giovedì 17 novembre 2011

NON VOGLIO UN MATTONE DAL TETTO - VERA PAVLOVA

giovedì, 20 agosto 2009
 


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Moscovita di nascita, Vera Pavlova si è laureata con il massimo dei voti presso la prestigiosa Accademia di Musica Gnessin di Mosca, specializzandosi in Storia della musica. Per dieci anni ha cantato nel coro della chiesa, ha composto musica e stava per dedicarsi alla composizione quando, a diciotto anni, ha sentito la necessità di ricorrere a un altro “mezzo per esplorare il suo spazio spirituale” – e la parola, i versi sono diventati la sua forma principale di espressione.
Esordisce nel 1988 sulla rivista letteraria “Junost’”, ma a suscitare clamore è la pubblicazione nel 1996 di 72 sue poesie sul quotidiano “Segodnja”: subito la personalità della poetessa è circondata da un’aura quasi misteriosa, suscitando reazioni vivaci e contrastanti tra il pubblico e la critica.
Viisto che la poesia femminile russa del ’900 ha due punti di riferimento fissi: Anna Achmatova e Marina Cvetaeva, ogni nuova poetessa entra giocoforza nel loro campo d’attrazione.
Quasi tutti i critici associano la poetica di Vera Pavlova a quella di Marina Cvetaeva, così il rapporto con Anna Achmatova sembra più complesso o conflittuale, ma è percepibile attraverso le citazioni, le allusioni, le intonazioni. Ma l’elenco dei maestri di Vera Pavlova può essere allargato a Blok, Brodskij, Pasternak, Mandel’sˇtam, Sˇkapskaja, e naturalmente, a Pusˇkin.
Nel 2000 una giuria composta da quaranta dei più noti critici letterari russi scelse come miglior libro dell’anno Il quarto sogno di Vera Pavlova, assegnando all’autrice il prestigioso “Premio Apollon Grigor’ev” dell’Accademia Russa di Letteratura, “per la spiccata personalità, l’ampiezza del registro poetico e l’intensa carica vitale del suo verso”.
Oggi Vera Pavlova ha al suo attivo sette raccolte di liriche, senza considerare numerose pubblicazioni su importanti riviste letterarie.





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NON VOGLIO UN MATTONE DAL TETTO


Non voglio un mattone dal tetto –
voglio morire lentamente.
Voglio morire, osservando
il corpo che secerne, goccia
dopo goccia, l’esausta vita.
Filtrarla attraverso me stessa,
come attraverso un settaccio fine fine,
e – dopo – sospirare sollevata
per non aver visto nulla sul fondo







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#1  21 Agosto 2009 - 20:34
 
Ciao Carla, non conoscevo questa autrice, ma questi versi sono una sintesi di verità in cui mi ritrovo, in cui (... e chiedo perdono....) mi specchio ... Grazie. Massimo (Max61)
utente anonimo
#2  21 Agosto 2009 - 22:08
 
Notevole, vero?
Tra noi niente perdoni, Max.
A presto.
Utente: NATACARLA Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. NATACARLA


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