domenica 2 marzo 2014

PASSEGGIANDO TRA MEMORIE - UMBERTO CROCETTI




Nella vita caotica di tutti i giorni, avere un buon libro di poesie nella borsa, col segnalibro che indirizza alla prossima lettura nella pausa pranzo tra un lavoro e un lavoro, è... confortante, anche se, alla fine, il volume risente di questa permanenza non proprio adatta.
Ultimamente nella mia borsa c'è una raccolta di versi di Umberto Crocetti, che torna a pubblicare poesie in un volume dal titolo emblematico: L'isola riemersa. Perché emblematico? Ma perché l'isola non è solo quell'habitat intatto della mitologia greca evocato dalla prefatrice, ma è soprattutto quello spazio da cui ognuno di noi è attorniato, fatto di timori, pensieri, incertezze. E' quell'essere “soli sul cuore della terra” di Quasimodo, sono le spiagge “dove fanno male le orme del naufrago” di Piqueras. E' l'autore stesso che emerge di nuovo con i suoi testi meditativi, dedicati, colmi di ricordi, in modo graduale e dolce per dar modo a fauna e flora di adattarsi, di rifugiarsi ancora dentro l'acqua o ...seccare. E' un viaggio che si apre con La linea di partenza, splendido inizio tra le poesie che l'autore ci aveva anticipato e si chiude con un Inchiostro, per me inedita ma subito amata, entrambe rivelatrici del modo di concepire il proprio mondo poetico.
Un viaggio dicevo tra istanti sospesi, tra piogge e labbra su cui indugiano parole e grida, promesse e menzogne, che passa tra gli amici, tra il candore dei figli - specchio del proprio - e ricco di intuizioni sorprendenti. E alla luce di recenti “conversazioni” devo dire che grazie a Dio c'è chi fa ancora una poesia come questa, chi riesce ancora a mettere contenuti nelle pause, ad avere dubbi sui propri testi; grazie a Dio c'è chi parla senza quegli assoluti che nascondono profonde insicurezze e umana pochezza.
Come mi è capitato in occasione della presentazione del precedente libro di Umberto, sono stata a lungo incerta su quale testo inserire, cambiando idea molte volte (almeno una per ogni cambio di pagina) poi ho scelto quella dov'era rimasto il mio foglio con gli appunti. Una poesia molto apprezzata per quelle intuizioni di cui parlavo prima, per la chiusa definitiva, per l'atmosfera (i critici lo direbbero afflato) che si respira e quel non detto che tuttavia è lì, scritto con parole chiare.





Umberto Crocetti è nato a Catanzaro nel 1958, vive in Puglia, dove svolge la sua attività di medico.
Tra le precedenti pubblicazioni ricordiamo: Apologia di un poeta (1984), Rubettino, Il canto delle bambole (2009) e Il dialogo remoto (2010), entrambe edite dal Masso alle fate Edizioni.
Il nuovo volume è edito ancora da Rubettino Editore.


Caffé Giubbe Rosse di Firenze- dalla loro pagina Facebook


PASSEGGIANDO TRA MEMORIE


"La morte ci coglierà di sorpresa" dissi
ed era giugno, e avevi gli stessi occhi
e lo stesso sorriso di quel giorno,
seduti ad un Caffé, in una piazza di 
Firenze, quando stretta al mio braccio
tra i molti, a Ponte Vecchio,
mi sussurravi che anche il tuo era amore.

Oltre quella città tanti furono i luohi,
tanti i Caffé dove si fermò il passo,
molte le poesie, tra le labbra e le dita
mentre la verità cercava casa
nella mia bocca spalancata sul tuo nome. 



lunedì 27 gennaio 2014

27 GENNAIO - IL GIORNO DELLA MEMORIA


27 GENNAIO - RICORDIAMO


Dal sito SPIEGEL-ONLINE


Nel 1947 venne ritrovata da un ex internato e miracolosamente intatta, una bottiglia contenente 22 disegni dentro una baracca vicino ai forni crematori del lager di Auschwitz-Birkenau.
Ogni disegno rappresenta un momento della vita del campo, dall'arrivo dai treni, alla separazione delle famiglie, alla conta dei prigionieri, all'attività dei forni crematori, i cadaveri, le violenze delle SS.
Sono disegni fatti a matita da uno sconosciuto, sicuramente eseguiti di nascosto, curati nei dettagli, con rari particolari colorati. 
Adesso sono stati riuniti in un libro: The Sketchbook from Auschwitz.





Monumento alle vittime di Terezin (Theresienstadt in tedesco)


Terezin (Theresienstadt in tedesco) si trova a sessanta km. verso nord da Praga, nella attuale Repubblica Ceca. Voluta dall'imperatore d'Austria Giuseppe II d'Asburgo Lorena e nata come città-fortezza, è stata costruita negli anni che vanno dal 1780 al 1790. In  entrambe le  Grandi Guerre mondiali, Terezin fu utilizzata come Campo di Concentramento; nell'ultima in particolare fu quasi un passaggio obbligato verso Auschwitz per gli ebrei che riuscivano a sopravvivere alle condizioni disumane in cui erano costretti (verso la fine della guerra anche un'epidemia di tifo esantematico).
Anche qui furono ritrovati perchè nascosti nelle pareti delle case, i disegni e le poesie dei tanti bambini - si parla di oltre 15.000 - che transitarono nel campo. Solo in 100 si salvarono. 




 
Uno di questi fu PAVEL SONNENSCHEIN, figlio di Hugo - un medico specialista in malattie mentali e nervose -  e di Trude (Gertrude) Sonnenscheinova (Mayer), nato il 9 aprile del 1931, prelevato con la famiglia l'8 aprile del 1942 dalla sua casa di Piazza Malinovského n° 5 di Brno e portato a Terezin per poi essere trasferito il 23 ottobre del 1944 ad Auschwitz. Morì quello stesso giorno. 
(Stessa sorte toccò al resto della famiglia. Il fratello Otto, anche lui trasferito assieme a Pavel ad ai genitori, forse perchè più grande - aveva 17 anni - fu spostato a Buchenwald e fu l'unico a sopravvivere all'olocausto, anche se morì nel 1945.)


Della piccola Eva invece in rete non si trova che la stessa identica frase un po' dappertutto:  
"Eva Pickova nata a Nymburk il 15 maggio 1929, deportata a Terezin il 16 aprile 1942, morta ad Auschwitz il 18 dicembre 1943" come se questa manciata di dati potesse raccontare tutti i sogni e le speranze di una bambina. Un po' poco quello che c'è rimasto, a parte la voglia di vivere rimasta dentro la sua poesia:


La paura

Di nuovo l'orrore ha colpito il ghetto,
un male crudele che ne scaccia un altro.
La morte, demone folle, brandisce una gelida falce
che decapita intorno le sue vittime.

I cuori dei padri battono oggi di paura
e le madri nascondono il viso nel grembo.
La vipera del tifo strangola i bambini
e preleva le sue decime dal branco.

Oggi il mio sangue pulsa ancora,
ma i miei compagni mi muoiono accanto.
Piuttosto di vederli morire
vorrei io stesso trovare la morte.

Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere!
Non vogliamo vuoti nelle nostre file.
Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore:
Vogliamo fare qualcosa. E' vietato morire!









Edito dalla Fandango Edizioni, è dello scorso anno  il libro  “16.10.1943. Li hanno portati via ”. Raccoglie lettere foto, immagini di vita familiare e frustranti tentativi di ricerca da parte di genitori, zii e nonni di quei bambini ebrei portati via in ottobre e uccisi nelle camere a gas. 
Grazie al Progetto Storia e memoria della Presidenza della Provincia di Roma, il materiale è stato portato a Roma . Lodevole progetto, ma ci sono altri morti di altre etnie, meno coese della ebraica, meno "desiderabili", di cui non conosciamo neppure qualche nome, o almeno sono in pochi a conoscerli.  
Penso ai Rom, ai Sinti che si stimano aver avuto almeno 500.000 vittime. Anche loro avevano una parola per quello che stava accadendo: Porrajmos («grande divoramento»), oppure Samudaripen («genocidio»). Ebbero anche il privilegio di essere uccisi in camere a gas mobili, montate su furgoni nel centro di sterminio di Chelmo, in Polonia, oltre ai Campi storici di sterminio.
Penso agli omosessuali (almeno in 10.000 portavano il Triangolo rosa simbolo della loro "colpa") anche se alcuni dei loro nomi restano nella storia: per una forma contorta di giustizia (l'omosessualità era considerata un reato minore), passarono dai campi di concentramento nazisti alle prigioni. 
Anche per loro, come per le vittime ebraiche  e quelle Rom-Sinti, esiste un monumento per ricordarle a  Berlino. 






domenica 5 gennaio 2014

AI DEMONI BIANCHI - CLAUDE McKAY

Estate 1919.
La prima guerra mondiale era finita, ma negli Stati Uniti le cose non andavano bene. I prezzi dei prodotti agricoli e i salari diminuivano, mentre i profitti degli industriali crescevano notevolmente. Le aziende, sopravvalutate dalla borsa, invogliano i piccoli risparmiatori a indebitarsi per tentare il guadagno facile.  Ma la borsa crolla improvvisamente nel 1929. Lo stato agisce prontamente e il recupero è rapido dappertutto. Solo l'occupazione rimane precaria fino a tutto il 1940.
Non voglio fare una lezione di storia; non sarebbe esauriente nè troppo precisa. Da 5 e mezzo, a voler essere buoni, ma volevo introdurvi nel clima in cui ebbe origine questa poesia.
Dicevamo dunque che che la disoccupazione era alta e nelle fabbiche del nord preferivano assumere lavoratori neri perchè venivano pagati  meno di quelli bianchi.
Questi ultimi, senza lavoro e spesso senza cibo per i propri figli, presero in odio sia chi gli "portava via il lavoro", sia chi propugnava uguaglianza razziale e diritti dei lavoratori. Le teste più calde organizzavano linciaggi, ma per la prima volta, quell'estate a Brisbane il reparto del 10° cavalleria dell'esercito (composto da uomini di colore) furono attaccati da alcuni poliziotti bianchi e risposero al fuoco e a Chicago fu aggredito un ragazzo nero senza che la polizia intervenisse. Questo scatenò violenti scontri che in 13 giorni causarono molte morti tra entrambi i fronti. A Omaha (Nebrasca) una folla inferocita assaltò il tribunale, linciò e diede alle fiamme un giovane nero, Will Brown, accusato di aver aggredito una donna bianca, prima di essere dispersa dalle forze dell'ordine. In Arkansas, un giovane di colore che fuggì per non essere arrestato, diede il via ad una caccia all'uomo da parte dei tirapiedi dei proprietari terrieri locali, che finì dopo il massacro di circa 100 (chi dice 200) neri.
Ed ecco nascere questa poesia: una esortazione a resistere, a non lasciarsi sfruttare o emarginare, a rivendicare i propri diritti di uguaglianza come qualsiasi altra persona che nasce, che vive, che lavora e che muore per un paese (e mi sembra che anche qui da noi si stiano preparando momenti come quelli e non solo per gli uomini  di colore: pensiamoci...).
La traduzione è stata difficile e facile. Difficile per certi termini arcaici, per i quali ho avuto il prezioso aiuto di mia figlia, facile perchè quando un tema è condivisibile, è semplice trovare il termine che si incastra perfettamente nel verso.
Una ultima nota sulla foto a corredo della poesia: trovata in rete, è la foto originale dell'epilogo dei fatti del Nebrasca. 
Tutti in primo piano per una foto ricordo!! IO C'ERO !! 
Che schifo!!





Festus Claudius McKay, più conosciuto come Claude McKay, nasce a Sunny Ville, Jamaica, il 15 settembre 1889. Ultimo di 11 figli di Thomas McKay, un agricoltore con abbastanza terra da poter votare, è stato educato all'orgoglio razziale e con un grande senso di eredità africana. Il suo interesse principale però era la poesia inglese e sotto la guida del fratello Uriah Teofilo McKay e un vicino inglese, Walter Jekyll, ne studiò i grandi autori e gli ultimi filosofi Romantici europei come Arthur Schopenhauer che Jekill stava traducendo dal tedesco e che lui tradusse in dialetto giamaicano.
A diciassette anno lascia Sunny Ville per andare a lavorare come apprendista falegname nella città di Brown, ma ci resta solo poco tempo. Si trasferisce a Kingston dove lavora come poliziotto. Nella capitale Claude vive per la prima volta il problema del razzismo. La sua Sunny Ville era popolata in prevalenza da neri ma a Kingston i bianchi considerano i neri persone inferiori e capaci solo di svolgere compiti umili. Prova un disgusto crescente per quella mentalità bigotta e nel giro di un anno torna a casa.
Qui su incoraggiamento di Jekyll, pubblica due libri di quelle poesie che non ha mai smesso di scrivere; in Songs of Jamaica ci offre un ritratto della vita contadina, affronta temi come la morte serena della madre e i legami del popolo giamaicano verso gli uomini di colore, mentre in Constab Ballads ci presenta la condizione desolante dei neri giamaicani e contiene diverse poesie molto caustiche sulla vita a Kingston.
Per il primo dei due libri, riceve un premio e una borsa di studio dall'Istituto giamaicano delle arti e Scienze, premio che usa per recarsi in America. Così nel 1912 arriva in South Carolina; si sposta in Alabama dove riprende gli studi, ma dopo due anni li lascia, raggiunge in Giappone e sposa la fidanzatina di gioventù, Eulalie Lewars e successivamente si stabilisce a New York, dove svolge lavori umili e dove ritrova lo stesso razzismo di Kinhston, continuando a scrivere poesie. Nel '17 ne pubblica due sotto lo pseudonimo di Eli Edwards. I suoi versi vengono apprezzati dal critico Frank Hattis  che li include, assieme ad altre sue poesie, nel Pearson's Magazine. In questo periodo è stata scritta "To the White Fiends" e pochi anni dopo, la più celebre "If We Must Die", con cui intende esprimere la volontà di resistenza dei neri americani, ma che diviene fonte di ispirazione per le persone perseguitate di tutto il mondo. Nel 1919 inizia a viaggiare: Olanda, Belgio e Londra, soggiornandovi.
Rientra negli Stati Uniti nel 1921, impegnandosi in varie cause sociali e diviene un membro di spicco del movimento letterario Harlem Renaissance, e raddoppia i suoi sforzi a favore dei neri e degli operai. Visita l'Unione sovietica scoprendo che il comunismo era troppo rigido e limitante.
A Parigi sviluppò una grave infezione alle vie respiratorie e si mantiene facendo saltuariamente il modello per un'artista. Qui incontra, tra gli altri, Edna St. Vincent Millay.
Dopo aver recuperato la salute, riprende a viaggiare, girando per undici anni in Europa e nel Nord Africa, continuando a scrivere e pubblicare romanzi. Torna negli Stati Uniti a metà degli anni '30, ma la sua reputazione è in calo. Si trasferisce a Chicago dove insegna in una organizzazione cattolica. A metà degli anni '40 La sua salute peggiora. Si ammala frequentemente e alla fine morì per un infarto il 22 maggio 1948. 
 

 (Fotografia del corpo bruciato di Will Brown)



AI DEMONI BIANCHI


Pensi che non sappia essere anche feroce e violento?
Pensi che non saprei impugnare una pistola?
E stendere dieci come te per ognuno
dei miei fratelli neri uccisi, bruciati da te?
Non illudererti, per ogni tua azione
io potrei uguagliarti – superarti: non sono un figlio d'Africa,
nero di quella terra nera dove neri fatti sono accaduti?

Ma l'Onnnipotente tirò la mia anima
nell'oscurità e disse: Anche tu sarai un raggio di luce
per un pò brucerai sulla terra oscurata.
Metto la tua faccia scura tra le bianche
perchè tu dimostri quanto vali;
prima che il mondo sia inghiottito dalla notte,
per mostrare la tua piccola luce: vai avanti, vai avanti!


TO THE WHITE FIENDS

Think you I am not fiend and savage too?
Think you I could not arm me with a gun
And shoot down ten of you for every one
Of my black brothers murdered, burnt by you?
Be not deceived, for every deed you do
I could match -- out-match: am I not Africa's son,
Black of that black land where black deeds are done?

But the Almighty from the darkness drew
My soul and said: Even thou shaft be a light
Awhile to burn on the benighted earth,
Thy dusky face I set among the white
For thee to prove thyself of highest worth;
Before the world is swallowed up in night,
To show thy little lamp: go forth, go forth!


sabato 4 gennaio 2014

MANIERA - ERRI DE LUCA


Mi è capitato molte volte di acquistare un libro per il piacere di possedere una delle poesie che vi è contenuta. Oggi ho avuto un solo istante di indecisione tra due libri, uno di Pierluigi Cappello, un poeta che sinceramente stimo molto e che mi riprometto sempre di contattare e un Erri De Luca nella insolita (almeno per me) veste di poeta. Quantità, intesa come numero di poesie, contro qualità, intesa come casa editrice (una serie bianca di Einaudi).
Sinceramente quello che mi ha fatto decidere è stata la prima poesia che Einaudi inserisce come copertina, proprio quella che propongo nel post e la curiosità di leggere un autore per me sconosciuto, ma comunque apprezzato, nella prefazione ad un'altro libro di Einaudi, quello di Izet Sarajlic: davvero commovente. Chi mi legge da tempo ed i miei autori, sanno che i miei post sono emozioni che rendo, anche a loro, come lettore, ma questa volta sono preoccupata di scrivere qualcosa che possa dispiacergli. Non ho il consenso dell'autore, questa volta. Se avete l'occasione di vederlo, di parlargli, diteglielo voi che gli ho fatto una scorrettezza.
In Maniera ho apprezzato particolarmente la leggerezza con cui si apre la poesia.
I giochi di parole, buffi, un poco infantili, denotano una intimità giocosa, una spensieratezza e un  desiderio di stupire ma anche di essere accettato. Un modo di far  breccia in un muro che l'autore  percepisce ma non vede.
Negli ultimi tre versi si avvia e si compie il dramma. Inizia col restare “indietro di un respiro”, continua col seguitare del gioco, ma senza sorrisi, già scomparsi nel verso precedente, e finisce con la domanda definitiva e ferale.
Non trovo una parola fuori posto, non ho nessun desiderio di leggerla diversamente. Confesso che ho il mio miraggio di "poesia perfetta" e questa gli si avvicina molto.






Enrico De Luca, nasce a Napoli, il 20 Maggio 1950. Erri pare sia l'italianizzazione del nome di suo zio Henry. A 18 anni lascia studi, famiglia e città per trasferirsi a Roma, dove entra a far parte del movimento Lotta Continua e dove continua a militare fino al suo scioglimento. Svolge diversi mestieri (operaio, magazziniere, muratore, camionista) in Italia (Torino, Napoli, Milano, Catania) e all'estero (Francia, Tanzania come volontario). Durante la guerra della ex-jugoslavia fa l'autista dei convogli umanitari destinati alle popolazioni. Nel '99 quando bombardano la Serbia, sente che il suo posto è a Belgrado, tra la gente. Studia da autodidatta diverse lingue, tra cui lo Yiddish e l'ebraico antico, da cui traduce alcuni passi della Bibbia. Lui le chiama traduzioni di servizio, e nel farlo cerca di attenersi alla versione più letterale possibile. Viene tradotto in Francese, Spagnolo ed Inglese. E' opinionista di vari giornali a tiratura nazionale. Numerosi i suoi romanzi, tre libri di poesia e due racconti brevi editi da Feltrinelli come audiolibri, in cui è lo stesso De Luca che legge.Vive nella campagna romana.







                                                   MANIERA





Accosto la fronte alla tua, si toccano, dico: "E' una frontiera".
Fronte a fronte: frontiera, mio scherzo desolato, ci sorridi.
Col naso ci riprovo, tocco il naso, per una tenerezza da canile:
"E questa è una nasiera" dico per risentire casomai
un secondo sorriso, che non c'è.
Poi tu metti la mano sulla mia e io resto indietro di un respiro.
"E questa è una maniera", mi dici.
"Di lasciarsi?", ti chiedo. "Si, così".


(L'ospite incallito - Giulio Einaudi Editore)


mercoledì 25 dicembre 2013

NATALE 2013


Lo scorso anno in occasione del post di Natale, parlavo di speranza , di difficoltà dei tempi attuali e di quelli che si preparavano.
Oggi sembra che le cose stiano peggiorando un po' dappertutto. Molte aziende chiudono (e non parlo per statistica, ma lo tocco con mano mese per mese) e in pochi hanno le risorse per aprirne di nuove, dato che le banche sembrano non fare il loro lavoro di raccolta del risparmio e contemporaneo investimento in attività nel territorio. Ma non è mia intenzione lanciare accuse verso chi avrebbe la possibilità di smuovere l'economia e invece sta arroccato sulle proprie posizioni, a scapito di noi tutti, tutto sommato; non è questa la sede.
Volevo solo constatare che, se da questa parte del mondo c'è chi combatte per un posto di lavoro e chi approfitta di questo stato di cose per ottenere del personale con costi sempre più bassi, o più semplicemente combatte per avere in tavola del cibo anche gli ultimi due giorni del mese (e vi risparmio quanto e come), in altre parti del mondo c'è chi deve aggiungere a queste nostre amene preoccupazioni, il cercare di rimanere vivo.
E' il caso di ieri, ma potrebbe capitare anche domani, o dopo, ed è già capitato nei giorni e mesi scorsi in territori e con motivazioni differenti. Un carro armato spara contro una abitazione privata di una cittadina della striscia di Gaza, e delle persone muoiono. Dei bambini muoiono. Questa volta si tratta di una piccola di tre anni, ma quanti prima di lei? E domani ci ricorderemo questo nome, Hala? E per quanto lo ricorderemo? Farà parte della Storia? E se i suoi tre anni non sono stati abbastanza importanti da lasciare poco più di un ritratto insanguinato, a che scopo averla fatta nascere e crescere se il suo sorriso non avrebbe potuto cambiare il mondo? 
Pensate anche a questo, questo Natale.




 J. Busquets - Facciata della Natività (particolare) - Sagrada Familia - Barcellona


L'interno della grotta era buio, l'indebolita luce esterna si fermava all'ingresso, ma in poco tempo, avvicinando una manciata di paglia alle braci e soffiando, con le fascine la schiava fece un falò che sembrava un'aurora. Poi accese il lume che era già lì, appeso ad una sporgenza della parete, e dopo aver aiutato Maria a sdraiarsi, andò a prendere un po' d'acqua ai pozzi di Salomone, proprio nei pressi. Di ritorno, trovò Giuseppe fuori di sé, non sapeva che cosa fare, e non dobbiamo biasimarlo, perché agli uomini non insegnano a rendersi utili in simili occasioni, loro non vogliono saperne, al massimo saranno capaci di tenere la mano alla moglie sofferente, restandosene ad aspettare che tutto vada per il meglio. Maria, però è sola, il mondo morirebbe di sgomento se un ebreo di questo tempo osasse compiere quel minimo. Entrò la schiava, rivolse una parola di sostegno, Coraggio, poi si inginocchiò fra le gambe aperte di Maria, proprio nella posizione in cui devono stare le gambe delle donne per ciò che entra e ciò che esce, ormai Zelomi aveva perso il conto dei bimbi che aveva visto nascere, e il patimento di questa poverina è tale e quale a quello di tutte le altre donne, come ha deciso il Signore Iddio quando Eva commise il peccato di disobbedienza, Moltiplicherò le sofferenza della tua gravidanza, i tuoi figli nasceranno nel dolore, e oggi, trascorsi ormai tanti secoli, accumulato tanto dolore, ancora Dio non si dà per soddisfatto, e l'agonia continua. Giuseppe non è più lì, e neppure all'ingresso della grotta. E' scappato via per non sentire le urla, ma le urla lo seguono, è come se urlasse la terra, tanto che tre pastori, che si trovavano nei pressi con le loro greggi di pecore, si avvicinarono a Giuseppe e gli domandarono, Che cos'è, sembra che la terra stia urlando, e lui rispose, E' mia moglie, sta partorendo laggiù in quella grotta, e quelli dissero, Non sei di queste parti, non ti conosciamo, Siamo venuti da Nazareth in Galilea per il censimento, appena arrivati le sono aumentati i dolori, e adesso sta nascendo. Il crepuscolo lasciava intravedere a stento i visi dei quattro uomini, ben presto i lineamenti sarebbero svaniti, ma le voci proseguivano, Hai da mangiare, domandò uno dei pastori, Poco, rispose Giuseppe, e la stessa voce, Quando tutto sarà finito, avvertimi e ti porterò un po' di latte delle mie pecore, e poi si udì la seconda voce, E io ti darò un po' di formaggio. Poi ci fu un lungo e inesplicabile silenzio, prima che il terzo pastore parlasse. Infine, con una voce che sembrava provenire anch'essa da sottoterra, disse, E io vi porterò del pane.
Come tutti i figli degli uomini, il figlio di Giuseppe e Maria nacque sporco del sangue di sua madre, vischioso delle sue mucosità e soffrendo in silenzio. Pianse perché lo fecero piangere, e avrebbe pianto per quest'unico e solo motivo. Avvolto nelle fasce, riposa nella mangiatoia, non lontano dall'asino, ma non c'è pericolo di morsi, che la bestia l'hanno legata corta, Zelomi è andata fuori a sotterrare la placenta, mentre Giuseppe si sta avvicinando. Lei aspetta che lui entri e si ferma a respirare l'aria fresca dell'imbrunire, stanca come se avesse partorito lei stessa, nell'immaginazione, perché figli non ne ha mai avuti.
Scendendo dal pendio, tre uomini di avvicinano. Sono i pastori. Entrano insieme nella caverna. Maria è sdraiata e tiene gli occhi chiusi. Giuseppe, seduto sopra un sasso, ha il braccio posato sulla mangiatoia e sembra guardare il figlio. Si fece avanti il primo pastore e disse, Con queste mani ho munto le mie pecore e ho raccolto il loro latte. Maria, aprendo gli occhi sorrise. Avanzò il secondo pastore e disse, Con queste mani ho lavorato il latte e ho fatto il formaggio. Maria accennò col capo e sorrise di nuovo. Poi si avvicinò il terzo pastore, per un istante parve riempire la grotta con la sua statura e disse, senza guardare né il padre, né la madre del bimbo appena nato, Con queste mani ho impastato il pane che ti offro, col fuoco che esiste solo dentro la terra io l'ho cotto. E Maria seppe chi era. 

(Josè Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo)



domenica 27 ottobre 2013

LA CASA DEL TEMPO PERDUTO - CARLOS DRUMMOND DE ANDRADE


Senza dubbio, il tempo perduto non può più appartenerci, ma è possibile tornare sui nostri passi e agguantare ancora una manciata di giorni, di ore o di minuti? La logica ci dice che anche se torniamo indietro subito, si possono limitare i danni di una scelta sbagliata, ma il tempo in cui abbiamo maturato la scelta è andato per sempre. Il pensiero di Carlos sembra volerci portare in quella direzione, però descrive la casa come "coperta di edera per metà e l'altra sono ceneri", dove l'edera è ancora vita, e la cenere morte. Forse non proprio tutto è perduto se la casa è solo "condannata" e, appunto non ancora morta.









Carlos Drummond de Andrade nasce a Itabira, nello stato di Minas Gerais, Brasile il 31 ottobre 1902 nono figlio di una famiglia di proprietari terrieri in decadenza. Inizia gli studi nella città di Belo Horizonte e nel collegio gesuita di Anchieta da dove fu espulso per "insubordinazione mentale"dopo un incidente con il professore di portoghese. Su insistenza della famiglia, si laurea in Farmacia nel 1925, ma è una carriera che non intraprenderà mai.
Nello stesso anno sposa Dolores Dutra de Morais, la prima o la seconda donna a lavorare come impiegata a Belo Horizonte. Insegna Geografia e Portoghese nel Ginnasio sud-americano di Itabira, ma viene chiamato da Alberto Campos a lavorare come redattore capo del Diario de Minas. Nel 1927 diventa padre per la prima volta, ma il figlio sopravvive solo poche ore. L'anno successivo nasce invece Maria Julieta, che sarà la grande compagna della sua vita.
E' solo di pochi anni prima (1922) l'inaugurazione della
"Semana de Arte Moderna" o "Settimana 22" tenutasi a San Paolo nel Teatro Comunale di San Paolo dal 11 al 18 di febbraio. Fu l'avvio del movimento Modernista che, ispirato al futurismo di Marinetti,  si riproponeva  il rinnovamento delle arti e delle lettere. Tra i suoi esponenti vi erano Oswald de Andrade, Manuel Bandeira e Mario de Andrade; (con questi ultimi poeti intratterrà una fitta corrispondenza) e Carlos aderisce a questo movimento fondando con altri poeti e scrittori di Minas Gerais "A Revista", l'unico organo di divulgazione del Modernismo della regione che però ebbe breve vita.
Nel 1934 si trasferisce a Rio de Janeiro, divenendo capo di gabinetto di Gustavo Capanema, Ministro dell'Educazione
, che conobbe nel collegio di Belo Horizonte. Con lui rimase fino al 1945 per prendere servizio al Patrimonio Storico e Artiscito  Nazionale e ritirandosi nel 1962.
Numerosi i libri pubblicati e le traduzioni. Muore il 17 agosto 1987 a Rio de Janeiro per l'aggravarsi dei suoi problemi cardiaci, a distanza di soli dodici giorni dalla morte dell'amata figlia, vittima di cancro e verranno sepolti nella stessa tomba al Cimitero São João Batista di Rio de Janeiro.
E' considerato uno dei più grandi poeti brasiliani del Novecento.







LA CASA DEL TEMPO PERDUTO

Ho battuto al portone del tempo perduto, nessuno ha risposto.
Ho battuto una seconda volta e un'altra volta e ancora un'altra.
Nessuna risposta.
La casa del tempo perduto è coperta di edera
per metà; l'altra metà sono ceneri.


Casa dove non abita nessuno, e io battendo e chiamando
per il dolore di chiamare e non essere udito.
Semplilcemente battere. L'eco restituisce
la mia ansia di socchiudere questi palazzi gelati.
La notte e il giorno si confondono nell'attendere,
nel battere e battere.


Il tempo perduto certamente non esiste.
È la gran casa vuota e condannata.




A CASA DO TEMPO PERDIDO

Bati no portão do tempo perdido, ninguém atendeu.
Bati segunda vez e mais outra e mais outra.
Resposta nenhuma.
A casa do tempo perdido está coberta de hera
pela metade; a outra metade são cinzas.

Casa onde não mora ninguém, e eu batendo e chamando
pela dor de chamar e não ser escutado.
Simplesmente bater. O eco devolve
minha ânsia de entreabrir esses paços gelados.
A noite e o dia se confundem no esperar,
no bater e bater.

O tempo perdido certamente não existe.
É o casarão vazio e condenado.




 





martedì 10 settembre 2013

COLLETTA e ALLELUJA - BRUNO DOZZINI

Questa volta vorrei farvi conoscere un autore molto poco conosciuto, ma che a me ha colpito molto per la silloge con cui vinse nel lontano 1963 il Premio Mariano Montenero.
BRUNO DOZZINI e la sua MESSA LAICA, compresa nella sua opera complessiva pubblicata da Guerra Edizioni nel 2000.
L'ingegnosità o meglio l'intuizione che probabilmente si rivelò vincente, è stata quella di aver scritto una poesia per ogni parte della messa: ecco così la poesia CONFITEOR, il KYRIE, COLLETTA, ALLELUJA, RESURREZIONE, OFFERTORIO, COMUNIONE, fino al DE PROFUNDIS e all'ITE MISSA EST.
La parola poetica è attuale, il tono declamatorio ed epico come quello dell'Odissea o della più “recente” Divina Commedia, ma la solennità dell'argomento l'impone.
Propongo un paio di brani: quello dedicato alla COLLETTA e quello all'ALLELUJA, in questo momento mi sembrano i più poetici.
Di questa ultima poesia, l'autore dice: “....d'influenza chiaramente biblica, appare con le caratteristiche di un canto d'amore sensualmente concepito, ma non è che metafora di un abbandono iniziatico, di un apporto di giovinezza e innocenza che tradisce l'intima necessità di credere in un valore ideale e fisico nello stesso tempo”.
Ed inoltre : “E' nuova in questa mia esperienza poetica la formalità dell'abolizione della punteggiatura considerata invece da me sempre essenziale nella sintassi del periodo. Si tratta però, per questa volta, di dilatare il pensiero poetico rendendolo più libero e possibilmente più adattabile ai contenuto sottili presi in considerazione”.


Ritratto a matita di Giovanna Bruschi




Bruno Dozzini nasce a Perugia il 24 Dicembre del 1920 
Diplomato ragioniere e perito commerciale nel 1939, si è laureato nel 1943 in Economia e Commercio, conseguendo l’anno successivo l’abilitazione alla professione di dottore commercialista. Dopo varie esperienze lavorative, dal 1961 al 1964 è stato capo ufficio commerciale nella sede perugina della società dei telefoni, quindi ha insegnato Lingua e letteratura inglese nelle Scuole secondarie statali. Ha svolto anche la professione di guida turistica per l’Umbria. Nel 1958 ha fondato a Perugia, insieme a Carlo Vittorio Bianchi, l’Associazione Scrittori del Centro Italia, attiva fino al 1962. Muore nella stessa Perugia il 19 settembre del 2008.
(Fonte Wikipeda)





                   COLLETTA

Come nuovo Noè io ti riporto
La creazione salvata
Con un semplice sguardo
Fra il pianto di oceani solitari
E campi minati di stelle
Tutta la riporto a Te
Uomini e belve
Alberi e pietre
Perché tu nuova ne faccia
L'Unità primigenia




Orologio di Praga



ALLELUJA


M'innamorai di te
O venuta ultima
Sorriso di stagioni calde
Vivide senza pretese
Apparisti simile a un'aurora
Dai colori scoperti
Ed io cercai di fermare il futuro
Contro la fuga assurda dei giorni
Tu giocavi col mondo
Fanciulla vergine
A dispetto della pioggia e del vento
Di un cielo condannato
Entro termini inamovibili
Io presuntuoso ti distrassi appena
Dalla risacca d'un naufragio
Per raccontarti il volo delle allodole
Il movimento sapiente delle dita
Il canto a mezz'aria fra la neve
Non mi sia di condanna
Il desiderio del tuo seno
L'amplesso
Che fu abisso di donazioni

entrambe tratte da TUTTE LE POESIE  Guerra Edizioni

giovedì 29 agosto 2013

27 Agosto 2008 - 27 Agosto 2013

Con un ritardo leggero, festeggio cinque anni. 
Per me quelli sono stati un'età felice, così  spero  lo sia anche questo prossimo anno che mi terrà ancora qui e con voi.
Spero perdonerete i miei consueti appunti di dati e cifre; queste mi daranno modo di verificare al prossimo appuntamento, se e quanto questo mio lavoro sia stato utile o almeno apprezzato. 
618 post, 257 autori e 300453 letture in totale, mi fanno fare una riflessione. 
Se è vero che il numero delle pagine è raddoppiato, è vero anche che non mi sono impegnata moltissimo in questo ultimo anno. Colpa di molte cose o forse nessuna, questo è un mio segreto. 
Devo assolutamente rimediare e per il prossimo anno, vorrei arrivare a sfiorere i 700 post ed i 300 autori. 
Ce la farò? Seguitemi e lo scopriremo assieme. 
Buona poesia a tutti.




Nell'immagine, la torta ripropone una intera poesia di Cummings Il tuo cuore lo porto con me 



domenica 18 agosto 2013

CHICCHI NERI - SARAH KIRSCH

Questa sera spezzo molte cose: il silenzio qui nel blog, la scelta  involontaria  per gli autori di lingua spagnola o portoghese e  per testi dal contenuto sociale, così difficile a farsi e così appagante quando si trova un autore che ne scrive con intuizioni sorprendenti come in questo di Sarah. 
Segnalo inoltre la data della sua morte e vado ad  aggiornare anche il post precedente a Lei dedicato: 

+ 5 maggio 2013






                                CHICCHI NERI

Il pomeriggio prendo un libro in mano
Il pomeriggio metto via un libro
Il pomeriggio ricordo che c’è la Guerra
Il pomeriggio dimentico ogni Guerra
Il pomeriggio macino il caffè
Il pomeriggio ricompongo il caffè macinato
A ritroso bei
Chicchi neri
Il pomeriggio mi svesto mi vesto
Prima mi trucco poi mi lavo
Canto sto muta.



Schwarze Bohnen

Nachmittags nehme ich ein Buch in die Hand
Nachmittags lege ich ein Buch aus der Hand
Nachmittags fällt mir ein es gibt Krieg
Nachmittags vergesse ich jedweden Krieg
Nachmittags mahle ich Kaffee
Nachmittags setze ich den zermahlenen Kaffee
Rückwärts zusammen schöne
Schwarze Bohnen
Nachmittags ziehe ich mich aus mich an
Erst schminke dann wasche ich mich
Singe bin stumm
 

domenica 16 giugno 2013

E SCEGLIERE DI ANDARSENE. PER SEMPRE. - VIRGINIA WOLF








Caro Amore,
guardare in faccia la vita, guardarla attentamente e capirla al fine unico di comprenderla, amarla, e scegliere di metterla da parte, scegliere di lasciarla alla sua bellezza universale e andarsene insieme agli anni vissuti e trascorsi insieme. Ai giorni. All’amore.
Andarsene via insieme a tutto quello che la vita stessa unita alla consapevolezza della morte e al desiderio intrinseco di quest’ultima ci hanno regalato. E poi attimi. Istanti eterni…
Lasciarsi guidare in un mondo che volevo ma che non hai voluto tu. Fa che sul mio viso non scompaia mai il tuo sorriso, il tuo amarmi e il mio non voler… cosa? Farmi amare, forse. Farti soffrire, probabilmente. Mostrarti parti di me che spaventano persino me stessa, sicuramente. Me ne andrò dalla tua vita, per non farci ulteriormente del male, per non urtarci con i nostri ricatti morali, con il nostro troppo e il nostro troppo poco. Quando verrà la tua assenza mi sentirò impreparata, ancora legata a te. E tu?
Che cosa farai?
Ed io, su quale cuscino scioglierò i miei capelli?
Dove porterò quel sorriso e la mia valigia piena di vestiti che conosci?
Una frenesia nel cuore, un dubbio atroce: è finito tutto oppure non è cominciato? Fuori tutto il mondo ed ogni cosa stanno al suo posto, gli orologi girano le ore e tutto quanto il resto.
Amore mio fermami, da questi pensieri troppo fragili, da queste fiale troppo complici, dai sorrisi troppo ironici, dalla troppa solitudine.
Guardare la vita, guardarla attentamente e tentare di comprenderla al fine di amarla e scegliere di metterla da parte. Di andarsene insieme a quello che ci ha legati. Alle parole. L’amore. L’oblio.
Insieme alle ore. Quelle ore che non avranno più sorelle. E scegliere di andarsene.
Per sempre.

Virginia Woolf

lunedì 10 giugno 2013

DI SERA - LUCIANO LUISI

Tra i tanti poeti possibili, questa volta voglio parlare della parola di Luciano Luisi. Fratello in poesia di Giorgio Caproni, mentre questo scrive e riflette sul proprio sentire regalandoci sensazioni forti ed intense assieme ma lasciandosi solo conoscere, Luciano ci rende partecipi: si apre e ci attira dentro i suoi versi come quelli di questa poesia, e ci si chiede: Cosa facevamo noi il 10 settembre 1989?




Luciano Luisi nasce il 13 marzo del 1924 da madre toscana e padre pugliese. Vive a Roma, dove si è affermato come giornalista culturale alla televisione, conducendo in diretta premi letterari (Viareggio, Campiello, Strega), grandi mostre di arte figurativa (la Biennale, il premio Marzotto), rassegne cinematografiche (il David di Donatello) nonché importanti avvenimenti civili (elezioni e viaggi del Papa, visite di capi di Stato...). Ha insegnato “Giornalismo televisivo” all’Università “Pro Deo” di Roma e Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Foggia. Ha diretto “L’informatore librario” ed è stato Segretario Generale del Premio Fiuggi. Ha curato monografie su Luzi, Prisco, Pratolini, Sciascia e su grandi artisti figurativi, tra cui Greco, Guttuso, Vespignani, Tamburi, Annigoni, Covili, Norberto.
È un collezionista e studioso di conchiglie ed attualmente vive a Roma.





DI SERA


Mi chiami. Brontoli:"E' tardi,
vieni a dormire!". E spegni, per un ultimo
perentorio segnale-come a teatro- la luce.
E le cose scompaiono, svaniscono
le immagini su cui posavo gli occhi
senza arrendermi al sonno.
Ma tu non sai di dirmi
"Questo giorno è finito, cancellalo
dalla tua vita, è andato
via per sempre né mai potrà tornare". Ed io
riaccendo, resisto ancora, tento
così d'oppormi a questo addio, voglio
centellinare i secondi che mi restano
di questo dieci settembre del
millenovecentottantanove, gli ultimi
di questo giorno bellissimo,
di questo che fu mio.


Da ANTOLOGIA DELLA POESIA ITALIANA DEL SECONDO NOVECENTO


domenica 12 maggio 2013

SUPPLICA A MIA MADRE - PIER PAOLO PASOLINI


Negli anni in cui Pier Paolo scriveva versi, la scuola proponeva poeti contemporanei solo eccezionalmente e la poesia di Pasolini sarebbe stata sicuramente esclusa dai testi scolastici. Eppure se chiudo gli occhi e torno a quei tempo, continuo ad essere convinta che sarebbe stato difficile non amare questa poesia, come mi successe per l'analoga poesia di Ungaretti e di cui vi ho già detto.
E' quasi una lettera aperta, una confessione del suo essere che onestamente non condivido, ma ritengo che contenga una verità forte del dopo: si sopravvive soltanto e confusamente. 





Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna il 5 marzo del 1922. Dopo aver seguito il padre, ufficiale di carriera, nei suoi trasferimenti, frequentò il liceo e l'università a Bologna, dove visse “il grande periodo dell'ermetismo” e dove si laureò in Lettere con una tesi sul linguaggio del Pascoli, nel 1945. Trascorreva le estati a Casarsa, nel Friuli, luogo d'origine della madre; e là si era rifugiato dopo l'8 settembre 1943, per sottrarsi alla chiamata di leva. In friulano compose i suoi primi versi, Poesie a Casarsa (1942), poi editi con altri testi friulani in La meglio gioventù (1958). Nel 1945 ebbe la notizia che il fratello Guido era stato ucciso in un conflitto a fuoco fra due gruppi partigiani di diverso orientamento politico (il padre, fatto prigioniero in Africa, sarebbe tornato alla fine di quello stesso anno). Nel 1947 si iscrisse al Partito Comunista. Avviatosi alla carriera dell'insegnamento, vicino a Casarsa, venne allontanato dall'insegnamento e poi anche espulso dal PCI in seguito a un oscuro episodio di omosessualità che sfociò in un processo per corruzione di minori.
In seguito allo scandalo che ne seguì, lasciò Casarsa, assieme alla madre (i rapporti con il padre si erano già deteriorati), per trasferirsi a Roma, dove viveva insegnando in scuole private ed impartendo lezioni. La scoperta della realtà della borgata dove viveva, oltre a fargli scrivere versi poi raccolti nelle pubblicazioni del 1957 e del 1961, gli ispirarono le vicende dei romanzi “Ragazzi di vita” (1955) e “Una città violenta” (1959). Fecero scandalo, ma lo imposero all'attenzione e avviarono al successo letterario.
Dopo aver collaborato a diverse sceneggiature, dal 1961 iniziò l'attività di regista. Come successe per i romanzi, anche i suoi film fecero scandalo e per qualcuno Pasolini subì processi e condanne.
Morì assassinato n circostanze oscure tra il I° e il 2 novembre 1975. All’alba del 2 novembre viene trovato ucciso in uno spiazzo polveroso, all’Idroscalo di Ostia, e per una raccapricciante fatalità, proprio nella periferia suburbana di Ragazzi di vita, di Una vita violenta e di Accattone.






SUPPLICA A MIA MADRE



E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.
Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile… 





(da POESIA IN FORMA DI ROSA)




mercoledì 8 maggio 2013

BLOGGER



Bacheca di Blogger



Caro lettore,
trovo di poco gusto entrare nei blogs altrui per lasciare la pubblicità del proprio , senza neppure un segnale minimo di apprezzamento.
Non tengo a queste formalità e ti assicuro che distinguo un apprezzamento da una ruffianeria, ma correttezza e curiosità vorrebbero che, in quel caso, si venisse ricambiati. Nonostante la tua scorrettezza, ho letto alcune proposte pubblicate e posso dire con serenità che non mi hanno entusiasmato sia per l'enfasi utilizzata che deve ancora essere domata, sia per certi luoghi fin troppo visitati dai versi di piccoli e grandi poeti e per l'uso delle tronche che ancòra quelle poesie ad un fine ottocento storicamente sorpassato. Questo, è solo il mio parere, naturalmente e dovrebbe spiegarti la motivazione della rimozione del tuo “commento”.
Tutti i miei auguri di buona poesia.

mercoledì 1 maggio 2013

1° MAGGIO con SAN FRANCESCO D'ASSISI








Chi lavora con le sue mani è un lavoratore.
Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano.
Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista

 
San Francesco D’Assisi

giovedì 25 aprile 2013

I DISCORSI D’ALLORA - GIUSEPPE BARTOLI

Spesso trovo retorica nei versi a celebrazione di festività come quella di oggi, specialmente in quelle dei politici. Raramente le loro parole sono sentite, forse perchè non hanno vissuto il disagio in prima linea e forse è anche per questo che non riescono a costruire, ma solo distruggere.
Consiglio loro la lettura di qualche poesia, piuttosto delle loro frasi inconcludenti.
In questa poesia di Giuseppe ritroviamo, con una delicatezza del verso, tutta la forza del combattente, che non si tira indietro davanti al pericolo come davanti alla vita.


Teofilo Patini (Italia 1840-1906)




 I DISCORSI D’ALLORA


Parlavamo di noi
quando la sera maturava
la stanchezza del giorno
e le contadine velate di nero
raccontavano al cielo
i guasti della pioggia
del vento e della guerra
Parlavamo di noi
all’acqua vergine di fonte
mescolando al grattare del mitra
la ragione di crederci uomini
e il diritto di lasciare
alle bestie da soma
il vanto pesante del basto
Parlavamo d’idee
mescolando bestemmie
ai rosari di pietra
per lasciare lontano l’inverno
che marciva nei solchi
e la fame
che uccideva le ultime favole
negli occhi dei bambini
Parlavamo di noi
cercando nei boschi la vita
e nei sentieri di piombo
le nostre radici di uomo
Parlavamo di noi
quando albe di fuoco
scoprivano i nostri fantasmi
già stanchi al primo mattino
già vecchi a soli vent’anni
Parlavamo del nostro domani
davanti alla salma nuda
d’un compagno caduto
e ad un ventre di terra
- che ingoiava -
le noste tenere radici
lasciandoci in bocca
la voglia rabbiosa
d’un tempo migliore
in cui ancora sperare





lunedì 1 aprile 2013

POESIA DELL'AMORE INEVITABILE - JORGE DEBRAVO

La cosa più interessante di questa poesia è l'uso metaforico dell'anima come casa.
L'autore ce la propone abbandonata, senza nessun accenno a persone, solo a cose. E la donna (ah, le donne, di cosa non sono capaci!) senza avere nessuna direttiva, provvede a rimettere tutto a posto. Delizioso il passaggio di “ponesti tutte le cose in fila:/ […] / al suo posto la vita, al suo posto la stuoia.” come a dire che, una volta redento, lo fa disponibile di nuovo per gli altri.
E le metafore continuano. Vediamo di darne una interpretazione: lavare le pareti con lo straccio bagnato per togliere la malinconia, collocare la radio nel luogo appropriato per indicare una rinnovata capacità di ascoltare gli altri, ordinare i libri dispersi per ritrovare la voglia di scrivere, stendere il letto nel tuo enorme sguardo, riappropriarsi della pace del riposo, le lampade spente rappresentano le speranze, i pavimenti la strada ancora da percorrere.
Quanto al titolo, l'amore inevitabile, in un cuore dove la morte è d'avanzo, se questo resta vuoto, si riempie pian piano di un altro.
Ricordate Jodorowsky?
Poco a poco stai entrando nella mia essenza
goccia a goccia riempiendo la mia coppa vuota





Jorge Debravo naque a Guayabo de Turrialba (Costa Rica) il 31 gennaio 1938 da dei contadini poveri. Primo ed unico figlio maschio di cinque figli,  Jorge trascorse l'infanzia scalzo, senza libri.
 Il padre era analfabeta ed a Guayabo non c'era una scuola. La più vicina era a Santa Cruz: 4 ore di marcia. La madre gli insegnò a scrivere il proprio nome e lui scriveva in foglie di platano con uno stecchino. Per aiutare il padre, lavorava fino alle due del pomeriggio. Con i primi soldi guadagnati si comprò il duo primo libro: un dizionario. Nella scuola di Santa Cruz, la maestra, doña Teresa de Albán, gli procurò una borsa di studio perché potesse finire le elementari a Turrialba. Aveva 14 anni quando si iscrisse al quinto anno ma un mese dopo lo passarono al sesto. Lì iniziò a farsi conoscere pubblicando i suoi primi versi nel giornale “El Turrialbeño”. Nel 1959 si sposò con Margarita Salazar. Nel 1961 fu nominato ispettore del lavoro perché riusciva a "legare" con i lavoratori, ad aiutarli perché fossero dichiarati e quindi poter ottenere assicurazione e contributi. Nel 1965 terminò le secondarie. Il lavoro di ispettore del lavoro lo portò a conoscere da vicino le miserie umane e le ingiustizie del suo paese. Nel 1967 si iscrisse all'Università e comperò una moto per andare a lavorare. Il 4 agosto del 1967  un automobilista ubriaco lo  travolse ed uccise.  Aveva 29 anni.







POESIA DELL'AMORE INEVITABILE



Tu arrivasti alla mia anima quando era dimenticata:
le porte divelte, le sedie nel canale,
le tende cadute, il letto sradicato,
la tristezza curata come un vaso di fiori.
Con le tue piccole mani di donna laboriosa
ponesti tutte le cose in fila:
lo sguardo al suo posto, al suo posto la rosa,
al suo posto la vita, al suo posto la stuoia.
Lavasti le pareti con uno straccio bagnato
nella tua chiara allegria, nella tua fresca dolcezza,
collocasti la radio nel luogo appropriato
e pulisti la stanza di sangue e spazzatura.
Ordinasti tutti i libri dispersi
e stendesti il letto nel tuo enorme sguardo,
accendesti le povere lampade spente
e lucidasti i pavimenti di legno consumato.
Fosti d’un tratto enorme, ampia, potente, forte:
sudasti grandi fatiche lavando arnesi vecchi.
Apprendesti che nella mia anima d’avanzo era la morte
e la tirasti all’orto con pezzi di specchio.

Traduz. di Tomaso Pieragnolo 
Poesia pubblicata su SAGRANA.NET


(Mi scuso con il traduttore per l'iniziale omissione del suo nominativo.)


 POEMA DE AMOR INEVITABLE



Tù llegaste a mi alma cuando estaba olvidada:
las puertas desprendidas, las sillas en reguero,
las cortinas caìdas, la cama descuajada,
la tristeza cuidada lo mismo que un florero.
Con tus manos pequeñas de mujer trabajosa
fuiste ponendo todas las cosas en hilera:
la mirada en su sitio, en su sitio la rosa
en su sitio la vida, en su sitio la estera.
Lavaste las paredes con un trapo mojado
en tu clara alegrìa, en tu fresca ternura,
colocaste la radio en el sitio apropriado
y limpiaste la alcoba de sangre y basura.
Acomodaste todos los libros dispersados
y tendiste la cama en tu enorme mirada
encendiste los pobres bombillos apagados
y enceraste sus pisos de madera gastadas.
Fuiste de pronto enorme, ancha, potente, fuerte:
sudaste altas fatigas lavando trastos viejos.
Supiste que en mi alma de sobra era la muerte
y la tiraste al huerto con pedazos de espejos.