domenica 16 novembre 2014

PERCHE' ALL'INIZIO ... - TOMASO PIERAGNOLO

Nel post precedente, ho volutamente sorvolato sul co-autore delle poesie. Si, perchè un traduttore è anche questo. se ci pensate bene. Un testo lo si può tradurre con vari sistemi di traduzione presenti in rete, ma ci avete mai provato? Un testo semplice è di semplice traduzione, questo è vero (ci sono riuscita persino io!) ma quando il discorso poetico si fa profondo e si deve scegliere tra  il senso delle parole e il corrispondente letterale, allora servono due cose: una conoscenza profonda della lingua e un animo da poeta.  Se poi ci fosse la possibilità di alcuni scambi di vedute con l'autore straniero, ci sarebbe un arricchimento del tradotto, come se si aggiungesse una dimensione in più alla poesia.
Non devo certo ricordarvi io che molti poeti del passato sono stati anche traduttori e che uno stesso testo risulti molto diverso nelle diverse versioni.
Ed eccoci arrivati al Pieragnolo poeta. Il brano che propongo è tratto da "nuovomondo", edito nel 2010 dalla casa editrice Passigli.  Si tratta di un poema senza un eroe, ma forse lo è chi compie il viaggio raccontato, metaforico, verso la ricerca d'una perfezione che oggi manca; un invito - quasi un monito -  a rinnovarci, a ricominciare da zero: "Ma oggi l’oceano mi ha portato /le sue scapigliature azzurre, / il fianco franto delle coste /che sparpagliavano nel vento, / l’equatore roco delle sue gocce / ..."  e perché questo? Perché  "imbizzarrita appare la vita / e a volte precaria scalciando striglia / l’uomo che giace inerte nel suo orgoglio. / Cerca terra per un nuovo legno o solo / il possesso di un successivo / giorno, il luogo dove nessuno uccise / la colomba...." e al fine "ancora, affinché / dal mio sonno io veda accomiatarsi gli inganni.".  Troppo semplice il parallelismo tra la vita dell'autore e la costruzione del libro, come è troppo semplice rapportarlo con un altro e più famoso "viaggio". C'è qualcosa in più a sostenere tutto il poema. Com'è intuibile da questi pochi accenni, è maestoso  e incalzante. L'amore lega un testo all'altro: per la terra e la natura in generale, per la vita, per l'uomo (che sospetto essere egli stesso) e la donna.  Il rispetto, altra forma di amore, verso questo mondo, ideale ma neppure troppo, a cui tendere senza "malintesi in circolazione, sottotitoli / ancora eredità di dominio e / compiacimento per un latente potere / che sopprime quotidiano, come snidare / perpetua la mancanza e giungere infine / a contare tutto, mangiare tutto / il mangiabile, stipare l’avvento / in alterato turno così accalcati /".
La scelta di quanto postare, è stata oggetto di continui ripensamenti. Ho risolto poi per quanto leggete sotto, perchè mi ha riportato vicina a una mia vecchia convinzione, che in sintesi ogni uomo nella sua vita, dalla nascita alla morte, passa attraverso tutti i secoli: inizia a parlare come hanno fatto i nostri antenati, a scrivere anche se non deve più inventarne i segni, a meravigliarsi e inventare, a prendersi cura degli altri e almeno nella normalità delle cose, stare accanto a chi  lascia questa vita, per poter poi essere preparato anche se non pronto, a sua volta.  Ma per tutto questo, comunque, ci vuole amore.





Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da vent’anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato il suo ultimo libro, il poema “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue più recenti pubblicazioni: “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano di Belgirate), “L’oceano e altri giorni” (2005, già finalista ai Premi Libero de Libero inedito 2003, edito Guido Gozzano di Belgirate e Ultima Frontiera di Volterra e vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si è svolta dal 2007 al 2013 in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale ha proposto principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, mai tradotti in Italia, e con alcune case editrici, che hanno pubblicato la prima traduzione in italiano di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Camaiore per la traduzione) e
la prima traduzione in italiano di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione). Ha pubblicato per La Recherche due ebook di traduzioni liberamente scaricabili: “Nell’imminenza del giorno” (2013) e “Ad ora incerta” (2014).







Perché all’inizio della vita tende
ogni buona cosa, il fugato dubbio
o il decente perdono che l’ottusa
insistenza attanaglia, la madre verde
di rugiada estenuata e fresca
di nubi e di recenti piogge
che il suo nuziale attende perigliosa
ancora incerta tra l’amore e l’odio;
è il millesimato astro che non può
esistere nemmeno un’ora staccato
dal suo eccesso, affinché ogni stilla viva
per sempre attratta da due roghi e della luce
l’esatto alternarsi, perché sia possibile
in vece amarsi e più non sapere
se qui comincia davvero un nuovomondo
o se ciechi viviamo la fine del tempo.





domenica 19 ottobre 2014

AD ORA INCERTA - Traduzioni 2007 - 2013 TOMASO PIERAGNOLO

Sono una persona fortunata. Mi è capitato di ricevere un nuovo regalo: un link relativo ad un e-book di poesie di autori del centro america, tutti tradotti da Tomaso Pieragnolo, messo gratuitamente in download sul Sito de La Recherche.it. 
E' strutturato con una prima parte biografica e, a seguire il testo tradotto e quello in originale.
Si richiedeva di diffondere la notizia e non trovo modo migliore di raggiungere  molti contatti se non con questo canale.
Vi propongo, giusto per stuzzicare la vostra curiosità,  una poesia tratta dal libro. La prima del primo autore non per frettolosità, ma per la sua intensità ed il rispetto con cui Tomaso accompagna la breve biografia. Del traduttore, vi racconterò in un prossimo post. Dell'autore Francisco Ruiz Udiel, troverete tutto nell'e-book e ritengo superfluo - in questo caso, in questa sede - ripeterlo.
(Dello stesso autore potrete trovare su La Recherche.it anche la precedente pubblicazione del Pieragnolo: Nell'imminenza del giorno)



  
                  LASCIA LA PORTA APERTA

                                                                                                                                    A Claribel Alegría
                                                                                                                                           Sua Maestà


Lascia la porta aperta.
Che le tue parole entrino
come un arco tessuto da cipressi,
appena più leggere
della ineludibile vita.
Lontano è il porto
dove le barche di ebano
riposano con tristezza.
Poco mi importa giungere ad esse,
poiché lungo è l’abbraccio con la notte
e corta la speranza con la terra.
In qualunque luogo io vada
il mare mi scaglia lontano,
un’altra alba dove l’immaginazione
ormai non può convertire il fango
in vasi dove accumulare ricordi.
Mi stanco di svegliarmi,
la luce mi ferisce quando non voglio vedere.
Il viaggio ad Itaca nulla mi offre.
Se avessi almeno un poco di vino
per ubriacare i giorni che ci restano
ubriacare i giorni che ci restano
che ci restano.


(Francisco Ruiz Udiel 1977 - 2010) 





DEJA LA PUERTA ABIERTA

                                 A Claribel Alegría
                                             Su Majestad

Deja la puerta abierta.
Que tus palabras entren
como un arco tejido por cipreses,
un poco más livianas
que la ineludible vida.
Lejos está el puerto
donde los barcos de ébano
reposan con tristeza.
Poco me importa llegar a ellos,
pues largo es el abrazo con la noche
y corta la esperanza con la tierra.
Donde quiera que vaya
el mar me arroja a cualquier parte,
otro amanecer donde la imaginación
ya no puede convertir el lodo
en vasijas para almacenar recuerdos.
Me canso de despertar,
la luz me hiere cuando ver no quiero.
El viaje a Ítaca nada me ofrece.
Si hubiera al menos un poco de vino
para embriagar los días que nos quedan
embriagar los días que nos quedan
que nos quedan.

(Da “Alguien me ve llorar en sueño”, Managua 2005)


lunedì 8 settembre 2014

POESIA: «A meno di miracoli, chiudiamo entro l'anno».

































«A meno di miracoli, chiudiamo entro l'anno». Nicola Crocetti è solo a presiedere la sua casa editrice. Come l'ultimo giapponese nell'isola del Pacifico, ostinatamente a combattere nonostante la guerra sia terminata da anni. Come l'ultimo dei Mohicani dell'editoria italiana. Come l'ultimo boy scout (intendo Bruce Willis, mica Baden-Powell). Nicola Crocetti è l'editore dei poeti, la sua casa editrice è la Gerusalemme celeste della poesia italiana. Nato a Patrasso da mamma greca, una vita a Milano, nel 1981 fonda la Crocetti Editore. Il primo libro stampato è Erotica , di Ghiannis Ritsos, poeta tra i più grandi del Novecento, di cui Crocetti custodisce l'opera: l'anno scorso manda in libreria, lussureggiante, Quarta dimensione , tomo assoluto, nello stretto collare dei libri inevitabili, insieme ai Quattro quartetti di Eliot, alle Elegie duinesi di Rilke, a Anabasi di Saint-John Perse. Poi escono Giovanni Raboni ( Canzonette mortali ) e Antonio Porta ( Melusina ), Alda Merini ( Testamento ) e le Poesie erotiche di Kavafis introdotte da Vittorio Sereni. Pubblicare per Crocetti è meglio di conquistare il Nobel, è fare surf sulla cima dell'Everest della lirica, è titillare con la lingua l'eternità. Pensare di editare i propri quattro stracci con Nicola, insediati fra i titani (Yves Bonnefoy, Charles Wright, Jaime Saenz, Yehuda Amichai, autori che hanno agitato le vene di ogni poeta decente), è un sogno tanto proibito da tacitarlo nel letto osceno del proprio ego. Ma l'opera estrema di Crocetti è la rivista Poesia . Nata nel 1988 (nel primo numero, inediti di Raboni, una rubrica di Raffaello Baldini, l'intervista a Pier Vincenzo Mengaldo), la prima d'Europa dedicata ai poeti, arrivando a tirare 50mila copie. L'ultimo numero, con il volto di Maria Luisa Spaziani, è il 296. Si rischia di non festeggiare il 300. Sarebbe un errore devastante. Perché l'archivio del «Mensile internazionale di cultura poetica» ( www.poesia.it ) è roba da studi universitari, gli Uffizi della letteratura recente. Si va da Guido Ceronetti che traduce Céline agli interventi di Paolo Volponi, dagli inediti di Ezra Pound a quelli di Antonio Riccardi, attuale zar in Mondadori, commentati da Milo De Angelis. Un patrimonio. Che come tale andrebbe preservato dall'incuria e dall'ignoranza. Perché è ora di capire che non basta catapultare milioni a tutela delle vecchie pietre di Pompei e lavarsene mani e piedi, strombazzando il patetico spot «investiamo in cultura». Bisogna custodire i cataloghi delle case editrici di pregio, più importanti del Maxxi o del Guggenheim. Il giorno della Befana dell'anno scorso, per i 25 anni di Poesia , Crocetti fu invitato alla corte di Fabio Fazio, a Che tempo che fa . Gelando il conduttore, che se ne uscì con la domandina di rito, «mi dia una definizione di poesia». «Le rispondo con due citazioni. La prima è di Cesare Rinaldi, poeta del Seicento, che giudicava la poesia “dispensiera di lampi al cieco mondo”. L'altra è di Ghiannis Ritsos, che la vuole “inconsolabile consolatrice del mondo”». Zitti tutti. Abbiamo bisogno che Crocetti continui, con sovrana disciplina, a pubblicare libri eccelsi. Mecenati, se esistete, fatevi sotto.
(QUI il link dell'articolo di DAVIDE BRULLO


Riprendo un articolo de "IL GIORNALE" perché sembra che nessuno si sia soffermato a leggere dal momento che non ci sono commenti leggibili sul sito perché, anche se sono tutt'altro che mecenate, voglio stare dalla parte della poesia, dalla parte di Nicola Crocetti e soprattutto perché da più di un anno c'è chi balla sulla chiusura della rivista. 
Una "gentile operatrice" di una casa editrice molto attiva per iniziative (e molto costose), mi chiese se conoscevo quella rivista e mi informò - sempre gentilmente - che stava chiudendo e che la loro era una delle poche riviste su cui ancora potevano apparire le mie poesie.
Ricordate il tempo in cui era attiva la rubrica "Per competenza" di Roberto Carifi e la successiva "Testi dei lettori", scomparse entrambe dalla rivista? A questa ultima si riferiva la "gentile signora".  Non credo sia corretto fare nomi, ma chi scrive poesie sa sicuramente a quale mi riferisco e non credo neppure che questo post possa  risolvere i problemi della Crocetti Editore. So che ci sono così tanti problemi nella vita degli italiani - e anche più urgenti - che questa chiusura potrebbe passare inosservata. 
Però voi che leggete, che avete un account Facebook, passate dalla pagina dell'Editore Crocetti, e in uno qualsiasi dei suoi post (inviare un messaggio servirebbe a poco, a meno di non voler offrire un contributo e soprattutto non sarebbe visibile) scrivete due parole di solidarietà, tipo:

Ogni vostra uscita è un piacevole viaggio. Ho saputo delle vostre difficoltà e sono solidale con voi. Se morirete, con voi morirà un po' di poesia, quella più nobile, quella scritta col cuore. Quello Stato che mi rappresenta, dovrebbe aiutarvi come  fa con altre organizzazioni molto meno diffuse sul territorio, meno ricche di storia letteraria e di cultura come siete e fate voi. 

Non vi spaventate della data di aggiornamento.  Tanti commenti potrebbero essere utili a far capitare il miracolo, far capire quanto la poesia sia ancora amata da quegli italiani che lo Stato dovrebbe rappresentare. Passate parola a chiunque vi venga in mente, solleviamo, amplifichiamo la voce de Il Giornale e quella di Nicola Crocetti. Facciamo in modo che ci siano ancora altri libri, altri articoli, altri numeri della rivista, e non solo il  300....
Proviamoci. Un grazie a tutti.


sabato 6 settembre 2014

ORMAI NO - IDEA VILARINO

Idea Vilariño era già presente come autrice in questo blog, ma avendo trovato notizie scarse biografiche, avevo dato più rilievo a brani sulla sua relazione con Onetti. Oggi ripropongo la sua biografia e la  poesia che viene citata. 
Una poesia sulla rassegnazione, su tutto quello che non sarà.  A ragione, è stata definita un saggio sull'addio. Lo avrà scritto per aiutarsi a superare il suo dolore o dopo la maturazione di questo lutto? Difficile a dirsi... possiamo solo  ammirarne la costruzione e gli accorati ultimi due versi.





Idea Vilariño nasce a Montevideo il 18  agosto del 1920.  Poeta, saggista e critico letterario, appartiene al gruppo chiamato Generazione 45, lo stesso di  Mario Benedetti con cui mantenne una salda amicizia e Juan Carlos Onetti con cui intrecciò una relazione passionale e da cui trasse ispirazione per moltissime poesie. Ya no, per esempio, è uno dei saggi più toccanti d'un addio. 
Tra le sue attività meno note ci sono quelle di traduttore, compositore e insegnante.
Nata in una famiglia di ceto medio, colta, dove erano presenti musica e letteratura. Suo padre, Leandro Vilariño (1892-1944) è stato un poeta le cui opere non furono pubblicate dutante la sua vita; sua madre, Josefina Romani amava la letteratura europea - purtroppo morirà a soli 42 anni - incoraggia i figli ad imparare a suonare il piano.  Di idee anarchiche, il padre diede ai duoi figli dei nomi  inusuali: Poema, Azul, che suonava la chitarra, e morì all'età di 23 anni, Alma e Numen entrambi pianisti.  Per la nostra scelse il nome di Ideal che poi fu modificato in Idea. Anche lei studia musica, suona il violino, ma smette per dedicarsi alla poesia.
E' stata insegnante di Letteratura di scuola secondaria dal 1952 fino al colpo di stato del 1973. Quando verre restaurata la democrazia nel 1985, è stata docente presso il Dipartimento di Letteratura Uruguaiana e latino-americana della Facoltà di Lettere e Scienze della formazione dell'Università della Repubblica.
Le sue prime poesia sono state scritte tra i 17 e i 21 anni e il suo primo libro La suplicante è stato pubblicato nel 1945 solo col suo nome, Idea.
Negli anni successivi fu conosciuta a livello internazionale e premiata numerose volte.
E' stata tra i fondatori della rivista Clinamen e Numero, dove conobbe  Juan Ramón Jiménez.
Anche le sue traduzioni hanno avuto successo; quelle di Shakespeare per esempio che permisero di rappresentare le se opere nei teatri della sua città natale.
Muore a Montevideo il 28 aprile 2009, a seguito delle complicazioni di un intervento chirurgico a cui si era sottoposta per una occlusione intestinale.  






ORMAI NO

Ormai non sarà
ormai no
non vivremo uniti, 
non alleverò tuo figlio
non cucirò i tuoi vestiti
non ti possederò di notte
non ti bacerò prima di uscire
non saprai mai chi sono stata
perchè altri mi amarono.

Non riuscirò mai a sapere
perché né come
né se era vero
quello che dicesti che era
né chi sei stato
né cosa sono stata per te
né come sarebbe stato
vivere uniti
amarci
aspettarci
rimanere.

Ormai non sono altro che io
per sempre e tu
ormai
per me non sarai
che tu.  Ormai non sei
in un giorno futuro
non saprò dove vivi
con chi
né se ti ricordi.
Non mi abbraccerai mai
come questa notte
mai.

Non potrò più toccarti.

Non ti vedrò morire.
       


“Ya no será”

Ya no será
ya no
no vivremos juntos
no criaré a tu hijo
no coseré tu ropa
no te tendré de noche
no te besaré al irme
Nunca sabrás quién fui
por qué me amaron otros.

No llegaré a saber por qué
ni cómo nunca
ni si era de verdad
lo que dijiste que era
ni quién fuiste
ni qué fui para ti
ni cómo hubiera sido
vivir juntos
querernos
esperarnos
estar.

Ya no soy más que yo
para siempre y tú ya
no serás para mí
más que tú.
Ya no estás
en un día futuro
no sabré dónde vives
con quién
ni si te acuerdas.
No me abrazarás nunca
como esa noche
nunca.

No volveré a tocarte.

No te veré morir.




giovedì 4 settembre 2014

Citazioni: Julio Cortazar

 Quanche tempo fa, ad un raduno di amici poeti, è stato espresso lo stesso concetto.
Ricordo di aver iniziato la frase e qualcuno - non so chi - la finì al posto mio.
Oggi l'ho ritrovata scritta dal mio caro Julio.




A me piace scrivere per me, ho quaderni su quaderni, versi e persino un romanzo, ma quello che mi piace è scrivere e quando finisco è come quando uno si lascia ricadere di fianco dopo aver goduto, viene il sonno e il giorno dopo ci sono già altre cose che battono alla finestra, scrivere è questo, aprire le persiane e che entrino, un quaderno dopo l'altro...

Tango di ritorno - Tanto amore per Glenda - Julio Cortazar 



Lettere: da Guido Gozzano a Amalia Guglielminetti





Ma come fare per dirle che i suoi versi mi sono piaciuti? Si dice così anche quando non è vero. Come fare per dirle che di molti suoi sonetti sono innamorato? Lei non sa, Egregia, che cosa significhi per me l’essere innamorato d’una poesia? Significa questo: averne la presenza nel cervello, con una dolcezza quasi importuna, sentirne pulsare il ritmo di continuo nelle cose più diverse e più bizzarre: nel mare, nel treno, nel ticchettio dell’orologio, nel soffiare del vento fra i palmizi, nel contare le goccie di creosoto, nel tinnire delle posate, nel gridio de’ bimbi… Proprio! E molti dei suoi sonetti mi perseguitano. Mi balza alla mente una quartina, due: mi abbandono a quella dolcezza: la memoria ad un tratto s’arresta e il piacere del sogno si stronca a metà.

Lettera di Guido Gozzano a Amalia Guglielminetti

domenica 31 agosto 2014

A UN TE CHE IO INVENTAI - ANTONIO GEDEAO

Nella poesia di Antonio c'è una simbiosi perfetta tra le parole del suo quotidiano. In questa poesia usa solo bilancia, ma in altre poesie, come Lacrima di negra lo fa in modo massivo:
"Mi feci portare gli acidi,/le basi e i sali,/le droghe usate/in casi tali./Provai a freddo,/sperimentai a caldo,/e tutte le volte/mi diede ciò che è normale"
Un modo insolito di mischiare le due sue inclinazioni, quella di scienziato apprezzatissimo e celebrato e quella di poeta altrettanto pubblicamente riconosciuto e altrettanto insolito usare uno pseudonimo (non un eteronimo come quello che usò Pessoa), per tenerle distinte.
Una scelta razionale, meditata: una nascita, come scrive lui stesso. 
"E allora anch'io volli nascere, / nascere per me stesso, per mio espresso volere, / senza padre né madre, / senza preparazione d'amore, / senza baci né carezze di nessuno, / solo, solo e soltanto per mia libera volontà." (da Poema de me chamar António)


(Testo autografo dell'autore conservato alla Biblioteca Nazionale del Portogallo)


Per quanto riguarda la poesia proposta, l'incipit è dichiarativo, come lo sono quelli di Pavese (ma forse dovrei cambiare poeta di paragone, dato che non è stato il solo) quasi fosse un tema prefissato da svolgere e tuttavia anche qui - perchè ricordo di averlo già scritto - non si ha l'impressione di essere di fronte ad un testo costruito, piuttosto uno svolgersi di pensiero e, come poche altre volte, da gustare senza analizzarlo troppo per non perdere di vista la bellezza del suo insieme.
Due parole sull'immagine a corredo della poesia: cosa vi sembra? Un disegno o un manufatto?
In effetti è un'opera dello scultore Martin Senn che utilizzando fil di ferro, ricrea oggetti di uso quotidiano, ma anche disegni fantasiosi e non meno belli.  In calce all'immagine troverete il collegamento al suo sito.




Rómulo de Carvalho Vasco da Gama nasce a Lisbona , il 24 novembre del 1906 nella Via do Arco do Limeiro (attualmente  Via Augusto Rosa) 7, 4º piano dove è cresciuto assieme alle sorelle. 
Figlio di un impiegato delle poste e di una casalinga, è la figura di quest'ultima che lo ha influenzato fortemente.  Pur avendo una istruzione minima, trasmise al figlio la passione per la letteratura. "Mia madre non ha scritto poesie, almeno non apertamente, ma so che in fondo lei lo ha fatto". Bambino precoce, a cinque anni scrisse le prime 10 poesie e decide di completare "Os Lusiadas" di Camões
Quando frequentò il liceo Gil Vicente, venne a contatto con la scienza che catturò il suo interesse. Nel 1931 si laureò in Scienze fisico-chimiche  all'Università di Porto e l'anno successivo in Scienze Pedagogiche alla Facoltà di Lettere. Nel 1936 nasce suo figlio Federico, nel 1945 si sposa con Maria Natália Paiva Nunes (scrittrice) e nel 1949 nasce la sua secondogenita Maria Cristina.
Dunque fu un chimico e professore di chimico-fisica alla scuola secondaria del Liceo Pedro Nunes e  al Liceo Camões, educatore  di storia della scienza in Portogallo, e... poeta sotto il pseudonimo di António Gedeão. Pietra Filosofale e Lacrima di Negra sono due delle sue più famose poesie. La sua data di nascita è stata adottata in Portogallo dal 1996 come Giornata Nazionale della Cultura Scientifica. Per i suoi 90 anni è stato insignito della Gran Croce dell'Ordine di Santiago de Espada.
Dei suoi due figli, Federico sarà un chimico e  Cristina  scrittrice (anche i figli hanno rispettato la dualità del suo essere - ndr).
"Morirò esattamente innocente come sono nato" e lo fa due volte:  la prima come António Gideon, nel 1984 quando pubblica Novos Poemas Póstumos e decide di smettere di scrivere poesie.  "Quando ho capito che non valeva la pena di scrivere, soprattutto perché cadrebbe l'abitudine di ripetermi. Ho pensato che fosse meglio rimanere a quel punto per questo non accada a me. Il Anthony Gideon è morto. Pace alla sua anima." La seconda quando il professor Rómulo de Carvalho muore a Lisbona il 19 febbraio del 1997, alle ore 21,30 nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale di S. Maria a Lisbona.
"Io continuerò a scrivere poesia fino all'ultimo sospiro. Suppongo che l'ultimo sospiro sarà un verso."  
(Mi dispiace, ma non sono riuscita a trovare nessuna notizia a supporto di questa sua affermazione. ndr)







A UN TE CHE IO INVENTAI

 

Pensare a te è cosa delicata.
È un diluire di colore denso e pieno
e il passarlo in acquarello finissimo
con un pennello di martora.

Un pesare chicchi di nulla in bilancia minima,
un intrecciare fili di ferro cauto e attento,
un proteggere la fiamma contro il vento,
un pettinare chiome di bambini.

Un districare fili da cucito,
un correre su lana, ché nessuno senta o sappia,
un planare di gabbiano come un labbro sorridente.

Penso a te con tanta tenerezza
come se fossi vetro o velo di porcellana
che al solo pensarti ti potresti spezzare.



(Trad. Anna Miniucchi)



A um ti que eu inventei

Pensar em ti é coisa delicada.
É um diluir de tinta espessa e farta
e o passá-la em finíssima aguada
com um pincel de marta.

Um pesar grãos de nada em mínima balança,
um armar de arames cauteloso e atento,
um proteger a chama contra o vento,
pentear cabelinhos de criança.

Um desembaraçar de linhas de costura,
um correr sobre lã que ninguém saiba e oiça,
um planar de gaivota como um lábio a sorrir.

Penso em ti com tamanha ternura
como se fosses vidro ou película de loiça
que apenas com o pensar te pudesses partir.



giovedì 28 agosto 2014

27 Agosto 2008 - 27 Agosto 2014

6 anni.
Ho cercato col solito entusiasmo l'immagine del dolce, ma non c'è molto da festeggiare. 
Questo ultimo anno è stato pesante, più del precedente e i risultati sono visibili.
Pochi i post e altrettanto pochi gli autori proposti, anche se spero abbiate gradito il poco che sono riuscita a scrivere; scorrendo il blog, ricordo le emozioni che ognuno mi ha regalato. 
L'orgoglio di proporre libri di poesia, l'indignazione verso chi sparge su autori da poco scomparsi un veleno che ha più il sapore di frustrazione che di critica, come da un critico ci si aspetterebbe. 
Il piacere di trovare dopo lunghe ricerche piccoli frammenti di vita che vanno ad allungare di meno di un rigo altre informazioni, ma che adesso convivono in un unico spazio assieme ad altre immagini.
Adesso il consueto punto:
264 autori,  631 post, 392.381 letture in totale. 
Ho disatteso le mie buone intenzioni, la prima ad essere delusa sono io e per questo non mi farò nessuna promessa.
Buona poesia a tutti.







domenica 3 agosto 2014

STELLA CADENTE - FRANCESCO PAOLO FERROTTI

Pur essendo molto giovane, per Francesco Paolo Ferrotti Lumi d'agosto (Mohicani Edizioni, 2014) è la seconda pubblicazione di poesie.
Se la prima raccolta, “Il segreto di Cora” (Torri del Vento Edizioni, 2013) era dedicata all'intera stagione estiva, in questa se ne celebra in particolare la fine (e il suo eterno ritorno), con una ammirevole linearità di pensiero; il rimpianto per gli amori che promettono di tornare l'estate successiva, i ricordi di falò ancora tiepidi, di stelle cadenti e galassie, di spiagge e di boschi, d'un mare disseminato di tesori e di una Luna che regna su tutto e cantata in tutte le sue fasi: questi sono i soggetti della sua poetica.
Parlo di canto perché, per quanto essenziale e costruita con versi brevi, a volte spezzati, mantiene sempre una buona musicalità con rime e, quando mancano, assonanze. Parla per immagini, senza descrizioni oziose, ma piuttosto lanciando al lettore suggestioni, come ne Lo scirocco:
“volano panni / piovono pigne dai rami / sbattono porte, / chiudono finestre. / Domani / restano lacrime / e spiagge deserte.” 
In un'intervista rilasciata in occasione dell'uscita del suo primo libro, l'autore parla della poesia come di un'esigenza inconscia, un mezzo per esprimere le proprie emozioni, facendone risaltare lo sfondo archetipico; parla di come la poesia e l'arte in generale debbano essere “fuori dal proprio tempo e dalle tendenze di una certa epoca” e altrove sostiene che l'opera d'arte poetica sia come "un piccolo mondo a sé, in cui ogni elemento è funzionale ad un organismo autonomo e completo".
Questo mi trova d'accordo. Aggiungerei che la poesia debba essere espressione diretta dell'autore, quella "cosa" in cui si rispecchia e si apre agli altri per una comunione ideale di emozioni.
Non tutti i poeti della nuova generazione sono dello stesso parere. Di recente mi è capitato di dovermi scontrare con dei fautori del verso fine a se stesso: pomposo, aulico quanto si vuole, ma vuoto di emozioni.
Ma questa è un'altra storia, anche se da qui ha avuto origine la conoscenza con questo autore.
Il libro prende il titolo da una delle poesie, e sono stata tentata di proporre proprio Lumi d'agosto, poesia molto passionale  e luminosa, ma ho poi le ho preferito Stella cadente  in quanto espressione d'un desiderio confessato, più che richiesto, sperato più che creduto, proprio per quella convergenza di vedute e comunione di emozioni di cui ho parlato prima.





Francesco Paolo Ferrotti è nato a Palermo nel 1980. Si è laureato in DAMS indirizzo Arte, e ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Estetica e Teoria delle Arti presso l’Università degli Studi di Palermo. Cultore di poeti romantici e di opere filosofiche di Nietzsche, in sede di Dottorato si è dedicato allo studio della psicologia dell’inconscio di scuola junghiana. Musicista ed esperto di popular music, ha collaborato a lungo con il web-magazine Ondarock, e ha realizzato diversi approfondimenti storico-critici per riviste musicali specializzate. E' dell’estate del 2013  l'uscita del  suo primo libro di poesia, Il segreto di Cora.






STELLA CADENTE



Nitida Stella,
che sei la mia eterna gemella,
ti vidi brillare tre volte,
squarciando il mantello
di un'algida Notte...

E sempre mi chiesi perchè,
tra le tante preghiere
che a Te son rivolte,
in quest'arido mondo
ti chiedono l'oro e l'argento...

ed io solamente, da Te
volli il piombo;
fuggire dal tempo;
carpire l'immenso mistero
del tuo luminoso ritorno...

ma stando a mirare il silenzio,
ti vidi soltanto sfrecciare
d'un lampo,
nel gelido cuore
del buio profondo.




domenica 20 luglio 2014

SENZA RISPOSTA - LUCIANO ERBA


Non si può mettere in dubbio che sia un elogio ad una donna. Una evoluzione rispetto ai toni romantici cui ci avevano abituato Eluard o Salinas, una evoluzione anche rispetto agli scritti di altri autori. Un trasporto, una lirica difficilmente riscontrabile in una poesia dai toni marcatamente maschili, dove il sentimento tende spesso ad essere nascosto, o dissimulato, forse perchè troppo grande per essere mostrato interamente, forse perchè sussiste, fortemente radicata, l'idea che un uomo non può lasciarsi andare.




Luciano Erba nasce a Milano, il 18 settembre 1922. E' stato poeta, critico letterario e traduttore italiano del secondo Novecento, appartenente alla Quarta generazione della Linea Lombarda.
Frequenta il Liceo ginnasio Manzoni, dove trova Vittorio Sereni come insegnante nel primo anno di liceo. Nel ’40 si iscrive all’Università Cattolica e nell’estate ’43 lavora come correttore di bozze al Corriere della Sera. Nell’autunno di quello stesso anno, non risponde alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale,  sconfina in Svizzera, dove è internato in vari campi di lavoro.
Nell’aprile del ’44 vince una borsa di studio e frequenta l’Università di Losanna per tre semestri, per passare poi nel '45 a Friburgo. Dopo la liberazione torna in Italia, lavorando per la United Press e laureandosi nel '47 con una tesi su Lorenzo Magalotti ("autore toscano del Seicento, espressione di una cultura a un tempo scientifica e barocca che mi affascinava" dice). Stringe amicizia col gruppo dei cattolici del dissenso, di Camillo Maria De Piaz e David Maria Turoldo (amicizia che è durata a lungo fra i componenti superstiti di quell ‘incredibile gruppo di intellettuali), per il quale scrive una nota introduttiva (una seconda è di Andrea Zanzotto) a O sensi miei, che è tutt'ora la raccolta turoldiana più curata criticamente e filologicamente.
Alla fine dell’anno va a Parigi come assistente di Lingua e letteratura italiana: in quell’occasione conosce Philippe Jaccotet (che dopo aver tradotto alcune sue poesie per la pubblicazione su rivista, curerà l'edizione francese del suo Ippopotamo).
Torna in Italia nel 1950 e frequenta il gruppo milanese del Blu bar in piazza Meda, frequentato da Sereni, Risi (che gli dedicherà una poesia per i suoi 80 anni), Spagnoletti, Chiara ed altri. Lavora come impiegato alla Banca Commerciale e come volontario alla Cattolica, dove anni più tardi divenne professore incaricato di lingua e letteratura francese.
Si sposa nel '61 e dal '63 al '66 si reca negli Stati Uniti, prima dome Visiting Professor, poi come Associated Professor di letteratura comparata. Torna in Italia da dove non si allontanerà più. 
 Fu coautore con Piero Chiara dell'antologia di poesia contemporanea Quarta generazione (1954). È considerato uno dei maggiori poeti italiani ed europei del secondo Novecento tanto che in occasione degli ottant'anni gli viene tributato un prestigioso omaggio tramite un'antologia di inediti di ottanta tra i maggiori poeti viventi.  È scomparso il 3 agosto 2010 a Milano, all'età di 87 anni.






Senza risposta

Ti ha portata novembre. Quanti mesi
dell’anno durerà la dolceamara
vicenda di due sguardi, di due voci?
Se io avessi una leggenda tutta scritta
direi che questo tempo che ci sfiora
ci appartiene da sempre. Ma non sono
che un uomo tra mille e centomila
ma non sei
che una donna portata da novembre
e un mese dona e un altro ci saccheggia.
Sei una donna
che oggi tiene un naufrago impaziente
dimmi tu
sei scoglio
o continente?




da La seconda casa

domenica 29 giugno 2014

IL DONO - RAYMOND CARVER

Inserisco una nuova poesia di Carver, una poesia introspettiva, per gli amanti della catalogazione.
Volendo entrare nello specifico della poesia, non è molto importante l'episodio della neve con cui si apre la poesia.
Ma Raymond è così, inizia le sue poesie piano piano, scrive senza darsi molta importanza né modo di accorgerti di cosa stai leggendo; qui c'è la neve, altrove un crepuscolo, un posto vuoto a tavola oppure un balcone, e sono tutti indolenti incipit a poesie piene e corpose per sentimento e fruizione.
Nello scrivere Raymond sintonizza la parola con l'immagine e il pensiero. In questo sta la forza delle sue poesie e dei suoi racconti e tra questi Cattedrale ne è un esempio.








IL DONO


Stamattina c’è neve dovunque. Ci facciamo sopra dei commenti.
Mi dici che non hai dormito bene. Dico che
neanche io. Tu hai avuto una nottata terribile. “Anch’io”.
Siamo straordinariamente calmi e teneri l’uno con l’altra,
come se ognuno di noi percepisse la fragilità mentale dell’altro.
Come se sapessimo cosa l’altro prova. Non è così,
naturalmente. Non è mai così. Non importa.
È della tenerezza che m’importa. Questo è il dono
che stamattina mi commuove e sostiene.
Al pari di ogni mattina.




THE GIFT

This morning there’s snow everywhere. We remark on it.
You tell me you didn’t sleep well. I say
I didn’t either. You had a terrible night. “Me too.”
We’re extraordinarily calm and tender with each other
as if sensing the other’s rickety state of mind.
As if we knew what the other was feeling. We don’t,
of course. We never do. No matter.
It’s the tenderness I care about. That’s the gift
this morning that moves and holds me.
Same as every morning.



sabato 21 giugno 2014

ABBIAMO TUTTA UNA VITA - GIORGIO MANGANELLI

Se non riesco a pensare a una poesia più triste su questo argomento, è perchè probabilmente non l'ho ancora incontrata.
Le sue poesie possiedono una grande ricchezza del verso e attraverso l'abbondanza di aggettivazione viene superato il prosastico, la spiegazione dettagliata o sfumata del dire, mantenendo una semplicità di linguaggio (e non è poco).
I neo avanguardisti, dovrebbero guardare anche a questo stile di scrittura, prima di gettarsi nella nebbia dell'inconcluso.




Giorgio Manganelli è un altro più che interessante autore.
Scrittore, traduttore, giornalista, critico letterario italiano, nonché uno dei teorici più coerenti della neoavanguardia, nasce a Milano il 15 novembre 1922 da genitori parmensi.
La madre maestra, il padre da origini umili riesce a diventare procuratore di borsa. Si laurea in Scienze politiche all'Università di Pavia. Insegna per qualche anno nelle scuole medie; fa l'assistente di letteratura inglese all'Università La Sapienza di Roma.
Sposa nel 1946 la poetessa Fausta Preschern Chiaruttini, un matrimonio breve e difficile da cui nacque una figlia: Lietta. In questi anni conosce e apprezza Alda Merini con cui inizia una breve relazione nel 1950: le resterà legato per sempre da un profondo affetto.
Nel 1953 si trasferisce a Roma, collaborando con la RAI. Prende parte attivamente al Gruppo 63, scrive su quotidiani a carattere nazionale, su riviste settimanali e fa il consulente editoriale per case editrici come Mondadori, Einaudi, Adelphi e Feltrinelli.
Colpito da una grave forma di mielite, muore a Roma il 28 Maggio 1990.






Abbiamo tutta una vita
da NON vivere insieme.
Sugli scaffali di Dio
s’impolverano i gesti possibili:
le mosche cherubiche insozzano
le nostre carezze;
stanno appollaiati come gufi
i sentimenti impagliati.
“Merce inesitata” – griderà l’angelo d’ottone -
dieci casse di vite, di possibili.
E avremo anche una morte da morire:
una morte casuale, innecessaria,
distratta, senza te.

Poesie - Croetti Editore


domenica 18 maggio 2014

I LIBRI - FRANCESCO PETRARCA

Francesco, con la limitatezza di quantità dei libri che esistevano all'epoca, ha potuto scrivere un aforisma ancora valido per noi oggi. Questa è la differenza tra uno che scrive e uno scrittore, arriverei a dire poeta, anche se qui non usa nessuna rima e credo si possa usare lo stesso paragone anche per la poesia, prendendola non come libro unico, ma come unico testo.






"Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v'è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m'insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d'agricoltura, d'eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge. E di tanti doni, piccolo è il premio che mi chiedono: di aver libero accesso alla mia casa e di viver con me, dacché la nemica fortuna ha lasciato loro nel mondo rari rifugi e pochi e pavidi amici. "

Francesco Petrarca
da Rime, trionfi, e poesie latine - a cura di Ferdinando Neri, Ricciardi, 1951

lunedì 21 aprile 2014

CONTRO OPINIONI: MARQUEZ vs ISOTTA.







Caro Direttore, ho letto la “lettera” firmata da Isotta da Lei pubblicata su IL GIORNALE a titolo “Ridicolo e banale: Garcia Marquez si può non leggere”  e mi sento una piccola Matrioska: Daniele Abbiati scrive, Paolo Isotta legge e ribatte e io che pure ho letto, vorrei dare la mia opinione su questo ultimo “intervento” e intanto faccio delle premesse.
Ammettiamo che io non conosca le opere di Marquez, ma sappia solo che gli abbiano conferito il Premio Nobel (e non mi pare poco).
Ammettiamo che alcuni stili di scrittura che ai contemporanei sono sembrati sbalorditivi, adesso ci sembrino alquanto sorpassati (lo riscontro spesso in poesia, ma basta pensare agli scritti fino al 1500 ) per quanto, con un po' di quella pazienza che è rara nelle persone che non vivono di letteratura, si riescono a trovare quei ponti di collegamento tra un secolo e l'altro, tra una corrente letteraria e quella della generazione successiva.
Ammettiamo anche che le commemorazioni post-mortem siano un po' antipatiche. Dovremmo poter scrivere di un uomo o di una donna, scrittore poeta o attore che sia, quello che pensiamo della sua attività senza aspettare una estrema occasione. Tuttavia ne ho lette molte e molto belle, tanto da considerare che, se le avessero lette i diretti interessati, ne sarebbero stati davvero felici, senza contare che qualora il soggetto ci fosse totalmente sconosciuto, ne avremmo subito una felice sintesi.
Ammettiamo infine che del nostro ipotetico autore si possa scrivere sempre e comunque qualcosa di positivo anche qualora non sia di nostro gradimento (i critici in modo particolare sono bravissimi a fare questo) e sarei stupita se un critico musicale non avesse una sua cultura personale e dei gusti letterari precisi.
Dopo tutte queste premesse mi chiedo che senso abbia l'intervento tutto di Isotta. Per ribattere alla pari, dovremmo conoscere i romanzi che cita, in special modo quelli dei “suoi carissimi amici” e quindi reperire i testi, leggerli, trarne delle nostre conclusioni. Ad una velocità di lettura fatta per piacere ci metteremo almeno due mesi. Decisamente troppo e francamente anche troppo poco produttivo.
Quindi direi che il testo del signor Isotta sortisce due effetti: il primo è di fastidio per la supponenza che vi traspare e di conseguenza fastidio nei confronti dei testi che lui caldamente suggerisce. Il secondo di banalità per la scarsezza – ma sarebbe più corretto parlare di assenza - delle motivazioni a supporto della sua affermazione che Marquez sia uno “scrittore rudimentale e quasi ridicolo”.
A questo punto chiederei a Lei Direttore, fatta salva la libertà di parola in cui credo fermamente come nel rispetto delle opinioni di tutti, che senso abbia avuto la pubblicazione del testo in questione, più propagandistico che contestatore - un “Garcia Marquez non mi piace” ne sarebbe una felice sintesi - e dove sia la voce fuori dal coro.
Cordialmente.
Carla Natali



domenica 2 marzo 2014

PASSEGGIANDO TRA MEMORIE - UMBERTO CROCETTI




Nella vita caotica di tutti i giorni, avere un buon libro di poesie nella borsa, col segnalibro che indirizza alla prossima lettura nella pausa pranzo tra un lavoro e un lavoro, è... confortante, anche se, alla fine, il volume risente di questa permanenza non proprio adatta.
Ultimamente nella mia borsa c'è una raccolta di versi di Umberto Crocetti, che torna a pubblicare poesie in un volume dal titolo emblematico: L'isola riemersa. Perché emblematico? Ma perché l'isola non è solo quell'habitat intatto della mitologia greca evocato dalla prefatrice, ma è soprattutto quello spazio da cui ognuno di noi è attorniato, fatto di timori, pensieri, incertezze. E' quell'essere “soli sul cuore della terra” di Quasimodo, sono le spiagge “dove fanno male le orme del naufrago” di Piqueras. E' l'autore stesso che emerge di nuovo con i suoi testi meditativi, dedicati, colmi di ricordi, in modo graduale e dolce per dar modo a fauna e flora di adattarsi, di rifugiarsi ancora dentro l'acqua o ...seccare. E' un viaggio che si apre con La linea di partenza, splendido inizio tra le poesie che l'autore ci aveva anticipato e si chiude con un Inchiostro, per me inedita ma subito amata, entrambe rivelatrici del modo di concepire il proprio mondo poetico.
Un viaggio dicevo tra istanti sospesi, tra piogge e labbra su cui indugiano parole e grida, promesse e menzogne, che passa tra gli amici, tra il candore dei figli - specchio del proprio - e ricco di intuizioni sorprendenti. E alla luce di recenti “conversazioni” devo dire che grazie a Dio c'è chi fa ancora una poesia come questa, chi riesce ancora a mettere contenuti nelle pause, ad avere dubbi sui propri testi; grazie a Dio c'è chi parla senza quegli assoluti che nascondono profonde insicurezze e umana pochezza.
Come mi è capitato in occasione della presentazione del precedente libro di Umberto, sono stata a lungo incerta su quale testo inserire, cambiando idea molte volte (almeno una per ogni cambio di pagina) poi ho scelto quella dov'era rimasto il mio foglio con gli appunti. Una poesia molto apprezzata per quelle intuizioni di cui parlavo prima, per la chiusa definitiva, per l'atmosfera (i critici lo direbbero afflato) che si respira e quel non detto che tuttavia è lì, scritto con parole chiare.





Umberto Crocetti è nato a Catanzaro nel 1958, vive in Puglia, dove svolge la sua attività di medico.
Tra le precedenti pubblicazioni ricordiamo: Apologia di un poeta (1984), Rubettino, Il canto delle bambole (2009) e Il dialogo remoto (2010), entrambe edite dal Masso alle fate Edizioni.
Il nuovo volume è edito ancora da Rubettino Editore.


Caffé Giubbe Rosse di Firenze- dalla loro pagina Facebook


PASSEGGIANDO TRA MEMORIE


"La morte ci coglierà di sorpresa" dissi
ed era giugno, e avevi gli stessi occhi
e lo stesso sorriso di quel giorno,
seduti ad un Caffé, in una piazza di 
Firenze, quando stretta al mio braccio
tra i molti, a Ponte Vecchio,
mi sussurravi che anche il tuo era amore.

Oltre quella città tanti furono i luoghi,
tanti i Caffé dove si fermò il passo,
molte le poesie, tra le labbra e le dita
mentre la verità cercava casa
nella mia bocca spalancata sul tuo nome. 



lunedì 27 gennaio 2014

27 GENNAIO - IL GIORNO DELLA MEMORIA


27 GENNAIO - RICORDIAMO


Dal sito SPIEGEL-ONLINE


Nel 1947 venne ritrovata da un ex internato e miracolosamente intatta, una bottiglia contenente 22 disegni dentro una baracca vicino ai forni crematori del lager di Auschwitz-Birkenau.
Ogni disegno rappresenta un momento della vita del campo, dall'arrivo dai treni, alla separazione delle famiglie, alla conta dei prigionieri, all'attività dei forni crematori, i cadaveri, le violenze delle SS.
Sono disegni fatti a matita da uno sconosciuto, sicuramente eseguiti di nascosto, curati nei dettagli, con rari particolari colorati. 
Adesso sono stati riuniti in un libro: The Sketchbook from Auschwitz.





Monumento alle vittime di Terezin (Theresienstadt in tedesco)


Terezin (Theresienstadt in tedesco) si trova a sessanta km. verso nord da Praga, nella attuale Repubblica Ceca. Voluta dall'imperatore d'Austria Giuseppe II d'Asburgo Lorena e nata come città-fortezza, è stata costruita negli anni che vanno dal 1780 al 1790. In  entrambe le  Grandi Guerre mondiali, Terezin fu utilizzata come Campo di Concentramento; nell'ultima in particolare fu quasi un passaggio obbligato verso Auschwitz per gli ebrei che riuscivano a sopravvivere alle condizioni disumane in cui erano costretti (verso la fine della guerra anche un'epidemia di tifo esantematico).
Anche qui furono ritrovati perchè nascosti nelle pareti delle case, i disegni e le poesie dei tanti bambini - si parla di oltre 15.000 - che transitarono nel campo. Solo in 100 si salvarono. 




 
Uno di questi fu PAVEL SONNENSCHEIN, figlio di Hugo - un medico specialista in malattie mentali e nervose -  e di Trude (Gertrude) Sonnenscheinova (Mayer), nato il 9 aprile del 1931, prelevato con la famiglia l'8 aprile del 1942 dalla sua casa di Piazza Malinovského n° 5 di Brno e portato a Terezin per poi essere trasferito il 23 ottobre del 1944 ad Auschwitz. Morì quello stesso giorno. 
(Stessa sorte toccò al resto della famiglia. Il fratello Otto, anche lui trasferito assieme a Pavel ad ai genitori, forse perchè più grande - aveva 17 anni - fu spostato a Buchenwald e fu l'unico a sopravvivere all'olocausto, anche se morì nel 1945.)


Della piccola Eva invece in rete non si trova che la stessa identica frase un po' dappertutto:  
"Eva Pickova nata a Nymburk il 15 maggio 1929, deportata a Terezin il 16 aprile 1942, morta ad Auschwitz il 18 dicembre 1943" come se questa manciata di dati potesse raccontare tutti i sogni e le speranze di una bambina. Un po' poco quello che c'è rimasto, a parte la voglia di vivere rimasta dentro la sua poesia:


La paura

Di nuovo l'orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia un altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.

I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.

Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.

Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore:
Vogliamo fare qualcosa. E' vietato morire!









Edito dalla Fandango Edizioni, è dello scorso anno  il libro  “16.10.1943. Li hanno portati via ”. Raccoglie lettere foto, immagini di vita familiare e frustranti tentativi di ricerca da parte di genitori, zii e nonni di quei bambini ebrei portati via in ottobre e uccisi nelle camere a gas. 
Grazie al Progetto Storia e memoria della Presidenza della Provincia di Roma, il materiale è stato portato a Roma . Lodevole progetto, ma ci sono altri morti di altre etnie, meno coese della ebraica, meno "desiderabili", di cui non conosciamo neppure qualche nome, o almeno sono in pochi a conoscerli.  
Penso ai Rom, ai Sinti che si stimano aver avuto almeno 500.000 vittime. Anche loro avevano una parola per quello che stava accadendo: Porrajmos («grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio»). Ebbero anche il privilegio di essere uccisi in camere a gas mobili, montate su furgoni nel centro di sterminio di Chelmo, in Polonia, oltre ai Campi storici di sterminio.
Penso agli omosessuali (almeno in 10.000 portavano il Triangolo rosa simbolo della loro "colpa") anche se alcuni dei loro nomi restano nella storia: per una forma contorta di giustizia (l'omosessualità era considerata un reato minore), passarono dai campi di concentramento nazisti alle prigioni. 
Anche per loro, come per le vittime ebraiche  e quelle Rom-Sinti, esiste un monumento per ricordarle a  Berlino.