martedì 15 novembre 2011

CANTI DELLE ORIGINI - ANONIMI

venerdì, 23 gennaio 2009
Sono riuscita a mettere le mani su un libro che mi aveva molto incuriosito ma che sfortunatamente non è più disponibile nè nelle librerie della mia città, nè in quelle on-line; ne è stata fatta una riedizione parziale con le sole poesie da Omero ai giorni nostri (o quasi).
Il libro in questione è titolato 
LA POESIA DEL MONDO LIRICA D'OCCIDENTE E D'ORIENTE
ed è edito da Guanda. L'autore, o meglio il curatore ne è Giuseppe Conti ed in questo libro raccoglie poesie, traducendone alcune egli stesso, come dicono le varie recensioni
"Dai canti dei popoli primitivi che si rivolgono al sole, dei raffinati Sumeri che evocano il mistero del cosmo, lungo il corso dei millenni, dall'Europa all'India, alla Cina, fino ai giorni nostri, il volume presenta una sorta di geografia mondiale della poesia, vista innanzi tutto come fondamento di civiltà. Quel che emerge non sono le divisioni, ma i reciproci innesti tra le varie tradizioni, ciascuna delle quali viene tuttavia considerata nella sua unicità. In questo viaggio straordinario viene esaltato il carattere universale, di "fratellanza cosmica" della poesia, che resta, come disse Hegel, "fonte di godimento per qualunque uomo di qualunque epoca".
Incuriositi?
Aprendo il libro, ci si imbatte in traduttori del calibro di Ungaretti, Quasimodo, D'Annunzio, Carducci, Luzi, Montale, M.L. Spaziani ed io mi chiedo quanto di queste poesie sia rimasto in loro e quanto della loro sensibilità di poeti abbiano lasciato in queste traduzioni.
Perchè questo pensiero? Perchè ho trovato nella prefazione di un libro di poesie di Kavafis a cura di Guido Ceronetti, suo traduttore, questa frase:
"...per trattenere il poetico del testo, il lavoro del traduttore in versi non è di trasposizione ma di scrupolosa ri-creazione. Tradurre poesia è creare un nuovo verso, ma diversa musica." 
Ed a questo punto, forse anzi senz'altro travolta dall'entusiasmo che mi hanno trasmesso quelle parole, mi è venuta la smania di tradurre io stessa una qualche poesia, ammesso che riesca a trovare qualche testo che sia alla mia (limitata) portata. Vedremo.
Comunque, tutte le poesie che ho trovato nel libro di Conti sono molto belle, ma anche ingenue, talvolta puerili, come se la poesia stessa abbia avuto una infanzia, proprio come l'uomo. Mi sono trovata a sorridere non  con sufficienza, badate bene, ma con l'indulgenza di chi ha letto (non scritto: come poeta non sono granchè) versi come"M'illumino d'immenso"  oppure "..imballate la luna, smontate pure il sole......perchè ormai nulla può giovare" - ma ve ne potrei citare molti altri, ai tentativi goffi di spiegare il perchè della vita e della morte, delle origini delle specie, alle  prime espressioni  d'amore  verso una donna. Si può dire che vediamo la poesia gattonare, poi muovere i primi passi, barcollare, cadere piangendo e poi infine, sicura di sè, alzarsi e correre, fino a volare.
Un applauso ai traduttori.

CANTO NEZAHUALCOYOTL
PER UN BREVE ISTANTE



Viviamo veramente sulla terra?
Viviamo per sempre?
Solo per un istante viviamo.
Anche le pietre più dure si spaccano,
anche l'oro viene ossidato dal tempo.
Anche le piume preziose
sono rapite dal vento.
Solo per un istante
siamo qui sulla terra!

(L. Stortoni-Hager)


CANTO ESCHIMESE
PAROLE MAGICHE




Nei primi tempi, proprio all'inizio
quando uomini e animali vivevano insieme sulla terra
una persona poteva diventare un animale se voleva
e un animale poteva diventare una persona.
Alle volte erano uomini,
alle volte erano animali.
Non c'era differenza.
Tutti parlavano la stessa lingua.
A quel tempo le parole erano magia.
La mente umana possedeva poteri misteriosi
e una parola pronunciata a caso
poteva avere strane conseguenze:
poteva improvvisamente acquistare vita
e quello che gli uomini dicevano si avverava.
Bastava solo dirlo.
Nessuno lo può spiegare:
ma era così.

(L. Stortoni-Hager)



CANTO NAVAJO



Ch'io sia la fascia che la fronte ti cinge,
sì vicina ai tuoi pensieri,
Ch'io sia il grano di mais
frantumato dai tuoi denti selvaggi.
Ch'io sia, al tuo collo, turchese
caldo della tempesta del tuo sangue!
Ch'io sia la lana variopinta del telaio,
la lana che scivola tra le tue dita.
Ch'io sia la tunica di velluto
sul flusso e riflusso del tuo cuore.
Ch'io sia la sabbia dei mocassini
che osa carezzare le dita dei tuoi piedi.
Ch'io sia il tuo sogno notturno,
quando, nelle nere braccia del sonno, tu gemi.
(A. Di Nola)


Grazie della vostra pazienza ed attenzione.
Carla Natali



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#1  27 Gennaio 2009 - 23:39
E' vero, Carla, tradurre significa, in qualche modo, ricreare.Ed è abbastanza difficile perchè si corre il rischio di dare ai versi una differente interpretazione, rispetto a cio' che il poeta intendeva comunicare al lettore. Ma, perchè non provare? Dunque, ti incoraggio a farlo, ti piacerà. Bellissimo il canto navajo! Un abbraccio sincero.
Utente: annarita59 Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. annarita59

#2  07 Giugno 2011 - 15:22
Questo testo è stato utilizzato da Angelo Branduardi per una sua musica, contenuta nell'album Angelo Branduarti, 1974.
Tra l'altro bellissima.
utente anonimo

#3  08 Giugno 2011 - 06:24
Davvero? Non lo sapevo. Conosco le canzoni di Branduardi; anch'io le trovo bellissime. Cercherò quella che mi segnali, grazie aninimo.
Utente: NATACARLA Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. NATACARLA




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