mercoledì 10 dicembre 2014

SONO PESI QUESTE MIE POESIE - NIKA TURBINA

Un altro autore che vale la pena di leggere a mio avviso è Nika.  La storia di questa bambina che scrive versi  potrebbe influenzarci nella lettura delle sue poesie e come Evtushenko il primo pensiero è che non sono interamente opera della bambina, che qualcuno glieli ha corretti.  Poi la ascoltiamo declamarli in vecchi video riproposti da You tube e al pari di chi la ascoltava per la prima volta, le crediamo, ciecamente.
Quella riportata è una delle sue poesie più famose e diffuse nel web ed è una di quelle  scritte a 7 anni (circa).  Eppure ci troviamo il mito di Sisifo, versi e strofe sono trattati con disinvoltura ma senza ostentazione. Ammetto che il tono è fin troppo solenne in un autore maturo, ma perdonabilissimo in una Nika al suo esordio.
Se vi interessa, esiste un libricino di poche pagine edito da Via del vento Edizioni, collana Acquamarina, con una selezione delle sue poesie e con in calce l'anno in cui sono state scritte. 



Nika Turbina Georgievna nasce a Yalta il 12 dicembre del 1974.  Sua madre, Maya Nikanorkina è un'artista, di salute cagionevole, il padre la abbandona quando lei è ancora in fasce.
La nonna Lyudmila Karpova, è un'interprete e Anatoly Nikanorkin, suo nonno, è  poeta e prosatore.
Sofferente di diabete e di una grave forma di asma, ha paura di dormire (la nonna ricorderà che dormivano tutti poco). Di notte si mette a sedere sul letto, respirando a fatica e si accorge di mormorare delle parole. Chiama allora la madre e le chiede di scrivere per lei (a quattro anni, non sapeva ancora scrivere). "Le poesie arrivavano all'improvviso, quando stavo male ed ero spaventata. E' per questo che le mie poesie portavano dolore", ricorderà poi.
Lyudmila è consapevole del potenziale di quelle poesie: la sua casa è frequentata da poeti.
Nell'hotel in cui lavora spesso soggiorna Yulian Semyonov, un noto scrittore e lei pensa spesso a come riuscire fargli leggere le poesia di Nika. Trascrive tutti i testi, nell'attesa di una occasione e questa arriva  quando Yulian le chiede un'auto.
"Non le darò un auto finchè non leggerà questi versi". 
Una frase molto grave, che le costerebbe il licenziamento e Yulian è spesso importunato da nonni e nonne convinti di avere nipoti brillanti, però cede. Si siede, inizia a leggere e trova le poesie intense e brillanti. Col suo interessamento, alcuni testi vengono pubblicati sul Pravda, un quotidiano nazionale. Nika ha solo 7 anni e continua, dapprima a dettare, poi a scrivere fino ai 12 anni. Dopo le poesie si fanno più rare, forse per un dramma familiare (la madre si risposa e ha un cattivo raccorto col patrigno e la sorellastra).
Nel 1984 esce la prima raccolta di poesie, BOZZA con una prefazione di Evgenij Evtushenko che, vinto un un iniziale scetticismo, contribuisce a organizzarle incontri in tutto il paese.
Nel 1985 le viene conferito il Grande Leone d'Oro di Venezia, nell'ambito del Festival Internazionale di Poesia "Poeti e Terra". L'unico altro poeta russo di ricevere questo premio era stata Anna Achmatova. In questo periodo visita gli Stati Uniti e incontra Josef  Brodsky.
 "Se una persona non è un idiota completo, cade di tanto in tanto nella depressione. A volte si vuole solo andarsene, chiudere la porta e mandare tutto al diavolo ", dice Niki, infatti lotta per molto tempo con la solitudine a modo suo: scappa di casa, prende sonniferi, si taglia le vene.
A Mosca frequenta corsi di cinematografia, recita in alcuni films, lavora in TV e radio ma è impressionabile, cagionevole e dai nervi fragili; nel 1990, all’età di sedici anni, si fa ricoverare in una clinica psichiatrica svizzera, sposa un professore di psichiatria, all’epoca settantaseienne ma presto torna a Mosca, dove ritrova il suo primo amore. La storia però è di breve durata e inizia a bere pesantemente. Trova un nuovo amore, un uomo d'affari, ma la loro relazione non dura a lungo. Viene ricoverata in un ospedale psichiatrico. Nel 1991 esce la sua seconda collezione di poesie  "Passi in su, passi in giù..."  e nel frattempo vengono  tradotte e pubblicate in più di dodici paesi.  A seguito di un tentativo di suicidio nella notte tra il 13 e il 14 maggio 1997,  Nika Turbina viene sottoposta a numerose e delicate operazioni, che le permettono di tornare, con difficoltà, a camminare. L'11 maggio 2002  "cade" di nuovo dal balcone del quinto piano e questa volta muore, all'età di 27 anni.
Il suo corpo rimane all'obitorio per otto giorni come un non identificato
e viene cremata ma non sepolta, sarà fatto successivamente nel cimitero Vagankovky.
Si parlò subito di suidìcidio, una versione molto romantica e di forte impatto emotivo, che richiama una frase del suo diario:
“Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna”
Ma la famiglia ha sempre sostenuto che stava superando la depressione e che pensava al futuro. Il suo corpo rimase all'obitorio per otto giorni come un non identificato, sarà seppellita più tardi.




 [Sono pesi queste mie poesie]


Sono pesi queste mie poesie,
pietre spinte lungo una salita.
Le porterò stremata
allo strapiombo.
Poi cadrò, viso nell’erba,
non avrò lacrime abbastanza.
Smembrerò la strofa
scoppierà in singhiozzi il verso
e si pianterà nel palmo
con dolore anche l’ortica.
L’amarezza di quel giorno
tutta trasmuterà in parola.

(1981)



Тяжелы мои стихи


Тяжелы мои стихи,
Камни в гору.
Донесу их до скалы,
До упору.
Упаду лицом в траву,
Слёз не хватит.
Разорву строку свою,
Стих заплачет.
Больно врежется в ладонь
Крапива.
Превратится горесть дня
Вся в слова.


martedì 9 dicembre 2014

BREVE - MEIRA DELMAR

"Lascio la vita come un mazzo di rose / che s'abbandona per proseguire il cammino / e alla morte che starà / dietro di me, seguendomi / andranno tutte le cose amate / il silenzio che ci univa/ l'amore forte che non avrebbe mai potuto vincere il tempo / la ruvidezza delle tue mani / le sere in riva al mare, le tue promesse. "

Questo l'addio di Meira, con quel modo suo di scegliere le parole a formare versi.
E poichè è una mia traduzione, vi riporto il testo originale, tratto dal blog a lei dedicato:

"Yo dejaré la vida como un ramo de rosas/ que se abandona para proseguir el camino/ y emprenderé la muerte/ detrás de mí, siguiéndome/ irán todas las cosas amadas/ el silencio que nos uniera/ el arduo amor que nunca pudo vencer el tiempo/ el roce de tus manos/ las tardes junto al mar, tu palabra”.

Tutte le poesie che ho letto di questa autrice, confermano le notizie trovate: una penna davvero felice per espressività e contenuti e quella proposta ne è un esempi.
Un peccato che sia stata tradotta solo frammentariamente, che vadano persi così tanti versi.




Olga Isabel Eljach Chams conosciuta con lo pseudonimo di Meira Delmar, nasce a Barranquilla il 21 aprile del 1922. Libanese di origini, figlia di Julian E. Chams e Isabel Eljach, è considerata uno dei poeti colombiani più importanti del XX secolo e una delle maggiori rappresentanti femminili.
Frequenta il Liceo della sua città natale, studia letteratura al Centro Studi Dante Alighieri di Roma oltre che musica alla Scuola di Belle Arti dell'Università dell'Atlantico. Conosce e ama i grandi poeti del Sud: Gabriela Mistral , Alfonsina Storni , Agustini e Juana de Ibarbourou ma anche Gustavo Adolfo Becquer , Pablo Neruda , Aurelio Arturo , Raúl Gómez Jattin , Miguel de Cervantes e Miguel Iriarte. A nove anni si trasferisce con la famiglia in Libano, dopo un lungo viaggio (forse quello descritto nella poesia Immigranti).
Inizia a scrivere poesie all'età di 11 anni e quando nel 1937 pubblicano le sue prime poesie - Tú me crees de piedra, Cadena, Promesa e El regalo de la lluvia – vengono pubblicate sulla rivista di L'Avana «Vanidades», adotta uno pseudonimo per nasconderlo ai suoi genitori: Delmar (raramente scritto Del mar) in omaggio al suo amore per il mare e Meira come variazione accettabile del nome arabo Omaira. Su richiesta e insistenza dei suoi amici, nel 1942 pubblica il suo primo libro Alba de olvido in una cinquantina di copie e nel 1999 questa opera viene ricompresa tra le cento migliori opere colombiane del XX secolo; Meira è l'unica donna che appare nella sezione poesia.
Mesi dopo quella prima pubblicazione, decide di inviare una lettera con una sua poesia e il libro a Juana de Ibarbourou, momentaneamente residente a Montevideo, per ottenere un parere e quella risposta è stata il motivo che la spinse a continuare a scrivere.
Nel 1944 pubblica il suo secondo libro, Sitio del amor, seguito nel 1946 da Verdad del sueño. Nel 1950 debutta in concerto e l'anno seguente pubblica un nuovo libro, Secreta Isla con cui raggiunge una piena maturità.
Dal 1958 e per trentasei anni è direttrice della Biblioteca Pública Departamental del Atlántico; oggi, per decreto governativo questa porta il suo nome, come pure altri edifici.
Dal 1980 in poi onorificenze e titoli si moltiplicano, fino al riconoscimento della Medaglia Simón Bolivar, assegnatale dal Ministero dell'Educazione, il più alto che governo può concedere.
Muore a Londra il 18 marzo del 2009.
Non si è mai sposata perchè diceva di aver sempre aspettato l'amore ma non è mai arrivato, però si riteneva fortunata per le tante e grandi amicizie di cui era circondata.
In suo onore è stato creato nel 2008 il Premio Nazionale di Poesia Meira Delmar per valutare, riconoscere e determinare il più importante libro di poesie pubblicato e scritto da un poeta colombiano, residente nel paese o all'estero. 






BREVE


Arrivi quando meno
ti ricordo, quando
più lontano sembrI
dalla mia vita.
Inatteso come
quelle tempeste che si inventa
il vento
un giorno immensamente azzurro.

Poi la pioggia
         trascina i suoi stracci
e cancella le tue impronte.


Traduzione  di Giulia Spagnesi



  BREVE

Llegas cuando menos
te recuerdo, cuando
más lejano pareces
de mi vida.
Inesperado como
esas tormentas que se inventa
el viento
un día inmensamente azul.

Luego la lluvia
        arrastra sus despojos
y me borra tus huellas.

lunedì 8 dicembre 2014

CHE SI SA? - JUAN GELMAN

Dal momento che siamo alla fine dell'anno, si tirano sempre le somme e si fanno i conti pensando a quello appena passato. 
E in questo contesto, non posso fare più far finta che Gelman scriva ancora poesia, come questa che - mi sembra - di aver tradotto subito dopo aver sentito della sua morte, quando ci si rifugia a rileggere le poesie conosciute ed amate di un poeta e cercarne altre, come se potessero costituire la loro ultima raccomandazione per noi (se avete una traduzione migliore, trascrivetela pure). 
Juan è deceduto nella casa dove ha vissuto dal 1988, nel quartiere Condesa di Città del Messico alle ore quattro e mezzo di martedì 14 gennaio, attorniato dai suoi familiari. Era affetto  da mielodisplasia, una disfunzione del midollo osseo.
Una delle ultime visite in Italia  è stata nel 2012 (qui sotto una foto della serata)  in occasione del Festival Parole Spalancate di Genova. Una giacchetta dimessa, uno sguardo perso quando Jean Portante riassumeva le vicende della sua famiglia e una spigliatezza di pronuncia del nostro italiano.  
Così voglio ricordarlo, con treni di andata e ritorno da Genova presi di lunedì, all'uscita dal lavoro e la mattina dopo, prestissimo, prima di tornare alla scrivania, con un pernottamento nelle vicinanze del Palazzo Ducale: cose che si fanno per incontrare un'amante, più che per ascoltare delle poesie. 
Il testo è una visione del poeta di cosa sia la poesia. Credo che tutti abbiano fatto i conti con questa domanda, sia che lo abbia spiegato ad un intervistatore (memorabile quella di Ungaretti), sia che lo abbia definito per se stesso.

 





CHE SI SA?


Della poesia, nulla. Arriva, trema,
e gratta un fiammifero spento.
S'è visto qualcosa? Nulla. Tende la
mano per afferrare
le increspature del tempo che passa
dalla voce d'un cardellino. Cosa
ha afferrato? Nulla.
L'uccello è fuggito al non detto
in una stanza che gira senza
ricordi né speranze.
Ci sono molti nomi nella pioggia.
Che ne sa la poesia? Nulla.



¿Qué se sabe?

Del poema, nada. Llega, tiembla
y raspa un fósforo apagado.
¿Se le ve algo ? Nada. Tiende una
mano para aferrar
las olitas del tiempo que pasan
por la voz de un jilguero. ¿Qué
agarró ? Nada. La
ave se fue a lo no sonado
en un cuarto que gira sin
recordación ni espérames.
Hay muchos nombres en la lluvia.
¿Qué sabe el poema ? Nada.

poesia tratta dal sito www.juangelman.net



domenica 30 novembre 2014

GIORNO DI ACQUISTI - ENRIQUILLO SANCHEZ


E' stato più difficile del solito,  partire una poesia e arrivare a costruire l'intero post anche se mi manca comunque dell'autore della traduzione.  In rete le notizie sono fruibili solo in lingua spagnola e frammentarie, con cui ho fatto un'opera di traduzione e ricostruzione, però questo è un autore che merita di essere conosciuto. 
Non credo sia necessario parlare della poesia. E' un esempio di come con parole semplici si possa costruire una grande poesia. Io non riesco a vedere un modo diverso di scriverne, né adesso, né per il futuro e vediamo chi riuscirà a smentirmi.




Enriquillo Sánchez nasce il 25 agosto 1947 a Santo Domingo.
Proveniene da una famiglia tradizionale:  sua madre era Evelina Mula, suo padre José Aníbal Fernández Sánchez che assunse come un apostolato la rivendicazione che suo bisnonno, Francisco del Rosario Sánchez, forse l'altro Padre della Patria. Poeta, saggista e narratore, completa i suoi studi presso l'istituto Escuela diretta da Abad Enriquez, studi poi ampliati a Puerto Rico, Canada e Francia. Si laurea in Lettere presso l'Università Autonoma di Santo Domingo, di cui diviene professore e ricercatore.
Nel 1966 e nel 1971 ottiene due menzioni nel concorso La Màscara, nel 1983 vince il Premio di poesia Salomé Ureña de Henríquezper il libro "Pàjaro dentro de la Lluvia" e due anni dopo il Rubén Darío, concesso in Nicaragua.
Ma Enriquillo sembra sempre sminuire il suo lavoro, soprattutto quello narrativo (in tutto  26 racconti, solo la metà pubblicati in vita, il resto dopo due anni dalla morte). Dei suoi scritti diceva "Antiquísimas narraciones breves, ésas que andan por ahí sin que yo apenas las recuerde".
Appartiene alla generazione del 60. Entra a far parte a soli 19 anni del gruppo letterario El Puño a cui aderiscono i principali poeti e narratori degli anni successivi.
La sua carriera inizia in pieno boom di racconti di autori come Onetti, García Márquez e Cortázar; quest'ultimo soprattutto lo influenza moltissimo.
Muore per insufficienza respiratoria il 13 luglio 2004, a 57 anni d'età.






GIORNO DI ACQUISTI


Da Panama ti porto questo bacio
L’ho comprato in un negozio di cianfrusaglie
a metà prezzo
Lo stavamo provando
la venditrice e io
leggermente arrossiti
È avvolto in carta argentata
che la pioviggine ha rigato con le sue ciglia
Il nastro è rosa come le tue labbra
nella mattina dolce
L’ho pagato in contanti
Non finanziano ancora i baci
Impossibile una proroga di qualche mese
per pagare baci o cocci
Però ha un anno di garanzia
e istruzioni dettagliate
che tu e io non studieremo
perché getteremo nel bidone il manuale.
Dunque
devi averne cura
Quando il suo proprietario te lo dà
perché te lo deve dare solo il suo proprietario
si leverà volando verso Panama
o verso la brezza
come una quaglia di fumo
che torni cantando alla sua cenere
e dimentichi per sempre i suoi padroni.

da Articulos de primera necesidad (1985)


día de compras

De Panamá te traigo este beso
Le compré en un baratillo
a la mitad de su precio
Lo estuvimos probando
la vendedora y yo
ligeramente ruborizados
Está envuelto en el papel de plata
que la llovizna rayó con sus pestañas
El lazo es de rosa como tus labios
en la mañana dulce
Lo pagué de contado
No financian ya los besos
Imposible un adelanto y unos meses
para pagar besos o cacharros
Pero tiene garantía de un año
y clarísimas instrucciones
que tú y yo no estudiaríamos
porque echaremos al cesto los manuales
Ahora bien
hay que tener cuidado
Cuando su dueño te lo dé
porque te lo debe dar únicamente su dueño
saldrá volando hacia Panamá
o hacia la brisa
como una codorniz de humo
que regrese cantando a su ceniza
y se olvide para siempre de sus amos




sabato 29 novembre 2014

IN CUCINA - VLADIMIR HOLAN


L'intera poesia di Holan ci restituisce una desolazione colpevole. Non c'è segno di redenzione, non può esserci nonostante la titubanza espressa da quei puntini sospensivi della chiusa.
Ci aspetteremmo quasi che arrivasse quella piccola "donna laboriosa" che in Debravo riesce a lenire quel dolore che affligge il poeta ma la differenza di vita e d'età, qui non lascia nessuno spazio alla speranza: il vuoto della stanza ormai odia chi se l'è lasciato dietro.
Una poesia forte con uso di vocaboli altrettanto forti (odio, esige, infamia, rattrappito, sbavano) tranne nell'ultima sestina. Qui il dire del poeta di fa dolce.




Vladimir Holan nasce il 16 settembre 1905 nella città di Praga al tempo della guerra russo-giapponese.  Sua madre lo battezza con un nome di simpatia per la Russia: Vladimir.  Imparerà a odiere i russi ed il suo nome.
Trascorse la sua infanzia in un piccolo villaggio, Padolì, nella Boemia centrale. E' un percorso che deve fare tutti i giorni per andare a scuola che passa attraverso un bosco, un lago calmo e misterioso, un castello spettrale:  senza dubbio lascia il segno su un bambino. Frequenta la scuola superiore a Praga, poi lavora come assicuratore per sette anni, come redattore della rivista Zivot (Life), fino al 1933.  Nel 1939 si dedicherà interamente alla letteratura nella redazione della rivista PROGRAMMA 90, dove resta per un anno. Dopo il 1945 si esclude dalla vita letteraria del paese. E' accusato di praticare un “formalismo decadente”, così Holan si chiude in casa da dove esce solo in casi eccezionali, ma sfrutta in modo costruttivo quegli anni continuando il suo dialogo con il mondo e l'uomo, quale sia.
E' considerato il più importante poeta ceco e tuttavia straniero nel suo stesso paese, vegeterà nel caos degli anni del dopoguerra, sopravvive scrivendo traduzioni e inghiottendo l'umiliazione nel silenzio dei suoi versi. Ma a poco a poco le sue cerchie si allargano, perché difficilmente si può tenere segregata una tale parola. Nel 1967 viene tradotto per la prima volta in Francia da Dominique Grandmont ed ottiene una immediata venerazione, che travolge gli ostacoli della critica. I suoi lettori sono come frequentatori di catacombe, i suoi scritti sono come testi sacri e segreti da diffondere. I tragici eventi della primavera di Praga del 1968 lo rendono un poeta nazionale, una voce della resistenza all'oppressione. Allora i suoi libri vengono letti avidamente, ma è troppo tardi per Holan, che non ambiva più alla gloria e quando si parlò di lui per un possibile premio Nobel, era chiuso in un silenzio ancora più profondo, rinunciatario a sperare.
Subì sia il nazismo nero che il comunismo rosso. Odia visceralmente tutte le ideologie. Per lui la conoscenza non esiste, si vive nell'illusione. Su di lui graverà la perdita della figlia Katerina, purtroppo affetta dalla sindrome di Down, nell'aprile del 1977. Holan ne sarà così devastato da coprire anche la morte della nazione ceca abbandonata ai sovietici dagli occidentali. Morì il 31 marzo 1980 dopo una lunga malattia che gli impediva qualsiasi movimento.







IN CUCINA

Manchi da quasi un anno… Entrare ti faceva paura…
E quando lo hai fatto, il vuoto un tempo implorante,
poi disdegnato, sùbito ti ha preso in odio
e con ostinazione esige che tu sconti
la tua presenza con la tua presenza…
Qui tutto va a tua infamia:
il linoleum, le fascine per accendere il fuoco, la mosca rinsecchita,
la muffa del pane, l’aceto forte delle crepe
e l’acetosella delle macchie e la concia del tempo rattrappito
e le ragnatele che sbavano dai roccoli degli angoli
e giù giù il silenzio, dove brilla
solo nel fondo, proprio lì, la luna…
Ma in mezzo a tutte queste cose (con crudele
certezza, con la più comune e dunque più segreta
e come perpetua certezza) scorgi all’improvviso
una tazza da caffè con tracce di rossetto
dove per l’ultima volta, posandosi, si strinsero
le labbra di chi ti ha lasciato…


da “In progresso”, 1964, in “Poesia due”, Guanda Editore, 1981
(Traduzione di Serena Vitale)


V KUCHYNI

Nebyls tu málem rok... Bál ses sem vstoupit..
A jen jsi tak udělal, prázdnota kdysi žadonící
a potom zhrzená zanevřela teď na tebe
a svéhlavě se dožaduje, abys odpykával
svou přítomnost svou přítomností...
Všechno je tady k tvému pohanění:
linoleum, třísky na podpal, vyprahlá moucha,
chlebová plíseň, zabřesklý ocet trhlin
a šťavel skvrn a tříslo staženého vzduchu
a z čihadla koutů prskající pavučiny
a docela vespod ticho, zrovna tam,
kam svítí měsíc jenom ve dne...
Však mezi těmi věcmi spatříš náhle
(s krutou, nejvšednější, a tedy nejtajemnější
a jakoby doživotní určitostí)
kávový šálek a na něm stopy po líčidle,
kde přitiskly se kdysi naposled
rty té, která tě opustila...



domenica 16 novembre 2014

PERCHE' ALL'INIZIO ... - TOMASO PIERAGNOLO

Nel post precedente, ho volutamente sorvolato sul co-autore delle poesie. Si, perchè un traduttore è anche questo. se ci pensate bene. Un testo lo si può tradurre con vari sistemi di traduzione presenti in rete, ma ci avete mai provato? Un testo semplice è di semplice traduzione, questo è vero (ci sono riuscita persino io!) ma quando il discorso poetico si fa profondo e si deve scegliere tra  il senso delle parole e il corrispondente letterale, allora servono due cose: una conoscenza profonda della lingua e un animo da poeta.  Se poi ci fosse la possibilità di alcuni scambi di vedute con l'autore straniero, ci sarebbe un arricchimento del tradotto, come se si aggiungesse una dimensione in più alla poesia.
Non devo certo ricordarvi io che molti poeti del passato sono stati anche traduttori e che uno stesso testo risulti molto diverso nelle diverse versioni.
Ed eccoci arrivati al Pieragnolo poeta. Il brano che propongo è tratto da "nuovomondo", edito nel 2010 dalla casa editrice Passigli.  Si tratta di un poema senza un eroe, ma forse lo è chi compie il viaggio raccontato, metaforico, verso la ricerca d'una perfezione che oggi manca; un invito - quasi un monito -  a rinnovarci, a ricominciare da zero: "Ma oggi l’oceano mi ha portato /le sue scapigliature azzurre, / il fianco franto delle coste /che sparpagliavano nel vento, / l’equatore roco delle sue gocce / ..."  e perché questo? Perché  "imbizzarrita appare la vita / e a volte precaria scalciando striglia / l’uomo che giace inerte nel suo orgoglio. / Cerca terra per un nuovo legno o solo / il possesso di un successivo / giorno, il luogo dove nessuno uccise / la colomba...." e al fine "ancora, affinché / dal mio sonno io veda accomiatarsi gli inganni.".  Troppo semplice il parallelismo tra la vita dell'autore e la costruzione del libro, come è troppo semplice rapportarlo con un altro e più famoso "viaggio". C'è qualcosa in più a sostenere tutto il poema. Com'è intuibile da questi pochi accenni, è maestoso  e incalzante. L'amore lega un testo all'altro: per la terra e la natura in generale, per la vita, per l'uomo (che sospetto essere egli stesso) e la donna.  Il rispetto, altra forma di amore, verso questo mondo, ideale ma neppure troppo, a cui tendere senza "malintesi in circolazione, sottotitoli / ancora eredità di dominio e / compiacimento per un latente potere / che sopprime quotidiano, come snidare / perpetua la mancanza e giungere infine / a contare tutto, mangiare tutto / il mangiabile, stipare l’avvento / in alterato turno così accalcati /".
La scelta di quanto postare, è stata oggetto di continui ripensamenti. Ho risolto poi per quanto leggete sotto, perchè mi ha riportato vicina a una mia vecchia convinzione, che in sintesi ogni uomo nella sua vita, dalla nascita alla morte, passa attraverso tutti i secoli: inizia a parlare come hanno fatto i nostri antenati, a scrivere anche se non deve più inventarne i segni, a meravigliarsi e inventare, a prendersi cura degli altri e almeno nella normalità delle cose, stare accanto a chi  lascia questa vita, per poter poi essere preparato anche se non pronto, a sua volta.  Ma per tutto questo, comunque, ci vuole amore.





Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da vent’anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato il suo ultimo libro, il poema “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue più recenti pubblicazioni: “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano di Belgirate), “L’oceano e altri giorni” (2005, già finalista ai Premi Libero de Libero inedito 2003, edito Guido Gozzano di Belgirate e Ultima Frontiera di Volterra e vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si è svolta dal 2007 al 2013 in collaborazione con la rivista Sagarana, nella quale ha proposto principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, mai tradotti in Italia, e con alcune case editrici, che hanno pubblicato la prima traduzione in italiano di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Camaiore per la traduzione) e
la prima traduzione in italiano di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione). Ha pubblicato per La Recherche due ebook di traduzioni liberamente scaricabili: “Nell’imminenza del giorno” (2013) e “Ad ora incerta” (2014).







Perché all’inizio della vita tende
ogni buona cosa, il fugato dubbio
o il decente perdono che l’ottusa
insistenza attanaglia, la madre verde
di rugiada estenuata e fresca
di nubi e di recenti piogge
che il suo nuziale attende perigliosa
ancora incerta tra l’amore e l’odio;
è il millesimato astro che non può
esistere nemmeno un’ora staccato
dal suo eccesso, affinché ogni stilla viva
per sempre attratta da due roghi e della luce
l’esatto alternarsi, perché sia possibile
in vece amarsi e più non sapere
se qui comincia davvero un nuovomondo
o se ciechi viviamo la fine del tempo.





domenica 19 ottobre 2014

AD ORA INCERTA - Traduzioni 2007 - 2013 TOMASO PIERAGNOLO

Sono una persona fortunata. Mi è capitato di ricevere un nuovo regalo: un link relativo ad un e-book di poesie di autori del centro america, tutti tradotti da Tomaso Pieragnolo, messo gratuitamente in download sul Sito de La Recherche.it. 
E' strutturato con una prima parte biografica e, a seguire il testo tradotto e quello in originale.
Si richiedeva di diffondere la notizia e non trovo modo migliore di raggiungere  molti contatti se non con questo canale.
Vi propongo, giusto per stuzzicare la vostra curiosità,  una poesia tratta dal libro. La prima del primo autore non per frettolosità, ma per la sua intensità ed il rispetto con cui Tomaso accompagna la breve biografia. Del traduttore, vi racconterò in un prossimo post. Dell'autore Francisco Ruiz Udiel, troverete tutto nell'e-book e ritengo superfluo - in questo caso, in questa sede - ripeterlo.
(Dello stesso autore potrete trovare su La Recherche.it anche la precedente pubblicazione del Pieragnolo: Nell'imminenza del giorno)



  
                  LASCIA LA PORTA APERTA

                                                                                                                                    A Claribel Alegría
                                                                                                                                           Sua Maestà


Lascia la porta aperta.
Che le tue parole entrino
come un arco tessuto da cipressi,
appena più leggere
della ineludibile vita.
Lontano è il porto
dove le barche di ebano
riposano con tristezza.
Poco mi importa giungere ad esse,
poiché lungo è l’abbraccio con la notte
e corta la speranza con la terra.
In qualunque luogo io vada
il mare mi scaglia lontano,
un’altra alba dove l’immaginazione
ormai non può convertire il fango
in vasi dove accumulare ricordi.
Mi stanco di svegliarmi,
la luce mi ferisce quando non voglio vedere.
Il viaggio ad Itaca nulla mi offre.
Se avessi almeno un poco di vino
per ubriacare i giorni che ci restano
ubriacare i giorni che ci restano
che ci restano.


(Francisco Ruiz Udiel 1977 - 2010) 





DEJA LA PUERTA ABIERTA

                                 A Claribel Alegría
                                             Su Majestad

Deja la puerta abierta.
Que tus palabras entren
como un arco tejido por cipreses,
un poco más livianas
que la ineludible vida.
Lejos está el puerto
donde los barcos de ébano
reposan con tristeza.
Poco me importa llegar a ellos,
pues largo es el abrazo con la noche
y corta la esperanza con la tierra.
Donde quiera que vaya
el mar me arroja a cualquier parte,
otro amanecer donde la imaginación
ya no puede convertir el lodo
en vasijas para almacenar recuerdos.
Me canso de despertar,
la luz me hiere cuando ver no quiero.
El viaje a Ítaca nada me ofrece.
Si hubiera al menos un poco de vino
para embriagar los días que nos quedan
embriagar los días que nos quedan
que nos quedan.

(Da “Alguien me ve llorar en sueño”, Managua 2005)


lunedì 8 settembre 2014

POESIA: «A meno di miracoli, chiudiamo entro l'anno».

































«A meno di miracoli, chiudiamo entro l'anno». Nicola Crocetti è solo a presiedere la sua casa editrice. Come l'ultimo giapponese nell'isola del Pacifico, ostinatamente a combattere nonostante la guerra sia terminata da anni. Come l'ultimo dei Mohicani dell'editoria italiana. Come l'ultimo boy scout (intendo Bruce Willis, mica Baden-Powell). Nicola Crocetti è l'editore dei poeti, la sua casa editrice è la Gerusalemme celeste della poesia italiana. Nato a Patrasso da mamma greca, una vita a Milano, nel 1981 fonda la Crocetti Editore. Il primo libro stampato è Erotica , di Ghiannis Ritsos, poeta tra i più grandi del Novecento, di cui Crocetti custodisce l'opera: l'anno scorso manda in libreria, lussureggiante, Quarta dimensione , tomo assoluto, nello stretto collare dei libri inevitabili, insieme ai Quattro quartetti di Eliot, alle Elegie duinesi di Rilke, a Anabasi di Saint-John Perse. Poi escono Giovanni Raboni ( Canzonette mortali ) e Antonio Porta ( Melusina ), Alda Merini ( Testamento ) e le Poesie erotiche di Kavafis introdotte da Vittorio Sereni. Pubblicare per Crocetti è meglio di conquistare il Nobel, è fare surf sulla cima dell'Everest della lirica, è titillare con la lingua l'eternità. Pensare di editare i propri quattro stracci con Nicola, insediati fra i titani (Yves Bonnefoy, Charles Wright, Jaime Saenz, Yehuda Amichai, autori che hanno agitato le vene di ogni poeta decente), è un sogno tanto proibito da tacitarlo nel letto osceno del proprio ego. Ma l'opera estrema di Crocetti è la rivista Poesia . Nata nel 1988 (nel primo numero, inediti di Raboni, una rubrica di Raffaello Baldini, l'intervista a Pier Vincenzo Mengaldo), la prima d'Europa dedicata ai poeti, arrivando a tirare 50mila copie. L'ultimo numero, con il volto di Maria Luisa Spaziani, è il 296. Si rischia di non festeggiare il 300. Sarebbe un errore devastante. Perché l'archivio del «Mensile internazionale di cultura poetica» ( www.poesia.it ) è roba da studi universitari, gli Uffizi della letteratura recente. Si va da Guido Ceronetti che traduce Céline agli interventi di Paolo Volponi, dagli inediti di Ezra Pound a quelli di Antonio Riccardi, attuale zar in Mondadori, commentati da Milo De Angelis. Un patrimonio. Che come tale andrebbe preservato dall'incuria e dall'ignoranza. Perché è ora di capire che non basta catapultare milioni a tutela delle vecchie pietre di Pompei e lavarsene mani e piedi, strombazzando il patetico spot «investiamo in cultura». Bisogna custodire i cataloghi delle case editrici di pregio, più importanti del Maxxi o del Guggenheim. Il giorno della Befana dell'anno scorso, per i 25 anni di Poesia , Crocetti fu invitato alla corte di Fabio Fazio, a Che tempo che fa . Gelando il conduttore, che se ne uscì con la domandina di rito, «mi dia una definizione di poesia». «Le rispondo con due citazioni. La prima è di Cesare Rinaldi, poeta del Seicento, che giudicava la poesia “dispensiera di lampi al cieco mondo”. L'altra è di Ghiannis Ritsos, che la vuole “inconsolabile consolatrice del mondo”». Zitti tutti. Abbiamo bisogno che Crocetti continui, con sovrana disciplina, a pubblicare libri eccelsi. Mecenati, se esistete, fatevi sotto.
(QUI il link dell'articolo di DAVIDE BRULLO


Riprendo un articolo de "IL GIORNALE" perché sembra che nessuno si sia soffermato a leggere dal momento che non ci sono commenti leggibili sul sito perché, anche se sono tutt'altro che mecenate, voglio stare dalla parte della poesia, dalla parte di Nicola Crocetti e soprattutto perché da più di un anno c'è chi balla sulla chiusura della rivista. 
Una "gentile operatrice" di una casa editrice molto attiva per iniziative (e molto costose), mi chiese se conoscevo quella rivista e mi informò - sempre gentilmente - che stava chiudendo e che la loro era una delle poche riviste su cui ancora potevano apparire le mie poesie.
Ricordate il tempo in cui era attiva la rubrica "Per competenza" di Roberto Carifi e la successiva "Testi dei lettori", scomparse entrambe dalla rivista? A questa ultima si riferiva la "gentile signora".  Non credo sia corretto fare nomi, ma chi scrive poesie sa sicuramente a quale mi riferisco e non credo neppure che questo post possa  risolvere i problemi della Crocetti Editore. So che ci sono così tanti problemi nella vita degli italiani - e anche più urgenti - che questa chiusura potrebbe passare inosservata. 
Però voi che leggete, che avete un account Facebook, passate dalla pagina dell'Editore Crocetti, e in uno qualsiasi dei suoi post (inviare un messaggio servirebbe a poco, a meno di non voler offrire un contributo e soprattutto non sarebbe visibile) scrivete due parole di solidarietà, tipo:

Ogni vostra uscita è un piacevole viaggio. Ho saputo delle vostre difficoltà e sono solidale con voi. Se morirete, con voi morirà un po' di poesia, quella più nobile, quella scritta col cuore. Quello Stato che mi rappresenta, dovrebbe aiutarvi come  fa con altre organizzazioni molto meno diffuse sul territorio, meno ricche di storia letteraria e di cultura come siete e fate voi. 

Non vi spaventate della data di aggiornamento.  Tanti commenti potrebbero essere utili a far capitare il miracolo, far capire quanto la poesia sia ancora amata da quegli italiani che lo Stato dovrebbe rappresentare. Passate parola a chiunque vi venga in mente, solleviamo, amplifichiamo la voce de Il Giornale e quella di Nicola Crocetti. Facciamo in modo che ci siano ancora altri libri, altri articoli, altri numeri della rivista, e non solo il  300....
Proviamoci. Un grazie a tutti.


sabato 6 settembre 2014

ORMAI NO - IDEA VILARINO

Idea Vilariño era già presente come autrice in questo blog, ma avendo trovato notizie scarse biografiche, avevo dato più rilievo a brani sulla sua relazione con Onetti. Oggi ripropongo la sua biografia e la  poesia che viene citata.
Una poesia sulla rassegnazione, su tutto quello che non sarà.  A ragione, è stata definita un saggio sull'addio. Lo avrà scritto per aiutarsi a superare il suo dolore o dopo la maturazione di questo lutto? Difficile a dirsi... possiamo solo  ammirarne la costruzione e gli accorati ultimi due versi.





Idea Vilariño nasce a Montevideo il 18  agosto del 1920.  Poeta, saggista e critico letterario, appartiene al gruppo chiamato Generazione 45, lo stesso di  Mario Benedetti con cui mantenne una salda amicizia e Juan Carlos Onetti con cui intrecciò una relazione passionale e da cui trasse ispirazione per moltissime poesie. Ya no, per esempio, è uno dei saggi più toccanti d'un addio. 
Tra le sue attività meno note ci sono quelle di traduttore, compositore e insegnante.
Nata in una famiglia di ceto medio, colta, dove erano presenti musica e letteratura. Suo padre, Leandro Vilariño (1892-1944) è stato un poeta le cui opere non furono pubblicate dutante la sua vita; sua madre, Josefina Romani amava la letteratura europea - purtroppo morirà a soli 42 anni - incoraggia i figli ad imparare a suonare il piano.  Di idee anarchiche, il padre diede ai duoi figli dei nomi  inusuali: Poema, Azul, che suonava la chitarra, e morì all'età di 23 anni, Alma e Numen entrambi pianisti.  Per la nostra scelse il nome di Ideal che poi fu modificato in Idea. Anche lei studia musica, suona il violino, ma smette per dedicarsi alla poesia.
E' stata insegnante di Letteratura di scuola secondaria dal 1952 fino al colpo di stato del 1973. Quando verre restaurata la democrazia nel 1985, è stata docente presso il Dipartimento di Letteratura Uruguaiana e latino-americana della Facoltà di Lettere e Scienze della formazione dell'Università della Repubblica.
Le sue prime poesia sono state scritte tra i 17 e i 21 anni e il suo primo libro La suplicante è stato pubblicato nel 1945 solo col suo nome, Idea.
Negli anni successivi fu conosciuta a livello internazionale e premiata numerose volte.
E' stata tra i fondatori della rivista Clinamen e Numero, dove conobbe  Juan Ramón Jiménez.
Anche le sue traduzioni hanno avuto successo; quelle di Shakespeare per esempio che permisero di rappresentare le se opere nei teatri della sua città natale.
Muore a Montevideo il 28 aprile 2009, a seguito delle complicazioni di un intervento chirurgico a cui si era sottoposta per una occlusione intestinale.  







ORMAI NO

Ormai non sarà
ormai no
non vivremo uniti, 
non alleverò tuo figlio
non cucirò i tuoi vestiti
non ti possederò di notte
non ti bacerò prima di uscire
non saprai mai chi sono stata
perchè altri mi amarono.

Non riuscirò mai a sapere
perché né come
né se era vero
quello che dicesti che era
né chi sei stato
né cosa sono stata per te
né come sarebbe stato
vivere uniti
amarci
aspettarci
rimanere.

Ormai non sono altro che io
per sempre e tu
ormai
per me non sarai
che tu.  Ormai non sei
in un giorno futuro
non saprò dove vivi
con chi
né se ti ricordi.
Non mi abbraccerai mai
come questa notte
mai.

Non potrò più toccarti.

Non ti vedrò morire.
       


“Ya no será”

Ya no será
ya no
no vivremos juntos
no criaré a tu hijo
no coseré tu ropa
no te tendré de noche
no te besaré al irme
Nunca sabrás quién fui
por qué me amaron otros.

No llegaré a saber por qué
ni cómo nunca
ni si era de verdad
lo que dijiste que era
ni quién fuiste
ni qué fui para ti
ni cómo hubiera sido
vivir juntos
querernos
esperarnos
estar.

Ya no soy más que yo
para siempre y tú ya
no serás para mí
más que tú.
Ya no estás
en un día futuro
no sabré dónde vives
con quién
ni si te acuerdas.
No me abrazarás nunca
como esa noche
nunca.

No volveré a tocarte.

No te veré morir.




giovedì 4 settembre 2014

Citazioni: Julio Cortazar

 Quanche tempo fa, ad un raduno di amici poeti, è stato espresso lo stesso concetto.
Ricordo di aver iniziato la frase e qualcuno - non so chi - la finì al posto mio.
Oggi l'ho ritrovata scritta dal mio caro Julio.




A me piace scrivere per me, ho quaderni su quaderni, versi e persino un romanzo, ma quello che mi piace è scrivere e quando finisco è come quando uno si lascia ricadere di fianco dopo aver goduto, viene il sonno e il giorno dopo ci sono già altre cose che battono alla finestra, scrivere è questo, aprire le persiane e che entrino, un quaderno dopo l'altro...

Tango di ritorno - Tanto amore per Glenda - Julio Cortazar 



Lettere: da Guido Gozzano a Amalia Guglielminetti





Ma come fare per dirle che i suoi versi mi sono piaciuti? Si dice così anche quando non è vero. Come fare per dirle che di molti suoi sonetti sono innamorato? Lei non sa, Egregia, che cosa significhi per me l’essere innamorato d’una poesia? Significa questo: averne la presenza nel cervello, con una dolcezza quasi importuna, sentirne pulsare il ritmo di continuo nelle cose più diverse e più bizzarre: nel mare, nel treno, nel ticchettio dell’orologio, nel soffiare del vento fra i palmizi, nel contare le goccie di creosoto, nel tinnire delle posate, nel gridio de’ bimbi… Proprio! E molti dei suoi sonetti mi perseguitano. Mi balza alla mente una quartina, due: mi abbandono a quella dolcezza: la memoria ad un tratto s’arresta e il piacere del sogno si stronca a metà.

Lettera di Guido Gozzano a Amalia Guglielminetti

domenica 31 agosto 2014

A UN TE CHE IO INVENTAI - ANTONIO GEDEAO

Nella poesia di Antonio c'è una simbiosi perfetta tra le parole del suo quotidiano. In questa poesia usa solo bilancia, ma in altre poesie, come Lacrima di negra lo fa in modo massivo:
"Mi feci portare gli acidi,/le basi e i sali,/le droghe usate/in casi tali./Provai a freddo,/sperimentai a caldo,/e tutte le volte/mi diede ciò che è normale"
Un modo insolito di mischiare le due sue inclinazioni, quella di scienziato apprezzatissimo e celebrato e quella di poeta altrettanto pubblicamente riconosciuto e altrettanto insolito usare uno pseudonimo (non un eteronimo come quello che usò Pessoa), per tenerle distinte.
Una scelta razionale, meditata: una nascita, come scrive lui stesso. 
"E allora anch'io volli nascere, / nascere per me stesso, per mio espresso volere, / senza padre né madre, / senza preparazione d'amore, / senza baci né carezze di nessuno, / solo, solo e soltanto per mia libera volontà." (da Poema de me chamar António)


(Testo autografo dell'autore conservato alla Biblioteca Nazionale del Portogallo)


Per quanto riguarda la poesia proposta, l'incipit è dichiarativo, come lo sono quelli di Pavese (ma forse dovrei cambiare poeta di paragone, dato che non è stato il solo) quasi fosse un tema prefissato da svolgere e tuttavia anche qui - perchè ricordo di averlo già scritto - non si ha l'impressione di essere di fronte ad un testo costruito, piuttosto uno svolgersi di pensiero e, come poche altre volte, da gustare senza analizzarlo troppo per non perdere di vista la bellezza del suo insieme.
Due parole sull'immagine a corredo della poesia: cosa vi sembra? Un disegno o un manufatto?
In effetti è un'opera dello scultore Martin Senn che utilizzando fil di ferro, ricrea oggetti di uso quotidiano, ma anche disegni fantasiosi e non meno belli.  In calce all'immagine troverete il collegamento al suo sito.




Rómulo de Carvalho Vasco da Gama nasce a Lisbona , il 24 novembre del 1906 nella Via do Arco do Limeiro (attualmente  Via Augusto Rosa) 7, 4º piano dove è cresciuto assieme alle sorelle. 
Figlio di un impiegato delle poste e di una casalinga, è la figura di quest'ultima che lo ha influenzato fortemente.  Pur avendo una istruzione minima, trasmise al figlio la passione per la letteratura. "Mia madre non ha scritto poesie, almeno non apertamente, ma so che in fondo lei lo ha fatto". Bambino precoce, a cinque anni scrisse le prime 10 poesie e decide di completare "Os Lusiadas" di Camões
Quando frequentò il liceo Gil Vicente, venne a contatto con la scienza che catturò il suo interesse. Nel 1931 si laureò in Scienze fisico-chimiche  all'Università di Porto e l'anno successivo in Scienze Pedagogiche alla Facoltà di Lettere. Nel 1936 nasce suo figlio Federico, nel 1945 si sposa con Maria Natália Paiva Nunes (scrittrice) e nel 1949 nasce la sua secondogenita Maria Cristina.
Dunque fu un chimico e professore di chimico-fisica alla scuola secondaria del Liceo Pedro Nunes e  al Liceo Camões, educatore  di storia della scienza in Portogallo, e... poeta sotto il pseudonimo di António Gedeão. Pietra Filosofale e Lacrima di Negra sono due delle sue più famose poesie. La sua data di nascita è stata adottata in Portogallo dal 1996 come Giornata Nazionale della Cultura Scientifica. Per i suoi 90 anni è stato insignito della Gran Croce dell'Ordine di Santiago de Espada.
Dei suoi due figli, Federico sarà un chimico e  Cristina  scrittrice (anche i figli hanno rispettato la dualità del suo essere - ndr).
"Morirò esattamente innocente come sono nato" e lo fa due volte:  la prima come António Gideon, nel 1984 quando pubblica Novos Poemas Póstumos e decide di smettere di scrivere poesie.  "Quando ho capito che non valeva la pena di scrivere, soprattutto perché cadrebbe l'abitudine di ripetermi. Ho pensato che fosse meglio rimanere a quel punto per questo non accada a me. Il Anthony Gideon è morto. Pace alla sua anima." La seconda quando il professor Rómulo de Carvalho muore a Lisbona il 19 febbraio del 1997, alle ore 21,30 nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale di S. Maria a Lisbona.
"Io continuerò a scrivere poesia fino all'ultimo sospiro. Suppongo che l'ultimo sospiro sarà un verso."  
(Mi dispiace, ma non sono riuscita a trovare nessuna notizia a supporto di questa sua affermazione. ndr)







A UN TE CHE IO INVENTAI

 

Pensare a te è cosa delicata.
È un diluire di colore denso e pieno
e il passarlo in acquarello finissimo
con un pennello di martora.

Un pesare chicchi di nulla in bilancia minima,
un intrecciare fili di ferro cauto e attento,
un proteggere la fiamma contro il vento,
un pettinare chiome di bambini.

Un districare fili da cucito,
un correre su lana, ché nessuno senta o sappia,
un planare di gabbiano come un labbro sorridente.

Penso a te con tanta tenerezza
come se fossi vetro o velo di porcellana
che al solo pensarti ti potresti spezzare.



(Trad. Anna Miniucchi)



A um ti que eu inventei

Pensar em ti é coisa delicada.
É um diluir de tinta espessa e farta
e o passá-la em finíssima aguada
com um pincel de marta.

Um pesar grãos de nada em mínima balança,
um armar de arames cauteloso e atento,
um proteger a chama contra o vento,
pentear cabelinhos de criança.

Um desembaraçar de linhas de costura,
um correr sobre lã que ninguém saiba e oiça,
um planar de gaivota como um lábio a sorrir.

Penso em ti com tamanha ternura
como se fosses vidro ou película de loiça
que apenas com o pensar te pudesses partir.