano la carne
inondano il tessuto che per anni la protesse. L’auto.Venduta,

che svaniva nella curva della strada. La vidi l’ultima volta
quando la portai fuori dal garage e piansi. Era te che stavo
perdendo un’altra volta. Restò il pezzo d’argento dove giace
il tuo nome e che custodisco come fa un figlio orfano con

la memoria del padre. Con il tuo corpo smangiato sotto al
marmo e il nostro pianto, mamma ha comprato un piccolo
baule per custodirti. C’è un pacchetto di tabacco, l’ultimo
che fumasti e che finì per ucciderti; i tuoi occhiali; la
tua vita in miniatura. Manca la tua fede che porto

al dito e che un giorno metterò là. (Papà, se un
giorno ti scorderò per il dolore, mi perdonerai?)


Trad. Chiara De Luca



QUINTAL


Eu tinha jurado esquecer os teus gestos no meio dos meus
versos, bem sabes. Tinha-me dito que era altura de falar
de borboletas; da Joana, a pequena que late no quintal
da avó. Mas aqui estás, como todos os dias, às vezes uma
curta recordação, outras um dardo no sítio onde dizem que

tenho um coração. Hoje foi um dia tão triste. O teu nome
na placa de prata que o senhor Albino da ourivesaria
fez há mais de quinze anos. Era necessário chamar aos
carros o nome do seu dono e tu, diligente, escreveste
no Rover o teu, gravado em prata e verdade. Estás aqui

porque hoje vendemos o teu carro. Desapareceu mais
um bocado de ti e dói tanto. Já não bastava o corpo e a
memória com os anos – pai, se um dia te esquecer pela
doença, perdoar-me-ás? – também as coisas que te davam
circunstância se vão gastando uma a uma. A roupa, no
armário da entrada, que a mãe, quase em silêncio, disse ter
dado porque os vermes que tragam a tua carne inundaram 
o tecido que tantos anos a protegeu. O carro. Vendido,

desaparecendo na curva da estrada. Olhei-o uma última
vez quando o tirei da garagem e chorei. Eras tu quem eu
perdia uma vez mais. Sobrou o bocado de prata onde jaz
o teu nome e que guardo como um filho órfão guarda

a memória de um pai. Com o teu corpo tragado debaixo
do mármore e do nosso choro, a mãe comprou um pequeno
baú para te guardar. Tem um maço de tabaco, o último que
fumaste e que te acabou por matar; tem os teus óculos; tem
a tua vida em ponto pequeno. Falta a tua aliança que trago

no dedo e que um dia lá colocarei. (Pai, se um
dia te esquecer pela doença, perdoar-me-ás?)






lunedì 26 gennaio 2015

da ‘SHOAH’ di Claude Lanzmann

Senza parole.





“Difficile da riconoscere, ma era qui.
Qui bruciavano la gente.
Molta gente è stata bruciata qui.
Si, questo è il luogo.
Nessuno ripartiva mai di qui.
I camion a gas arrivavano là...
C’erano due immensi forni...
e dopo, gettavano i corpi in quei forni,
e le fiamme salivano fino al cielo.
Fino al cielo?
Si.
Era terribile.
Questo non si può raccontare.
Nessuno può immaginare quello che è successo qui.
Impossibile. E nessuno può capirlo.
e anche io, oggi...
Non posso credere di essere qui.
No, questo non posso crederlo.
Qui era sempre così tranquillo. Sempre.
Quando bruciavano ogni giorno duemila persone, ebrei,
era altrettanto tranquillo.
Nessuno gridava. Ognuno faceva il proprio lavoro.
Era silenzioso. Calmo.
Come ora.”

tratto da ‘SHOAH’ di Claude Lanzmann


NOI EBREI - GERTRUD KOLMAR

Della Kolmar sono sono andate disperse molte poesie, soprattutto le ultime ma nonostante questo ne sono rimaste  450, delle quali pochissime tradotte in italiano. Un primo volume risale al 1990, Il canto del gallo nero, edito da Essedue Edizioni, un secondo molto più piccolo è del 2008, Metamorfosi e altre liriche edito dalla solita Via del Vento Edizioni.
In  Germania è raro trovarla nelle enciclopedie e il suo nome è quasi sconosciuto all'estero.
La sua storia ricorda molto quella di Antonia Pozzi, entrambe avevano una relazione osteggiata dai genitori, entrambe scelgono il suicidio come via di fuga, ma Gertrud trova poi il coraggio di vivere la scelta consapevole di restare, non la fuga come altri. Mi viene il dubbio che sia stato un modo per espiare una colpa che si sentiva addosso.
Le verrà reso onore postumo con l'apposizione  di una lapide a ricordo il 24 febbraio 1993 nella  Haus Ahornallee 37  a Charlottenburg, un sobborgo di Berlino e nella stessa città, una strada porta il suo nome  (ma quanti autori non hanno avuto nessuno a sopravvivergli, a raccogliere  i loro versi?).
Le poesie scritte tra il 1933 e il 1943 sono solenni  "La città è per me un vino colorato / in un levigato calice di pietra / che sta e brilla davanti alla mia bocca / e specchia la mia immagine nella sua cavità. / (La straniera) accusatoria "Vieni dunque e uccidi! / Per te posso essere solo un disgustoso animale: / io sono il rospo / e porto il gioiello. (Il rospo), dura e senza incertezze "Si affaticano come dementi, grigi, devastati, / separati dall’umanità variopinta, / irrigiditi, timbrati e marcati, / come bestiame da macello che aspetta il beccaio / e non conosce che il fetido truogolo e il recinto." (Nei lager).  Per molti versi ricorda la Acmatova davanti al carcere di Leningrado nel rispondere "Posso" alla domanda " Ma questo lei può descriverlo?" 
Diverse per intensità e calore sono invece le poesie dedicate all'amante, ma di quelle vi dirò in un prossimo post.






Gertrud Kolmar è lo pseudonimo scelto dalla scrittrice per sostituire il cognome di origine polacca e di difficile pronuncia: Chodziesner, che deriva da Chodziesen in Posnania, città da cui proviene la famiglia paterna. Di origini ebraiche, nasce a Berlino il 10 dicembre del 1984. Il padre Ludwig è avvocato penalista, la madre Elise una pianista. Ha tre fratelli, Margot Georg e Hilde. Frequenta la scuola secondaria a Berlino ed un corso di economia domestica ad Arvedshof, nei pressi di Lipsia e si dedica allo studio delle lingue, ottenendo un diploma per l’insegnamento del Francese, Inglese e Russo.  Intorno al 1916 ha una relazione con Karl Jodel, un ufficiale tedesco e sposato; resta incinta, ma la sua famiglia per la "convenienza" e la "buona reputazione" le fa pressione per abortire e chiudere il rapporto con Karl. Questa maternità negata produce in Gertrud un trauma da cui non si riprenderà mai, tentando il suicidio. Il padre per farle superare il dolore ottiene da un editore la pubblicazione di una sua raccolta di poesie, che esce nel 1917. Per lei si prodigheranno anche il cugino Walter Benjamin, filosofo e scrittore che intuisce subito il valore delle sue poesie, e Nelly Sachs conosciuta nelle serate di lettura della Lega della cultura ebraica.
Dal 1919 al 1927 lavora come istitutrice in Francia. Ritorna a Berlino nel 1928 per curare la madre ammalatasi di cancro e vi resta anche dopo la sua morte, quasi relegata nel giardino della sua casa assieme al padre anzano e malato.
Con le vicende storiche occorse in Germania, la famiglia è fortemente indebitata. Nonostante la nomina di Hitler a Cancelliere nel 1933, il crescente antisemitismo e l'applicazione delle leggi razziali, il padre resta convinto - come tantissimi altri ebrei in quello stesso periodo - che non possa succedere nulla alla sua famiglia in quanto tedesca e pienamente integrata.  Ma nel 1939 sono costretti a vendere la loro casa per trasferirsi presso la "casa degli ebrei".  Gertrud si dedica allo studio dell'ebraico:  
"Ieri, 14 maggio, dopo la quinta lezione, ho “combinato” la mia prima poesia in ebraico. Prima o poi te la farò sentire, forse è ancora imperfetta, però ne sono orgogliosa come lo sarà Sabine quando avrà scritto la sua prima “vera”parola." Lettera scritta alla sorella Hilda e datata 15 maggio 1940. 
Nel 1942 il padre viene deportato a Theresienstadt dove muore un anno dopo, mentre lei lavora come forzata nelle fabbriche di Berlino, scampando più volte alla deportazione perché giudicata una forza lavoro indispensabile, fino al 27 febbraio 1943  quando, durante la cosiddetta “Azione nelle fabbriche” viene arrestata assieme agli altri lavoratori forzati ebrei di
Berlino e condotta in un campo di smistamento. Il 2 marzo del 1943, sale sul treno del "Trentaduesimo trasporto dall'Est" verso Auschwitz, dove muore.








NOI EBREI


Solo la notte è in ascolto: ti amo, ti amo popolo mio,
voglio abbracciarti forte,
come una donna fa col suo compagno alla gogna, nella fossa,
la madre non lascia il suo figlio ingiuriato precipitare da solo.

E se un bavaglio ti soffoca in gola il grido straziato,
e - crudeli - ti legano le braccia tremanti,
lasciami essere la voce che cade nell’abisso dell’eternità,
la mano che si tende a toccare Dio in cielo.

Dalle rocce delle montagne il Greco trascinò giù i suoi pallidi dei,
e Roma lanciò sulla terra uno scudo di ferro,
un turbinio vorticoso dal cuore dell’Asia, orde di mongoli si sollevarono,
gli imperatori da Aquisgrana seguivano il sud con lo sguardo.

E la Germania e la Francia portano un libro e una spada fiammeggiante,
sulle navi l’Inghilterra percorre un sentiero d’argento e d’azzurro,
e la Russia è un’ombra che incombe, una fiamma arde sul suo focolare,
e noi, noi siamo nati dal patibolo e dalla forca!

Questo cuore che scoppia, trasudare di morte, senza lacrime gli occhi,
e al palo della tortura il gemito eterno che il vento, ululando, consuma,
e la mano scarna - le vene come vipere verdi - la povera mano
che lotta contro la morte fra roghi e capestri.

L’inferno ha bruciato la barba canuta, gli artigli del diavolo l’han fatta a brandelli,
l’orecchio mutilato, le ciglia strappate; gli occhi, velati, si offuscano:
Oh, voi ‘ Quando giunge l’ora fatale, qui ed ora, io voglio alzarmi,
voglio essere il vostro arco trionfale attraverso il quale passano le pene e i tormenti!

Non bacerò la mano che agita il turgido scettro dei pieni poteri,
non bacerò il ginocchio di bronzo, ne il piede d’argilla del dio d’un tempo crudele;
Oh, potessi - io, fiaccola ardente - levare la voce
nell’oscuro deserto del mondo: giustizia! giustizia! giustizia!

Caviglie. Ho trascinato catene, risuona il mio passo di prigioniero.
Labbra. Serrate, sigillate da cera incandescente.
Cuore. Una rondine in gabbia che supplica di volare.
E sento la mano che trascina su un mucchio di cenere il mio viso piangente.

Solo la notte è in ascolto: ti amo popolo mio, vestito di stracci:
come il figlio di Gea, terra dei pagani, si trascina spossato verso la madre,
tu ora buttati in basso, sii debole, abbraccia il dolore,
un giorno il tuo piede di viandante, stanco, calpesterà il capo dei potenti!

15.9.1933

Tratta dall'opuscolo GERTRUD KOLMAR. LA STRANIERA 1894 - 1943 che trovate qui


Wir Juden

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, ich liebe dich, mein Volk,
Und will dich ganz mit Armen umschlingen heiß und fest,
So wie ein Weib den Gatten, der am Pranger steht, am Kolk
Die Mutter den geschmähten Sohn nicht einsam sinken lässt.

Und wenn ein Knebel dir im Mund den blutenden Schrei verhält,
Wenn deine zitternden Arme nun grausam eingeschnürt,
So lass mich Ruf, der in den Schacht der Ewigkeiten fällt,
Die Hand mich sein, die aufgereckt an Gottes hohen Himmel rührt.

Denn der Grieche schlug aus Berggestein seine weißen Götter hervor,
Und Rom warf über die Erde einen ehernen Schild,
Mongolische Horden wirbelten aus Asiens Tiefen empor,
Und die Kaiser in Aachen schauten ein südwärts gaukelndes Bild.

Und Deutschland trägt und Frankreich trägt ein Buch und ein blitzendes Schwert,
Und England wandelt auf Meeresschiffen bläulich silbernen Pfad,
Und Russland ward riesiger Schatten mit der Flamme auf seinem Herd.
Und wir, wir sind geworden durch den Galgen und das Rad!

Dies Herzzerspringen, der Todesschweiß, ein tränenloser Blick
Und der ewige Seufzer am Marterpfahl, den heulenden Wind verschlang.
Und die dürre Kralle, die elende Faust, die aus Scheiterhaufen und Strick,
Ihre Adern grün wie Vipernbrut dem Würger entgegenrang.

Der greise Bart, in Höllen versengt, von Teufelsgriff zerfetzt,
Verstümmelt Ohr, zerrissene Brau und dunkelnder Augen Fliehn:
Ihr! Wenn die bittere Stunde reift, so will ich aufstehn hier und jetzt,
So will ich wie ihr Triumphtor sein, durch das die Qualen ziehn!

Ich will den Arm nicht küssen, den ein strotzendes Zepter schwellt,
Nicht das erzene Knie, den tönernen Fuß des Abgotts harter Zeit;
O könnt ich wie lodernde Fackel in die finstere Wüste der Welt
Meine Stimme heben: Gerechtigkeit! Gerechtigkeit! Gerechtigkeit!

Knöchel. Ihr schleppt doch Ketten, und gefangen klirrt mein Gehn.
Lippen. Ihr seid versiegelt, in glühendes Wachs gesperrt.
Seele. In Käfiggittern einer Schwalbe flatterndes Flehn.
Und ich fühle die Faust, die das weinende Haupt auf den Aschenhügeln mir zerrt.

Nur Nacht hört zu. Ich liebe dich, mein Volk im Plunderkleid:
Wie der heidnischen Erde, Gäas Sohn entkräftet zur Mutter glitt,
So wirf dich zu dem Niederen hin, sei schwach, umarme das Leid,
Bis einst dein müder Wanderschuh auf den Nacken des Starken tritt!

(Das Lyrische Werk S.101)



martedì 6 gennaio 2015

BRUXELLES - UMBERTO CROCETTI

 "Come si può dimenticare la bellezza? / Come riviverla quando la si è persa? "
È un distico intenso, accorato, in bilico tra due sestine contenenti ognuna fondamento e soluzione dei due interrogativi. Sono dei versi inediti di Umberto Crocetti, come sempre asciutti ed essenziali, ogni soluzione trovata è una piccola meraviglia e ogni verso ne contiene una. Io non so come si senta il suo autore quando scrive una frase perfetta come quella riportata sopra,  non so se ne sia orgoglioso, se si senta  soddisfatto come dichiara Pacheco, o ne tenti sempre altre varianti. Leggo questo testo e so che l'autore è andato oltre il già arduo fare poesia, questa è una poesia "Per Sempre",  al pari delle molte presenti nel blog. 






BRUXELLES


Brillava nei suoi occhi la Grand Place,
quella camicia aperta
regalava alla quiete la tempesta del
petto e le sue labbra, sporche di cioccolato
posavano sulle mie
il senso del sorriso.

Come si può dimenticare la bellezza?
Come riviverla quando la si è persa?

Le città hanno il colore degli anni,
assorbono i pensieri della gente,
li nascondono nei vicoli
in un ordine preciso di memorie,
per riaffidarli un giorno a chi li sa ascoltare
o a chi ritorna per riprendersi il passato.



lunedì 5 gennaio 2015

PERCHE' QUANDO TI PARLO - GERARDO DIEGO

Ci sono nazioni che eleggono periodicamente un Poeta Laureato, ci sono città che dedicano ai poeti delle strade, ma nelle nazioni di lingua spagnola e portoghese, il Poeta è decisamente amato, senza considerare che tutti, ma proprio tutti conoscono a memoria dei versi.
Gerardo Diego, per esempio, ha una statua nel centro di Soria che lo vede seduto ad un tavolo di caffè intento a leggere un libro, una a Santader, anche qui seduto su una panchina e una nella strada Pío Baroja di Madrid, davanti la Casa di Cantabria.  Non voglio innestare una polemica. E' solo un pretesto per raccontare qualcosa in più del poeta e introdurre una delle sue poesie.






PERCHE' QUANDO TI PARLO

Perché quando ti parlo
chiudo gli occhi?
Io penso a quel giorno
In cui tu me li chiuderai
- speranza infinita -,
per vedere se le mie parole
- mia lunga abitudine –
possono più che la morte.




POR QUÉ CUANDO TE HABLO...?


¿Por qué cuando te hablo
cierro los ojos?
Yo pienso en aquel día
y en que tú me los cierres
– esperanza infinita -,
a ver si mis palabras
– costumbre larga mía -
pueden más que la muerte.












sabato 3 gennaio 2015

L'ULTIMO DESIDERIO DI JOSE' SARAMAGO

 18 GIUGNO 2010 - 18 GIUGNO 2011





Ad un anno dalla scomparsa dello scrittore e egiornalista portoghese José Saramago, sua moglie Pilar Del Rio ha reso possibile l'ultimo desiderio dell'artista e cioè che le sue ceneri fossero sepolte sotto un albero di olivo.
La singolare cerimonia ha avuto luogo nel Campo Das Cebolas, vicino al fiume Tago. L'ulivo si trova dove ha sede la fondazione Saramago. Alla cerimonia hanno partecipato circa 300 persone, tra amici, familiari, seguaci, giornalisti e il sindaco della città Antonio Costa ha deposto sull'urna coi resti, della terra portata da Lanzarote dove lo scrittore visse gli ultimi anni della sua vita in compagnia di sua moglie.
Pilar Del Rio in questa occasione ha annunciato ai media che durante i mesi successivi la capitale portoghese sarebbe stata piena di esposizioni, conferenze ed eventi sulla figura dello scrittore.
Fonte: TN.com



venerdì 2 gennaio 2015

IN FIN DEI CONTI e MEMORIA - JOSE' EMILIO PACHECO

Un'altra grave perdita nel mondo poetico e spero sia l'ultima, è stata ad inizio anno 2014, quando morì Emilio Pacheco. Un bell'aneddoto su di lui è stato riportato sulla rivista Poesia dello scorso Aprile: 
"A chi lo definì uno dei massimi poeti latinoamericani, in occasione del conferimento del Premio Cervantes, nel 2010, José Emilio Pacheco rispose, con la consueta grande modestia: Ma non sono nemmeno uno  dei migliori poeti del mio quartiere! Non sapete che sono vicino di casa di Gelman?"
Ed entrambi  se ne sono andati a distanza di poco più di dieci giorni.
E altra prova della sua modestia, l'ho trovata in una intervista molto interessante uscita su El Pais a firma di Pabro Ordaz, ripresa dal sito http://blog.edizionisur.it e tradotta da Raffaella Accroglianò:
"Pacheco si scusa: «Il paradosso è che a me piace molto leggere le interviste, eppure, quando a volte mi domandano: “e lei cosa voleva trasmettere con questa poesia…?” Ah, io ecco non so cosa rispondere… Preferisco se parliamo tranquillamente e poi scrivi quello che preferisci. Hai già preso il caffè? Quale poesia mi dicevi che ti era piaciuta?»"
Già, quale poesia mi è piaciuta di più??




José Emilio Pacheco nasce a Città del Messico il 30 giugno 1939. Studia presso l'Università Nazionale Autonoma Messicana.  Il suo lavoro viene riconosciuto molto presto: già dagli anni cinquanta  appare nelle antologie a fianco dei grandi poeti dell'America Latina.   Oltre scrivere - e pubblicare - poesia e  prosa, esercita un lavoro incredibile come traduttore.  E' direttore e redattore di numerose pubblicazioni, raccolte e supplementi culturali.  Ha insegnato in diverse università del mondo e  viene tradotto nei principali idiomi.  La sua opera ha molteplici riconoscimenti nazionali ed internazionali. Tra gli ultimi e più importanti: "Premio Octavio Paz" (2003), "Premio Iberoamericano di letteratura Pablo Neruda" (2004), "Premio internazionale di Poesia Città di Granada - Federico Garcia Lorca" (2005), Premio Cervantes (2009), Premio Poesia iberoamericana “Reina Sofia” (2009).
Muore il 26 gennaio 2014, a 74 anni  in una clinica di Città del Messico per un arresto cardiaco.






 IN FIN DEI CONTI


Dov'è finito ciò che accadde
e che fine ha fatto tanta gente?

Via via che passa il tempo
ci facciamo più sconosciuti.

Degli amori non è rimasto
nemmeno un segno tra gli alberi.

E gli amici se ne vanno sempre.
Sono viaggiatori sui binari.

Anche se uno esiste per gli altri
(senza di loro è inesistente),

conta soltanto la solitudine
per dirle tutto e fare i conti.

da Fin d'allora (1975-1978)


EN RESUMIDAS CUENTAS

¿En dónde está lo que pasó
y qué se hizo de tanta gente?

A medida que avanza el tiempo
vamos haciendo más desconocidos.

De los amores no quedó
ni una señal en la arboleda.

Y los amigos siempre se van.
Son viajeros en los andenes.

Aunque uno existe para lo demás
(sin ellos es inexistente),

tan sólo cuenta con la soledad
para contarle todo y sacar cuentas.

de Desde entonces (1975-1978)






MEMORIA


Non prendere molto sul serio
ciò che ti dice la memoria.

Forse questa sera non è mai esistita.
Chissà se tutto fu un autoinganno.
La grande passione
esiste soltanto nel tuo desiderio.

Chi ti dice che non ti racconta finzioni
per prolungare il finale
e per suggerire che tutto questo
aveva almeno qualche senso.

(Traduzione di Susanne Detering)


 Memoria

No tomes muy en serio
lo que te dice la memoria.

A lo mejor no hubo esa tarde.
Quizá todo fue autoengaño.
La gran pasión
sólo existió en tu deseo.

Quién te dice que no te está contando ficciones
para alargar la prórroga del fin
y sugerir que todo esto
tuvo al menos algún sentido.


DA UN LAGO SVIZZERO - EUGENIO MONTALE

Questa poesia è una di quelle vai e vieni. No, non come la stanza delle necessità di Harry Potter!  E' che l'ho cercata senza trovarla e quando l'ho trovata credevo di averla salvata: lo credevo perchè poi non l'ho più trovata. Se la posto non corro più nessun rischio.
 Ne sentii parlare ad una giornata di conversazione sulla poesia, in cui il relatore ci fece provare a scrivere una poesia con un acronimo a nostra scelta, citando appunto la famosa poesia di Montale dedicata a Maria Luisa Spaziani. Se ricordate quello che ho detto a proposito dello scrivere e del fare poesia, ritengo che il mio fu solo un esperimento, ma il risultato è stato... singolare. Ho etichettato questa modalità come "interessante", lasciando che si evolva come deve. Per i curiosi, ci dissero che dovevamo scegliere un oggetto / idea che vedevamo dalla nostra posizione (terrazza a vetri, con vista su tetti di una città) e pensare a quella. In altre parole, era la parola che doveva condurci alla poesia e non doveva essere la poesia a piegarsi all'acronimo. Potete provare...
 Montale ha usato un bellissimo incipit (Volpe era il soprannome della Spaziani)  e continua con metafore, non molto velate, su un momento della loro relazione.





DA UN LAGO SVIZZERO


Mia volpe, un giorno fui anch’io il “poeta
assassinato”: là nel noccioleto
raso, dove fa grotta, da un falò;
in quella tana un tondo di zecchino
accendeva il tuo viso, poi calava
lento per la sua via fino a toccare
un nimbo, ove stemprarsi; ed io ansioso
invocavo la fine su quel fondo
segno della tua vita aperta, amara,
atrocemente fragile e pur forte.
Sei tu che brilli al buio? Entro quel solco
pulsante, in una pista arroventata,
àlacre sulla traccia del tuo lieve
zampetto di predace (un’orma quasi
invisibile, a stella) io, straniero,
ancora piombo; e a volo alzata un’anitra
nera, dal fondolago, fino al nuovo
incendio mi fa strada, per bruciarsi.

(La Bufera--Madrigali privati)

martedì 30 dicembre 2014

TENENDO LE COSE ASSIEME e IL GRANDE POETA RITORNA - MARK STRAND

Uno dei nomi che sono venuti a mancare in questo ultimo anno, è  quello di Mark Strand.  Poeta Laureato americano negli anni 1990-1991, è morto lo scorso 29 novembre,  un sabato nel ponte del ringraziamento, a Brooklyn nella casa della figlia Jessica, a 80 anni a causa di un liposarcoma, un raro tumore delle cellule di grasso.
Ha trascorso i suoi ultimi anni in Spagna, a Madrid in una casa a Calle Monteesquinza dove viveva con la compagna e gallerista Maricruz Bilbao.
La scorsa primavera si era trasferito a New York, forse in cerca di quei paesaggi urbani sparsi e silenziosi di Edward Hopper , pittore che ha ammirato molto e al quale ha dedicato uno dei suoi saggi.
In rete tra i vari post con la notizia della sua morte, c'è una riflessione che vi riporto, con il link relativo; l'ho trovata molto vera:
"i poeti che ami vorresti non morissero mai, e se li ami, muoiono un po’ meno"
Propongo di seguito due testi perchè non sono riuscita a scegliere tra i due. Sono entrambi significativi di una repentina assenza, il primo testo  forse più pregnante ed aderente alla sua scomparsa. Il secondo forse un po' meno, ma contiene una frase particolare: "Non c'è fretta" che per me ha un significato particolare.





TENENDO LE COSE ASSIEME


In un campo
io sono l'assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.

Quando cammino
divido l'aria
e sempre
l'aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.

Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo
per tenere assieme le cose.

da Sleeping with one eye open



Keeping Things Whole


In a field
I am the absence
of field.
This is
always the case.
Wherever I am
I am what is missing.

When I walk
I part the air
and always
the air moves in
to fill the spaces
where my body's been.

We all have reasons
for moving.
I move
to keep things whole.





IL GRANDE POETA RITORNA


Quando la luce si riversò da uno spiraglio fra le nubi,
capimmo che il grande poeta si sarebbe mostrato. E così fu.
Scese da una limousine con le gomme bianche e vetri
fumé, quindi con andatura nitida e felpata,
entrò nella hall. Si fece silenzio. Aveva ali grandi.
Il taglio dell'abito, la larghezza della cravatta, erano datati.
Quando parlò, l'aria parve sbiancata da grida immaginarie.
Il tarlo del desiderio penetrò nel cuore di tutti i presenti.
Avevano le lacrime agli occhi. Il grand'uomo era al massimo.
"Non c'è fretta," disse concludendo la lettura "la fine
del mondo è solo la fine del mondo che conoscete."
Tipico di lui, pensarono tutti. Poi non lo si vide più,
e il mondo fu vuoto. Faceva freddo e l'aria era ferma.
Ditemi, voi laggiù, cos'è in fondo la poesia?
         È possibile morire senza averne almeno un po'?


da L'inizio di una sedia, Donzelli Editore
Trad. Damiano Abeni



 The Great Poet Returns

When the light poured down through the holes in the clouds,
We knew the great poet was going to show. And he did
A limousine with all white tires and stained-glass windows
Dropped him off. And then, with a clear and soundless fluency,
He strode into the hall. There was a hush.His wings were big.
The cut of his suit,the width of his tie, were out of date.
When he spoke,the air seemed whitened by imagined cries.
The worm of desire bore into the heart of everyone there.
There were tears in their eyes.The great one was better than ever.
“No need to rush”, he said at the close of the reading,”the end
Of the world is only the end of the world as you know it.”
How like him,everyone thought.Then he was gone,
And the world was a blank. It was cold and the air was still.
Tell me, you people out there, what is poetry anyway?
                Can anyone die without even a little?





GRAZIE PER LA PAROLA - ROBERTO CARIFI

Probabilmente vi sarà sfuggito un articolo interessante apparso su "Il Giornale" di domenica scorsa, a firma di Davide Brullo che esordisce con "Il caso di Roberto Carifi è un j'accuse sgranato in faccia ai poeti con l'alloro." e continua dicendo "... ha sempre  avuto una fortuna laterale, diversa, obliqua rispetto ai lirici pluristellati Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Valerio Magrelli, accomodati sul sofà della fama. [...] Pur con un parterre bibliografico importante, un pò tutti se ne fregano di Carifi, lo trattano con indecente pietà. Da dieci anni Carifi è corroso dall'ictus." 
Sapete quanto in passato sono stata scettica e critica con questa testata, anche se fondamentalmente è con l'autore del pezzo che me la sono presa (e non me ne pento minimamente: a certe persone dovrebbero togliere la licenza di scrivere). Questa volta invece ho trovato un equilibrio di esposizione, una corrispondenza di pensiero ed anche la risposta a un mio dubbio sul perché fosse stata sospesa la sua rubrica "Per Competenza" sulla rivista Poesia di Crocetti Editore. Ci sono molti modi di fare il poeta. C'è chi la poesia la fa e chi la scrive e, credetemi, non è la stessa cosa. Si può essere tecnicamente ineccepibili, ma produrre testi vuoti, flaccidi, senza sentimento oppure grammaticalmente incoerenti, pur trasmettendo molto. Sinceramente preferisco questi ultimi.
Con la convinzione di aver letto con Carifi un autore che fa ottima poesia, anche se non ho avuto modo di contattarlo direttamente, mi assumo la responsabilità di postare un suo testo, per dare il mio piccolo contributo alla diffusione della sua produzione poetica. In questo ultimo anno, per esempio è uscita una raccolta di poesie dal titolo Madre, della Casa Editrice Le lettere






Roberto Carifi nasce a Pistoia l’11 settembre 1948 da Licia Brunetti e Benito Carifi, in via dell’Ospizio, all’attuale numero 40, nella casa dello zio Luciano, fratello della madre. Questa è maestra elementare, mentre il padre, figlio di un sarto d’origine partenopee molto apprezzato in città, lascia la famiglia quando il piccolo ha tre anni per trasferirsi a Roma, dove, prima di trovare definitivo lavoro come arredatore cinematografico, si adatterà ad interpretare vari ruoli di comparsa in film di carattere storico.
L’abbandono della famiglia da parte del padre ed il risentimento della madre avranno risvolti sul carattere del giovane Roberto che proverà sempre un grande attaccamento alla figura materna, mentre nutrirà un contrastante sentimento di amore-odio per la figura del padre. Il tema dell’abbandono sarà tra quelli ricorrenti del futuro poeta. In questo senso vale anche per la figura paterna quello che varrà molti anni dopo per la scomparsa dell’amata madre: “anche se vecchio l’orfano / ha un pianto di bambino”.
Dai sei agli otto anni è con la madre a Cireglio, dove questa si è dovuta trasferire per l’insegnamento. Gli ultimi due anni delle scuole elementari Roberto la frequenta a Pistoia, alle ‘Stinche’. La madre ha infatti preso casa in affitto in Corso Gramsci, all’angolo di via dell’Ospizio, dove resterà sino ai primi anni Ottanta, allorché si trasferirà col figlio in via Fiorentina, al numero 6, sulla discesa del Ponte dell’Arca, direzione Firenze.
Sul finire delle scuole medie Roberto è colpito da una grave forma di labirintite, con febbre altissima; è a rischio di vita, tanto che viene chiamato un sacerdote per l’estrema unzione. Il padre, avvertito, fa una breve apparizione al capezzale del figlio, la prima delle uniche due dopo il suo abbandono della famiglia. Al ragazzo resterà della figura del padre l’immagine di una persona fredda. Nel 1962 Roberto frequenta in Corso Gramsci la prima classe del Ginnasio. A quel periodo risalgono le sue prime, ed ancore acerbe, composizioni poetiche. Alla fine della seconda classe del Ginnasio, pur avendo dimostrato particolare predisposizione per le materie letterarie, dovrà ripetere l’anno scolastico, così come la prima liceale, a causa della sua indisciplina, che si riflette anche sul profitto e dovuta all’insofferenza verso ogni autorità, comprensibile transfert psicologico del sentimento verso il padre assente.
Al Liceo Classico avrà come insegnante di Italiano, il professor Vasco Gaiffi, che riuscirà a fargli amare la letteratura.Nel 1972 si laurea con 110 e lode con la tesi Essere e apparenza in Jean-Jacques Rousseau, discussa col professor Paolo Rossi, restando poi in facoltà coadiuvando il professor Rossi nelle lezioni.
Nel 1982 conosce il poeta Piero Bigongiari, uno dei maggiori esponenti dell’ermetismo fiorentino, che influenzerà in parte la sua poetica. Si lega inoltre d’amicizia con i poeti Giuseppe Conte, Roberto Mussapi, Cesare Viviani, Tommaso Kemeny e Rosita Cipioli.
Il 10 settembre 2004, nel pieno della creatività e della progettualità, è colto da ictus. Il primo anno della malattia, costretto ad affrontare la cruda realtà della sua nuova condizione, colpito nel fisico e nello spirito, sballottato per mesi da un ospedale all’altro e sottoposto a continue terapie riabilitative della parola e della motorietà, non tenterà nemmeno di dettare i versi che pure gli urgono. Abbraccia incondizionalmente il pensiero buddista, al quale già si era avvicinato dopo la dolorosa scomparsa della madre. Vede rispecchiata la sua nuova condizione esistenziale nella filosofia dell’Illuminato per la quale vivere è soffrire: questo dolore non nasce solo dal nostro attaccamento alla vita ma anche dall’ostinazione a sopravvivere alla morte ed è solo uccidendo in noi questa ostinazione che possiamo pervenire alla pace interiore, al nirvana, cioè alla liberazione dal dolore. Ai temi dell’abbandono e dell’obbedienza, si affianca dunque, nella recente stagione della sua vita, quello apparentemente più duro eppure straordinariamente consolatorio dell’accettazione. È questa la fase in cui il personaggio aderisce più tragicamente alla sua opera, la fase in cui la parola, già da tempo fortemente provata nell’esprimere l’indicibile della perdita dell’affetto materno, è chiamata ora a tagliare la propria carne con impietose domande, a cercare la ragione di una fisicità non combaciante con l’interiore vitalità di cui quel corpo è crisalide.
Innumerevoli le pubblicazioni. Risiede a Pistoia.




GRAZIE PER LA PAROLA


Grazie per la parola
che ancora accendi nel mio cuore,
per quel raggio che dal bene
hai ricevuto in dono
e che nel mio abbandono
lasci che nasca
come fosse grano in un deserto,
per quella tua bellezza,
per l'orma divina del tuo sguardo,
per quella tua dolcezza che vorrei baciare
come se bacia l'innocenza,
inginocchiato davanti alla tua anima
quando una lieve ombra
la lascia affiorare sulla carne,
per quello che chiami il tuo peccato,
per il tremore che turba la tua voce
quando mi dici l'indicibile
e lasci l'impronta dell'amore
in questo cuore arato.


(in  D'improvviso e altre poesie scelte, Edizioni Via del Vento, Pistoia, 2006 e in Amore d’autunno, Guanda Editore, 1998)

venerdì 26 dicembre 2014

NATALE - SALVATORE QUASIMODO

Ancora un Natale per scrivervi i miei auguri di sempre con una delle migliori poesie sul natale che abbia letto finora.
Auguri ai miei autori. A chi mi scrive, invia e segnala le proprie poesie e pubblicazioni, con il garbo che è proprio del poeta.
Auguri a chi non ha ancora pubblicato, chi lo farà a breve, a chi ha in corso una rispampa.
Auguri a chi non scrive poesie, ma riesce a produrre comunque emozioni, perchè ha poesia dentro di sé.
Auguri a chi traduce e ci permette di capire versi stranieri.
Auguri a chi crede la propria come verità unica.
Auguri a chi non sa ancora quanto sia grande e potente la parola.
Auguri.






 NATALE


Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l'asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v'è pace nel cuore dell'uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?




mercoledì 10 dicembre 2014

SONO PESI QUESTE MIE POESIE - NIKA TURBINA

Un altro autore che vale la pena di leggere a mio avviso è Nika.  La storia di questa bambina che scrive versi  potrebbe influenzarci nella lettura delle sue poesie e come Evtushenko il primo pensiero è che non sono interamente opera della bambina, che qualcuno glieli ha corretti.  Poi la ascoltiamo declamarli in vecchi video riproposti da You tube e al pari di chi la ascoltava per la prima volta, le crediamo, ciecamente.
Quella riportata è una delle sue poesie più famose e diffuse nel web ed è una di quelle  scritte a 7 anni (circa).  Eppure ci troviamo il mito di Sisifo, versi e strofe sono trattati con disinvoltura ma senza ostentazione. Ammetto che il tono è fin troppo solenne in un autore maturo, ma perdonabilissimo in una Nika al suo esordio.
Se vi interessa, esiste un libricino di poche pagine edito da Via del vento Edizioni, collana Acquamarina, con una selezione delle sue poesie e con in calce l'anno in cui sono state scritte. 



Nika Turbina Georgievna nasce a Yalta il 12 dicembre del 1974.  Sua madre, Maya Nikanorkina è un'artista, di salute cagionevole, il padre la abbandona quando lei è ancora in fasce.
La nonna Lyudmila Karpova, è un'interprete e Anatoly Nikanorkin, suo nonno, è  poeta e prosatore.
Sofferente di diabete e di una grave forma di asma, ha paura di dormire (la nonna ricorderà che dormivano tutti poco). Di notte si mette a sedere sul letto, respirando a fatica e si accorge di mormorare delle parole. Chiama allora la madre e le chiede di scrivere per lei (a quattro anni, non sapeva ancora scrivere). "Le poesie arrivavano all'improvviso, quando stavo male ed ero spaventata. E' per questo che le mie poesie portavano dolore", ricorderà poi.
Lyudmila è consapevole del potenziale di quelle poesie: la sua casa è frequentata da poeti.
Nell'hotel in cui lavora spesso soggiorna Yulian Semyonov, un noto scrittore e lei pensa spesso a come riuscire fargli leggere le poesia di Nika. Trascrive tutti i testi, nell'attesa di una occasione e questa arriva  quando Yulian le chiede un'auto.
"Non le darò un auto finchè non leggerà questi versi". 
Una frase molto grave, che le costerebbe il licenziamento e Yulian è spesso importunato da nonni e nonne convinti di avere nipoti brillanti, però cede. Si siede, inizia a leggere e trova le poesie intense e brillanti. Col suo interessamento, alcuni testi vengono pubblicati sul Pravda, un quotidiano nazionale. Nika ha solo 7 anni e continua, dapprima a dettare, poi a scrivere fino ai 12 anni. Dopo le poesie si fanno più rare, forse per un dramma familiare (la madre si risposa e ha un cattivo raccorto col patrigno e la sorellastra).
Nel 1984 esce la prima raccolta di poesie, BOZZA con una prefazione di Evgenij Evtushenko che, vinto un un iniziale scetticismo, contribuisce a organizzarle incontri in tutto il paese.
Nel 1985 le viene conferito il Grande Leone d'Oro di Venezia, nell'ambito del Festival Internazionale di Poesia "Poeti e Terra". L'unico altro poeta russo di ricevere questo premio era stata Anna Achmatova. In questo periodo visita gli Stati Uniti e incontra Josef  Brodsky.
 "Se una persona non è un idiota completo, cade di tanto in tanto nella depressione. A volte si vuole solo andarsene, chiudere la porta e mandare tutto al diavolo ", dice Niki, infatti lotta per molto tempo con la solitudine a modo suo: scappa di casa, prende sonniferi, si taglia le vene.
A Mosca frequenta corsi di cinematografia, recita in alcuni films, lavora in TV e radio ma è impressionabile, cagionevole e dai nervi fragili; nel 1990, all’età di sedici anni, si fa ricoverare in una clinica psichiatrica svizzera, sposa un professore di psichiatria, all’epoca settantaseienne ma presto torna a Mosca, dove ritrova il suo primo amore. La storia però è di breve durata e inizia a bere pesantemente. Trova un nuovo amore, un uomo d'affari, ma la loro relazione non dura a lungo. Viene ricoverata in un ospedale psichiatrico. Nel 1991 esce la sua seconda collezione di poesie  "Passi in su, passi in giù..."  e nel frattempo vengono  tradotte e pubblicate in più di dodici paesi.  A seguito di un tentativo di suicidio nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997,  Nika Turbina viene sottoposta a numerose e delicate operazioni, che le permettono di tornare, con difficoltà, a camminare. L'11 maggio 2002  "cade" di nuovo dal balcone del quinto piano e questa volta muore, all'età di 27 anni.
Il suo corpo rimane all'obitorio per otto giorni come un non identificato
e viene cremata ma non sepolta, sarà fatto successivamente nel cimitero Vagankovky.
Si parlò subito di suidìcidio, una versione molto romantica e di forte impatto emotivo, che richiama una frase del suo diario:
“Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna”
Ma la famiglia ha sempre sostenuto che stava superando la depressione e che pensava al futuro. Il suo corpo rimase all'obitorio per otto giorni come un non identificato, sarà seppellita più tardi.




 [Sono pesi queste mie poesie]


Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

(1981)



Тяжелы мои стихи


Тяжелы мои стихи,
Камни в гору.
Донесу их до скалы,
До упору.
Упаду лицом в траву,
Слёз не хватит.
Разорву строку свою,
Стих заплачет.
Больно врежется в ладонь
Крапива.
Превратится горесть дня
Вся в слова.


martedì 9 dicembre 2014

BREVE - MEIRA DELMAR

"Lascio la vita come un mazzo di rose / che s'abbandona per proseguire il cammino / e alla morte che starà / dietro di me, seguendomi / andranno tutte le cose amate / il silenzio che ci univa/ l'amore forte che non avrebbe mai potuto vincere il tempo / la ruvidezza delle tue mani / le sere in riva al mare, le tue promesse. "

Questo l'addio di Meira, con quel modo suo di scegliere le parole a formare versi.
E poichè è una mia traduzione, vi riporto il testo originale, tratto dal blog a lei dedicato:

"Yo dejaré la vida como un ramo de rosas/ que se abandona para proseguir el camino/ y emprenderé la muerte/ detrás de mí, siguiéndome/ irán todas las cosas amadas/ el silencio que nos uniera/ el arduo amor que nunca pudo vencer el tiempo/ el roce de tus manos/ las tardes junto al mar, tu palabra”.

Tutte le poesie che ho letto di questa autrice, confermano le notizie trovate: una penna davvero felice per espressività e contenuti e quella proposta ne è un esempi.
Un peccato che sia stata tradotta solo frammentariamente, che vadano persi così tanti versi.




Olga Isabel Eljach Chams conosciuta con lo pseudonimo di Meira Delmar, nasce a Barranquilla il 21 aprile del 1922. Libanese di origini, figlia di Julian E. Chams e Isabel Eljach, è considerata uno dei poeti colombiani più importanti del XX secolo e una delle maggiori rappresentanti femminili.
Frequenta il Liceo della sua città natale, studia letteratura al Centro Studi Dante Alighieri di Roma oltre che musica alla Scuola di Belle Arti dell'Università dell'Atlantico. Conosce e ama i grandi poeti del Sud: Gabriela Mistral , Alfonsina Storni , Agustini e Juana de Ibarbourou ma anche Gustavo Adolfo Becquer , Pablo Neruda , Aurelio Arturo , Raúl Gómez Jattin , Miguel de Cervantes e Miguel Iriarte. A nove anni si trasferisce con la famiglia in Libano, dopo un lungo viaggio (forse quello descritto nella poesia Immigranti).
Inizia a scrivere poesie all'età di 11 anni e quando nel 1937 pubblicano le sue prime poesie - Tú me crees de piedra, Cadena, Promesa e El regalo de la lluvia – vengono pubblicate sulla rivista di L'Avana «Vanidades», adotta uno pseudonimo per nasconderlo ai suoi genitori: Delmar (raramente scritto Del mar) in omaggio al suo amore per il mare e Meira come variazione accettabile del nome arabo Omaira. Su richiesta e insistenza dei suoi amici, nel 1942 pubblica il suo primo libro Alba de olvido in una cinquantina di copie e nel 1999 questa opera viene ricompresa tra le cento migliori opere colombiane del XX secolo; Meira è l'unica donna che appare nella sezione poesia.
Mesi dopo quella prima pubblicazione, decide di inviare una lettera con una sua poesia e il libro a Juana de Ibarbourou, momentaneamente residente a Montevideo, per ottenere un parere e quella risposta è stata il motivo che la spinse a continuare a scrivere.
Nel 1944 pubblica il suo secondo libro, Sitio del amor, seguito nel 1946 da Verdad del sueño. Nel 1950 debutta in concerto e l'anno seguente pubblica un nuovo libro, Secreta Isla con cui raggiunge una piena maturità.
Dal 1958 e per trentasei anni è direttrice della Biblioteca Pública Departamental del Atlántico; oggi, per decreto governativo questa porta il suo nome, come pure altri edifici.
Dal 1980 in poi onorificenze e titoli si moltiplicano, fino al riconoscimento della Medaglia Simón Bolivar, assegnatale dal Ministero dell'Educazione, il più alto che governo può concedere.
Muore a Londra il 18 marzo del 2009.
Non si è mai sposata perchè diceva di aver sempre aspettato l'amore ma non è mai arrivato, però si riteneva fortunata per le tante e grandi amicizie di cui era circondata.
In suo onore è stato creato nel 2008 il Premio Nazionale di Poesia Meira Delmar per valutare, riconoscere e determinare il più importante libro di poesie pubblicato e scritto da un poeta colombiano, residente nel paese o all'estero. 






BREVE


Arrivi quando meno
ti ricordo, quando
più lontano sembrI
dalla mia vita.
Inatteso come
quelle tempeste che si inventa
il vento
un giorno immensamente azzurro.

Poi la pioggia
         trascina i suoi stracci
e cancella le tue impronte.


Traduzione  di Giulia Spagnesi



  BREVE

Llegas cuando menos
te recuerdo, cuando
más lejano pareces
de mi vida.
Inesperado como
esas tormentas que se inventa
el viento
un día inmensamente azul.

Luego la lluvia
        arrastra sus despojos
y me borra tus huellas.