domenica 20 maggio 2012

da: ROSA RUGGINE ED ALTRI RACCONTI - GIORGIO SCERBANENCO

Quest'incontro vale la pena proprio di essere raccontato: dunque, qualche tempo fa' curiosavo in una bancarella di libri usati. Cercavo un qualche libro di poesia, ma con poca speranza, perchè quelli degli autori che vorrei acquistare non si trovano nelle librerie locali, figuriamoci se ce ne sono nell'usato! Sono stata comunque attirata da una serie di libretti quasi nuovi, sia come aspetto che come edizioni. Scorrendoli mi sono trovata tra le mani una pubblicazione piccola, meno di 100 pagine, con tre racconti di Carver, edita da Il sole 24 ore, nella collana I libri della domenica. Prezzo stampato sul retro: 2 Euro.
Carver! Dopo la lettura del suo racconto La cattedrale,quanto ho desiderato leggerne ancora! Con il mio tesoro in mano vado dal proprietario e chiedo quanto viene il libro. Questo guarda la quanta di copertina e mi fa: "Due euro". Pago e mi incammino di nuovo verso il mio ufficio.
Quando finalmente riesco a restare sola con il mio nuovo acquisto, noto sul retro che i due euro erano comprensivi del costo del quotidiano e che il solo libretto, in realtà veniva venduto, nuovo, a cinquanta centesimi nelle edicole.
Adesso, voglio credere alla buona fede del commerciante, ma in fondo anche se non lo fosse, onestamente per i tre tacconti di Carver avrei speso volentieri due Euro cadauno e anche di più.
Il martedì successivo, se non ricordo male era proprio il giorno dopo, ho commentato il fatto con quell'edicolante da cui vado di solito a comperare il volume della serie "Un secolo di Poesia". Anche lui mi ha confermato che in effetti il prezzo avrebbe dovuto essere quello dei cinquanta centesimi, indicandomi anche due volumetti superstiti di quella stessa serie, invitandomi ad acquistarne uno.
Ero un pò riluttante. Leggo racconti o romanzi solo se ne conosco l'autore, o se sono convinta che quello che vado a leggere sarà sicuramente e totalmente di mio gusto. Niente di personale: è il poco tempo che mi porta a fare delle scelte, delle selezioni e non mi fido dei libri "di moda" quelli che sono in testa alle classifiche dei più venduti. Quei nomi non mi dicevano proprio nulla, ma in fondo, per cinquanta centesimi, poteva valerne la pena: al più li avrei usati come sonnifero la sera.
Così ho scoperto un signor autore. Asciutto nello stile, attento a non trascurare né tradire i suoi personaggi: una lettura da approfondire.
Ne riporto uno stralcio di "Si salverà la volpe?". Un raccontino di appena nove pagine. Delia, ricercata dalla polizia, cerca rifugio dal suo vecchio amante, piantato in asso più di due anni prima. In una sorta di pellegrinaggio in taxi, di indirizzo in indirizzo, lo cerca in abitazioni man mano sempre più fatiscenti, ma Momi sembra essere scomparso e lei si sente - forse per la prima volta -  veramente perduta.



 



Giorgio Vladimir Scerbanenko nacque a Kiev (Ucraina) il 28 Luglio 1911. Padre ucraino, professore di latino e greco, e madre Italiana: di Roma per la precisione.
Non si sa molto di come di sono conosciuti. Ritroviamo il piccolo Giorgio di 10 anni intento a sopravvivere all'inverno russo, il padre fucilato dai rivoluzionari perché portava una divisa (obbligatoria per gli insegnanti) ai margini di una città portuale insieme a molti profughi italiani che aspettano di rientrare in patria. Quando riusciranno ad imbarcarsi, una delle navi cariche di persone, affonderà a seguito dello scoppio di una mina, alzando il tricolore, accompagnato dagli applausi di coloro che assistono.
Arrivati prima a Roma, si stabiliranno poi a Milano La madre si ammala per un tumore, senza che Giorgio se ne accorga, tutto preso dal lavoro e dalla lettura. Gli resteranno i rimorsi per non averlo capito ed il ricordo di un libro che la madre scriveva. Dovrà lottare sempre con suo nome ucraino, nonostante lo abbia italianizzato nel semplice Giorgio Scerbanenco. Per mantenersi fa l'operaio alla catena di montaggio e contemporaneamente, alla sera, studia filosofia.
Ma combina guai sul lavoro e con una benevolenza dovuta al suo “essere poeta”, lo passano al reparto spedizioni, ma le cose non vanno meglio.
Dopo aver preso la TBC ed esserne guarito., lavora come milite nella Croce Rossa ed anche là viene passato negli uffici grazie al suo “esser poeta”. Ma decisamente il lavoro non gli si addice, e viene licenziato. Passerà nell'ambiente letterario, collaboratore di periodici femminili, inialmente come correttore di bozze, poi come autore di romanzi rosa per arrivare ad incarichi più importanti, che gli consentiranno di vivere dignitosamente.
Nel frattempo scoppia la seconda Guerra Mondiale e Giorgio si ritrova a fuggire inseguito dai tedeschi ed a rifugiarsi in Svizzera.
Tornerà a Milano dopo la guerra, città che amò moltissimo, continuando la sua attività di scrittore noir, genere che gli farà vincere il Grand Prix de Littérature Policière, con la serie del Duca Lamberti, ex-medico e collaboratore della polizia, figura centrale di ben quattro romanzi, ambientati a Milano, tre dei quali trasportati sul grande schermo, oltre a numerosi altri, più di 70, oltre a raccolte di racconti.
Il 27 ottobre del 1969, Scerbanenco morì improvvisamente a Milano, con altre storie ancora in mente da scrivere.





............
Non l'avrebbe mai più trovato. Ormai lo sentiva. Lo cercava forse solo perchè non aveva altro da fare, né luogo dove andare. Tutti i rifugi della banda erano bloccati, negli alberghi era ancora più pericoloso, gli albergatori leggono molto bene i giornali e poi la sua carta d'identità l'avrebbe tradita e non aveva avuto certo il tempo di farsene fare una falsa. Non aveva neppure una cuccia, come ce l'hanno anche i cani, né nessuno che le tendesse una mano amica.
Per paura di annoiarsi, era finita così. Le veniva da ridere e da piangere di se stessa. Ora le parole tenere che le aveva detto Momi quella notte a Stresa non le trovava ridicole, tutti quei discorsi sui bambini, sul vivere sempre insieme non l'annoiavano più solo a pensarci....
"La noia, la noia, ecco. Volevi divertirti? Eccotelo signorina, il divertimento, appena metti fuori il muso dalla nebbia, appena viene il giorno, appena vai in un locale illuminato, trovi il carabiniere che ti mette dentro, e lì ti divertirai ancora di più".
..........
Domani! Avrebbero fatto in tempo ad arrestarla mille volte, ora di domani. Non le restava che tentare la fuga fuori città. Era quasi impossibile riuscire, ma doveva tentare. "Alla Stazione Centrale", disse all'autista risalendo in tassì.


Egli rimise in moto il tassì e questa volta lo sforzo per non dirle: "Delia, sono qui, sono Momi", fu terribile. "Non andare alla stazione, Delia, ti prendono appena ti avvicini alla biglietteria, vieni a casa con me, sono Momi..."
No, era inutile. Meglio continuare a tacere, a voltarle le spalle, il viso mezzo nascosto dallo sciarpone di lana, come aveva fatto fino ad allora. Era inutile tentare di salvarla, lo aveva tentato tante volte, si era perfino ridotto così, a fare l'autista di piazza, lui che commerciava in automobili una volta, ma non era servito a nulla. Lei finiva sempre per ritornare sulla strada, dove l'aveva trovata alla fine della guerra.
Lei l'aveva cercato tutta la sera, aveva girato la città d'indirizzo in indirizzo, e non sapeva che lui era lì, al volante del tassì, e taceva, e le voltava le spalle e la lasciava andare alla sua disperazione, perchè tanto era inutile dirle: "Delia, sono qui, sono Momi, vieni con me, ti nasconderò io, starai con me, questa volta per sempre". Inutile, perchè lei sarebbe sempre tornata sulla strada, lì l'aveva trovata, e lì sarebbe finita. Gli ci erano voluti cinque anni per capirlo, ma alla fine lo aveva capito.
"Quanto?"
Erano alla Stazione Cenmtrale. Lei era saltata giù e gli tendeva un biglietto da mille.
"Delia, Delia, sono Momi, risali in macchina, vieni con me"
Ma non lo disse. Le dette cento lire di resto e mormorò: "Grazie". Sperò che lei lo riconoscesse dalla voce, lo sperò e ne ebbe paura. Ma era troppo inquieta, troppo ansiosa ed esasperata per riconoscere qualunque voce. Non lo guardò neppure, prese le cento lire e corse via.
"Non andare, non andare, Delia, guarda, quei due sono poliziotti, stà attenta...".
Ma era troppo tardi, anche se gliel'avesse voluto gridare. La volpe era chiusa da tre lati e sul quarto c'erani i cacciatori.
Prima di rimettere in moto il tassì fece in tempo a vedere i due che si paravano davanti a Delia, e uno che la prendeva per un braccio. Volse il viso: era come vedere sparare a una volpe chiusa contro un muro, senza scampo.
Signore, signore, non aveva potuto fare diversamente.



Nessun commento:

Posta un commento